July da continuare

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A via dei Gelsi si camminava al buio di notte, non c’erano lampioni, non passavano macchine, le coppiette si appartavano furtive su una panchina, dietro qualche cespuglio. Percorrevo quella stradina quasi tutte le sere, dopo aver fatto la spesa. La bicicletta la sentivo pesante, perché era un po’ in salita, e le buste di certo non mi aiutavano nell’impresa, ma a piedi procedevo lentamente, respirando piano e lasciando correre solo la mia immaginazione. Mi sentivo bene, era un periodo sereno, avevo ripreso a leggere, a scrivere, ad ascoltare musica e i grilli nella mia testa avevano traslocato. Pensavo a quanto fosse buio il mondo nel medioevo, e di come l’uomo fosse misura egli stesso dello spazio e del tempo. Mi sentivo anch’io così: come un viandante con bisaccia e bordone, camminare su un sentiero sconosciuto, o forse come un pellegrino alla ricerca della fede. Quale fede? L’avevo rinchiusa in un sottoscala umido, dove non riesci ad arrivare alla fine, perché il muro te lo impedisce, io tento almeno di toccarla, ma le pareti mi sovrastano e torno indietro fino ad uscire dalla porta di quel ripostiglio, dove ho accantonato la fede, l’amore, il sesso, la solitudine, la disperazione, l’ansia, la paura e la morte. A turno qualcuno scappa e mi cattura, ma io riesco sempre a rinchiuderlo di nuovo lì dentro, a volte, mi capita di lasciare la porta socchiusa, altre volte la chiudo a doppia mandata.

Ho deciso di uscire stasera, apro la porta di casa mi avvio in cucina per posare la spesa, do da mangiare ai pesciolini, annaffio le piantine sul davanzale, mangio un biscotto, già si sentono le cicale, Mrs Maude mi saluta dal giardino, chissà che stanno combinando quei due matti, quasi quasi mi faccio dare un po’ di erba, ma no, ho voglia di alcol stasera e so già con chi bere. Sbrigo in fretta alcune faccende in cucina e scatto di sopra, apro l’armadio: tacchi, minigonna e camicetta di jeans aderente, andata. Poggio sul letto i vestiti, scelgo anche un reggiseno blu trasparente in pizzo con mutandine coordinate. Mi butto sotto la doccia, l’acqua calda mi dà un timido cenno del calore delle ore successive, crema al pathouli, mi piastro i capelli, poco trucco, già sono abbronzata, metto solo il rossetto rosso e un po’ di mascara, prendo la macchina, vado i paese, ti vedo poco lontano che chiudi il negozio, scendo dalla macchina, chiudo lo sportello, mi siedo sul cofano, gambe accavallate, capelli lunghi sciolti di lato, ti faccio il segno della pace e ti sorrido, tu abbassi lo sguardo, pensi io sia incorreggibile, e lo so, l’ultima volta avevamo litigato, avevo sbattuto la porta, ti avevo detto le peggiori mostruosità della terra mentre eri seduto sul letto con la testa fra le mani e in lacrime.

Oggi stai bene? Sei diversa, e mi hai cercato, Fiamma quanti alti e bassi. Dovrei dirti di no. Mi sento sola, stai con me stasera, dai, ti chiedo scusa, sono una stronza egoista, tu puoi scopare con chi vuoi lo sai, non ti metto freni, ma voglio un po’ di compagnia, e faccio cose strane quando sto così, ti conosco, mi fido, sei il mio approdo sicuro. Gli accarezzavo le guance, era caldo per via del forno, profumava di pane, le mani ruvide, la barba accennata, gli occhi stanchi, le labbra morbide che mi sussurravano desiderio. Quel pomo di Adamo, non riuscivo a distogliere lo sguardo da quel punto. Volevo farlo felice, farlo godere, volevo rendermi inconsciamente indispensabile per lui.

Quante parole, perché? Dobbiamo combattere con giorni buoni e con giorni cattivi, sono depressa, come nelle migliori delle dipendenze sono felice quando mi faccio, quando mi faccio di te, Panettiere. Dai caruggi isolani, le persone affollavano lungomare Battellieri, le belle facciate settecentesche mi ispiravano sicurezza, dopotutto stavano lì da molto tempo, non erano crollate e non si erano rovinate, forse l’intonaco era un po’ sbiadito, ma reggevano e mostravano tutta la loro bellezza, ma allora, perché io mi sentivo erosa dal mare e dalla salsedine? Mi toccavo la pelle e sentivo solo il sale, e non vedevo l’ora di buttarmi addosso dell’acqua dolce. E se venisse la peste o il vaiolo a seppellirci? Ci hai pensato? Ride. Avevo caldo, mi sbottono la camicetta , mentre bevo il vino. Mi accendo un’altra sigaretta, prendo un’altra bottiglia di vino, stanno uscendo tutti dal ripostiglio, non riesco a fermarli, spingo la porta con tutto il peso del corpo, non mi aiuti. Riesco a controllarmi, non sei in prigione Fiamma, puoi sempre andare a Varanasi. Panettiere guida la mia macchina, aveva bevuto un bel po’ anche lui, io cercavo solo di respirare lentamente, stanno rientrando tutti, bene. Respiro a bocca aperta, faccio entrare aria nello stomaco. Maestrale, Scirocco, tu non sarai mai preda dei venti. Panettiere, inizia a baciarmi in macchina, mi mette una mano tra le cosce, apre la camicetta, succhia il capezzolo sinistro,c’è troppa lingua, troppa saliva, non così, più piano. Entriamo in casa, accendo qualche candela, apro un’altra bottiglia, accenno qualche danza, sei seduto, ti sbottoni i jeans, mi tolgo le scarpe, mi abbasso la minigonna, mi sbottono la camicia, resto in mutande e reggiseno e bevo dalla bottiglia.

