Au revoir

Standard

Non so cosa dire, resto sempre senza parole di fronte al delirio, è come cercare di guardare il fondo di un pozzo, cerchi ostinatamente la luce, ma vedi solo il buio ed hai quella sensazione di cadere giù che ti fa tremare le gambe. Come posso proteggermi dai deliri? Formazione patologica di convenzioni errate, assurde per contenuto, resistenti ad ogni critica. Non c’è rimedio, sono destinata ad ascoltare cazzate tutto il tempo, conversazioni di cui conosco già risposte ed evoluzioni. Io ci metto tutto l’impegno, ma è più forte di me resto disincantata, impietrita, sofferente dinnanzi alla pochezza di spirito, davanti l’inutilità di certi contesti. Non credo in nulla, mi convinco di un nichilismo per me abbacinante, chiudo gli occhi e mi fingo cieca. Sono tristissima, ma anche teatrale, vitale. La vita mi ribolle tra le mani dopotutto, allora perché non mi sforzo di seguirla, di farmi trascinare, conta solo l’orgasmo per me, è questo lo stato dei fatti, lo cerco, lo trovo, mi assento per un periodo, poi lo riprendo, senza sosta, moto perpetuo della mia esistenza. Li ho amati tutti, senza se e senza ma, poi sono nuovamente sola in fondo al corridoio, forse lo sono sempre stata, come lo spiego agli uomini, come faccio a fargli capire che mi occorre tempo. Il tempo, Il tempo mi rende solo più cinica di quanto non lo sia già abbastanza. La finzione. Fingo tutto il tempo. Realtà e finzione. Olos e Thánatos.

«Hanno le case qui della torbida Notte i figliuoli
la Morte e il Sonno Numi terribili; e mai non li mira
lo scintillante Sole coi raggi né quando egli ascende
il ciel né quando giú dal cielo discende. Di questi
sopra la terra l’uno sul dorso infinito del mare
mite sorvola ha cuore di miele per gli nomini tutti:
di ferro ha l’altra il cuore di bronzo implacabile in petto
l’alma gli siede; e quando ghermito ha una volta un mortale
più non lo lascia; e lei detestano sin gl’Immortali.»

