Au revoir

Standard

Non so cosa dire, resto sempre senza parole di fronte al delirio, è come cercare di guardare il fondo di un pozzo, cerchi ostinatamente la luce, ma vedi solo il buio ed hai quella sensazione di cadere giù che ti fa tremare le gambe. Come posso proteggermi dai deliri? Formazione patologica di convenzioni errate, assurde per contenuto, resistenti ad ogni critica. Non c’è rimedio, sono destinata ad ascoltare cazzate tutto il tempo, conversazioni di cui conosco già risposte ed evoluzioni. Io ci metto tutto l’impegno, ma è più forte di me resto disincantata, impietrita, sofferente dinnanzi alla pochezza di spirito, davanti l’inutilità di certi contesti. Non credo in nulla, mi convinco di un nichilismo per me abbacinante, chiudo gli occhi e mi fingo cieca. Sono tristissima, ma anche teatrale, vitale. La vita mi ribolle tra le mani dopotutto, allora perché non mi sforzo di seguirla, di farmi trascinare, conta solo l’orgasmo per me, è questo lo stato dei fatti, lo cerco, lo trovo, mi assento per un periodo, poi lo riprendo, senza sosta, moto perpetuo della mia esistenza. Li ho amati tutti, senza se e senza ma, poi sono nuovamente sola in fondo al corridoio, forse lo sono sempre stata, come lo spiego agli uomini, come faccio a fargli capire che mi occorre tempo. Il tempo, Il tempo mi rende solo più cinica di quanto non lo sia già abbastanza. La finzione. Fingo tutto il tempo. Realtà e finzione. Olos e Thánatos.

«Hanno le case qui della torbida Notte i figliuoli
la Morte e il Sonno Numi terribili; e mai non li mira
lo scintillante Sole coi raggi né quando egli ascende
il ciel né quando giú dal cielo discende. Di questi
sopra la terra l’uno sul dorso infinito del mare
mite sorvola ha cuore di miele per gli nomini tutti:
di ferro ha l’altra il cuore di bronzo implacabile in petto
l’alma gli siede; e quando ghermito ha una volta un mortale
più non lo lascia; e lei detestano sin gl’Immortali.»

Non c’è pace, cerco una tregua, non voglio prendere decisioni, voglio rimanere qui alla fine del mondo, nessun giudizio, nessuna restrizione, solo immobile, nel limbo. Ho guardato oltre la pioggia e ho immaginato di percorrere un grande prato, cammino sotto l’acqua, i piedi fradici, le pozzanghere, l’erba bagnata che mi solletica la pianta del piede, mi piace l’idea di camminare e raggiungere l’arcobaleno, ammirarne i colori, toccarlo, scivolarci sopra. Ma finisco sempre nel calderone, e, anche se pieno d’oro, lo evito come la peste e ci giro intorno. Sembra di rivedere un film già visto. La sicurezza delle cose già fatte, ho bisogno di litanie e cori tragici. No, non sono tornata indietro questa volta, ho sbagliato, il mio cervello è imploso, mi faccio del male, non sento dolore, non verso una lacrima, brucio due sigarette sul mio corpo che adesso è fisico e di pelle e sangue. Non sento dolore. Voglio dormire. Sogno Fiamma che è sempre la stessa di sempre, voglio rassicurare tutti che sono disperati, ma non ne ho la forza. Mi hai cercato, nonostante ti avessi dato il veto di avvicinarti, hai ricominciato con le tue protezioni, catene, gabbie e amore. Non so rispondere. Hai mai amato qualcuno? Non so rispondere. Tu almeno hai pianto, hai urlato, ti sei dimenato, io sono una statua di sale, affezionata alla sua solitudine e ai drammi esistenziali, che vuole solo godere, con te Luca, Yannick, Robi e il panettiere, ognuno specializzato in un preciso godimento, ognuno scopato ad uopo, all’occorrenza del desiderio del momento, a servizio del mood della giornata, del periodo rosa o del periodo blu. Sono cristallo rotto in mille pezzi, frammentata nel mio piacere, mille corpi utilizzati per mille sensazioni, tanti corpi: fisico, eterico, astrale, spirituale. Io, mai. Loro non mi hanno salvato, non me li sono fatta bastare. Sono sempre tesa verso il nuovo e lo sconosciuto, verso nuovi orgasmi rigenerati da quelli vecchi, rinnovati, ripensati, rimodulati. Luca aveva innescato dentro di me una bomba ad orologeria, per molto tempo ne sono stata dipendente, onde increspate e lunghe possedevano il mio corpo, senza darmi un attimo di respiro. Ho alzato bandiera bianca. Troppo pericoloso per i miei nervi. Fantasma della mia vita, spettro del mio corridoio, io non volevo il tuo amore, volevo solo il tuo cazzo, punto. Hai rovinato tutto con il tuo maschilismo, perbenismo, famiglia, circostanze, convenzioni, amore. Era sempre difficile lasciarti tutte le volte, come se una nebbia claustrofobica mi abbracciasse e mi toglieva il fiato. No, non era amore, era solo orgasmo, umori, saliva, quella saliva il cui profumo particolare era funzionale alla mia eccitazione. La contemporaneità delle stimolazioni su di me mi hanno condotto verso un baratro senza fondo. Con te non sapevo gestire quella onda lunga, ne ero affascinata e spaventata. La verità è che sono disgustata dalle scopate senza ritorno, degli amplessi alla fine del modo, senza avere a disposizione neanche un’ora dopo, perché dopo il tempo si azzera e te ne ritorni a casa più sola di prima. No, non cerco vuoti da colmare, compagnia a buon mercato, conversazioni futili e sterili della sera per la mattina. Voglio una bolla dove poter stare in pace e assaporarmi tutto il piacere, voglio l’acqua trasparente e pura dentro questa sfera, voglio che non si rompa. Io spettatrice, pubblico pagante senza pretese, senza aver nulla in cambio. Come fai a non uscirne devastata? Luca aprì la porta di scatto, aveva trascorso le ultime ore a parlare allo specchio non era un buon periodo aveva ricominciato a piangere, a dimenarsi, a soffrire, non lo dava a vedere, ma io lo sentivo, come un presentimento, un presagio, sentivo che qualcosa di irreparabile stava per avvenire, ed io non potevo farci nulla, aspettavo. Quante volte ti ho aspettato Luca? Quante volte ti ho amato, di un amore puro, illibato, semplice perché ho bisogno di semplicità dopotutto. Questa fine dell’anno senza di te è insopportabile, non ho lacrime, non ho fiato in gola per urlare quanto mi manchi, mi tengo tutto dentro, rido, parlo, rispondo alle domande, tu mi guardi negli occhi, io vorrei dirti il mondo intero, tutta la mia visione e poetica, ma resto zitta e sono banale. Non hai più accettato i nostri incontri clandestini, mi hai detto che eri cresciuto, che avevi bisogno di evolverti, di fare qualcosa di buono nella tua vita. Io ti volevo qui rinchiuso, con me, con i gatti, i pesciolini rossi, con John Coltrane e i pini di Aleppo, ti volevo alla Tonnara, senza che nessuno ci beccasse, neanche il tempo. Ma te ne sei andato e forse è stata una benedizione per te. In me non c’è nulla di buono, solo agonia, dolore, pessimismo cosmico. Avrei voluto averti tra le mie cosce un’ultima volta, sentire le tue mani sulla mia pelle rovente, godere all’infinito, senza conoscere nomi, dinamiche, smembrati e ricomposti per il piacere, ma alla fine di quel corridoio c’era una porta e te ne sei andato senza dirmi più nulla.

Piano

Standard

Che cos’è il terzo occhio? Un filtro per comprendere meglio, oppure una dannazione? Mi ritrovo a fantasticare congetture e astrusi assiomi per interpretare tutto ciò che mi circonda: dal bambino che dinanzi al corpo maciullato di un gatto ride a crepapelle, alla collega stronza che non conosce i Rolling Stones, al fatto che siamo carne portata all’ingrasso: che deve nascere, indebitarsi e crepare, al continente nero di cui parla Freud sul quale pare non sia approdato mai nessuno, senza forse soccomberci. Dov’è la passione? Mi guardo intorno, come un detenuto fuori il cortile della prigione, parole spuntano fuori da bocche deformate, Amore schernito, deriso, imbarazzato. I sentimenti ridicolizzati, messi al patibolo. Sono triste, cerco le risposte, trovo solo domande, che pongo a me stessa e sono per lo più incomprensibili. Arzigogoli mentali rigorosamente voluti, labirinti senza via d’uscita, rifugio per quelli come me, che non hanno più fede, ma che vogliono proteggersi dalla mediocrità dilaniante. Non voglio vedere più la fine negli occhi delle persone che amo, abbiamo bisogno di possibilità, di altri gettoni, di altri giri, di altro tempo, tempo da trascorrere insieme.

Dov’è la rivoluzione? No, non può finire così, senza luce e con la spada nel cuore. Voglio proteggermi dalle cose insulse: merce di scambio, conti in banca, mesi che vanno e vengono, un posto per tutti, l’anonimato, la privacy, vizi privati e pubbliche virtù. Io mi sono persa nella nostalgia, succhio un cucchiaino di miele, lo lecco avidamente, mentre conto i miei anni dislocati un po’ qua e un po’ là e non so camminare, ho tutto il peso nella parte superiore del corpo e le gambe sono leggere e i piedi non riescono ad essere aderenti al pavimento e non cado. Non cado.