MIDNIGHT IN SAMOTHRAKI

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Noleggiammo un pulmino piccolo e partimmo. Luca passò puntuale sotto casa, scese e mi raggiunse al portone aiutandomi con lo zaino. Portai con me poche cose: qualche jeans, due magliettine, un paio di sandali con un tacco vertiginoso e due gonne, era chiaro che il “poche cose” fosse ironico, lo spazio se lo mangiava tutto il beauty case, tra creme solari, spazzole e asciugacapelli, e soprattutto l’intimo, come qualche completino sexy afferrato in fretta e furia, che mi ricordava che ero una donna! In quel pulmino non si respirava, faceva un caldo asfissiante. Vidi da lontano Robi, vestito come un samurai dello shogunato Kamakurai: capelli legati a chignon, sandali alla schiava, camicia lunga a scollo marocchino, con un numero imprecisabile di collanine di perline, aggrovigliate al collo.
– Ma tu guarda come si è conciato! –
– Per me è un dio greco! –
– Io fino a Samothraki non lo porto! Ti avverto! –
– Carina la minigonna! Ti si vede il culo lo sai? Nell’attesa di quello, afferro un po’di carne, però!-
Robi, mi salutò con il suo personalissimo “saperci fare marpione!”, agguantando in una morsa il mio interno coscia sinistro.
La nave sarebbe salpata alle venti da Brindisi, dovevamo farci un attimo mezza Italia, e stavamo già in ritardo mostruoso sulla tabella di marcia. Per forza! Dovevamo raccogliere in giro per Roma “a mo’ di sacchi di patate” tutti gli altri partecipanti al “voyage”, non come la sottoscritta, che con uno zaino di trenta chili, si era presa l’Inter City da Napoli! Ed era partita il giorno prima per casa di nonna! Carola, entrò borbottando e inveendo contro il caldo, cominciò a parlare di quel maledetto esame di filosofia teoretica, e non la smise almeno fino a Canosa, Valentina aveva le mestruazioni e doveva fermarsi ogni mezz’ora in autogrill, per fare scorta di caramelle alla menta e Gatorade, mentre Paolo, collassò sul sediolino reduce da una 72h di Rolemaster no stop! Io e Robi, avevamo la fase rosa, avevamo ripreso a frequentarci, lui era in modalità super-romanticone-che-vuole-scopare, mentre io ero nel periodo dolcezza-e-bisogno-di-stabilità-affettiva-cercasi! La destinazione era il festival Trance Music più importante d’Europa, ai piedi del Santuario dei grandi dèi di Samotracia, proprio sotto il monte Fengari. Io non ero-tanto-per-la-quale, e dal momento che non facevo parte delle schiera delle divinità Ctonie, non mi andava di ballare per 48h di fila, sicuramente avrei preferito una vacanza più tranquilla, magari alle terme, bevendo succhi di frutta! Avrei voluto svegliarmi all’alba in una stanza che seguiva i principi del Feng Shui, e non in una tenda a 40°, avrei voluto essere avvolta da accappatoi bianchi e profumati al sapone di Marsiglia, fare colazione con brioche alla marmellata di mirtilli, essere illuminata da candele alla vaniglia, e morire su di un lettino facendomi massaggiare con olio di mandorle.
L’idea di sballarmi non era nei miei piani, e neanche in quelli di Robi, ma Luca e Carola erano agguerritissimi! Come in un libro, di cui già sapevamo il finale, Paolo si sarebbe rinchiuso in un internet point a giocare a EveOnline, Valentina avrebbe copulato tutto il tempo con l’olandese conosciuto l’estate scorsa a Rotterdam, e i “due dello zoo di Berlino”, beh, sapevamo che “trance” gli si prospettasse, restavamo quindi, solo io e Robi, unici depositari di quell’agosto del 2000, e in effetti ci caricammo di responsabilità. Giungemmo al porto di Igoumenitsa, dopo una “traversata” di otto ore e mare forza 9, tra vomiti, rigurgiti di gyros, l’umidità a mille, cervicali e mal di testa, sacchi a pelo volati in mare e il miglior cunnilingus che Robi mi avesse mai fatto provare! Arrivammo ad Hellas, la bandiera greca ci accoglieva, mentre noi da lontano la salutammo con un delizioso Kataifi.
Voglio Parlare degli uomini timidi, delle loro pulsioni sessuali, della loro gestione, del loro modo di godere e delle loro inibizioni. Anche gli uomini diventano rossi in viso, anche loro hanno mille ansie e inibizioni, mezze parole e frasi a metà, “vorrei ma non posso”, anche loro ti sfiorano la mano per sbaglio, e ti parlano del tempo ballerino.
– Fiamma, che ansia! –
Quante volte me l’hanno detto! Non ho mai preteso che fosse il contrario, non ho mai cercato di nascondere la mia “voglia matta”, non mi sono mai mostrata inibita, seppur discretamente abbia cercato le tue dita, o la tua lingua, o il tuo cazzo. Non si tratta di fare la gatta morta, la santarellina, l’ochetta o la svampita, no! Diciamo che fiuto la situazione, studio l’atmosfera, i profumi, la tua espressione, il tuo grado di eccitazione, io non faccio nulla, sono solo sguardi, bocche, labbra, umori che si mescolano per l’amplesso. Niente prevaricazioni, solo amore.
Fiamma è irruente, di una irruenza maliziosa, dolce e sexy; è intelligente nel suo modo di approcciare, di carpire il momento, l’attimo giusto e i famosi “tempi dell’amore”. Robi era un ragazzo timido, me ne accorsi quando mi comprò il secondo kataifi sulla nave, e notai il suo imbarazzo, un disagio che trasmise anche a me, perché mi guardò tutto rosso, e io allora pensai subito a me stessa, e alla posa plastica che avevo assunto un secondo prima nella cabina degli outsider Carola e Luca, ( i nobili decaduti come loro, mica dormivano come profughi come noi! Eh!) seduta sul letto, a cosce aperte e con le gambe poggiate sulle sue spalle. Entrammo di nascosto, come due ladri, ladri di amore, senza parlare. Mi stesi sul letto minuscolo della cabina, spostai gli asciugamani freschi di bucato, quelle saponette piccoline che ti danno negli alberghi, restai senza fiato, mentre aveva i miei seni in bocca, mentre li leccava, mentre con il palmo della mano me li stuzzicava senza andarci troppo pesante.
– Perché mi stai fissando? –
– Perché mi eccita-
Mi prese allora i seni violentemente, cingendo il capezzolo con il pollice e il medio, guardandomi, senza mai smettere.
– Ho bisogno di te –
Non riuscivo a dire nulla, mi aiutò a spogliarmi, perché c’era troppo desiderio, avrei voluto rallentare quel momento all’infinito, eh già l’arte del rallentare, del raffreddare per poi ricominciare, l’arte di portarti sul precipizio e tirarti indietro, godere di quegli attimi eterni. A volte vorrei non venire per rimanere sempre in quell’Eden di piacere.
– Allora, avevo un buon sapore? –
Glielo chiesi di punto in bianco, mentre mangiavo il secondo baklava, e con il miele che mi colava sulla camicetta scomposta.
– Non posso fare a meno di quel sapore! –
Robi mostrava la sua timidezza solo quando non scopavamo, quando stavamo insieme ruggiva di passione, di ardore, ma quando non fornicavamo aveva questo aplomb da lord che mi dava sui nervi.
– Non riesco a dormire perché il mio letto è di fuoco –
– Ed io sarò la tua psyco killer, allora! –
Sbarcammo sani e appagati (almeno io), Robi si mise alla guida per Salonicco, dove ci aspettava Yannick.
– Tranquillo pubblico si era fatta anche l’anglo-greco, durante l’Erasmus a Basildon! –
– Sempre molto arguto e senza veli nelle tue conclusioni vero Esserino? Perché non ti suicidi gettandoti dal canale di Corinto, o da una Meteora? –
– Viene anche lui? E come farai con Robi? mi sa che glielo dovrai dire! –
Yannick era cambiato, era più cresciuto, maturo, aveva la barbetta lunga, i suoi occhi verdi erano sempre due piccoli fari luccicanti, il suo corpo era lo stesso di due anni fa, spalle larghe e muscolose, quello che bastava per far perdere la testa a Fiamma: spalle larghe, punto! Luca lo aveva invitato a trascorrere l’estate con noi, anche perché era greco e gli serviva un interprete per il festival.
– Ma che si era messo in testa? Di calarsi tutto l’Olimpo? –
Fiamma era perplessa, la vacanza stava prendendo una piega insolita e ambigua. Yannick abitava proprio nei pressi della grande Torre Bianca, e ci ospitò tutti, nel suo modestissimo attico da hippie de noantri! Non la smise di guardarmi per tutta la sera, lo vedevo da lontano seduto sulla poltrona, a cosce aperte bersi una birra e guardarmi, mi ricordo perfettamente a cosa fosse servita quella birra qualche anno prima, e lui stava esattamente su quella poltrona, ed io “concentrata” su di lui, ebbi bisogno di un sorso di birra gelata per l’occasione!
– Perché non ti sei fatta più sentire? –
– Sono tornata in Italia Yannick, come facevamo, lo sai che io da sola non ci so stare –
– Sì, lo so è il tuo “marchio di fabbrica”, “accendete Fiamma che al buio non ci sa stare!”–
– Perché non dormi con me stanotte? –
– Perché non sono sola –
– Non mi dire che ti stai scopando Robi? –
– Sì, ci sto scopando! –
Yannick non era timido, ma sfacciato, franco, fiero. Un tipico leone ascendente leone. Non dava se non riceveva, il rapporto con lui era del tipo dominatore-succube (in senso lato, ovviamente!) Io dovevo stare ferma, zitta, non potevo muovermi, una bambola gonfiabile, un trastullo e un giochino, geloso all’inverosimile non potevo mettermi una gonna, non potevo truccarmi, ci mancasse poco che mi facesse mettere il burka! Era un po’ pesante a dire il vero, ma l’idea di questa “possessione” seppur bonaria e gestibile mi eccitava, e lui recitava la parte. Io era la donnina di facili costumi, e lui il marito geloso (cornificato!).
– Chiudi gli occhi, e non aprirli fin quando non te lo dico io –
Era una sera fredda, la sciarpa mi avvolgeva tipo passamontagna, avevo un vestitino cortissimo sotto il parka e mi stavo congelando le gambe a Waterloo Road. Yannick mi fece entrare in una sorta di boudoir tappezzato di rosso, al centro dell’ingresso c’era un tavolino in stile Liberty, con dei pavoni stilizzati che lo sostenevano.
– Ancora pavoni, questo era un brutto segno! – pensai tra i denti.
– Hey, non mi avrai portato mica in un bordello? –
Era serissimo, non lo avevo mai visto così, in genere una risata se la faceva, anche se era un maniaco del controllo e voleva fare sempre il protagonista di ogni cosa, mi spiegò che era un club “particolare”, dove molte coppie andavano lì, per distrarsi e trascorrere una serata in piacevole compagnia. Una cosa normale, una semplice “divagazione su tema”. Si accedeva su invito, e la fauna che c’era lì, era tutt’altro che composta da casalinghe e casalinghi disperati! Erano tutti vestiti bene per cominciare, poi musica jazz di sottofondo, luci soffuse e alcol di calsse.
– Ho capito, stiamo sul set di Eyes Wide Shut! –
– Se fai ancora una battuta del genere ti accompagno a casa, non capisci che mi fai scendere tutto quando fai così? –
– Non credevo fossi così suscettibile alle mie battute! –
– Un’altra parola e ti riaccompagno! –
– Al limite me ne vado da sola! –
Ci dividemmo, ed io esplorai la Maison Rouge, non avevo la minima intenzione di farmi toccare da qualche sconosciuto, anche se l’idea mi riscaldava un pochino, ma non potevo, dopo Fiamma avrebbe davvero bruciato da qualche parte all’inferno, divorata come i figli di Cronos dai sensi di colpa. Uscii fuori la terrazza che dava su un giardinetto all’inglese, piccolo e curatissimo, sembrava un boschetto in miniatura. Mi stavo accendendo una sigaretta, non feci in tempo a prendere l’accendino che mi si piazzò davanti un uomo, credo sulla quarantina, non molto alto, vestito con una camicia bianca e un paio di jeans, mi resi conto di stare in quel luogo fisicamente, ma la mia mente era altrove, persa in un labirinto di rose appuntite, pensavo a tutti i film sul tema che avevo visto, e chiedevo a me stessa se non era il caso di prendere la borsetta e andare via a gambe levate!
– Sei nuova! Come mai alla Maison?-
– Sto con un mio amico, che non riesco a trovare, ma stavo per andar via. –
– Dicono tutti così! –
Con un sorrisino compiaciuto e ottimista per l’immediato futuro, diede un’occhiata al mio culo. Avevo “une petite robe noire”, aperta sulla schiena, con una collana di perline che scendeva fino alle natiche, scarpe alla schiava con supertacco, peccato che il parka rovinasse tutto, ma il signorino non aveva detto di portarmi alle “folli notti di Caligola!”, quindi non avevo “lucidato l’argenteria per bene!”
L’uomo misterioso mi offrì il suo accendino, avvicinandosi percepii il suo alito, che sapeva di menta fresca, aveva messo anche un dopobarba al sandalo! Aveva i capelli biondi, le lentiggini, e l’aria di un mezzadro del Kent!
– Sono mossa dalla curiosità, volevo bere e guardare una pecorina dal vivo, c’è qualcosa di sbagliato in questo? –
L’uomo scoppiò a ridere, io volevo solo che quello stronzo di Yannick mi riportasse a casa. Allungò una mano sui fianchi, ed io scivolai dalla parte opposta.
– Scusa mi aspettano –
Finalmente ritrovo Yannick, si stava abbottonando i pantaloni.
– Ti sei fatto fare un pompino? –
– Ma no che dici? E’ che non ti trovavo, ti ho cercata dappertutto –
– E hai pensato bene di farti fare spompinare da qualcuno!-
– Ma lo sai che io amo solo te, solo che tu non c’eri –
Fuori il balconcino pieno di anemoni e ciclamini, Fiamma ripensò a quella sera, e al fatto che non se la sentì di spingersi così oltre, così fuori dalle convenzioni, pensò che in fin dei conti era una ragazza ordinaria, che era timida, introversa e standardizzata, e che recitava la parte della tuttologa del cazzo! Pensò che era fragile, delicata e timorosa.
No, non volevo che Yannick trascorresse le vacanze con noi, a lui erano legato troppi ricordi negativi, con lui mi vedevo una donnina ordinaria, lui, non lo avevo in pugno, e non mi piaceva fare la seconda in panchina!