Non c’è pace, cerco una tregua, non voglio prendere decisioni, voglio rimanere qui alla fine del mondo, nessun giudizio, nessuna restrizione, solo immobile, nel limbo. Ho guardato oltre la pioggia e ho immaginato di percorrere un grande prato, cammino sotto l’acqua, i piedi fradici, le pozzanghere, l’erba bagnata che mi solletica la pianta del piede, mi piace l’idea di camminare e raggiungere l’arcobaleno, ammirarne i colori, toccarlo, scivolarci sopra. Ma finisco sempre nel calderone, e, anche se pieno d’oro, lo evito come la peste e ci giro intorno. Sembra di rivedere un film già visto. La sicurezza delle cose già fatte, ho bisogno di litanie e cori tragici. No, non sono tornata indietro questa volta, ho sbagliato, il mio cervello è imploso, mi faccio del male, non sento dolore, non verso una lacrima, brucio due sigarette sul mio corpo che adesso è fisico e di pelle e sangue. Non sento dolore. Voglio dormire. Sogno Fiamma che è sempre la stessa di sempre, voglio rassicurare tutti che sono disperati, ma non ne ho la forza. Mi hai cercato, nonostante ti avessi dato il veto di avvicinarti, hai ricominciato con le tue protezioni, catene, gabbie e amore. Non so rispondere. Hai mai amato qualcuno? Non so rispondere. Tu almeno hai pianto, hai urlato, ti sei dimenato, io sono una statua di sale, affezionata alla sua solitudine e ai drammi esistenziali, che vuole solo godere, con te Luca, Yannick, Robi e il panettiere, ognuno specializzato in un preciso godimento, ognuno scopato ad uopo, all’occorrenza del desiderio del momento, a servizio del mood della giornata, del periodo rosa o del periodo blu. Sono cristallo rotto in mille pezzi, frammentata nel mio piacere, mille corpi utilizzati per mille sensazioni, tanti corpi: fisico, eterico, astrale, spirituale. Io, mai. Loro non mi hanno salvato, non me li sono fatta bastare. Sono sempre tesa verso il nuovo e lo sconosciuto, verso nuovi orgasmi rigenerati da quelli vecchi, rinnovati, ripensati, rimodulati. Luca aveva innescato dentro di me una bomba ad orologeria, per molto tempo ne sono stata dipendente, onde increspate e lunghe possedevano il mio corpo, senza darmi un attimo di respiro. Ho alzato bandiera bianca. Troppo pericoloso per i miei nervi. Fantasma della mia vita, spettro del mio corridoio, io non volevo il tuo amore, volevo solo il tuo cazzo, punto. Hai rovinato tutto con il tuo maschilismo, perbenismo, famiglia, circostanze, convenzioni, amore. Era sempre difficile lasciarti tutte le volte, come se una nebbia claustrofobica mi abbracciasse e mi toglieva il fiato. No, non era amore, era solo orgasmo, umori, saliva, quella saliva il cui profumo particolare era funzionale alla mia eccitazione. La contemporaneità delle stimolazioni su di me mi hanno condotto verso un baratro senza fondo. Con te non sapevo gestire quella onda lunga, ne ero affascinata e spaventata. La verità è che sono disgustata dalle scopate senza ritorno, degli amplessi alla fine del modo, senza avere a disposizione neanche un’ora dopo, perché dopo il tempo si azzera e te ne ritorni a casa più sola di prima. No, non cerco vuoti da colmare, compagnia a buon mercato, conversazioni futili e sterili della sera per la mattina. Voglio una bolla dove poter stare in pace e assaporarmi tutto il piacere, voglio l’acqua trasparente e pura dentro questa sfera, voglio che non si rompa. Io spettatrice, pubblico pagante senza pretese, senza aver nulla in cambio. Come fai a non uscirne devastata? Luca aprì la porta di scatto, aveva trascorso le ultime ore a parlare allo specchio non era un buon periodo aveva ricominciato a piangere, a dimenarsi, a soffrire, non lo dava a vedere, ma io lo sentivo, come un presentimento, un presagio, sentivo che qualcosa di irreparabile stava per avvenire, ed io non potevo farci nulla, aspettavo. Quante volte ti ho aspettato Luca? Quante volte ti ho amato, di un amore puro, illibato, semplice perché ho bisogno di semplicità dopotutto. Questa fine dell’anno senza di te è insopportabile, non ho lacrime, non ho fiato in gola per urlare quanto mi manchi, mi tengo tutto dentro, rido, parlo, rispondo alle domande, tu mi guardi negli occhi, io vorrei dirti il mondo intero, tutta la mia visione e poetica, ma resto zitta e sono banale. Non hai più accettato i nostri incontri clandestini, mi hai detto che eri cresciuto, che avevi bisogno di evolverti, di fare qualcosa di buono nella tua vita. Io ti volevo qui rinchiuso, con me, con i gatti, i pesciolini rossi, con John Coltrane e i pini di Aleppo, ti volevo alla Tonnara, senza che nessuno ci beccasse, neanche il tempo. Ma te ne sei andato e forse è stata una benedizione per te. In me non c’è nulla di buono, solo agonia, dolore, pessimismo cosmico. Avrei voluto averti tra le mie cosce un’ultima volta, sentire le tue mani sulla mia pelle rovente, godere all’infinito, senza conoscere nomi, dinamiche, smembrati e ricomposti per il piacere, ma alla fine di quel corridoio c’era una porta e te ne sei andato senza dirmi più nulla.