Dov’è Luca? Forse è riuscito ad uscire dalla cella, l’hanno liberato, lui ha visto la luce con me, filtrata e modulata secondo le nostre attitudini, dosata, centellinata, preziosa. Abbiamo lottato tanto. Dov’è la ribellione? Siamo all’interno di un gorgo, un vortice, eppure siamo già sul fondo. No, non ho paura di morire, ho paura di scivolare via, di finire con un pugno di mosche in mano, ho paura della semplicità della morte. Aspetto di andarmene via in silenzio, senza rumore. Ho paura di stare lì seduta, ad aspettare e a contare le mosche chiuse nella mia mano, così senza dare nell’occhio, tanto rumore per nulla. Dalla finestra della Tonnara ascolto il mare, vedo una sirena ,forse,che magica mi ammalia e mi fa sentire meno dolore. Dov’è Luca? L’ho perso fra la gente, sono orfana. Non è ancora estate e il Falco della Regina è venuto a deporre le sue uova. Stasera in paese c’è la sagra del cous cous, anch’io sono a metà: un po’ falco e un po’ sirena, un po’ gioia e un po’ disperazione. Smetto all’istante di fantasticare e metto addosso la prima cosa che trovo, stasera ho voglia di oblìo, di danze, di Oriente, di rossetto rosso, di tacchi alti, di patchouli, voglio andare in giro senza mutande e reggiseno, solo con un abitino sottoveste e la pelle ambrata dal sole di aprile. Lo so a cosa stai pensando? Vuoi andare al forno, l’ultima volta ci siamo lasciati in malo modo, non è stato come le altre ,di volte, lento, percepibile di tutte le sensazioni, quel desiderio sulla bocca, tutto chiaro, descrivibile, movimenti ondulatori, colpi precisi. No, è stato veloce, confusionario e incomprensibile, non mi piace, non va bene. Sì, lo so lavori al forno dell’isola, la gente mormora, io sono sola e disperata, bloccata alla Tonnara a leggere la vita , ad accarezzare la morte, a pensare alle sirene e a bere Cannonau. Una povera pazza.

Dov’è Luca? Voglio qualcosa di pesante stasera, sto affrontando il discorso della pluralità nel sesso, lo ammetto non è sempre stato uno dei miei più reconditi sogni erotici, perché non riesco ad uniformarmi al pensiero comune, l’idea di sedicenti adunate e comizi carnali non mi ha mai ispirato più di tanto. Mai porre limite al desiderio però, mai porre limite all’orgasmo, però. Provare e poi giudicare, sono d’accordo. La mia idea di pluralità è più genuina, privata, in una casa di campagna lui/lei/l’altro, luci soffuse, qualche bicchiere di troppo, il suono delle cicale, il tepore di una notte primaverile, il sudore, la temperatura che aumenta, i vestiti scomposti, gli sguardi ammiccanti, un po’ di jazz e qualche timido ballo. Non immagino mai il sesso “plurale” in grandi sale lussuose, vestiti eleganti e lingerie costosissima, accarezzo il pensiero di una scena quasi frugale, consumata nella quotidianità, rassicurante, dove il brivido è l’orgasmo stesso, nulla più. Perché non riesco a respirare? Perché ho un urlo soffocato in gola? Dov’è Luca?

-Niente coucous di pesce?

Gli lecco letteralmente la guancia destra nel retrobottega, fra turisti affamati e anonimi. Non smetti di guardarmi.

-Dove hai preso il vestito?

Mi abbassi una spallina, baci il collo, arrivi fin dietro l’orecchio e ti fermi lì, inizio a respirare

-L’ho rubato alla Caletta, le api se lo stavano mangiando.

Mi prendi in braccio, mi chiudi nella dispensa, apro le gambe,sono stanca, fai tutto tu, sfinita nei pensieri e nella membra, mi sistemo su un tavolaccio di legno. Le tue mani sono bollenti e ruvide, scivolano tra le mie cosce, che stasera sono serrate, sarà perché sto per fare la donnina allegra anche stavolta, sarà perché vedo Luca che ci spia dietro il buco della serratura, sarà che voglio la mia dose, senza se e senza ma, Panettiere sa bene come ovviare a tutto ciò e lo fa in silenzio, io mi sento come un ubriaco che con gli occhi chiusi percorre la strada di casa, incosciente e sicuro di ritrovare il suo focolare. I miei respiri si fanno sempre più profondi, devo riuscire a controllarli, voglio sentirlo di più. Luca è dietro la porta e mi sorride, io accenno un timido sguardo, gli occhi persi nel vuoto, forse era davvero lì.

July da continuare

Standard

A via dei Gelsi si camminava al buio di notte, non c’erano lampioni, non passavano macchine, le coppiette si appartavano furtive su una panchina, dietro qualche cespuglio. Percorrevo quella stradina quasi tutte le sere, dopo aver fatto la spesa. La bicicletta la sentivo pesante, perché era un po’ in salita, e le buste di certo non mi aiutavano nell’impresa, ma a piedi procedevo lentamente, respirando piano e lasciando correre solo la mia immaginazione. Mi sentivo bene, era un periodo sereno, avevo ripreso a leggere, a scrivere, ad ascoltare musica e i grilli nella mia testa avevano traslocato. Pensavo a quanto fosse buio il mondo nel medioevo, e di come l’uomo fosse misura egli stesso dello spazio e del tempo. Mi sentivo anch’io così: come un viandante con bisaccia e bordone, camminare su un sentiero sconosciuto, o forse come un pellegrino alla ricerca della fede. Quale fede? L’avevo rinchiusa in un sottoscala umido, dove non riesci ad arrivare alla fine, perché il muro te lo impedisce, io tento almeno di toccarla, ma le pareti mi sovrastano e torno indietro fino ad uscire dalla porta di quel ripostiglio, dove ho accantonato la fede, l’amore, il sesso, la solitudine, la disperazione, l’ansia, la paura e la morte. A turno qualcuno scappa e mi cattura, ma io riesco sempre a rinchiuderlo di nuovo lì dentro, a volte, mi capita di lasciare la porta socchiusa, altre volte la chiudo a doppia mandata.

Ho deciso di uscire stasera, apro la porta di casa mi avvio in cucina per posare la spesa, do da mangiare ai pesciolini, annaffio le piantine sul davanzale, mangio un biscotto, già si sentono le cicale, Mrs Maude mi saluta dal giardino, chissà che stanno combinando quei due matti, quasi quasi mi faccio dare un po’ di erba, ma no, ho voglia di alcol stasera e so già con chi bere. Sbrigo in fretta alcune faccende in cucina e scatto di sopra, apro l’armadio: tacchi, minigonna e camicetta di jeans aderente, andata. Poggio sul letto i vestiti, scelgo anche un reggiseno blu trasparente in pizzo con mutandine coordinate. Mi butto sotto la doccia, l’acqua calda mi dà un timido cenno del calore delle ore successive, crema al pathouli, mi piastro i capelli, poco trucco, già sono abbronzata, metto solo il rossetto rosso e un po’ di mascara, prendo la macchina, vado i paese, ti vedo poco lontano che chiudi il negozio, scendo dalla macchina, chiudo lo sportello, mi siedo sul cofano, gambe accavallate, capelli lunghi sciolti di lato, ti faccio il segno della pace e ti sorrido, tu abbassi lo sguardo, pensi io sia incorreggibile, e lo so, l’ultima volta avevamo litigato, avevo sbattuto la porta, ti avevo detto le peggiori mostruosità della terra mentre eri seduto sul letto con la testa fra le mani e in lacrime.

Oggi stai bene? Sei diversa, e mi hai cercato, Fiamma quanti alti e bassi. Dovrei dirti di no. Mi sento sola, stai con me stasera, dai, ti chiedo scusa, sono una stronza egoista, tu puoi scopare con chi vuoi lo sai, non ti metto freni, ma voglio un po’ di compagnia, e faccio cose strane quando sto così, ti conosco, mi fido, sei il mio approdo sicuro. Gli accarezzavo le guance, era caldo per via del forno, profumava di pane, le mani ruvide, la barba accennata, gli occhi stanchi, le labbra morbide che mi sussurravano desiderio. Quel pomo di Adamo, non riuscivo a distogliere lo sguardo da quel punto. Volevo farlo felice, farlo godere, volevo rendermi inconsciamente indispensabile per lui.

