Au revoir

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Non so cosa dire, resto sempre senza parole di fronte al delirio, è come cercare di guardare il fondo di un pozzo, cerchi ostinatamente la luce, ma vedi solo il buio ed hai quella sensazione di cadere giù che ti fa tremare le gambe. Come posso proteggermi dai deliri? Formazione patologica di convenzioni errate, assurde per contenuto, resistenti ad ogni critica. Non c’è rimedio, sono destinata ad ascoltare cazzate tutto il tempo, conversazioni di cui conosco già risposte ed evoluzioni. Io ci metto tutto l’impegno, ma è più forte di me resto disincantata, impietrita, sofferente dinnanzi alla pochezza di spirito, davanti l’inutilità di certi contesti. Non credo in nulla, mi convinco di un nichilismo per me abbacinante, chiudo gli occhi e mi fingo cieca. Sono tristissima, ma anche teatrale, vitale. La vita mi ribolle tra le mani dopotutto, allora perché non mi sforzo di seguirla, di farmi trascinare, conta solo l’orgasmo per me, è questo lo stato dei fatti, lo cerco, lo trovo, mi assento per un periodo, poi lo riprendo, senza sosta, moto perpetuo della mia esistenza. Li ho amati tutti, senza se e senza ma, poi sono nuovamente sola in fondo al corridoio, forse lo sono sempre stata, come lo spiego agli uomini, come faccio a fargli capire che mi occorre tempo. Il tempo, Il tempo mi rende solo più cinica di quanto non lo sia già abbastanza. La finzione. Fingo tutto il tempo. Realtà e finzione. Olos e Thánatos.

«Hanno le case qui della torbida Notte i figliuoli
la Morte e il Sonno Numi terribili; e mai non li mira
lo scintillante Sole coi raggi né quando egli ascende
il ciel né quando giú dal cielo discende. Di questi
sopra la terra l’uno sul dorso infinito del mare
mite sorvola ha cuore di miele per gli nomini tutti:
di ferro ha l’altra il cuore di bronzo implacabile in petto
l’alma gli siede; e quando ghermito ha una volta un mortale
più non lo lascia; e lei detestano sin gl’Immortali.»