Angry day

Standard

Ci ritroviamo sempre allo stesso punto, non riesco a vedere la fine della galleria, è un ripiombarci continuo, è toccare l’idolo d’oro e tornare indietro, calpestare il prato in salita, pieno zeppo di fiorellini di campo ed essere inondati improvvisamente di acqua stagnante, senza poter avere la forza di rialzarsi, perché il fango ti tira giù, e la melma ti si avvinghia, senza poter urlare perché dalla tua bocca esce solo roba verdastra, e tu ti senti sporca e vuoi fare una doccia. Ci ritroviamo sempre allo stesso punto, senza aver mosso un passo, rigettati e respinti, il marciume ci dà una tregua di tanto in tanto, e siamo anche felici di crogiolarci su quell’oasi felice, ma la rabbia è lì, dietro l’angolo e sappiamo che ci farà visita prima o poi, ma l’incomprensione è lì, proprio dietro quella porta che teniamo serrata, e che evitiamo di guardare troppo, altrimenti si spalancherebbe in un batti baleno, cacciando fuori tutti i mostri e i fantasmi della nostra storia, come quell’ aggeggio acchiappafantasmi del miglior film di Reitman!
–Basta immagini nerd anni Ottanta, Fiamma! Stai parlando di cose serie, e non perdere il filo, concentrati!- La rabbia, potrebbe essere un buon pretesto? Dietro la scorza brillante della bellezza si cela tutta l’insicurezza della modernità, ed io mi sento così insicura a volte, che tento di aggrapparmi alla vita in tutti i sensi: graffiandola, afferrandola, sradicandola, pretendendola. Eccoci qui, il soffitto della mia stanza, la mia stanza troppo cresciuta per me, che mi dice di andar via, di scappare il più lontano possibile,
Ancora profumo di tonno e basilico, sabato ho fumato un pacchetto di sigarette, ho fumato troppo, ogni sigaretta accesa era un inganno al mio cervello, al quale ripetevo: -Fiamma non stai fumando, è solo l’ultima, poi domani ti bevi acqua e limone e ti depuri, adesso goditela, non pensarci-
Troppe volte, mi sono detta: “è l’ultima volta”, “non lo farò più”, i buoni propositi, le scelte giuste, il rigare dritto, l’espiazione, la disintossicazione dell’anima, la purificazione, l’ordine, la famiglia, la gente da tenere alla larga, gli equilibri funanboleschi, l’apparenza, il matrimonio, la vita strampalata, i viaggi in giro per il mondo, l’incompatibilità con l’ordinario, la consapevolezza che un bel giorno avrai la tua cucina e inizierai a cucinare tutti i giorni, già, a cucinare tutti i giorni!
Non vedevo Yannick da un paio di mesi, era sopravvissuto alla lontananza, sempre biondo, occhi azzurri, era giallo a dire il vero, ed io troppo nera, troppo terrona, vicino a lui mi vedevo come una provinciale che si metteva i vestiti buoni per la domenica, mi vedevo una bracciante che raccoglieva pomodori d’estate a 50 centesimi l’ora, che ne so, ma ci piacevamo, ed io gli corsi incontro, aprendo il cancelletto di fretta e furia, perché temevo che cambiasse idea e riprendesse la nave e mi lasciasse da sola, tanto riesaminerò tutto a settembre, adesso è estate e non ci voglio pensare. Non riconoscevo la Tonnara, non era più quella dell’anno passato, aveva assunto i connotati di una vecchia megera, che se ne stava rintanata in un angolo a cucire e a parlar male di me, cercavo di ignorarla, ma niente, me la ritrovavo in quel piccolo cubicolo che si era ritagliata, a farfugliare parole senza senso, una volta si punse con l’ago, e io quasi di scatto, come se stessi aspettando un suo cenno di esistenza, le porsi subito un fazzoletto, un fazzoletto bianco sul quale non vidi cadere neanche una goccia di sangue. Lasciai la cucina a Yannick, cucinava sempre lui quando veniva a trovarmi, come un rituale: apparecchiava, metteva l’acqua sul fuoco e mi versava un bicchiere di Passito, ed io me ne stavo seduta vicino la megera, fumando una sigaretta, e indirizzandole il fumo in faccia. Guardare gli uomini prima di “consumare” mi ha sempre eccitato, cerco di concentrarmi, scatto una fotografia, un percorso da seguire per arrivare al mio orgasmo.
-La vedo diversa la Tonnara, hai fatto dei lavori?-
-Anch’io la trovo diversa, l’estate ci mette tempo a carburare, ti aspetti sempre che prenda una piega immediata, e invece…-
-Ultimamente non ho molta voglia di scopare, lo sai?-