Quante parole, perché? Dobbiamo combattere con giorni buoni e con giorni cattivi, sono depressa, come nelle migliori delle dipendenze sono felice quando mi faccio, quando mi faccio di te, Panettiere. Dai caruggi isolani, le persone affollavano lungomare Battellieri, le belle facciate settecentesche mi ispiravano sicurezza, dopotutto stavano lì da molto tempo, non erano crollate e non si erano rovinate, forse l’intonaco era un po’ sbiadito, ma reggevano e mostravano tutta la loro bellezza, ma allora, perché io mi sentivo erosa dal mare e dalla salsedine? Mi toccavo la pelle e sentivo solo il sale, e non vedevo l’ora di buttarmi addosso dell’acqua dolce. E se venisse la peste o il vaiolo a seppellirci? Ci hai pensato? Ride. Avevo caldo, mi sbottono la camicetta , mentre bevo il vino. Mi accendo un’altra sigaretta, prendo un’altra bottiglia di vino, stanno uscendo tutti dal ripostiglio, non riesco a fermarli, spingo la porta con tutto il peso del corpo, non mi aiuti. Riesco a controllarmi, non sei in prigione Fiamma, puoi sempre andare a Varanasi. Panettiere guida la mia macchina, aveva bevuto un bel po’ anche lui, io cercavo solo di respirare lentamente, stanno rientrando tutti, bene. Respiro a bocca aperta, faccio entrare aria nello stomaco. Maestrale, Scirocco, tu non sarai mai preda dei venti. Panettiere, inizia a baciarmi in macchina, mi mette una mano tra le cosce, apre la camicetta, succhia il capezzolo sinistro,c’è troppa lingua, troppa saliva, non così, più piano. Entriamo in casa, accendo qualche candela, apro un’altra bottiglia, accenno qualche danza, sei seduto, ti sbottoni i jeans, mi tolgo le scarpe, mi abbasso la minigonna, mi sbottono la camicia, resto in mutande e reggiseno e bevo dalla bottiglia.

Luca

Standard

Il corridoio era buio, mi tenevi per mano, come tuo solito prima di entrare in camera tua. Camminavamo su un tappeto rosso, entusiasti, giovani, belli, onnipotenti, il mondo era ai nostri piedi, ed era tutto, oltre quella porta, su quel letto, in quella stanza alla fine del corridoio. Vedevo da lontano due vallette aprirci la tenda, come nel miglior avanspettacolo, le vedevo sorriderci compiaciute nei loro cappelli a piuma, nelle calze velate, nei tacchi alti e nel trucco circense, quel corridoio ci risucchiava in un mondo nuovo, dove gli unici abitanti eravamo io e te, e dove non esistevano leggi e tabù, ma solo sesso: puro, semplice e antico godimento.

Dovevamo sempre fare piano, me lo ripetevi tutte le volte, ed io con una cantilena ti davo la stessa risposta di sempre. Luca era un maniaco del controllo, violentato psicologicamente dalla madre, dalla sporcizia, dalla polvere e dai peli. Aveva uno strano senso dell’umorismo e parlava delle sventure altrui con una sorta di ghigno mefistofelico stampato sulle labbra. Il problema era sua madre, una donna depressa, xanax-dipendente, una donna senza alcun interesse per la vita, polemica verso tutto e tutti, diabolica, gelosa del figlio, egoista e terrorizzata dall’abbandono e dalla morte, in un momento poteva apparire come la persona più affabile, gentile e sensibile del pianeta, un secondo dopo inveiva verso di te, vomitandoti tutto l’odio accumulato. Bisogna essere persone molto intelligenti per non farsi soggiogare da quella stronza. Mi guardava con occhi arcigni tutte le volte che mettevo piede a casa sua.

– Fai ancora entrare quella troietta?

– Sì, la troietta sta ancora qui, devo prendermi la mia dose quotidiana da tuo figlio.

Non volevo fare l’amore da lui, mi sentivo osservata, e Luca non era quasi mai al centro del mio godimento, dovevo pensare a qualcun altro per venire, in quella casa, dovevo concentrarmi il triplo e l’orgasmo non era mai liberatorio, era come se venissi tirata giù di continuo, senza avere nulla a cui aggrapparmi. Metaforicamente, quella casa rappresentava un enorme stagno di melma e sabbie mobili. L’acquitrino dei miei anni a venire.

Ogni volta che varcavo la soglia, mi accoglieva un grosso lampadario Luigi XVI, che stava lì lì per cadermi sulla testa, infatti non ci passavo mai sotto, sarà stato qualche trabocchetto di quella mamma-stronza! C’erano tende di broccato bordeaux dappertutto, non so dirvi, ma era una via di mezzo tra un bordello filo orientale anni Venti e “la casa dalle finestre che ridono”, e poi c’erano gingilli praticamente ovunque, paccottiglia chiusa dentro vetrinette pesanti un quintale, purtroppo non avevamo un posticino tutto per noi e mi toccava venire in silenzio, dopo mi salivano dei sensi di colpa allucinanti, e volevo solo andar via. Prima di un concerto dei Subsonica, lo facemmo addirittura sul ballatoio fuori la porta. Luca viveva lì, e credo che a volte prendesse la forma di qualche sopramobile di casa sua, e lo immaginavo rinchiuso in quel quadro di Segantini, con le pecore, e lui che faceva il pastorello verso il tramonto. Luca era un burattino, non credo avesse carattere, carisma, spina dorsale, mutava di comportamento a seconda dei contesti e delle persone, e la sua autostima saliva o scendeva a seconda dei consensi raccolti. Il rapporto con lui era un continuo incoraggiamento, una dose continua di caffè espresso, un continuo tranquillizzarlo, ripetergli che andava tutto bene, riportarlo continuamente ad una dimensione familiare, conosciuta, sicura. Non sono certa che mi amasse, non volevo neanche essere amata da lui, dal canto mio provavo pena, tenerezza, volevo aiutarlo ad uscire dal tunnel, ma lui godeva a stare al buio, godeva delle situazioni che potevano potenzialmente danneggiarlo, per me era stressante, ma lui ormai faceva parte della mia quotidianità, sapevo che aveva altre storie, ma poi ci ritrovavamo sempre, in quell’androne del Seicento, su quel divano, davanti al quadro dei macchiaioli, sul tavolo in cucina, col profumo del ragù, dei pomodorini del pinnolo, della vasanicola, mentre sorseggiavamo un buon vino rosso, sgraffignato da una delle vetrinette malefiche chiuse a chiave, tu, che mi accarezzavi i capelli, e che poi tiravi, tu, che baciavi le guance e che poi mordevi, tu che volevi possedermi in tutti i modi, per riempire un vuoto, una solitudine, una mancanza.

 

Luca era abbastanza alto, aveva gli occhi azzurri e i capelli biondi lunghi fino alle spalle, che legava con un codino stretto, era muscoloso, aveva le mani sudate e le sopraciglia folte, le labbra sottili, le spalle larghe e il bacino stretto, quando parlava a volte faceva la saliva agli angoli della bocca, io riuscivo a trovarci tutti i difetti di questo mondo, era il mio passatempo, in realtà era perfetto ed io solo una stronza insicura. Quando feci la sua conoscenza a casa di sua sorella, lavorava nella bottega di famiglia, un negozio d’antiquariato in centro, era un bel ragazzo, lo guardavamo tutte, era molto gettonato, tra amiche girava voce che fosse gay, ma ero quasi sicura che la secca biondina dai denti sorti gli aveva fatto un pompino l’anno scorso. Io ero attratta da lui, ma poi faceva il timido ed io mi chiudevo a riccio, e mi sentivo come un oggetto a propulsione, avete presente quando il carattere vuole uscir fuori e dici cazzate, quando ripeti cento volte in mente un discorso che vuoi fare e gli altri ti guardano in modo strano perché parli da sola? Non riuscivo a comunicare con lui, ci guardavamo di sfuggita. Luca era solo una bella visione, il bello e impossibile, l’uomo dei sogni. Quella sera se avessi saputo quali pene dell’inferno avrei passato con lui, avrei preso un fucile a pompa e l’avrei fatta finita. Un colpo preciso in fronte e fine. Stop. Ho parlato più volte della mia dipendenza, adesso col senno di poi, posso dire liberamente che ero dipendente dal suo cazzo e dal suo modo di scopare. Scusate il linguaggio, ma la verità è questa, senza filtri e senza veli. Che poi abbia sposato la secca biondina e dai denti storti, so cazzi sua, ma la mia patata non la addenterà più, questo è poco ma sicuro.

Ricominciamo dall’inizio, Luca aveva dei problemi a relazionarsi con il prossimo, e la colpa era della madre, che lo teneva al guinzaglio, e alla quale ubbidiva a comando. La sorella Carola, era stata ripudiata e viveva a Londra, si era fatta scoprire con qualche sacchetto d’erba nello zaino e da allora non aveva più messo piede in casa. Cliqué prevedibile direste? In realtà odiava la madre e voleva solo scappare via. Carola era quasi il mio io speculare, per un periodo ho vissuto a Londra con lei, e per quello che faceva, per quello che prendeva, per come viveva era davvero tremila anni luce avanti e tremila anni luce intrappolata dentro un buco nero. Anche lei aveva bisogno d’aiuto. Come tutti. La mia Carola, la mia P.J. Harvey partenopea. Ovunque tu sia adesso, ricordati che ti ho amato tantissimo.