Non c’è pace, cerco una tregua, non voglio prendere decisioni, voglio rimanere qui alla fine del mondo, nessun giudizio, nessuna restrizione, solo immobile, nel limbo. Ho guardato oltre la pioggia e ho immaginato di percorrere un grande prato, cammino sotto l’acqua, i piedi fradici, le pozzanghere, l’erba bagnata che mi solletica la pianta del piede, mi piace l’idea di camminare e raggiungere l’arcobaleno, ammirarne i colori, toccarlo, scivolarci sopra. Ma finisco sempre nel calderone, e, anche se pieno d’oro, lo evito come la peste e ci giro intorno. Sembra di rivedere un film già visto. La sicurezza delle cose già fatte, ho bisogno di litanie e cori tragici. No, non sono tornata indietro questa volta, ho sbagliato, il mio cervello è imploso, mi faccio del male, non sento dolore, non verso una lacrima, brucio due sigarette sul mio corpo che adesso è fisico e di pelle e sangue. Non sento dolore. Voglio dormire. Sogno Fiamma che è sempre la stessa di sempre, voglio rassicurare tutti che sono disperati, ma non ne ho la forza. Mi hai cercato, nonostante ti avessi dato il veto di avvicinarti, hai ricominciato con le tue protezioni, catene, gabbie e amore. Non so rispondere. Hai mai amato qualcuno? Non so rispondere. Tu almeno hai pianto, hai urlato, ti sei dimenato, io sono una statua di sale, affezionata alla sua solitudine e ai drammi esistenziali, che vuole solo godere, con te Luca, Yannick, Robi e il panettiere, ognuno specializzato in un preciso godimento, ognuno scopato ad uopo, all’occorrenza del desiderio del momento, a servizio del mood della giornata, del periodo rosa o del periodo blu. Sono cristallo rotto in mille pezzi, frammentata nel mio piacere, mille corpi utilizzati per mille sensazioni, tanti corpi: fisico, eterico, astrale, spirituale. Io, mai. Loro non mi hanno salvato, non me li sono fatta bastare. Sono sempre tesa verso il nuovo e lo sconosciuto, verso nuovi orgasmi rigenerati da quelli vecchi, rinnovati, ripensati, rimodulati. Luca aveva innescato dentro di me una bomba ad orologeria, per molto tempo ne sono stata dipendente, onde increspate e lunghe possedevano il mio corpo, senza darmi un attimo di respiro. Ho alzato bandiera bianca. Troppo pericoloso per i miei nervi. Fantasma della mia vita, spettro del mio corridoio, io non volevo il tuo amore, volevo solo il tuo cazzo, punto. Hai rovinato tutto con il tuo maschilismo, perbenismo, famiglia, circostanze, convenzioni, amore. Era sempre difficile lasciarti tutte le volte, come se una nebbia claustrofobica mi abbracciasse e mi toglieva il fiato. No, non era amore, era solo orgasmo, umori, saliva, quella saliva il cui profumo particolare era funzionale alla mia eccitazione. La contemporaneità delle stimolazioni su di me mi hanno condotto verso un baratro senza fondo. Con te non sapevo gestire quella onda lunga, ne ero affascinata e spaventata. La verità è che sono disgustata dalle scopate senza ritorno, degli amplessi alla fine del modo, senza avere a disposizione neanche un’ora dopo, perché dopo il tempo si azzera e te ne ritorni a casa più sola di prima. No, non cerco vuoti da colmare, compagnia a buon mercato, conversazioni futili e sterili della sera per la mattina. Voglio una bolla dove poter stare in pace e assaporarmi tutto il piacere, voglio l’acqua trasparente e pura dentro questa sfera, voglio che non si rompa. Io spettatrice, pubblico pagante senza pretese, senza aver nulla in cambio. Come fai a non uscirne devastata? Luca aprì la porta di scatto, aveva trascorso le ultime ore a parlare allo specchio non era un buon periodo aveva ricominciato a piangere, a dimenarsi, a soffrire, non lo dava a vedere, ma io lo sentivo, come un presentimento, un presagio, sentivo che qualcosa di irreparabile stava per avvenire, ed io non potevo farci nulla, aspettavo. Quante volte ti ho aspettato Luca? Quante volte ti ho amato, di un amore puro, illibato, semplice perché ho bisogno di semplicità dopotutto. Questa fine dell’anno senza di te è insopportabile, non ho lacrime, non ho fiato in gola per urlare quanto mi manchi, mi tengo tutto dentro, rido, parlo, rispondo alle domande, tu mi guardi negli occhi, io vorrei dirti il mondo intero, tutta la mia visione e poetica, ma resto zitta e sono banale. Non hai più accettato i nostri incontri clandestini, mi hai detto che eri cresciuto, che avevi bisogno di evolverti, di fare qualcosa di buono nella tua vita. Io ti volevo qui rinchiuso, con me, con i gatti, i pesciolini rossi, con John Coltrane e i pini di Aleppo, ti volevo alla Tonnara, senza che nessuno ci beccasse, neanche il tempo. Ma te ne sei andato e forse è stata una benedizione per te. In me non c’è nulla di buono, solo agonia, dolore, pessimismo cosmico. Avrei voluto averti tra le mie cosce un’ultima volta, sentire le tue mani sulla mia pelle rovente, godere all’infinito, senza conoscere nomi, dinamiche, smembrati e ricomposti per il piacere, ma alla fine di quel corridoio c’era una porta e te ne sei andato senza dirmi più nulla.

3 pensieri su “Au revoir

  1. In te c’è molto di buono. Altrimenti non avrei gioito così tanto nel trovare un tuo nuovo articolo, dopo oltre un anno di doloroso silenzio. Spero che il 2019 ti porti tutte le soddisfazioni possibili, e che anche in questo nuovo anno continueremo la nostra ormai pluriennale amicizia virtuale.

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