Yannick le cinse i fianchi e avvicinò le labbra al collo, se non fosse stato uno stronzo, quell’immagine di loro due, in rilievo, sullo sfondo dell’imponente Torre Bianca, poteva essere davvero la fotografia di un film in bianco e nero degli anni Quaranta. Un film dove Lauren Bacall abbracciava appassionatamente il suo Humphrey, vestita di un bellissimo abito lungo perlato che gli lasciava la schiena scoperta, con la sua immancabile sigaretta, serrata tra quelle superbe labbra rouge Chanel! Che gli sussurrava: – sono io che ti tengo in pugno, my dear! –

– Ma non ti manco neanche un pochino? –

Conosceva quella voce da brivido, conosceva le sue mani, che stavano facendosi largo sotto la minigonna, conosceva quel venir meno, quel “deporre le armi”, quella resa che il suo corpo dava, ogni volta che un uomo la toccava.

– Non farmi fare la troia, ti prego!-

– Voglio vedere la bandiera bianca, Fiamma! –

Fiamma si staccò di colpo, non voleva ricascarci, non voleva, punto. Yannick, si mise a braccia incrociate sul davanzale, si accese una sigaretta, imprecava in greco. Vedevo il suo cazzo duro dai pantaloncini da boxeur che si era messo, in quell’istante entrò Robi, era scalzo e in mutande, era tardi, mi chiese a che ora avessi intenzione di venire e letto.

– Non ti va, se vi raggiungo? –

– Sì, così ti becchi un pugno e perdi il tuo sorrisino da efebo! –

– Può capitare, non sarebbe la prima volta! A Basildon, non facevi così la puritana! Che ti è successo, eri una Fiamma viva, splendente, calda e accecante! –

Me ne andai a letto, bevendo il mio succo d’ananas. Mi sdraiai di fianco, Robi mi mise una mano sul culo e strinse, gli dissi di no, che avevo il ciclo, che non stavo bene. Non riuscivo a dormire, Carola e Luca scopavano come conigli, Paolo parlava in giapponese, con uno azzeccato di giochi on line, Yannick, era alla ricerca di un buco e lo trovò in Valentina. Neanche il tempo di rialzarmi dal letto, prendere Memorie di una Geisha, che già gli stava a toccare Miss Pat! Mentre sfogliavo le pagine, chiusi gli occhi, portai la testa all’indietro, respirai a fondo quell’aria salmastra, mi immaginavo seminuda a ballare sulla spiaggia di Stavros con Yannick che tentava di coprirmi con un accappatoio.

– Un altro fallimento, Fiamma, un’altra delusione, un altro uomo da tenere alla larga –

Io li ho amati tutti quegli uomini, tutti, nelle loro manie, nelle loro depressioni, nei loro complessi edipici, nelle loro costernazioni di fede, e nei loro amplessi liberatori. Li ho amati tutti nelle sere freddo d’inverno davanti al camino, quando mi vedevo brutta, quando ero giù di corda, quando mi dicevano che mi amavano, quando non riuscivo a stare da sola e mi bastava fare l’amore per ritornare come nuova, una Fiamma scintillante!