Luca sarebbe diventato l’uomo con il quale intrapresi una lunga relazione sessuale, in pratica ci vedevamo solo per fare l’amore, quasi tutte le settimane, più volte al giorno e una volta al mese. Luca era l’uomo che incontravo nella solitudine più buia, nei giorni più cupi, lo vedevo sempre alla fine del corridoio tendermi una mano, o gliela tendevo io? Non l’ho mai saputo, ma alla fine di quella galleria ci ritrovavamo sempre, e dovevamo toccarci, prenderci, divorarci, prosciugarci, affondare nell’oblio di noi stressi, e della nostra carne, lì dove il sangue non circola quasi più talmente che scorre veloce, lì in un fermo immagine statico per tutta la nostra esistenza. Quando stavo con lui volevo perdermi e non ritrovarmi più, volevo essere sorda, cieca, volevo solo sentirlo con la mia pelle, con il mio cuore, con i miei battiti senza avere nessun riscontro con la realtà, perché lui non faceva parte della realtà, lui si polverizzava alla luce della realtà, e aveva senso e significato solo nel buio di quella casa un po’ strana, tra una statuetta neoclassica e la merde d’artista. Dopotutto non era così diverso da un oggetto artistico, a volte stavo le ore solo a fissarlo, l’art pour l’art, Luca per Luca, e con le mani lo incorniciavo, perché Luca era un quadro, bello solo da lontano, bello solo al buio, se ti avvicinavi troppo rischiavi di vedere il troppo colore in rilievo, la tela sgualcita, potevi renderti conto che era fatto di cose comuni, carta, olio, e che non aveva nulla di straordinario. Ma da lontano, o in quella stanza era vicino agli Dei e a tutto il creato.

Sapevo che la mamma-strega-iena-suicidal-tendencies, non c’era. E per questo andai a casa sua, vestita solo di un cappotto nero allacciato in vita, e del mio profumo, solo con un po’ di rossetto rosso, così che i miei capelli scuri potessero risaltare ancora di più, so tutte le chiavi del successo, mi sento sicura, posso fare quello che voglio con te, per me. Sì, dopotutto sono più piccola, ma purtroppo mammina ti ha fatto il lavaggio del cervello ed io posso solo salvarti! Posso solo prendere il meglio da te, vedere i colori più belli senza avvicinarmi troppo, proprio come un bel quadro, bello proprio perché lontano. E tu sei lontano anni luce da me, e su di me sento solo i tuoi raggi, caldi.

– Apri la porta

– Ti aspettavo

– Baciami, ti prego

Non riuscivo a smettere di tremare, lo volevo con tutta me stessa, con tutto il mio corpo, la mia anima, volevo imprimerlo dentro di me, come un’ immagine, avevo bisogno di lui, come l’aria, come l’acqua, avevo bisogno di lui, perché io funzionavo con lui, funzionavo grazie alle sue dita, ai suoi movimenti insieme ai miei, funzionavo grazie ai suoi baci, alla sua lingua. Facemmo l’amore sulla porta di casa, mi prese in braccio, mi afferrò per le cosce, mi aggrappai a lui con tutte le mie forze, portai il bacino avanti. Le sue spinte partivano dal basso per poi risalire dentro di me.

– Il seno, ti prego

Mi prese i seni, se li mise in bocca, succhiò fortissimo, sentii la sua suzione fino alle tempie, dovevo muovermi anch’io, trovare il ritmo, ma quella volta non c’è ne fu bisogno, quella volta il mio ventre si muoveva da solo, preda di una qualche danza tribale. Preda solo dell’orgasmo, perché è di quello che stiamo parlando.

Ball and Chain, Janis Joplin, Cheap Thrills 1968, Columbia Records.

I have my freedom but I don’t have much time

Standard

Ho deciso di non avere fretta, voglio prendermela con calma, senza stress. Voglio tornare a casa, togliermi le scarpe, infilarmi i vestiti più comodi del mondo e ciondolarmi sul divano blu con la mia tisana al miele, aspettando la tua chiamata, aspettando che ti fai vivo, perché dopotutto è quasi venerdì sera, e non puoi lasciarmi da sola. Ho deciso di respirare col diaframma, col metodo yoga, senza incamerare aria nello stomaco, inspirando dalle narici ed espirando dalla bocca,  c’è il tuo profumo sul divano blu, prendo un cuscino lo avvicino al viso, lo spingo contro la faccia, voglio uccidermi, o voglio baciarlo?  Lo abbraccio, inalo forte il sapore che hai lasciato sopra. Ho un altro attacco di panico, non posso comportarmi così, non posso impazzire se tu non mi chiami, non posso starci così male. Ho deciso di parlare, mi alzo e parlo: con lo specchio, con la libreria, con la scrivania, con il frullatore, blatero sciocchezze, mi atteggio a donna forte, sicura, emancipata, indipendente, improvvisando un’arringa per tutte le donne vittime dei loro uomini, per tutte le donne che non hanno bisogno di loro, della loro presenza, della loro protezione.

Mi preparo una maschera all’argilla e al limone e mi accendo una sigaretta, alla Tonnara non c’è nessuno, il Panettiere non mi fa più effetto, si è scaricato, imploso come un soufflé, lui non riesce a spiegarsi questo mio cambio di rotta così repentino, ma si sa, la lievitazione ha i suoi tempi e poi c’è la cottura e finisce tutto, pouf! Vorrei scrivere sulle dinamiche e concatenazioni del pouf, sulle cose che svaniscono, sulle emozioni che si perdono e che si sgretolano ed è normale tutto ciò, come se tutto quello che hai vissuto prima non fosse mai esistito, come se quell’amore, quell’orgasmo, quella vita a due non fosse nulla, pouf, via, cambio di pagina, e tutto ciò è normali, non ti stupisce, non ti scuote, un mare di olio che appiattisce ogni cosa. Non è il mio caso, o forse sì, si d’accordo, vivo tutto in modo totalizzante, pieno e autentico, ma riempio di significati qualsiasi scatola e mi piace che sia io ad aprirla ogni volta, prendendo solo quello che mi va.

Il Panettiere è un osso duro come si dice, e non molla la presa, stavo in vestaglia, a piedi nudi e girovagavo per la Tonnara, con i Faith No More sparati a mille, non avevo sentito la porta e me lo ritrovo tutto ripulito e ben messo sotto il patìo, con quel sorrisino stampato di cui interpreterei il significato anche a 1 km di distanza. Ancora tu, sì ancora tu che vuoi scopare, perché sai perfettamente che ti uso solo per il sesso, che ti uso solo nei giorni brutti, nuvolosi, uggiosi della mia anima, eppure tu vieni qui da me tutte le volte, ti tratto male, ma in realtà tratto male me stessa, perché mi faccio pena, pena perché non so reagire, non so svoltare l’angolo e cambiare strada, non so decidere, sono preda dei dubbi e uso il sesso per purificarmi, sì, l’orgasmo è il mio fottuto Nirvana. E tu sei solo un essere illibato e autentico che corre in mio aiuto tutte le volte.

Scendo le scale con passo felpato, mordicchiandomi il labbro inferiore, mi sposto i capelli di lato per aprire la zanzariera, lo so, lo so che ti faccio morire, finalmente entri in cucina, faccio qualche passo indietro, mi giro voglio un bicchiere d’acqua, apro il frigorifero, mi dai un bacio sul collo, sei felice di vedermi, lo sono anch’io dopotutto, sì, voglio stare bene, almeno per tutta la serata, voglio un piccolo tagliando di felicità, voglio un giro sulla giostra, voglio un ticket buono-pasto. Ho ancora la vestaglia di spugna, è morbida, bevo l’acqua, mi guardi; guardare è il primo approccio che hai con me, il primo step della scaletta, slego il laccio che mi cinge la vita, fa parte del rituale, sono rilassata, sotto non ho nulla, lascio la vestaglia sbottonata, quel vedo non vedo che ti porta in paradiso, sorridi imbarazzato, lo so, sono sfrontata, ma sono al sicuro con te, mi fido, ti conosco, è come guardare per la seconda volta lo stesso film, e scoprire che finisce sempre bene, che c’è sempre un lieto fine, è difficile da spiegare, ma nei nostri rendez-vous apro una scatola, che è chiusa dentro di me. Una scatola che apro solo per te, e improvvisamente scopro di amarti, come si amano le piccole cose, i piccoli gesti quotidiani, come bere l’acqua, come mangiare il pane.

Ho bisogno di rafforzare il mio carattere di non perdermi in questa miriade di identità, di sdoppiamenti, di mode, di stili, io ho un modo di essere unico e personale che si libera solo quando sto bene con una persona, ho bisogno di esprimere me stessa attraverso il corpo. Lì, non ci sono barriere, atteggiamenti trend, stereotipi, giusto e sbagliato, lì ci sei solo tu ed io, e bisogna capirsi profondamente e bisogna dedicarsi e bisogna arrendersi. Siamo seduti al tavolo della cucina, le mie gambe distese e accavallate sono sopra le tue cosce, mi accarezzi le caviglie, ho sete ancora e continuo a bere, mi accendo un’altra sigaretta, con la mano risali, mi aspetto che fai in fretta, perché non resisto, voglio le tue dita su di me, ti fermi dietro il ginocchio destro, fai il gesto di scavare qualcosa, sentire le tue mani calde sulla mia pelle mi porta ad abbassare la testa e a respirare forte, le mie dita scivolano tra i capelli sciolti che sono abbandonati, sento che mi sto abbandonando, che mi sto arrendendo, che mi sto bagnando di una fresca acqua, di un’acqua che sento scendere, inumidirmi. Tu conosci la strada, ti fai largo, con un gesto mi apri la vestaglia, scoprendo i seni che baci subito, perché sai l’effetto che mi fa e succhi forte il capezzolo destro, stringo per un secondo le gambe bloccandoti la mano, la tua bocca è ora sulle mie labbra, ti sento tantissimo, ti sento chiaramente, ogni azione, ogni leccata, sento il medio e l’anulare, la saliva che scende, l’acqua che esce, i tuoi versi che sono soffocati dalla mia fica che hai in bocca.