-Questo è grave, ho preso una nave, per copulare con te, che storia è questa?-
Yannick, sghignazzava a fior di pelle, mentre mi sbaciucchiava il collo.
-Adesso stai pensando alle tue situazioni sospese: Luca, Robi, il Panettiere, a proposito hai preso le focacce al tonno e pesto?-
-Te ne sei andato in Thailandia, Yannick, mi hai lasciato da sola-
-Che potevo fare? Tu vuoi il pacchetto completo:sesso sfrenato più volte al giorno, l’esclusiva sul gender, vita a due, figli, l’anellino… poi stavi con Robi, io c’ho provato spudoratamente, poi sono partito per altri lidi-
Risi, di una risata sconnessa e grassa, come se avessi bevuto un bicchiere d’acqua e l’avessi sputato di colpo.
-Yannick, ti ricordo che alla quarta volta in una giornata, mi pregasti di farti una bistecca al sangue! E comunque hai apprezzato questi lidi? Erano piacenti? Accoglienti? La prospettiva era profonda? Riuscivi a scorgerne il mare, da lontano?-
-Conosci il soggetto, ha solo un bel culo, ho dovuto integrare l’amplesso con scenari opzionali, mi si abbassava in itinere, Fiamma!
-Aglia! Non va bene!
-Capitolo chiuso, comunque, sono qui con te, adesso, perché sei sempre tu il mio approdo sicuro, la mia isola felice, la mia Venere mora di Botticelli, la sinuosa Fiamma che illumina la mia vita.
Yannick, affondò la testa tra le mie cosce, tirandomi per i fianchi e annusando i miei umori, mi alzai dalla sedia, la megera ci stava guardando e dovevo spegnere la sigaretta.
Start and rewind, senza passare per lo stop, di corsa, ecco la mia vita sentimentale, la mia irrequietezza, la mia febbrile pruriginosa voglia di sesso, il mio chiodo fisso, il primo pensiero della mattina, prima del caffè, della sigaretta, della pipì.
-Mi devo dare una calmata, ho pensato di farmi rinchiudere in una di quelle cliniche per un rehab, che ne dici? –
– Io ti lascio parlare, sfogati, ti faccio da psicologo, fa parte della nostra routine, è quasi pronta la pasta, andiamo a mangiare, dai.-
-Ci manca il sale-
-Cavolo!-
-Non sei italiano, è normale-
Ci stendemmo sulle sdraio fuori al patio, dormimmo per un tempo imprecisato, io mi risvegliai di soprassalto, feci un sogno pazzesco, ero circondata di topi, ratti grassi e feroci che volevano assalirmi, come l’orda pestifera di un pifferaio magico al contrario, – E basta coi pifferi, Fiamma!- In verità era la megera a guidarli contro di me, ed erano neri, e riuscivo a vederne i denti affilati. –Brutta stronza di una megera- le urlai, mentre correvo a gambe levate.
– Fiamma, tutto bene? Chi è la stronza megera?-
-Andiamo al mare va Yannick, ho bevuto troppo Passito-
La golden hour, l’ora d’oro del tramonto, della luce fantastica, Fiamma riusciva ad essere perfettamente in simbiosi con quella luce, perché era fatta della stessa sostanza del sole, del calore, del giallo dei capelli di Yannick, del tepore di Miss Pat.
Mi misi a tette di fuori, la spiaggia era deserta, l’acqua era calda, avevo le mutandine, facemmo una corsa senza mettere il costume, Yannick si fece largo fra quella tavola d’olio, sembrava un alligatore, una manta, un pesce che stava per agguantare la sua preda, mi venne da dietro, tirandomi i capelli.
-Oggi lo vuoi così, lo sento-
Sentivo il suo membro già pronto, lo toccavo, inarcai il culo, le mutandine ormai erano perdute per sempre nel mediterraneo, mi afferrò i fianchi, spinsi la testa contro la sua, lo sentivo tantissimo, con la mano mi stimolava il grilletto fatato, e con l’altra mi tirava un capezzolo.
Per le spinte, i miei piedi fecero un fosso nella sabbia, Yannick mi morse il collo, farneticava in un anglo-greco incomprensibile. Ammetto, fu difficile gestire quell’onda lunga post orgasmo, mi sentivo come se volessi uscire dal mio corpo, ma c’era una tenaglia che mi teneva giù, e quella tenaglia era robusta, forte, sicura, non mi avrebbe mollato facilmente, non credo.
Ci abbandonammo nudi sulla battigia, provati, ancora caldi, restammo in silenzio, mi trascinai ai pantaloncini per una sigaretta, -basta fumare, domani acqua e limone, domani dieta, domani niente sesso, purificazione, vita monastica-
-Fiamma, stop ok! I tuo pensieri fanno troppo rumore-
-Che dici, dopo passiamo dal panettiere? Prendiamo le focacce calde al pesto e tonno? Gnam!
Ecco! Mi scottai con l’accendino, come al solito.