A Yannick piacevano anche gli uomini, non riuscivo ad accettarlo, avevo messo in conto il dovermi confrontare con il mondo femminile che se lo contendeva a suon di messaggini, telefonate e scopate che gli facevo credere essere clandestine, così lo stronzo si ricamava il quadretto hard da appendere, e gli veniva più duro! Lo avevo perdonato, ci eravamo perdonati, ma io ero troppo giovane, e confrontarmi, anche, con il mondo maschile era troppo, rischiavo di andare in tilt. La trasgressione, l’accettazione di certi Status Quo all’interno di una coppia sono difficili da gestire, si rischia il tracollo, la capitolazione. Ripetevo a me stessa di essere una stupida, di volere all’interno del mio mondo perfetto quel pizzico di sale che rendeva la vita meno noiosa, senza compromettermi. cazzo, con Yannick l’avevo vissuta sulla pellaccia la trasgressione, ma poi non mi andava a genio, ero insofferente, e lo vedevo come un deviato e un pervertito, che la sottoscritta chiamava nei periodi off!

Respirai a fondo, stendendo le gambe sulla sdraio, ascoltando l’eco del mare e seguendo il richiamo del sale. I ricordi era affacciati a quella Torre immacolata, mi chiamavano, urlavano il mio nome.

La pietà cosa può offrirti? Cosa può darti? Può renderti più ricca, più piena? Perché proviamo pietà?

Come nella sala d’attesa dal dentista. Quanto possono essere rivelatrici quelle ore. Fiamma stai ricominciando a farneticare? Mi guardavo assopita, e allo stesso tempo ben sveglia, un poster del Colosseo, Ora, il motivo sul perché negli studi medici ci fossero poster raffiguranti Capri, La Venere di Botticelli e la Laguna Veneta mi è sempre stato ignoto! E ripensai a quella frase, che lessi poco più che ventenne: Vos mea mentula deseruit, dolete, puellae, pedicat culum. Cunne superbe, vale. (Piangete ragazze, il mio cazzo vi ha abbandonato, ora incula culi. Fica superba, addio.)

No, non ho pietà per uno come te, che ha rubato il mio tempo, tempo che gli ho dedicato, tempo che pazientemente è stato scandito per te, in me, assecondando le tue inclinazioni, lasciandoti i tuoi spazi, anche se ti ho sempre visto, dietro le sbarre, come quella Pantera di Rilke, nera e riluttante ai soccorsi. Non ho più parole da versarti, ne sangue, solo veleno. Il trapano scolpiva i miei denti, e quel suono metallico e graffiante mi dava un nervoso, che avrei preso ben volentieri la cannula di quell’acquetta, per ficcargliela in gola, a quella specie di “apparato del Golgi” che mi teneva la bocca aperta! Che incubo del cavolo! I ricordi adesso stendevano i panni con le mollette da quella Torre Bianca.

Era il periodo in cui chiedevo la tesi all’università.

– Non puoi scegliere John Keats, è morto troppo giovane-

– Professore mi scusi, ma che sta dicendo? –

– Non puoi scegliere John Keats, è morto a venticinque anni, ventisei li avrebbe compiuti il trentuno ottobre del 1821, e lui è passato a miglior vita solo il 23 febbraio! –

Scesi le scale dell’ex convento seicentesco lentamente, erano di quelle scale lunghe, dove non potevi gestirne il ritmo, avete presente quando per scendere un gradino c’è bisogno di fare due passi? E tu ti scoordini? E rischi di inciampare e rotolarti? Però, cazzo, volevo correre su quelle scale, ma non potevo farlo, sennò rischiavo di cadere. Le scale della facoltà di Lettere erano così: ingestibili, rinchiuse nel tufo e nel granito, nel marmo e nei sampietrini. In qualche anfratto ci trovavi qualcuno a pomiciare, a fumare, a studiare. Quando mi addentravo in quei cunicoli il pomeriggio tardi, canticchiavo sempre The Rain Song, quel cortile era perfetto per Lady Goodiva, e per qualche bivacco di Hobbit!

Incontrai Yannick, camminava con Luca sottobraccio, e gli baciava l’orecchio.

– Ciao Fiamma, come stai? –

– La donna del mistero, scompari non ti fai più viva, e poi mi chiami per leccartela? Eh? Non si fa così! –

– Sei impegnato ad occupare la bocca con qualcos’altro, non voglio interferire, sai quanto sia discreta –

– Lo sappiamo, lo sappiamo – Mi canticchiarono in coro.

– Stasera ci sei? –

– Stasera ci sono-

Volevo stare con lui, sapevo che c’era anche Luca.

Per l’occasione misi una gonna cortissima, un po’aderente e con motivi tribali bianchi e neri, una maglietta larga che mi lasciava una spalla scoperta, scarpe basse, tipo espadrilles. Non misi il reggiseno, che tempi quando la mia terza coppa C stava su da sola! Capelli sciolti fino al sedere, lisci, una ciondolo con un gufetto e solo un po’ di rossetto. Yannick mi venne a prendere col motorino.

– Come faccio a salire! –

– Mi piace quando per strada ti vedono il culo! E io li ammicco!-

Fiamma ogni azione che hai compiuto, anche questa che stai accingendo a fare ha una spiegazione, che è chiara davanti a te, non è annebbiata e dettata dall’incoscienza, no, è diafana ai tuoi occhi, limpida al tatto, melodiosa nei tuoi timpani, ambrata alle tue narici e speziata sulla tua lingua. Stavo vaneggiando, sarà stato il cicchetto di rum e pera bevuto d’un colpo prima di uscire. Devo smetterla con l’alcol, cazzo! E poi, quello che mi dice che non posso fare la tesi su John Keats, perché è morto troppo presto, queste affermazioni minano le mie sicurezze e i miei punti fermi, e io ho un disperato bisogno di qualche paletto piantato a terra!

Yannick abitava in un palazzotto neoclassico, con tanto di timpani e frontoni e fregi mitologici. Era un po’ in rovina a dire il vero e non era tutto accessibile, non era neanche tanto grande, quanto basta per renderlo suggestivo e accogliente.

– Hai chiesto poi la tesi? –

-Lasciamo perdere! –

-Giornataccia as usual?-

Saluto Luca, stava sul divano guardando una puntata di South Park, una delle tante dove Kenny muore.

– Mi avvicino per salutarlo, mi fermo davanti a lui, si alza pigro per accarezzarmi affettuosamente il retro ginocchio.

– Sempre più carina! –

Prende il magic box dell’erba, mi siedo anche io, gli passo le cartine. Yannick stava chiudendo i gatti sennò scappavano. Faccio un tiro lungo, mi sale una botta nelle tempie, come se il mio cranio venisse inondato di acqua, di un’acqua calda. Mi stendo accompagnata dall’onda lunga, tra le braccia di Luca, sento il suo profumo, sempre il solito che è accentuato, amplificato, moltiplicato all’inverosimile, gli abbassai i jeans, quasi in automatico, era già duro.

– Stai buono, non gli do il permesso di entrare da nessuna parte! –

– Cominciai a toccarlo sopra i boxer, accarezzandolo, coccolandolo, guardandolo, ammirandolo.

-Sono lusingata! –

Lo sapevo che Yannick stava dietro la porta.

Lo presi in mano, mentre gli baciavo il collo, mentre lo annusavo, mentre strusciavo le guance sulla sua barba che cominciava a pizzicare, con un movimento lento, pigro, senza fretta. Gli facevo capire, con tutta me stessa, che mi piaceva, che volevo farlo venire, che volevo idolatrarlo, che volevo il suo piacere, che volevo il suo liquido iridescente. Mi piaceva da morire il rumore che faceva la mia mano mentre andava su e giù. La canna non mi faceva concentrare abbastanza, era una lotta impari contro l’estasi di quell’atto e di quel momento. Cercavo di trasmettergli con la mano tutte quelle sensazioni, come se la mano fosse stata un’antenna o un radar.

-Yannick ci sta spiando, sta guardando il tuo cazzo e si sta masturbando lo sai? –

-Quanto ti piace Yannick?