Non riesco a parlare e a dire nulla, posso solo sentire, posso solo vederti tra le mie gambe che mi fai questo, che mi fai stare bene, che mi ami, che mi desideri, e le parole sono inutili, perché ci disturbano soltanto. Le tue dita a gancio dentro di me, mi prendono e mi trasportano altrove, in un mondo che voglio a tutti i costi raggiungere, perché  così mi sento meglio e le nuvole vanno via e il grigio diventa bianco e torna il sole che è caldo e riscalda. Inizio a sentirti ancora di più, è un crescendo in gradazione, inizio a vibrare, ma lui mi vuole, lui, il Panettiere entità distaccata, artefice, creatore, mi prende, mi fa alzare, sono quasi stordita, con la vista annebbiata, poggio le mani sul tavolo, un piede sulla sedia, inarco la schiena, mi sposta la vestaglia, mi prende il seno, mi morde il collo, lo sento benissimo, e dopo il riscaldamento ancora meglio, ora è tutto in discesa, entra ed esce come piace a me, tre colpi profondi e uno lieve, tre colpi decisi e uno dolce, così fino al precipizio, fino alla porta di quel mondo dove gli abitanti siamo solo noi due, senti tutto anche tu, amplifichi i miei brividi usando le unghie che scivolano sui miei fianchi, dita che accordano il piacere con i capezzoli, mi senti che ti stringo, mi senti che sono avvinghiata a te e che non puoi lasciarmi cadere, ti dico di andare piano, perché mi sono distratta un secondo, mi tiri i capelli mi dici qualcosa all’orecchio, che sono bellissima, che sono tua, che ti faccio impazzire, mentre sto per venire è come se ti sfuggissi tra le mani, mi aggrappo al tuo collo per non cadere, e mi stendo sul tavolo e mi alzi il culo e mi posizioni come piace a te ora, le mani sui miei fianchi regolano le spinte, ci affondi le dita, mi prendi quasi a pizzichi, mi piace sentire un po’ di dolore, lo sai, mi apri ancora di più le cosce, sono stremata voglio venire, ma ti fermi proprio sul ciglio, lo fai di proposito, è una frustrazione che poi non mi fa controllare, che mi trasforma in qualcosa che non so gestire, ma ci sei tu con me, e questo mi basta, almeno per stasera. Domani il cielo si oscurerà di nuovo e scenderà tanto grigio, ma poi busserai alla mia porta ed io ti aprirò con una vestaglia bianca.

 

viviennelanuit©

C’ È DELL’ACQUA SOTTO LA FIAMMA

Standard

Fine di una storia. Fine di un storia mai cominciata. Fine di una storia che è stata solo vissuta, respirata, impregnata di un profumo indelebile. Cerco di lavarlo via. Fine di una storia che sembrava infinita, e che invece si è dissolta nel peggiore degli acidi a buon mercato e che si è sgretolata nelle mie mani, come la cenere di un cerino, scemata in sordina, senza dare nell’occhio, senza avere neanche il tempo di pronunciare la parola: fine. Una storia che andava alla deriva senza soluzione di continuità, e forse senza fine.

Non mi prendo mai sul serio, non la smetto di fare battute stronze a ripetizione, non riesco a non essere polemica, a volte vorrei uscire di casa e concedermi un giorno di ordinaria follia, ciò non vuol dire che non abbia rispetto delle cose importanti della vita, rispetto tutti, amo tutti, adoro l’intero creato, ma a volte ho bisogno di star sola, chiusa nell’eremo della Tonnara a scopare, bere, fumare e mangiare: con il Panettiere milanese, con Luca, Robi e Yannick. I quattro cavalieri della mia apocalisse. Gli accompagnatori del mio baratro. Ormai è un lustro che stai dietro a questi tipi, stai in un fosso e non riesci a risalire, stai mangiando solo terreno, tra poco verrà un uragano che ti seppellirà lì sotto, nel fango. Fiamma, più volte ti ho mostrato la scale, ma tu hai fatto finta di non vederle, stai ancora fingendo di essere cieca?

La mia bussola si è smagnetizzata, ma poi a cosa serve una bussola se poi crepiamo tutti, se tutti finiamo nel fosso come i topi del pifferaio magico, mah, io non lo so, non so rispondere, non voglio rispondere, posso rimanere in questo limbo? In silenzio? Quando vedo troppa gente, non vedo l’ora di tornare a casa, odio le persone, non le sopporto, ho un problema con le voci stridule, con quelli che parlano, parlano e parlano. Desidero il silenzio, la tranquillità, la natura, il verde e il mare. Ho l’impressione di camminare fluttuando e di guardarmi intorno e decifrare un linguaggio che è visibile solo a me. Hey, sono una cazzo di macchina enigma! Mi sveglio da un incubo, oppure sto assistendo ad un incubo? Troppo facile, sarebbe una strada spianata, in discesa, liscia, da percorrere senza svoltare l’angolo, tanto alla fine c’è l’aurora, c’è il sole, e invece no, dobbiamo guardare, e io mi fingo cieca e guido, sono cieca e guido la macchina, poi però devo prendermi una pausa, devo chiudermi nel castello del gobbo di Notre Dame a riflettere. Non parlo mai di te? Non è vero, ho i piedi ben saldati a terra, sono piantati tipo radici da sotto il cemento, e ho bisogno di regole e punti di riferimento, perché sai che non sono una tosta, no, Panettiere milanese, non lo sono e so che tu mi lascerai da sola spesso e questo non lo tollero, ed io da sola non ci so stare. La prima volta siamo stati al lago, quello dei fenicotteri, un lago illuminato solo dalla luna e dalle lucciole che sostavano a pelo dell’acqua. Non c’era nessuno solo la natura, che discreta e silenziosa faceva da voyeur. Non ero sicura, non mi andava, ma è stata una mia decisione portarti lì, forse perché avevo troppo desiderio accumulato che mi contorceva lo stomaco. Mi hai baciato a tradimento mentre blateravo ancora perplessità. Mi hai dato un bacio spontaneo, puro che sapeva di rinascita e di genesi e di inizio di una storia. Un bacio da capitolo primo. Scavalcammo la piccola staccionata che dava su una terrazza ricoperta di travi di legno, era tutto così onirico. Io mi sentivo sdoppiata, come mi capita spesso, da un lato la mia vitalità prorompente che mi fa fare cazzate, dall’altra la voce della coscienza che mi addita la retta via da seguire, e io che leggo anche il cartello: “retta via”. Ora, sarà stato il chiarore della luna, il laghetto salmastro, l’aria calda corrermi su per la schiena, il tepore delle tue mani, ma ero davvero su di giri, avrei indossato solo i raggi pallidi della luna per te, raggi che avresti scostato per stringere il mio seno, scostarmi i capelli e bagnarmi le labbra, come una ninfa, che esce dall’acqua, un essere spirituale e puro. Avevo un vestitino lungo grigio che seguiva le mie curve, curve che conosci perfettamente, e che spesso riaffiorano alla tua memoria. Ci sedemmo su una panchina, mi alzai il vestito, mi abbassai le mutandine, mi sedetti sul gilet di jeans che avevo messo apposta, iniziai a toccarmi, mentre mi scoprii i seni, non sapevi da dove cominciare, eri confuso, i tuoi gesti erano concitati. Iniziai io, abbassandoti i pantaloni, sentendo la tua voglia di me, assecondandola, senza fretta, e la mia bocca era il tuo sedativo, e le mie labbra il tuo lenitivo, e la mia suzione la tua medicina, e la saliva l’unguento da applicare, un tormento, l’eccitazione è un tormento, si insinua languida, Voglio che mi accarezzi, voglio che mi prendi per i capelli, voglio essere la tua regina e la tua puttana, voglio tutto e subito, ti voglio tutta la notte, tutto il giorno, non per sempre, non domani, ma in un tempo indefinito, dove ci siamo solo noi e dove lasciamo fuori chiusi a chiave i rumori e le voci. Voglio vivere su un letto o sul divano blu, voglio che ci spogliamo, ci annusiamo, ci lecchiamo, voglio quel sapore particolare che la nostra saliva assume quando siamo eccitati, voglio il tuo corpo su di me, voglio muovermi su di te, farti sentire la mi acqua, acqua che nasce dal fuoco.

– Per me è difficile smettere di essere innamorato di te, ti penso ogni giorno,  non credere che dopo tutto questo tempo riesca a dimenticare in fretta

– Ma questo che c’entra, adesso, me lo spieghi?

E bastato appena poggiare le mie labbra al tuo cazzo che sei venuto subito, non mi hai avvertito,  hai dato la colpa al calore della mia bocca.

– Scusami

– Di cosa? Che mi sei venuto in bocca?