©VivienneLaNuit

The Rolling Stones, Paint It Black, Aftermath, Decca 1966.

LA MIA DROGA SI CHIAMA FIAMMA

Standard

Lo so è da scribacchini improvvisati citare Hemingway attraverso Woody Allen, ma l’altra sera guardando Midnight in Paris, ho riflettuto sulle parole di Papa: la scrittura deve essere onesta, e vera, e coraggiosa e leale. Come quando hai davanti un cervo e devi spararlo con un colpo solo, il cervo non può difendersi, e allora non è leale bersagliarlo di colpi, non è giusto, non si fa. Ho parafrasato anche Cimino, e qualche volta mi sento anche io come una cacciatrice, ma chissà perché al femminile, la parola assumi connotati maliziosi, furbetti e volpini. Sai quanti racconti da cacciatrice potrei tirar fuori dal cilindro? E allora mi sono messa a scrivere, su questo foglio bianco, citandoli, riprendendo i loro passi e le loro riflessioni, alla disperata ricerca dell’estro. È in questo dedalo di viuzze e labirinti che di tanto in tanto cerco la mia ispirazione e comincio a scrivere, partendo da una frase, da un ricordo, perfino da un profumo, ma lasciamo perdere i profumi, sono ingannatori e portano sempre su sentieri sbagliati.

Cerco di tessere una tela, di comporre un puzzle, non so ancora dove mi stia portando questo filo, ma voglio seguirlo, e roba così. È stata una settimana pesante, scrittura vera e onesta. Annaspo sul divano blu, non riesco a trovare i suoi cuscini, la stanchezza è tanta che mi sembra di scalare una montagna, c’è poco ossigeno, mi sto solo stendendo, eppure non riesco a farlo. Un senso di inquietudine mi assale, con una mano mi allungo verso il cellulare: niente, neppure un messaggio, una faccina, un piccolo cenno del tipo: sai esisto.

Nessun dolore aveva provato Fiamma quel sabato sera. Il sabato è una giornata particolare, ti aspetti chissà che cosa, chissà quale evento e mutazione, invece te ne stai lì a prepararti, ad agghindarti, a farti bella, per poi non fare nulla; quando ti riaccompagna a casa ti senti ancora più sola, con la domenica che ti fiata sul collo e ti ricorda che hai solo una manciata di ore d’aria al mattino, prima di sprofondare in quegli insopportabili e fastidiosissimi pomeriggi domenicali, delle tavolate, delle partite e delle cinture allentate dei pantaloni. Giornate inutili. L’evasione? Luca era un po’ che non si faceva sentire. Due settimane erano troppe senza di lui, troppe. Si, l’aveva incontrato a piazza Bellini, ma avevano bevuto solo un caffé, lui era troppo indaffarato con il lavoro e poi era in compagnia della secca biondina e coi denti storti, che rideva in modo sincopato, ad ogni sua cazzata. Lui aveva bisogno di una donna così, di una cagnolina, piccola e tenera da accarezzare quando gli andava! Ma aveva bisogno anche di una gatta, indipendente e  schiva, che si faceva viva quando le andava. Fiamma stava dando di matto per l’ennesima volta, perché lui spariva, perché lei accettava le sue scopate clandestine, perché sembrava asettico ogni volta che gli rivelava una sua avventura. Aria del sabato sera.