– Tantissimo! –

-Piace anche a me lo sai? –

Allungò una mano, per sentire quanto fossi bagnata, e se la portò alla bocca e al naso, per sentirmi, e per farmi sentire.

I miei capezzoli, in rilievo, dalla maglietta chiamavano la sua bocca, ero trasportata verso di lui, verso il suo godimento, le sue dita si insinuarono dentro di me, il pollice era fermo sul bottoncino magico, la mia mano scivolava su di lui. Ancora rumore e nessun dolore.

Il rumore dei miei bracciali, il rumore del suo cazzo, di quello di Yannick, i rumori della casa, del vento fuori, dei gatti che graffiavano la porta, il rumore delle voci soffocate, dello stantuffo azionato dalle dita e dall’ acqua dentro Miss Pat, del piacere rincorso, della concentrazione, dell’impegno.

Venimmo insieme, così era facile, non implicava tante cose, solo le nostre mani avevano “peccato”, così era tutto privo di responsabilità, perché Yannick aveva solo “guardato”, e noi eravamo salvi e puri e felici.

I panni erano asciutti, adesso, e qualcuno li aveva ritirati dallo stenditoio, e mi svegliai di colpo, tutta sudata, perché su quelle dannate scale dal ritmo ingestibile mi ero messa a correre, cercandomi da sola quell’accappatoio per buttarmi sotto la doccia. But hey where have you been?

Alessandropoli, la città dedicata ad Alessandro Magno, a metà strada tra l’Europa e l’Asia, vicino allo stretto dei Dardanelli, nel mezzo della Periegesi della Grecia e il Bignami della bancarella. Mi piace “fare l’uomo”, lo ammetto, mi piace prendere l’iniziativa, pilotare la serata, la mattinata, l’alba, il tramonto e il tardo pomeriggio verso il mio continente nero, farmi fare quello che voglio, e perché no, far perdere il Sig. Freud in quel continente nero!
Mi piace “fare l’uomo”, ammiccare ai bei ragazzi, dirgli: – ehi sculetta un po’, fammi divertire! – Anche se, gli faccio credere che a guidare sono sempre loro, gli faccio credere tante cose, sono anche in grado di farmi dire quello che voglio. In un nanosecondo sono capace di fargli lo screening della loro personalità, di disegnare la loro mappa astrale, se hanno o meno le costellazioni contro, se l’ascendente influisce sul loro orgasmo o se gli piace il curry, i raggi X della loro anima, la TAC del loro deretano, ok, no, quello no, dai! Non è presunzione, è entrare in contatto, stabilire energie, sintonizzarsi, diciamo che, con fare altezzoso e glaciale, becco sempre il giusto! E quanto mi secca avere sempre ragione! Come capita spesso di mandare a fanculo qualcuno a volte! C’est la vie! Mi piace fare anche la gattina bisognosa di coccole, la fredda calcolatrice, l’impavida avventuriera, la femme fatale e la bambina ingenua, la cagna fedele, l’intellettuale-so-tutto-io, la donna in carriera e la grunge girl. Qui posso rivelarlo, in questo luogo sospeso tra l’Eldorado e Waterloo! L’ iCloud della mia vita! Perché? C’è qualcosa di sbagliato?
Tranquilli non detronizzo nessuno, lo scettro c’è l’avete sempre Voi, e no, non è neanche la manfrina sulla dialettica dominatrice/slave, no quelle cose non le reggo. E’ una confessione, è una lotta continua tra le proprie sicurezze, fragilità, è un gioco per sdrammatizzare, una piacevolissima corrispondenza di amorosi sensi tra i vivi, su quello che vorrei ricevere da un uomo e su quello che vorrei dargli: sesso, amore, vita prorompente. Parlo così, perché mi sono scottata a volte, e il bruciore è insopportabile, i segni poi restano e le cicatrici non vanno più via, e bla bla bla, non faccio neanche una gerarchia, del tipo, se fai solo sesso vuol dire che non ami, o che se fai solo l’amore vuol dire che non fai sesso! Precisamente cosa significa? Sono scettica su quelli che affermano: – io scopo, faccio sesso, nessun coinvolgimento! Ma sono solo io la donna che, su questa faccia della terra, ci mette ogni centimetro quadrato di epidermide mentre scopa? Non sono mai riuscita a scindere le due cose, sesso-amore, ho amato tutti, sto premendo il bottoncino verde dell’iCloud, perché voglio che tutte queste parole si depositino lassù, in un luogo imprecisato, su un groviglio di fili elettrici o sulla cazzo di nuvoletta paffuta del cielo azzurro! Ho amato tutti, ho dedicato loro del tempo, li ho ascoltati, mi hanno ascoltata, se mi hanno messo a pecorina, non è perché volevo che mi scopassero nel modo rude e da porca, è perché così sento di più, è perché mi piace, se ho fatto un pompino e perché mi piaceva, è un dare e ricevere, quello sempre, ma è anche un piacere, far sentire le stesse tue sensazioni al tuo uomo, amarlo, accoglierlo, stringerlo forte e non lasciarlo più, ed io vengo così, se lui è sintonizzato su di me! NB: tutto questo, non si “ricava” certo da una “botta e via”, e da una “wham bam thank u mam”, sono venuta anche con una sveltina alla discoteca del campeggio a diciassette anni se per questo, ma ripeto non faccio testo. Li ho amati tutti.
Yannick aveva fatto impazzire Fiamma, aveva reso Fiamma sua schiava, lei tentava di liberarsi da quelle catene, ma niente, non ci riusciva. Quando entrava in quel vortice: o-il-cazzo-di-Yannick-o-la-morte, erano davvero cavoli amari, tutto iniziava con un prurito alle cosce, con una frenesia che lentamente saliva fino alle tempie, con l’inquietudine che la prendeva, con il Deficit Di Attenzione a mille, con la concentrazione sfalsata, la crisi d’identità, le parole a vanvera, e Miss Pat che nuotava in un mare di gioia, arrivò perfino a parlare greco, perché il suo telefono un giorno era irraggiungibile e dovette chiamare casa sua a Monastiraki e parlare con sua nonna che sputava e faceva i rutti! Ne valeva la pena, Fiamma avrebbe rifatto tutto. Esserino ne era convinto, e con un megafono sponsorizzava Fiamma a Yannick, gli urlava: -non lasciarla sola, stai vicino a lei, non fare lo stronzo con le altre, lei non può seguirti, non lo vuole, lei vuole una roba ordinaria, vuole che le apri lo sportello della macchina, che le porti i fiori, che cucini per lei, lei vuole essere solo tua!-
Al porto li aspettava la nave per Samothraki, Yannick era felice guardava Fiamma come per dire: stai ancora in tempo, unisciti a noi! E da lontano vedeva la sua mano sul culo di Vale. Robi aveva capito tutto, Fiamma non faceva neanche molta fatica a nasconderlo, ma Robi da uomo intelligente, o quasi, stava zitto e le assicurava la sua presenza, la sua dose di sicurezza, il suo cazzo (almeno per quella vacanza anno duemila!) e a lei andava bene così. Appena scesi dalla nave, si vedeva solo una montagna enorme, che si ergeva, tipo capezzolo appuntito dall’Egeo. La Grecia era in fissa con le tette, pensò Fiamma. Dall’Acropoli di  Atene, per esempio,  il quartiere del Licabetto, sembrava una enorme “boop” appuntita, ebbravi! Ecco spiegato perché c’erano i lupi anticamente lì! Affittarono una casetta nel bosco, con le finestre blu! (tanto pe’ cagnà!).
– Ma da quanto tempo è chiusa sta casa? Sa di fosso, di terreno, di erba bagnata! Voglio la Tonnaraaa!-
– Ti lamenti sempre, tu? Eh? In questo non sei cambiata-
-Yannick mi lamento, perché non mi dai più il tuo cazzo 24h, lo sai!-
Glielo disse all’orecchio con una voce roca e graffiante, dandogli una pacchetta su quel culo perfetto.
– Ma perché ci sono i mobili in vimini, mi ricorda casa dei nonni, ma cazzo, porta male il vimini!
Mi fa venire il prurito, sto tanfo di chiuso, che m’evoca scarafaggi e morte!-
Robi si diresse immediatamente in camera, appoggiò gli zaini sul letto, venne da me a passo spedito, mi prese in braccio, con una mano tra le cosce.
– E’ da Samothraki che ti voglio-
-Anche io ti volevo, ma poi ho visto Yannick, ma questo non ci toglie nulla, tranquillo!-
– Ma non puoi dirmelo così, sbattermelo, così, in faccia, c’è la più lungo di me? Mi è sceso tutto Fiamma-
-No, vabbè, non ci credo che l’hai detto! Ancora con le ansie, con le paure, ma dovrebbero averle le donne, lo sai? Le dovrei avere io, ecco perché: è colpa tua, del tuo fare da insicuro che le donne sono diventate delle troiette che la danno senza sentire nulla, è per colpa tua, per fare la carità al tuo cazzo che si sente escluso e solo, che sono diventate le “gettoniere dei tempi nostri”, così poi pensano, ah siamo salve me l’ha dato, gli piaccio, sono bella! Evviva! E intorno c’è il vuoto! C’è l’insetticida per le blatte!
E ti vengo vicino, e ti sussurro all’orecchio che ho una voglia matta, e non va bene, perché devo recitare la parte della remissiva-che-viene-sedotta, e faccio la parte della timorata-di-Dio, che così puoi portare sulla strada del peccato, e non va bene perché poi sto troppo immobile, e non ti do sfizio! E mi metto un completino sexy in pizzo nero (perché-si-sa-col-nero-non-si-sbaglia-mai-e-poi-voglio-dì-è-un-must-dell’erotismo-evergreen!) e non va bene! Perché poi non ti piace quando faccio la parte della puttanella, perché diventi geloso, ti ripiombano le insicurezze e fai i confronti con le misure falliche! Dei maschioni che mi sono fatta! Ma dico io, si può fare della sana copulazione tra persone adulte consenzienti?-
-Hai finito di dare sfogo alla tua parlantina? Di fare questi ghirigori che ti ascolti solo tu?-
-Hai ragione sono una stronza, solo che pensavo di ricostruire tutte le tue certezze e rifarti daccapo? Ed io ho un bisogno disperato di ascoltarmi! Di smontare le persone, e rimontarle come dico io, perché ho una paura folle di mostrarmi debole ed esposta.
-Andiamo al mare va! Ma già ti sei calata? Ti ha coinvolto Paolo, lo sapevo, sulla nave l’ho visto camminare sul ponte a parlare coreano!-
-Era giapponese, scusami non volevo-
– Ne riparliamo dopo cena-
-Non tenermi il broncio, faccio la brava, non mi lasciare da sola su questa isola deserta!- Fiamma gli faceva le fusa e il musetto triste, attorcigliando le labbra e chiudendo gli occhi.
-Hai visto ti ho fatto ridere!-
-Ti sei messa il costume, verde smeraldo? Quello per cui la tua terza coppa C, è diventata una quarta abbondante?-
-Sono le mie tette in questa fase del mese, scemo-
-Che bel periodo: “il periodo tette”, facciamo un quadro!-
Presi solo il pareo, mi è sempre stato un po’ antipatico il pareo, l’ho sempre trovato stupido, insulso, insignificante, detto inter nos!
Arrivati alla spiaggia decisi di fare la femmina. Ero già abbronzata e i miei capelli lunghi nascondevano il topless che volutamente portai, gli slip del costume erano invisibili, i laccetti scendevano si lato e mi facevano il solletico sui fianchi, scendemmo i gradini che ci aprirono le porte di una spiaggia deserta con una sabbia bianca tipo borotalco, na cartolina stile “wish you were here” insomma, il sole delle cinque batteva ancora, anche se si stava abbastanza freschi, avevo voglia di tuffarmi subito, come quando da piccola mi prendeva quel raptus di cercare il mare a tutti i costi, a discapito delle mamme che prendevano il sole, dei castelli che abbattevo, delle cicche di sigarette accese che beccavo sotto i piedi, e correndo come una forsennata (perché la sabbia scottava) mi lanciavo in acqua. No, stavolta non l’ho fatto, ho risparmiato a Robi, la visione di una otaria che si tuffava! Io invece uscì dall’acqua, come una Ursula Andress versione mora, una Bo Dereck dell’unico film andato in porto. Mi stesi a pancia sotto sull’asciugamano, Robi arrivò con un Mocaccino freddo, prese un cubetto di ghiaccio leccò via il sapore e me lo passò tra le scapole, nell’incavo della schiena, passando per i lombi, scostò il bikini, mi pizzicò il sedere, lo accarezzò, gli diede una pacchetta forte e ne addentò la carne.
-Ahi, però mi piace il rumore, fallo di nuovo!-
-Perché non mi ami?-
-Non è vero-
-Non vuoi avere una relazione con me, perché? Stiamo bene insieme, voglio essere il tuo compagno, non mi va di scopare solo, lo sai!
Yannick aveva destabilizzato tutto, quella vacanza, quell’isola, quell’equilibrio tra me e Robi, io non mi sentivo di dare risposte in quel momento, mi girai per zittirlo con un bacio, lungo appassionato, profondo, uno di quei baci dove sei alla ricerca di qualcosa, di qualcosa che ti apra, che ti illumini, un segno, un segnale, un simbolo.
Robi, mi toccava dappertutto, io lo toccavo dappertutto, sapeva di salsedine, di caffè, di sabbia bagnata, di tutto e niente. Io aprì le gambe subito, fui subito sopra di lui, senza togliere il pezzo di sotto del costume, senza spostare i capelli che coprivano i miei seni, succhiò i miei capezzoli con i capelli, inziò la danza, l’onda, il dondolìo, l’andamento in avanti, il risucchio e la discesa, e ancora l’andamento in avanti, il risucchio e la discesa, come quel mare che sentivo dietro la mia schiena, come il Meltemi che mi distraeva, come i miei pensieri confusi, mixati, assetati di ordine, un mare assetato di ordine, pensieri che cercavo di sgrovigliare lentamente in quell’amplesso marino, concentrati su Robi e sul migliore Yannick d’annata! Il sesso di quella giornata fu come un’onda mutilata, c’è ne tornammo a casa, e Robi mi cucinò il riso al curry.