Sono terrorizzata da qualsiasi forma di possessione, di appartenenza, di conflitto, voglio vivere serena, senza menzogne, voglio vivere con uomini intelligenti che rispettano il mio carattere e le mie decisioni. Non sono fatta per vivere storie parallele, non riesco a mentire, a dire bugie. Panettiere fai tanto il timido, mi chiami puttana, ma chi tradisce la moglie decennale? Chi lascia la figlia a casa per stare con me? Tu. Io non ti accuso di nulla, non ti giudico, tante volte ti ho detto che non era il caso che ci vedevamo, che dovevamo lasciar stare, che stavamo giocando col fuoco. Basta. La devi smettere con la vita che avresti voluto avere, con le persone che avresti voluto incontrare, hai un disagio, comunicalo, liberati da questo peso. Perché? Scopare con me è un peso? Ma no, nel maschio italico la donna è appartenenza, possessione, proprietà. Io non so rispondere a tutto ciò, non so gestirti, poi piangi, mi implori di starti vicino. Sai che scopo anche con Luca, Robi e quando torna da Atene, con Yannick, so che fai il geloso, che sbraiti e che qualche volta ho preso anche un ceffone. Qual è il problema? Non sono una bella persona, ma mi comporto in modo leale, sono tutti informati, io sono fatta così, non voglio tragedie, non voglio allarmismi, non voglio sentire la tua voce urlarmi contro cattiverie inaudite. Io proverò a risolvere i miei problemi, affrontando le mie paure e le mie ansie senza xanax, ma tu, almeno tu resta lucido. Ti prego. Non sono neanche il tipo che aspetta l’uomo della vita per sistemarsi, figliare, non aspetto un cazzo di uomo che mi mantenga, ho un lavoro, una casetta e la mia indipendenza. Sì, ci sono zone d’ombra, ma le tengo sempre illuminate, non ho bisogno di conferme, non ho bisogno che qualcuno mi voglia bene, non cerco questo. Cerco solo la pace nel mondo, senza stress, poi, per il resto, sai che ti amo, che ti voglio bene, che sei importante. Poi, siete tutti uguali, pieni di insicurezze, intolleranti alle responsabilità, bisognosi di una mamma, temerari, ma anche vigliacchi. Panettiere, tu entravi nella categoria degli uomini amici delle donne, di quelli comprensivi del mondo e delle dinamiche femminili, dove Dio è unico, ma ha solo nomi diversi, e dove la bellezza interiore non corrisponde a quella esteriore. Sto andando in tilt, dico cose senza senso, poste alla rinfusa nella mia testa. La colpa è solo mia, è mia perché ho voluto rivederti, perché ho voluto stare ancora con te, non dovevo cercarti, non avrei dovuto, ma l’ho fatto, il dado è tratto. Ma sono serena in confronto a te, non me la prendo con il mondo intero, non do calci al divano, sono serafica, appagata, questo a te non va a genio, lo so,ma è lo status quo e non possiamo farci nulla, del resto tu non muovi di una virgola la tua vita per me, e allora per quale assurdo motivo dovrei farlo io? E ci incontriamo qui al laghetto, nel retro bottega, alla Tonnara, non voglio che parli male della tua compagna, mi dici sempre che la odi, che è insulsa, di basso profilo, che non ti è mai piaciuta, ma che non puoi smantellare tutto, che sei in prigione, chi ti chiede di uscirne? Ok, d’accordo, io voglio stare con te, ma non voglio scopare in quella cazzo di prigione, devi uscire fuori, non puoi prendertela con me, non puoi e non voglio entrare.

Io sono una donna libera che non vomita addosso ad altre persone le frustrazioni, la collera, i disagi accumulati negli anni passati, essere un donna intelligente, sexy, ironica, non è un fardello da portare di nascosto perché bisogna uniformarsi, per il quieto vivere, se tua moglie è una gallina alla quale hanno messo un tappo che neanche tu sei riuscito a togliere, non puoi comportarti da esaurito depresso, acido con me. Io voglio aiutarti, ma devi lasciarmi fuori.

Avete presente quando l’ira sale e non siete in grado di contenerla? Quando il  nichilismo più cupo vi stringe in una morsa e non siete in grado di liberarvi? Mi risulta difficile se non addirittura impossibile comunicare e allora resto in silenzio, non mi piace tenere banco e divento improvvisamente muta. Sto facendo la solita accozzaglia e non riesco a uscirne. La voce di Sting mi fa sempre un certo effetto, mi siedo in veranda, oltre i pini d’Aleppo c’è il mare d’inverno, stringo tra le mani una tisana bollente, stendo i piedi, mi rilasso nel caldo della coperta. Non so dove sto andando, mi immagino che cammino e cammino, ma non arrivo da nessuna parte, sono una fottuta eterna spettatrice di paesaggi. Stasera gran veglione dai vicini hippies e gattari, Panettiere si libera dopo la mezzanotte, può uscire, sgattaiolerà dalla finestra senza dare nell’occhio e verrà a prendermi con la carrozza e i topini, troverà la mia scarpetta, eviterà che mi punga col fuso dell’ago, si trasformerà in una bestia perché il tempo sarà scaduto e salirà su un tappeto volante e insieme voleremo verso il nuovo anno e così via. Perché mi sento come la voce fuori campo che narra le fiabe?

viviennelanuit©

Mi ami?

