Luca

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Il corridoio era buio, mi tenevi per mano, come tuo solito prima di entrare in camera tua. Camminavamo su un tappeto rosso, entusiasti, giovani, belli, onnipotenti, il mondo era ai nostri piedi, ed era tutto, oltre quella porta, su quel letto, in quella stanza alla fine del corridoio. Vedevo da lontano due vallette aprirci la tenda, come nel miglior avanspettacolo, le vedevo sorriderci compiaciute nei loro cappelli a piuma, nelle calze velate, nei tacchi alti e nel trucco circense, quel corridoio ci risucchiava in un mondo nuovo, dove gli unici abitanti eravamo io e te, e dove non esistevano leggi e tabù, ma solo sesso: puro, semplice e antico godimento.

Dovevamo sempre fare piano, me lo ripetevi tutte le volte, ed io con una cantilena ti davo la stessa risposta di sempre. Luca era un maniaco del controllo, violentato psicologicamente dalla madre, dalla sporcizia, dalla polvere e dai peli. Aveva uno strano senso dell’umorismo e parlava delle sventure altrui con una sorta di ghigno mefistofelico stampato sulle labbra. Il problema era sua madre, una donna depressa, xanax-dipendente, una donna senza alcun interesse per la vita, polemica verso tutto e tutti, diabolica, gelosa del figlio, egoista e terrorizzata dall’abbandono e dalla morte, in un momento poteva apparire come la persona più affabile, gentile e sensibile del pianeta, un secondo dopo inveiva verso di te, vomitandoti tutto l’odio accumulato. Bisogna essere persone molto intelligenti per non farsi soggiogare da quella stronza. Mi guardava con occhi arcigni tutte le volte che mettevo piede a casa sua.

– Fai ancora entrare quella troietta?

– Sì, la troietta sta ancora qui, devo prendermi la mia dose quotidiana da tuo figlio.

Non volevo fare l’amore da lui, mi sentivo osservata, e Luca non era quasi mai al centro del mio godimento, dovevo pensare a qualcun altro per venire, in quella casa, dovevo concentrarmi il triplo e l’orgasmo non era mai liberatorio, era come se venissi tirata giù di continuo, senza avere nulla a cui aggrapparmi. Metaforicamente, quella casa rappresentava un enorme stagno di melma e sabbie mobili. L’acquitrino dei miei anni a venire.

Ogni volta che varcavo la soglia, mi accoglieva un grosso lampadario Luigi XVI, che stava lì lì per cadermi sulla testa, infatti non ci passavo mai sotto, sarà stato qualche trabocchetto di quella mamma-stronza! C’erano tende di broccato bordeaux dappertutto, non so dirvi, ma era una via di mezzo tra un bordello filo orientale anni Venti e “la casa dalle finestre che ridono”, e poi c’erano gingilli praticamente ovunque, paccottiglia chiusa dentro vetrinette pesanti un quintale, purtroppo non avevamo un posticino tutto per noi e mi toccava venire in silenzio, dopo mi salivano dei sensi di colpa allucinanti, e volevo solo andar via. Prima di un concerto dei Subsonica, lo facemmo addirittura sul ballatoio fuori la porta. Luca viveva lì, e credo che a volte prendesse la forma di qualche sopramobile di casa sua, e lo immaginavo rinchiuso in quel quadro di Segantini, con le pecore, e lui che faceva il pastorello verso il tramonto. Luca era un burattino, non credo avesse carattere, carisma, spina dorsale, mutava di comportamento a seconda dei contesti e delle persone, e la sua autostima saliva o scendeva a seconda dei consensi raccolti. Il rapporto con lui era un continuo incoraggiamento, una dose continua di caffè espresso, un continuo tranquillizzarlo, ripetergli che andava tutto bene, riportarlo continuamente ad una dimensione familiare, conosciuta, sicura. Non sono certa che mi amasse, non volevo neanche essere amata da lui, dal canto mio provavo pena, tenerezza, volevo aiutarlo ad uscire dal tunnel, ma lui godeva a stare al buio, godeva delle situazioni che potevano potenzialmente danneggiarlo, per me era stressante, ma lui ormai faceva parte della mia quotidianità, sapevo che aveva altre storie, ma poi ci ritrovavamo sempre, in quell’androne del Seicento, su quel divano, davanti al quadro dei macchiaioli, sul tavolo in cucina, col profumo del ragù, dei pomodorini del pinnolo, della vasanicola, mentre sorseggiavamo un buon vino rosso, sgraffignato da una delle vetrinette malefiche chiuse a chiave, tu, che mi accarezzavi i capelli, e che poi tiravi, tu, che baciavi le guance e che poi mordevi, tu che volevi possedermi in tutti i modi, per riempire un vuoto, una solitudine, una mancanza.

 