La sabbia assomigliava ad una poltiglia grigiastra e nera, meglio conosciuta col nome di “fango”, mescolata a vomito e non so a cos’altro! Intorno gli alberi sembravano gridare: andatevene! E riuscivo perfino a vederne i rami che spingevano quell’orda di zombie che si muoveva a scatti. La puzza di fumo si annidava in gola, la puzza di sudore ti circondava in una morsa talmente stretta che dovevi alzare il viso al cielo per respirare, o dovevi attendere mister meltemi che ti soffiava un pochino, dandoti così, un secondo di ossigeno, la puzza di alcol era stagnante e insistente, mi trovavo in una risacca! Mi trovavo in una fottuta bolgia dantesca, anzi mi trovavo nel nono cerchio dell’inferno ed ero prossima alla Natural Burella. Dal palco due deejay assomigliavano a Belzebù, divoravano quintali e quintali di ovatta! Avevo bevuto troppo, mi ero fatta otto rum e pera nell’arco di mezz’ora, e tutto questo, prima di uscire di casa! Perché avevo questa bizzarra abitudine? Retaggio, forse di quella volta che andai a fare l’esame di maturità con un bicchierozzo di Cointreau in corpo? Da allora non ne ho potuto più fare a meno, avevo bisogno di qualcosa di dolce che mi svegliasse un po’ (diciamo!) e dovevo scegliere tra il Cointreau e il Vov. Il Vov lo bevevo sempre a casa dei nonni davanti alla tv, una sera a nove anni riuscì addirittura a sedermi alle poltroncine di Tribuna Politica, e a parlare con Craxi e Occhetto, ma il non plus ultra era berlo davanti a Galaxy Express 999, quella sigla è stata la colonna sonora di tutta la mia infanzia, (non mi piaceva granché la storia, non si baciavano, non c’era una storia d’amore, nessun tipo di approccio e quindi era scartato a priori!) ma il Vov rendeva l’ascolto quasi mistico, il buio di quell’universo mi dava i brividi, avrei voluto salire sul quel treno a tutti i costi, mi sarei venduta tutte le case di Barbie, compresa quella di città con la Famiglia Cuore, segregata apposta per pagarmi il biglietto! Mi sentivo la casellante dello spazio, la Maetel mora, fatta di carne, ossa e sangue che salvava Tetsuro Hoshino, e che una volta giunti su Andromeda se lo sposava pure! Non ho mai perso l’abitudine di cambiare il finale alle storie, di modificarle a mio piacimento. Ecco, perché, il Vov era “funzionale”, mi rendeva creativa!