Standard

Di cosa stiamo parlando. Ti osservo dal basso verso l’alto, dalle scarpe da ginnastica un po’ consumate, passando su per quei jeans sbiaditi, e terminando sulla maglietta bianca e il grembiule sporco di farina. Ho un rapporto particolare con le tue mani, ma questo già lo sai e con quelle dita che affondano nella pasta, nelle uova, nel sale e nell’acqua e che la notte scorsa sono affondate dentro di me. Io aspetto il mio turno, come sempre, in silenzio senza far rumore, senza interferire con la lievitazione, con tua madre che mi guarda in modo arcigno ogni volta che metto piede in bottega, con il collega che ti ammicca compiaciuto, con la folla che di tanto in tanto mi fa perdere la tua visione. E aspetto, senza parlare, senza dire nulla, mi siedo sulla panchina e ti faccio morire, mi scosto i capelli di lato, abbasso la bretella del reggiseno, mi aggiusto le coppe, inumidisco le labbra, mangio una pellicina dell’unghia, accavallo le gambe, ciondolo con i sandali volutamente, me ne cade uno, lo riprendo col piede, resto scalza per qualche minuto, mi ricompongo sulla panca, alzo la gonna, alzi gli occhi al cielo, sei imbarazzato, no, non puoi distrarti, sei tutto rosso e con il pallore della farina si percepisce ancora di più, ridacchio e la smetto, ho capito non è il momento. Mi piace stuzzicare gli uomini, sono molto più timidi delle donne, di una timidezza primordiale oserei dire, rivelatrice. Quando capii questa cosa, eliminai d’un botto tutti i miei punti ferita e diventai invulnerabile, era facile metterli in imbarazzo, godevo nel farlo, ma non dovevo mai ridicolizzarli, anzi facevo di tutto per metterli a proprio agio, parlavo di musica, di teatro, cantavo, facevo battute stupide, tutto il repertorio di Fiamma, per intenderci. Avevo incontrato uomini che mi avevano lasciato un ampio margine di azione, uomini che mi dicevano sempre di sì, uomini che mi accontentavano sempre, ed io ero soddisfatta di loro, li facevo sentire importanti, utili, e bellissimi e loro capivano e allora eravamo contenti entrambi. Senza prevaricazioni, per andarci d’accordo li imitavo nel mio piccolo, pur restando fedele alla mia personalità e al mio carattere. Intelligenza emotiva, gente, solo quella!
– Dove vai?
Questa estate vengo tutti i giorni, il mio pane quotidiano che ci volete fare. Ho scostato le perline della tenda, il profumo intenso dei biscotti appena sfornati mi invade le narici, faccio marcia indietro riprendo la bici, vado via e pedalo veloce. Sono in terapia, è una terapia, mi serve una terapia, ma intanto curami, curami, curami. Ce l’ho nelle orecchie, non va via. Quel motivetto ossessivo. Mi serve la dose, perché non mi hai seguito? Forse è meglio così. Ho bisogno di qualcuno che mi faccia cuocere nel mio brodo di tanto in tanto, ho bisogno di essere ignorata.
Non abbiamo nulla in comune, di cosa cazzo dobbiamo parlare, poi mi rompi pure sulla zona franca, ma allora devo prendere davvero una spranga fottuto amico mio? E seppellirti dietro la miniera? Siamo agli antipodi, il sesso è il nostro ponte, il collante, lo scotch, la cera lacca, non uccidermi la salute. Sì, ti amo, che cazzo significa, dammi una spiegazione, spiegamelo per bene, fammi uno schema. Io alzo le mani, mi arrendo. Mi prendi per il braccio, mi porti dietro la porta, dove sta il laboratorio, è tardi hai chiuso tu stasera, mi prendi il viso a piene mani, mi stringi forte le guance, mi fai male, vuoi farmi male? Te lo concedo, puoi farmi male e trattarmi come una troietta. A volte ti piace. Lo vedo scritto a caratteri cubitali sulla tua faccia quando parli ai tuoi amici di me.
E io, la faccio la puttanella, perché quando mi perdo nella frustrazione, perché se penso a questo loop, riesco a trovare il binario del godimento più facilmente e poi sono in carrozza, non succede spesso, ma accade e il permesso devo dartelo sempre io. La concessione di trattarmi così devo dartela sempre io.
Quando ero piccola odiavo le magliette che lasciavano il collo scoperto, mi piaceva coprirmi il collo e anche in estate dovevo sempre avere un foulard, bizzarrie. Mi prendesti il collo, inclinai la testa, speravo in un bacio, cercavo di divincolarmi dolcemente, mi parlavi a un centimetro dalla bocca mentre sentivo il tuo respiro farsi sempre più intenso, volevo poggiarmi su qualcosa, piantare i piedi a terra, trovare il binario, mi rallentavi, lo facevi di proposito. Io stavo al gioco. Volevi punirmi, punirmi per non essere la tua fidanzata, punirmi per non idolatrarti, punirmi per il mio parlare a frasi spezzate. Volevi che provassi dolore per te, ma non sentivo nulla. Per venire con te dovevo immaginarmi troia e allora era facile, ma tu volevi la mia anima, non ti bastava il mio orgasmo malsano, pretendevi un orgasmo totalizzante, questo non era possibile, perché non ti amavo. Mi tolsi i jeans, le mutande, il reggiseno, rimasi solo con quella magliettina invisibile che mi copriva di poco il culo, mi sedetti su una sedia, non stavo comoda, cercavo una posizione a me congeniale, ma comandavi tu, ti avevo lasciato carta bianca e dovevo stare zitta. Prendesti dello spago, in realtà le stringhe delle tue scarpe, mi girasti le braccia dietro lo schienale, le gambe erano ancora all’aria, avvicinasti le caviglie ai piedi della sedia bloccasti anche quelle, le gambe erano immobilizzate e non potevo fare leva su nulla per venire, dovevo cedere, deporre le armi, abbandonarmi, così però avevo paura, perché non riuscivo a gestire il piacere, a modularlo, a dosarlo, così era un esplosione, una botta fortissima, un rush a rilento, iniziato dal collo, per passare all’interno coscia e al retro ginocchio, con quella lingua, lingua che valeva più di mille verghe inflitte. Mi sentivo esposta, non potevo fare nulla, non potevo muovermi, potevo solo guardarti in silenzio, ero seduta in modo che il bacino fosse proteso in avanti, eccole le tue mani, le tue dita, mi sentivo tormentata, non seguivi il mio ritmo pur conoscendolo, lo facevi di proposito.
Che dobbiamo fare Panettiere? Vuoi torturarmi?
Ero bagnatissima, infilò due dita e con il pollice premeva sul bottoncino fatato. Non potevo irrigidirmi, non potevo seguire il mio solito schema-pro-orgasmo, dovevo arrendermi a lui. E la resa doveva passare per lo stillicidio, per il caos, per la frustrazione e per il SUO cazzo di schema. Sentivo tutto, le contrazioni a rilento che non esplodevano, i miei capezzoli turgidi, il rigolo di rugiada che scendeva per le cosce, il mio petto rosso fuoco, il mio viso in fiamme, il solito pizzicore al naso prima dell’urlo finale. Ma Panettiere si era messo con tutta la buona volontà, mi mise una mano al collo per non farmi respirare per qualche secondo, mentre continuava a leccare, a leccare, leccare voracemente. Stavo per cedere, la fica andava da sola, come se fosse un’entità a sé, fuori da corpo, ma dentro la mente, fuori dai comandi, ma dentro la cabina di controllo.
– Perché non mi bendi?
– Perché devi vedere.
– Allora stringi di più.
– Smettila
– Volevi farmi male, fallo
– Smettila
– Volevi punirmi? Fallo
– Smettila
– Perché non mi scopi? Voglio che mi scopi, scopami.
Ero impossessata da quel orgasmo che non riusciva ad uscire, ma che era lì sull’uscio della porta, sul ciglio del burrone, sull’orlo del precipizio. Era uno strazio poterlo vedere e non riuscire a farlo entrare.
Panettiere aveva fatto marcia indietro, la sua mano importante, ruvida, grande, forte, era scesa in soccorso della lingua. Lingua e dita, le gambe divaricate e immobilizzate, le braccia legate a nodo stretto, ero una bomba ad orologeria. Urlai con tutto il fiato che avevo in gola, le vibrazioni percorsero tutto il mio corpo. Non bastavano i lacci delle scarpe a tenermi, Panettiere mi mantenne forte per le cosce mentre stava lì, tra quelle cosce tremolanti, che stavano per sgretolarsi e continuava a leccarla adesso piano, lentamente, con calma asciugò tutto, stremato mi baciò l’interno cosce, mi portò le braccia davanti l’intermo coscia, senza fretta, dolcemente mi slegò le caviglie, mi allentò i polsi, ero esausta, era stata una botta fortissima, dovevo riprendermi. Mi alzai lentamente, le ginocchia mi tremavano ancora, mi girai quasi in automatico e appoggiai le mani sul bancone, ero ancora bagnata, quel bagnato servì per un altro trou.
– Devo darti il culo, adesso? Questo è il tuo modo di punirmi?
In silenzio obbedii, mi fece male, forse aveva raggiunto il suo scopo, venne subito, mi rivestii e andai via, la dose era finita, senza infamia e senza lode, senza “botte di ritorno” e senza entusiasmo. Panettiere voleva parlare, io non ne avevo voglia. Ci rivedremo quando la roba sarà finita e la rota inizierà di nuovo, tu curami sempre, però.

Curami, CCCP Fedeli alla Linea, 1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi – Del conseguimento della maggiore età, Attack Punk Records 1985.

Sweet Flame

Standard

Perché sono una rocker e una romantica…

E la ruota gira, e la nave va, un altro giro di giostra, altro giro altra corsa, le seconde possibilità, le terze volte, le quarte e così via, il giro di boa, il cambio di rotta, e siamo ancora qui, a loop, a refrain, a iosa e a giro. La festa delle donne, la festa del papà, la festa della mamma, Natale, Pasqua, l’Epifania, i compleanni, gli onomastici. Odio le feste, odio gli auguri, odio le ricorrenze, se la storia è finita, perché mettere ogni anno, la mano nella melma, tanto ci troverete solo larve e un pugno di putridi insetti. I convenevoli, l’elogio della bella gente che fu, solo di quella che è stata davvero importante, ricchi premi e cotillon. Melma. Annaspate nella melma verde e puzzolente. Per fortuna che c’è la musica, altrimenti non sarei sopravvissuta. Mi accendo una sigaretta e penso  che alla fine c’è l’hanno fatta sti bastardi a chiuderci in comportamenti standardizzati, prevedibili, rintracciabili, probabilmente anche il mio sfogo su questo blog è circoscritto ad una categoria: la categoria di quelli contro, dei polemici, dei brontoloni, dei rivoluzionari, boh, non so, dei ribelli forse? E sì, mi sento in gabbia, siamo chiusi in tante gabbie tutte comunicanti tra loro, ma queste gabbie sono aperte, e noi possiamo volare, tra una gabbia e l’altra, senza guardare mai il cielo, senza guardare il terreno, solo la strada, e la morte non è morte, e i problemi non ci sono. Accidia. Una platea di accidiosi, pigri, disincantati, scarichi, distratti, automi, indifferenti, esausti, stanchi. Forse siamo come quegli insetti dentro la melma, ridotti allo stato di plancton, siamo in un brodo primordiale senza possibilità di sviluppo, siamo sulla giostra dei cavallucci bianchi che non gira, però, siamo in fondo al corridoio in un angolino, impauriti. E poi c’è la musica, per fortuna. Ho riascoltato tutta la discografia di Tenco. Brividi à flor da pele. Penso che non ci siete più. Vi guardo sfilare davanti il divano blu, ma siete lontani lontani. Penso alla mia fiamma, che non si spegnerà mai, perché è a reazione nucleare! E non avrete mai il mio scalpo, e oggi non sarà mai un buon giorno per morire.