Luca era abbastanza alto, aveva gli occhi azzurri e i capelli biondi lunghi fino alle spalle, che legava con un codino stretto, era muscoloso, aveva le mani sudate e le sopraciglia folte, le labbra sottili, le spalle larghe e il bacino stretto, quando parlava a volte faceva la saliva agli angoli della bocca, io riuscivo a trovarci tutti i difetti di questo mondo, era il mio passatempo, in realtà era perfetto ed io solo una stronza insicura. Quando feci la sua conoscenza a casa di sua sorella, lavorava nella bottega di famiglia, un negozio d’antiquariato in centro, era un bel ragazzo, lo guardavamo tutte, era molto gettonato, tra amiche girava voce che fosse gay, ma ero quasi sicura che la secca biondina dai denti sorti gli aveva fatto un pompino l’anno scorso. Io ero attratta da lui, ma poi faceva il timido ed io mi chiudevo a riccio, e mi sentivo come un oggetto a propulsione, avete presente quando il carattere vuole uscir fuori e dici cazzate, quando ripeti cento volte in mente un discorso che vuoi fare e gli altri ti guardano in modo strano perché parli da sola? Non riuscivo a comunicare con lui, ci guardavamo di sfuggita. Luca era solo una bella visione, il bello e impossibile, l’uomo dei sogni. Quella sera se avessi saputo quali pene dell’inferno avrei passato con lui, avrei preso un fucile a pompa e l’avrei fatta finita. Un colpo preciso in fronte e fine. Stop. Ho parlato più volte della mia dipendenza, adesso col senno di poi, posso dire liberamente che ero dipendente dal suo cazzo e dal suo modo di scopare. Scusate il linguaggio, ma la verità è questa, senza filtri e senza veli. Che poi abbia sposato la secca biondina e dai denti storti, so cazzi sua, ma la mia patata non la addenterà più, questo è poco ma sicuro.

Ricominciamo dall’inizio, Luca aveva dei problemi a relazionarsi con il prossimo, e la colpa era della madre, che lo teneva al guinzaglio, e alla quale ubbidiva a comando. La sorella Carola, era stata ripudiata e viveva a Londra, si era fatta scoprire con qualche sacchetto d’erba nello zaino e da allora non aveva più messo piede in casa. Cliqué prevedibile direste? In realtà odiava la madre e voleva solo scappare via. Carola era quasi il mio io speculare, per un periodo ho vissuto a Londra con lei, e per quello che faceva, per quello che prendeva, per come viveva era davvero tremila anni luce avanti e tremila anni luce intrappolata dentro un buco nero. Anche lei aveva bisogno d’aiuto. Come tutti. La mia Carola, la mia P.J. Harvey partenopea. Ovunque tu sia adesso, ricordati che ti ho amato tantissimo.

Luca sarebbe diventato l’uomo con il quale intrapresi una lunga relazione sessuale, in pratica ci vedevamo solo per fare l’amore, quasi tutte le settimane, più volte al giorno e una volta al mese. Luca era l’uomo che incontravo nella solitudine più buia, nei giorni più cupi, lo vedevo sempre alla fine del corridoio tendermi una mano, o gliela tendevo io? Non l’ho mai saputo, ma alla fine di quella galleria ci ritrovavamo sempre, e dovevamo toccarci, prenderci, divorarci, prosciugarci, affondare nell’oblio di noi stressi, e della nostra carne, lì dove il sangue non circola quasi più talmente che scorre veloce, lì in un fermo immagine statico per tutta la nostra esistenza. Quando stavo con lui volevo perdermi e non ritrovarmi più, volevo essere sorda, cieca, volevo solo sentirlo con la mia pelle, con il mio cuore, con i miei battiti senza avere nessun riscontro con la realtà, perché lui non faceva parte della realtà, lui si polverizzava alla luce della realtà, e aveva senso e significato solo nel buio di quella casa un po’ strana, tra una statuetta neoclassica e la merde d’artista. Dopotutto non era così diverso da un oggetto artistico, a volte stavo le ore solo a fissarlo, l’art pour l’art, Luca per Luca, e con le mani lo incorniciavo, perché Luca era un quadro, bello solo da lontano, bello solo al buio, se ti avvicinavi troppo rischiavi di vedere il troppo colore in rilievo, la tela sgualcita, potevi renderti conto che era fatto di cose comuni, carta, olio, e che non aveva nulla di straordinario. Ma da lontano, o in quella stanza era vicino agli Dei e a tutto il creato.

Sapevo che la mamma-strega-iena-suicidal-tendencies, non c’era. E per questo andai a casa sua, vestita solo di un cappotto nero allacciato in vita, e del mio profumo, solo con un po’ di rossetto rosso, così che i miei capelli scuri potessero risaltare ancora di più, so tutte le chiavi del successo, mi sento sicura, posso fare quello che voglio con te, per me. Sì, dopotutto sono più piccola, ma purtroppo mammina ti ha fatto il lavaggio del cervello ed io posso solo salvarti! Posso solo prendere il meglio da te, vedere i colori più belli senza avvicinarmi troppo, proprio come un bel quadro, bello proprio perché lontano. E tu sei lontano anni luce da me, e su di me sento solo i tuoi raggi, caldi.

– Apri la porta

– Ti aspettavo

– Baciami, ti prego

Non riuscivo a smettere di tremare, lo volevo con tutta me stessa, con tutto il mio corpo, la mia anima, volevo imprimerlo dentro di me, come un’ immagine, avevo bisogno di lui, come l’aria, come l’acqua, avevo bisogno di lui, perché io funzionavo con lui, funzionavo grazie alle sue dita, ai suoi movimenti insieme ai miei, funzionavo grazie ai suoi baci, alla sua lingua. Facemmo l’amore sulla porta di casa, mi prese in braccio, mi afferrò per le cosce, mi aggrappai a lui con tutte le mie forze, portai il bacino avanti. Le sue spinte partivano dal basso per poi risalire dentro di me.

– Il seno, ti prego

Mi prese i seni, se li mise in bocca, succhiò fortissimo, sentii la sua suzione fino alle tempie, dovevo muovermi anch’io, trovare il ritmo, ma quella volta non c’è ne fu bisogno, quella volta il mio ventre si muoveva da solo, preda di una qualche danza tribale. Preda solo dell’orgasmo, perché è di quello che stiamo parlando.

Ball and Chain, Janis Joplin, Cheap Thrills 1968, Columbia Records.

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