Adesso su quell’isola adibita a culti misterici e luogo di transumanza di “fattoni” di mezza Europa, ero cotta! Come da canovaccio, come da routine, come volevasi dimostrare. Mi sentivo immobilizzata dall’ovatta, mi rendo conto di dover spiegare il concetto di “ovatta”, ma ogni volta che mi sballavo, io pensavo all’ovatta, che usciva tipo blob dal sacchetto di plastica e aumentava, e aumentava fino a bloccarsi in gola, una scena splatter insomma, avevo la sensazione di essere bloccata dalla gommapiuma, immobilizzata dalla gelatina, come se il pallone di un enorme big babol mi fosse esploso in faccia impedendomi di respirare.

-Hey patata, sei croccante al punto giusto!-

Robi era piuttosto “lanciato!” Mi stampò un bacio sul collo, spostandomi i capelli e toccandomi il culo.

–Ti ricordo che gliela hai data in meno di 24h dal vostro arrivo a Samothraki, che pretendi? Il ragazzino si sente proiettato nello spazio! –

-Non voglio che mi tocchi! Con quelle manacce! –

-Ricorriamo anche alle frasi fatte: “le manacce!” E se arrivasse a casa, mentre tu stai scopando con Yannick, dirai: “o cielo mio marito!”-

-Esserino hai qualche problema con me? Il fatto che ti abbia concesso di essere la mia coscienza, e di averti dato una suite nel mio orecchio destro non ti giustifica dall’essere un grande rompiscatole! Vai un po’ a berti una birretta col grillo parlante! E vedete se riuscite a scoparvi la fata turchina! E non mi annoiare!-

Incredibile, il mio essere umorale e volubile, in Italia non vedevo l’ora di stare nuovamente con Robi, mi vedevo con lui nel fermo immagine di una lunga estate calda, in un amore rinnovato e dolce, e invece mi ritrovavo con uno sconosciuto che ballava come l’uomo di latta del Mago di Oz!

-Voglio tornare a casa!-

-Che hai detto?-

-Non mi sento bene, ho bisogno di tornare a casa!-

Robi mi teneva i polsi, cominciava a farmi male, prese un braccio, mi strattonò! Voleva portarmi in pista, tra i dannati -apri la bocca!- aveva una pasticca, non riuscivo a parlare, ancora quella sensazione di soffocamento, come se in gola mi avessero conficcato dell’ovatta. Improvvisamente Yannick sbucò dalla folla, prese Robi alla gola e gli diede uno spintone che lo fece rotolare tra quegli ammassi umani, io stavo zitta, non riuscivo a dire nulla, vedevo la scena come se avessero messo Pause al videoregistratore e il nastro andava a rallentatore, a scatti, tipo approdo dell’uomo sulla luna. Riuscì soltanto a dire –non farlo male- e crollai.

Mi svegliai la sera seguente, nella casetta azzurra, Valentina si era portata un turco, lo trovai in cucina che camminava solo con la maglietta. Non vedevo nulla, il pavimento era ancora un po’ instabile e avevo uno di quei qual di testa formidabili, da Oscar!

-Buongiorno!-

– Ti preparo la cena?-

– Ieri hai fatto la monella-

-Non parliamo ok?-

-Ti ho tenuto la fronte tutta la giornata-

Quando mi affligge qualcosa, cerco di non ricordare cosa mi torturi, quindi se non riaffiora alla memoria, quel problema per me non esiste, anche se resta la sensazione di chiodo piantato nel cranio! Quella sera avevo tipo una vite a doppia intelaiatura fissata con tanto di cacciavite, all’altezza precisa del terzo occhio, e in più dovevo sorbirmi Yannick, che stava in modalità salvatore-della-mia-vita-nonché-di-Miss-Pat-nonché-uomo-in-vena-di-pettegolezzi!

-Dov’è Robi?-

-In spiaggia, non è mai tornato, ho mandato Paolo per assicurarci che fosse ancora vivo, purtroppo lo era, è rimasto a dormire sotto il chiosco dei gelati, aveva le gambe al sole però, spero riporti un ustione di terzo grado! –

Nel frattempo, Robi varcò l’uscio di casa.

-Abbiamo un po’ di Aloe?-

-C’è l’ho io, non me la consumare tutta che è bio! Sta nel mobiletto in bagno.

Gli gridò Valentina dal giardino, mentre il turco le massaggiava i piedi.