Cerco di districare la matassa ogni volta che lo rivedo, come un rituale, come una Penelope al contrario, dove Ulisse è già a Itaca, e dove i Proci aspettano fuori la porta. Una Penelope perpetua.  Giochiamo alla roulette russa, ogni volta, ed ogni volta becco il colpo. A volte, credo di essere come la maggior parte delle donne: fragile, insicura, bisognosa di affetto, di complimenti, di attenzioni. A volte, mi viene voglia di togliermi la maschera della: tosta-che-non-ha-bisogno-degli-uomini. Di quella che sa tutto. Tutto di musica, tutto di narrativa, tutto ci cinema. La verità è che tento di nascondere il mio essere di cristallo, civettuola, sempliciotta, che va in panico se si vede brutta, che va in panico se non ha un orgasmo, che va in panico se Luca o Robi, o qualsiasi altro uomo X non la guarda con occhi da leone. Che noia. Mi chiedo se bisogna sempre dare il massimo? Non rivoltare la frittata al qualunquismo, Fiamma, hai detto che ti senti scontata a volte? E ammettilo.

Dicono che lo scorpione possa suicidarsi, e addirittura lo faccia per sbaglio. Il suo lungo pungiglione gli si inarca verso la schiena e muore, così, per errore, in silenzio, esce di scena, senza avere intenzione di morire. Sfoglio pigramente  l’oroscopo di qualche rivista patinata, chiassosa e colorata, sono dal parrucchiere e leggo, cercando ardentemente quale sia la chiave del successo nella vita, la pietra filosofale, la fonte dell’eterna giovinezza e l’Eldorado, e così via, tutto il repertorio. Mentre leggo, mi immagino come una cartomante, negromante, zingara, ma sì, anche un po’ fattucchiera. Sono alla continua ricerca di pozioni e di elisir d’amore. Sono una fan dell’avanscoperta di mondi paralleli, alternativi alla vita, migliori forse, ma sicuramente vergini, incontaminati e meritevoli di essere esplorati. Sfogliando quelle pagine volgari, goderecce e grottesche mi ritrovo catapultata in un orizzonte costellato di successi, di amori estivi e saturno contro, di quattrini racimolati per caso e colpi di fortuna. Ricordo del Millennium Bug, i più audaci asserivano di vedere la fine del mondo, di assistere al countdown della storia; non capitò nulla e posso dire che ci rimasi molto male. Ho sempre una certa sensibilità verso le evoluzioni, i cambiamenti, sono una studiosa attenta dei giri di boa,  inconsciamente sono come quello scorpione che senza neppure saperlo si dà la morte, senza volerlo, ecco, licenziamolo così, ma in realtà, lui, non lo fa apposta, lui, non vuole morire. Sono autodistruttiva a volte, quando mi sento “accerchiata” faccio harakiri e passo a miglior vita. Muoia Sansone con tutti i Filistei dico a me stessa. Non riesco ad essere ipocrita con lei, non con quella Fiamma di luce e calore che abita dentro di me, non posso, non voglio.

Non apprezzo le mezze paroline, le frasi dette a metà, i giri e i giretti. Sono chiara e trasparente, di una lealtà ironica, però, che sa trovare il punto debole di ogni suo interlocutore in meno di una manciata di minuti. Come la migliore delle veggenti riesco a prevedere cosa accadrà, come si comporterà, io guido, ed io gli tengo la mano, come una Circe o come una Didone, ma senza sensi di colpa, senza soccombergli, a prescindere, se poi finisco i miei giorni in modo pulp, punta per caso dal veleno del pungiglione, beh, vuol dire che sono stata sconfitta dal più acerrimo dei miei nemici: la sfiga. L’ultimo sabato sera con lui è stato tremendo, mi mancava l’aria, non per la sua compagnia, alla fine l’avevo chiamato io, faccio sempre tutto io, io lo cerco, ed io lo scopo, in un mea culpa costante, mi ritrovo ad assumermi tutte le responsabilità del nostro strampalato rapporto.

Il desiderio è sempre fortissimo tra noi, ma siamo due sconosciuti in fondo. Ripenso sempre a Ultimo tango a Parigi: due persone anonime, due perfetti sconosciuti, che si incontrano per caso in un appartamento e decidono di intrattenere una liaçon sessuale, così, senza neppure conoscere il proprio nome. Metti una pietra sopra, stop, chiudi la porta e getta la chiave a mare, insomma prendi una decisione. Sono di nuovo intrappolata, accerchiata, non riesco a darmi una risposta, il tempo mi aiuterà, deve aiutarci. Sono in preda ad un disturbo borderline della personalità, sono partita con uno scorpione e me ne ritorno a casa da sola. Amore che vieni e amore che vai, perduto in novembre o col vento d’estate. Voglio un cambiamento, eppure sto sempre qui, ho manie di grandezza parlando dell’onestà intellettuale, della lealtà, del mio essere franca, eppure mi comporto in modo fragile e insicuro. Sì, ho paura dell’abbandono, ma penso anche che semmai Luca dovesse comportarsi come Paul, sarei pronta a ballare ancora con lui, ma per l’ultima volta.

Camminavo verso casa, nel pomeriggio umido, infreddolita e stanca. Camminavo a passo svelto, non volevo beccare nessuno, non mi andava di parlare con nessuno. Avevo le labbra screpolate dal freddo, i capelli sconvolti dal vento e il trucco inesistente, volevo il mio divano blu, il mio bagnoschiuma al sandalo e le mie erbe. Le mie insicurezze mi afferravano per le braccia e mi tiravano indietro, ma io caparbiamente le strattonavo e tiravo dritta, per quel vialone immenso del tramonto, veloce, fino alla metro. Da un po’ era ritornato l’esserino, aveva montato una tendina, con tanto di frigo e zanzariera, lo stronzetto. Adesso lo vedevo da lontano seduto su una sdraio a bere Coca Cola ghiacciata, sorridermi e dirmi: “toh, guarda chi si rivede, la troietta incartapecorita mollata ancora da Luca. Adesso sostava in pianta stabile nel mio orecchio destro. Io non gli davo corda.

Non vedevo l’ora di sentire il clak della serratura, e gettare tutte le cianfrusaglie accumulate della giornata sul mobile in tek dell’ingresso. E invece ti vedo, come un fantasma, un riflesso in uno specchio, una proiezione di me. Te ne stavi a sfoderare quel tuo cinico sorriso, con l’ennesima biondina slavata e insipida, nell’insopportabile baretto dell’happy hour. Una lama mi trafigge. Come un flashback rivedo la nostra storia e tu sei accanto a me, e mi tieni la mano, oppure io e te siamo affacciati ad un finestra qualsiasi e guardiamo il nostro appartamento da lontano, riconoscendoci nella nostra routine. Conoscevo quello sguardo da lupo e da leone, da iena e da gattone.

Lo conoscevo fin troppo bene; era il tuo periodo rosa, stavi cavalcando l’onda giusta, insieme a quel bianco immacolato, avevo visto il rosso e il nero, avevo visto caderci a gocce, come lacrime, le mie lacrime. Ti vedevo dietro il vetro, come una mendicante, appiccicata ad una vetrina ricolma di dolci. La vetrina è quella di una pasticceria parigina, e i dolcetti sono confezionati con merletti e nastrini di perline. Ricordai di quando tu, eri confezionato per me, ricordai di quando io ti scartavo, velocemente, altrimenti mi passava la voglia, quando il sabato mattina mi passavi a prendere e iniziavamo in macchina, per finire il lunedì mattina.