SPRING ON A SOLITARY BEACH

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Fino a quando non vedrò alcune cose, per me non esisteranno, punto. Quindi non vedrò i capelli bianchi e le rughe, non mi renderò conto di avere qualche kiletto in più, e non mi porrò il problema se è presto o tardi per avere figli o per sposarsi. A volte guidando per strada, alzo gli occhi e vedo tanti palazzi e penso a come abbiano fatto a costruirli, quale metodo abbiano seguito, come sia possibile che vi “abitino” tante “cose e oggetti pesanti” e che, per giunta poi, non cadino! Come sono state edificate le città? I ponti? Dicesi ragionamento ingegneristico, forse? Mi piace che sia opera di qualche astruso e difficilissimo meccanismo svelato solo ad una piccolissima fetta di umanità! Non invidio per nulla i custodi di quelle verità! Dovevo cucinarmi qualcosa, mentre il vento mi importunava alla finestra, il vento voleva a tutti i costi entrare e , nonostante ci fossero tanti spifferi alla Tonnara, lui, preferiva sempre entrare con la voce grossa e fare “l’uomo di casa!”
Ho pensato bene di farmi una caponatina e bermi un bicchierozzo di buonissimo San Giovese, mi sono seduta sulla sedia a dondolo del patio, Mrs Maude è sempre a spolverare i suoi gatti, mi fa cenno di raggiungerla, ma oggi voglio stare per conto mio, le alzo il piatto facendole capire che sto mangiando e le mimo il gesto della nanna per dirle che dopo pranzo riposerò un pochino.
All’ultima cenetta in piedi avevo scopato con un mio vecchio amico, e dopo mi sono sentita una pezza, alla porta della mia coscienza si erano accalcati tutti i sensi di colpa, e ho fatto una faticaccia a domarli per non farli entrare, li ho dispersi, infatti, con tantissimo gas lacrimogeno. Prendere sonno sul grande lettone in ferro battuto era il non plus ultra del total relax, tirai giù la zanzariera, dalla finestra si scorgeva il mare, e intorno non c’era nulla, dietro la Tonnara solo un boschetto, dove, in un sonno eterno, se ne stava il letto di un vecchio fiume, la Tonnara era l’ultima villa, di un vialetto alberato. L’aria balsamica dei Pini D’Aleppo mi svegliò di soprassalto, e mi venne in mente Luca, e strinsi le cosce, come quando ti picchiettano il ginocchio per vedere se i tuoi sensi funzionano bene. Luca aveva questo, e altri mille poteri su di me. Mi buttai sotto la doccia in pietra collocata dietro la casa , presi il bagnoschiuma al sandalo, il mio preferito, la doccia era all’aperto e dietro di me c’era solo il bosco che mi guardava, come se mi stesse spiando dal buco della serratura. Non ne potevo più di maschere all’argilla, pediluvi ed erba cipollina, lasciai i capelli umidi, misi le scarpe da ginnastica e andai a comprare un bel gelato panna e nocciola. Camminando per il centro storico passai alla boutique di Franco, aveva creato un nuovo disegno per le cavigliere e decisi di farmi un regalo, pagai un botto, ma se li meritava tutti quegli Euro! Franco aveva fatto pratica presso uno sconosciuto maestro orafo parigino, che divenne poi il suo amante, ogni volta mi raccontava la sua triste storia d’amore, e ogni volta lo ascoltavo con rispetto e qualche lacrimuccia.
– Stavi lavorando non volevo disturbarti, sono venuta a comprarmi la cena! –
– Aspetta, il tuo turno! –
Gli sorrido maliziosamente e con fare ansiogeno, stiamo posizionati di fronte, tu davanti a me, ed io seduta sulla panca di legno, ci guardiamo con occhiate schive, veloci e ladre, siamo ladri di sguardi, ci ispezioniamo, non riesco a trovare delle imperfezioni su quel viso. Hai gli occhi verdi, la bocca piccola e una cicatrice sul labbro sinistro, i capelli di un castano chiaro e una faccia da schiaffi, sembri uno che la sa lunga: sulla vita, sull’amore e sul sesso. Non mi lascio abbindolare, ti osservo in silenzio. Inutile che mi ammicchi, e mi guardi dietro il bancone, perché tanto me ne accorgo, vedo il tuo riflesso dal vetro che mi scruta, di nascosto. Accavallo le gambe, mi scosto i capelli di lato, sai cosa ti dico: non ho più paura, non ho più paura di restare da sola, non temo più la solitudine e l’isolamento, riesco a gestire tutte le mie emozioni, non faccio più la pazza e non do i numeri, riesco concretamente a fare qualcosa di buono per la mia vita, non mi do più in pasto all’ira, non sono più vittima del “Gaslighting”, riesco a gestire tutte le situazioni con freddezza e piglio deciso, senza sofferenza, panico e crisi. Te la faccio intendere tutta la mia sicurezza. Mentre sei indaffarato tra il forno e il bancone, accavallo le gambe, sono inquieta e voglio la tua attenzione, scosto ancora i capelli di lato, che adesso sono indomabili, mi sistemo sulla scomodissima panca, portando le tette in avanti, ho una maglietta bianca, ma è trasparente e si vede il mio reggiseno a balconcino nero, col seno che fuoriesce, come piace a te. Mi reputo una bellezza che acquista punti quando è sicura e sfacciata, quando fa capire ad un uomo che vuole fare l’amore, che lo desidera, che non ha timore a chiedere, a osare, ma sono anche consapevole di inviarti segnali discreti e percepibili solo a te. Con semplicità e discrezione ti dico che ti voglio, attraverso un linguaggio del corpo, dei segni e dei profumi.
– Prego –
– Due focacce al pesto e basilico, grazie –
– La seconda è per me? Mi aspetti, che chiudo e faccio una doccia? –
– Ti aspetto a casa –
– Ti conosco, va a finire che mi lasci fuori la porta! –
– Stasera ti aspetto fuori il vialetto, per come sto…! –
Preparo un cenetta frugale, fatta di verdurine e insalata, e focacce. Il vino non manca mai, scorre lento nelle nostre vene ed ha un effetto sedante così efficace, sono molto rilassata con lui, forse perché non lo amo, forse perché lo reputo brutto, o per lo meno non bello, perché sì, alla fine, lo reputo “inferiore” e così riesco a gestirlo e ad essere una “panterona”, però poi deve esserci il romanticismo, il rispetto delle regole del corteggiamento, il rispetto delle pause, la delicatezza dei movimenti, che diventano decisi, forti e veloci quando sono io a chiederli. Sono esigente lo so, sul dare e ricevere piacere sono categorica, il sesso è orgasmo, è inclinazione al proprio carattere, è assecondare i propri desideri. Non mi piace quando il sesso è pantomima, è finzione, è atmosfera senza risoluzione. NO. Agli uomini piace ricorrere a quadretti hard per far alzare la mazza! Anche alle donne, per carità, ma diciamo pure che per noi, non è il caso di “appenderli” quei quadretti!
– Fa la cosa giusta Fiamma! –
Sembra dirmi Esserino/ Spike Lee. Non riesco più a distinguere la realtà dall’immaginazione e addirittura dagli incubi! Devi operare delle scelte, non hai più ventanni, le scelte devono essere “cool”, “azzeccate”, imperativamente “efficaci” e stimolanti, altrimenti si rischia la gogna pubblica, e, cosa peggiore di tutte, c’è il rischio di esporsi e di sembrare ridicola.
– Esporsi…già! Abbiamo tutta l’umanità che fa le stesse cose, con gli stessi intenti: sopraffare, arrivare primi, essere i migliori.
No, non voglio “attaccare la mina”, come direbbe un mio “amichetto” romano sulla decadenza dell’umanità, e sulla fenomenologia del “farsi le scarpe!, e non credo neppure di essere una santa, la verità è che mi piace vivere e amare e venire.
– Ho bisogno di te, lo sai? Ho bisogno di questa bocca, di questa lingua, di queste labbra, di questi denti –
Sono sopra di te vestita, bollente, con la pelle che brucia per via del sole del primo mattino, mi tolgo il reggiseno, la maglietta bianca “da muratore” evidenzia i miei capezzoli turgidi che subito mordi, insieme alla stoffa. Mi alzo in piedi, mi voglio spogliare davanti a te, mi tolgo gli shorts, la maglietta e le mutande, sono nuda, coperta solo dai capelli neri e dalla mia abbronzatura. Ti guardo e mi bagno, ti inginocchi e te la faccio annusare, riesci solo a darle una piccola leccata, perché ti scosti subito e ti spogli anche tu, ti aiuto sei nudo coperto solo dal tatuaggio e da quelle mani che io vedo ancora che impastano farina e acqua.
– Le tua labbra sono così rosse e questo neo di lato ne vogliamo parlare? E questi occhi neri allungati all’inverosimile, e questo culo, e la tua pelle esotica, aromatica, piccante, piena di sapore e di amore e di tepore, voglio succhiare i tuoi seni, sprofondarti tra le cosce, perdermi in te amandoti, sempre… –
Salgo sopra di te, te lo prendo in mano e lo infilo, vedo l’espressione di profonda distensione sul tuo viso scendo piano, ti riprendi improvvisamente, mi afferri il sedere, mi dici che questi siamo noi due, abbracciati, avvolti, fusi insieme, come due liquidi, un solo elisir. Le spinte le decidi tu, io ti assecondo, anche se il tuo profumo e il tuo viso mi fanno venire quasi subito, e respiro lentamente adesso per beneficiare dell’ onda lunga dell’orgasmo, e ricomincio a respirare perché avevo trattenuto il fiato, e riapro gli occhi che si erano chiusi un secondo dai tuoi. Mi tiri i capelli per stamparmi un bacio, mi dici che sono meravigliosa quando vengo, e mi fai sempre la solita domanda, banale e da canovaccio:
– Hai pensato un pochino a me? –
Come al solito non ti rispondo, ti blocchi, mi dici che vorresti prendermi a schiaffi, che non potrò continuare a comportarmi così a oltranza, che prima o poi dovrò fissare le tende, mettere i paletti e issare le vele.
– Dio mio che ansia! Ricordati che devi morire! Ma chi sei Savonarola?
Ti rollo una sigaretta, ti senti meglio, mi odi un po’ meno, ti faccio venire con la mano, velocemente, ti chiedo di venirmi sul seno e tu non ce la fai più, urli il mio nome sporcando solo te stesso.

Vivienne la Nuit ©