Cosa iniziavamo e cosa finivamo? Sembrava una cosa facile, sembrava facile avere dei figli. Li facevano tutti: due, tre, io non ci riuscivo, mi sembrava una cosa lontana, distante da me, un pensiero straniante. Come se se fossi condannata a trascorrere il miei giorni da spettatrice, e nel frattempo le attrici delle pubblicità prèmaman, mi avevano raggiunto con l’età. Ed io che mi sentivo ancora piccola, ancora giovane, c’è tempo, mi ripetevo come una litania. Nascondo la testa sotto la sabbia e nego l’evidenza.

Finalmente raggiungo il portone, metto la chiave nella serratura, il mio istinto di sopravvivenza mi imponeva di reagire, avevo di nuovo il controllo su me stessa, mi sentivo disinvolta, sicura, e avevo sbattuto dentro il cazzo di sgabuzzino tutti i problemi. Volevo divertirmi, darmi, avevo bisogno di una dose, della mia dose di Robi, adesso. Finalmente a casa, corro in bagno, accendo qualche candela, apro il rubinetto della vasca, mi spoglio velocemente, getto tutto all’aria, mi immergo nell’acqua calda, ripenso a quel mio modo di reagire con te, a quel mio modo di risponderti pilotando il discorso sul banale e sul sempliciotto, facendo l’ochetta a volte, e pregandoti di risolvere qualche problema al mio pc. Poi litigavamo, scomparivi per qualche settimana, ma tu sapevi che senza un uomo la sottoscritta non ci sapeva stare. Basta pensare, Fiamma! E allora prendo il telefono, cerco Robi sulla rubrica, lo chiamo devo sentire la sua voce, non riesco a stare ferma, stringo le gambe. Non risponde. Mi sono rilassata, l’accappatoio caldo prolunga la sensazione di calore, mi preparo una tisana, non so perché ricorra a questo modo di fare New Age, forse perché devo essere originale anche quando mi preparo la matricaria chamomilla.

Mi slegò il laccio dell’accappatoio, mi cinse a sé, facendomi sentire le sue unghie sui fianchi, unghie che muoveva à flor da pele, su e giù. Sapeva come fare, bastava così poco per farmi andare su di giri. Le sue mani pian piano si facevano spazio sul mio corpo, ancora umido, ancora caldo. Strofinai le mie labbra sul suo collo ruvido di barba, profumato di Roma, di uomo, di sesso. Aspiro, piccoli bacetti risalgono ora verso il retro dell’orecchio, gli piace, lo sento già duro, duro per me, duro grazie a me, e che spinge verso di me. Con le mani gli accarezzo la nuca, lo tiro indietro afferrando qualche capello tra le mie dita, voglio la sua bocca, lo bacio, avidamente, sempre, come se non ci fosse un domani, sempre, come se quello fosse l’ultimo bacio.

Non so, ma questi pensieri apocalittici mi fanno sentire più sicura e più ricettiva al piacere, predisposta a lasciarmi andare. Robi, è avvinghiato, ora mi prende i seni, io non riesco a non muovere il bacino, che vuole le sue mani, la sua lingua e il suo cazzo. Sento la sua bocca piena di loro, succhia il capezzolo sinistro, quello più sensibile, lui lo sa, e mi eccita questa conoscenza, mi fa eccitare più dell’atto in sé, Robi conosceva la mappa, e riusciva sempre a trovare la X. Ma se mai ci fosse stato qualche intoppo, l’avrei guidato io. Non so come, mi ritrovo a terra, a gambe aperte e i piedi poggiati ai lati della porta della cucina, Robi mi prende le braccia, me le mantiene lunghe sopra la mia testa e mi guarda negli occhi, l’accappatoio aperto, io completamente nuda, riprende a succhiare il seno, quello destro adesso, voglio fargli anche io qualcosa, ma non riesco a muovermi, non faccio altro che alzare la testa, elemosinando la sua bocca.

 viviennelanuit©

John Wesley Tears?1993 Acrylic in colors, on Aquarelle Arches paper