The Velvet Underground, Sweet Jane, Loaded, WB 1970

viviennelanuit©

I am inspired by Spike Jonze

Standard

Ogni giorno parlo una lingua diversa, ed ogni giorno non vengo capita. Ogni giorno cerco di spiegare, di parlare, di far comprendere come vedo la realtà, ma niente, questi non capiscono. Ho il terzo occhio, faccio parte della massoneria, mi metto un cappuccio in testa e celebro un rito iniziatico, mi guardo allo specchio e vedo la mia immagine capovolta, l’ho girata io, ho studiato in Messico come Aleister Crowley. Mi immagino su di un piccolo palco a conferire ad un pubblico inesistente. Prendo in giro, sciarade, ironia, doppi sensi, frasi a metà, mezze verità. Recito. Su quel podio che mi sono ritagliata; e pensare che ho anche acquistato da me la medaglia d’oro. Mi illudo di conoscere tutte le righe nelle quali voglio perdermi, ma alla fine leggo bene tutto quello che c’è scritto sopra quel quaderno, scorro le righe, che sono banali, divoro parole risapute, il solito brodo con carne trita e ritrita. Sono seduta, guardo i gatti dei vicini, provo a chiamarne qualcuno, sono superbi e non concedono nulla, mi accendo una sigaretta, dandomi un tono, alla ricerca di un po’ di carattere, terrorizzata dalla paura, dalla solitudine, dalla mancanza di un uomo al mio fianco 24h. Studio ancora la grammatica di una nuova lingua, la sintassi, il lessico, la morfologia, ma adesso queste regole non vogliono entrare nel mio cervello, ho pagato il conto, ceduto le armi, ho fatto fin troppo la troietta, lo so, Luca si è sposato, sì, mi ha chiesto di scopare part time, ma gli ho detto di no, non sono il fottuto coperchio di nessuno, poi c’è Robi che mi tiene in un limbo di aspettative, di progetti, dei “faremo ma non posso”, Robi che con me ha esaurito la sua carica, Robi, con il quale ho condiviso ansie e paure, Robi con il quale pensavo di ritenermi “salva” nel focolare della sua famiglia, dove era importante apparecchiare una bella tavola: forchette, piatti, bicchieri, acqua minerale e intorno tutto si sgretolava, e le pareti erano prive di intonaco, e dove ho perfino trovato qualche pezzetto di muro nella minestra, un po’ di cemento che ho mangiato, buttandolo giù con un po’ di vino rosso sangue. Con Robi, sembrava di stare in uno stagno, con mille ninfee che non prenderanno mai una piega, e che saranno sempre scomposte sull’acqua, e con lui che mi tiene per mano, ma che in realtà me la lascia quando vuole, in un tacito consenso, senza sbattimenti e tragedie, in silenzio, seguendo il principio che la vita scorre lenta e siamo chiamati a sostenere prove quotidianamente, che le prove non fanno gli eventi, ma che il sale di tutto è resistere, accarezzati dall’acqua del fiume. Non vuoi avere figli per il momento, non vuoi sposarti, conviviamo insieme come due amici di stanza, che vivono sotto lo stesso tetto. Basta. Mi serve una dose, forte, massiccia, che salga velocemente.
Sono andata al forno, stavi lì che preparavi i panetti con il lievito madre. Il negozietto era pieno di gente, intenta a prendere il numero e svignarsela, tu hai alzato giusto un attimo la testa per vedere chi fosse entrato. Mi hai visto, hai chiuso gli occhi per un tempo indefinito, respirando forte e continuando ad impastare, ti sei fermato, hai bevuto un sorso d’acqua e hai continuato il tuo lavoro. Era il primo giorno dell’estate, quel giorno parlavo la mia lingua, la nostra lingua, quel giorno, io parlavo e tu, panettiere isolano mi capivi, ed esaudisti ancora una volta i miei desideri, senza domande e senza spiegazioni.
– Sei ancora da sola alla Tonnara? Perché ti do retta?
– Vieni un po’ da me stasera?
– Dipende, se sono stanco o meno
– Non insisto
Aspettai il mio turno, nell’angolino con i miei shorts di jeans, gli anfibi, la magliettina scomposta verde acido con su scritto “Nirvana”, il bikini che mi irritava l’interno coscia, e la bretella che mi segava il collo.
– Ma tu guarda se devo restare qui, chiusa, con quaranta gradi ad elemosinare il cazzo di sto tipo.
Fiamma, sei al capolinea della società e alla frutta, sono seduta dentro la fottuta Karma Police, e vado lenta, fuori è buio, senza sapere dove, ma consapevole che tutto scorre e scorrerà sempre, tutto ciò è quasi una dannazione, un marchio a fuoco, una bolla enorme che non esplode. Sono seduta su quella panchetta di legno, mi guardi come se fossi una bestia feroce dietro le sbarre dello zoo. Cerchi di controllarti, di moderarti, impastando freneticamente, usando convenevoli con i clienti.
– Vado al mare
Prendo la borsa, la panchetta di legno mi ha lasciato il segno sulle cosce. Me le guardi come un lupo, ti togli il grembiule, alzi il tavolaccio del bancone. Sei uno ordinario, per la famiglia, per la tavola apparecchiata, per i pranzi della domenica. Ma sei anche il tipo che sculaccia il mio culo, sulla sedia a dondolo della Tonnara, lo so.
-Aspetta ti accompagno a fumare
Appena fuori, mi prendi da dietro, per i fianchi, baciandomi il collo, stringendomi i seni, facendomelo sentire e annusandomi intensamente. Mi divincolo per prendere l’accendino.
– Sai di salsedine, di sabbia, di sole, di caldo, di caffè, di sale
– Già mi sto bagnando, ci vediamo stasera e porta qualche pizzetta e due birrette, io preparo l’erba.
Mi metto le cuffiette, i Green Day di Dookie sparati a mille, ho questa sindrome tardo adolescenziale che non va via, ho questa lineetta bloccata sui venticinque anni che non si muove più. Io di anni ne ho trentatrè, forse sono io quella che non vuole crescere, no i vari Luca, Robi, Yannick e Panettiere, no, loro sono coerenti, loro vogliono scopare, ma lo voglio anche io, no, loro vogliono divertirsi, ma lo voglio anch’io, no, loro vogliono me, senza impegni, senza conseguenze, senza futuro, ma lo voglio anch’io, cazzo, ma allora di cosa stiamo parlando? Delle fottute scadenze, dei fottuti pedaggi da pagare, della cazzo di dogana. La voglio anch’io la tavola imbandita, la voglio già apparecchiata, ma a volte voglio mangiare in piedi, come la mettiamo? Non so rispondere e in silenzio mi incammino verso il mare. Sulla spiaggia del Lucaise sembrava tutto fermo, l’acqua aveva cessato il suo moto perpetuo, le onde non si infrangevano più sugli scogli, il sole era immobile e non emanava più nessun calore, la sabbia era intrappolata dentro una clessidra gigante. Non c’era più colore, solo plastica, fredda e immobile plastica. Una cartolina sbiadita, un immagine di quello che furono, i tempi belli di una volta, i colori vivaci, senza grigi. Le storie d’amore, collaudate e invecchiate, assumono i connotati di quei grandi cartelloni pubblicitari: grandi, glaciali, pieni zeppi di nuovi propositi, di buone intenzioni e di appelli invitanti, poi le stagioni li rovinano, li stracciano, increspandoli, facendovi entrare l’acqua, deturpando e corrodendo e il guaio è che non c’è nessuno che li rincolla, nessuno che aggiusta quei vecchi cartelloni, nessuno che si preoccupi di recuperarli, riattaccarli, recuperarne i pezzettini, no, l’unica cosa che fanno è incollarne un altro sopra, nuovo, invitante e con sotto tanta colla, perché altrimenti non sta su.
Mi spoglio, scarpe, pantaloncino, maglietta, stendo l’asciugamano, da lontano vedo Carola e Vale con i bambini, io sto ancora a zero, sono ancora indietro e non riesco a correre, perché mi viene il fiatone e ho paura di non farcela. Mi rollo un grifo, con la musica ancora a palla nelle orecchie, mi stendo, voglio la botta, voglio l’eden e voglio raccoglierne i frutti senza sentirmi in colpa. Sento una mano accarezzarmi la pancia, una mano ruvida che con l’indice fa dei cerchi intorno al mio ombelico, che sale su stuzzicandomi la bocca, svegliandomi da quel torpore con le unghie che scivolano sui fianchi. Apro gli occhi. Eppure voglio tenerli serrati, come quando in una galleria becchi quelle luci accecanti e per un secondo con le mani sul volante chiudi gli occhi e le palpebre ti fanno male.
– Ho fatto prima, sono qui, perché ti do retta?
– Perché mi ami e perché ti amo
Glielo dissi mentre gli accarezzavo i capelli, visualizzandolo tra le mie cosce, mentre mi donava il miglior cunnilingus del pianeta.
– Panettiere, voglio solo la tua lingua, in questo momento
Lo dissi, in uno stato confusionale, pieno di rovi
– Vado a fare un bagno
Mi riprendo un pochino, non mi va che mi vede così, poi mi scarica tutte le colpe, dice che faccio la troietta, che i casini me li cerco con il lanternino. Io volevo solo farmi una canna in santa pace. Io volevo solo venire in santa pace. Io volevo ascoltare Welcome to Paradise senza nessuno che mi richiamasse nell’inferno. Ma mi serve la tua lingua, e il tuo cazzo, e le tue attenzioni, e i tuoi complimenti, e la tua dedizione, e il tuo ardore, mi serve tutto. Ho una cazzo di dipendenza, soffro della sindrome dell’abbandono, ho il decifit dell’attenzione, ho un bisogno disperato di scopare con te panettiere e tu mi giudichi, no, non se ne esce. Mi porgi l’asciugamano, mi abbracci.
– Non sei cambiata di una virgola, da quando avevi sedici anni, per te non è cambiato nulla
– Panettiere, torno a casa, mi vado ad impacchettare con tanto di fiocco per te, non fare tardi e porta da bere
L’aspettavo sull’uscio della porta, scalza, la sera era fresca, il profumo del mirto fortissimo, ero rilassata, super ricettiva, apertissima.
– Non voglio stare da sola, sono sincera panettiere, ma qual è il problema? Bella camicia, mi piacciono le belle camicie, annuso il tuo profumo
Mi prende il viso a piene mani, gli mantengo le mani, mi dà un bacio che sa di dolore, di frustrazione, di fine della storia
– Non così, panettiere, non capisco nulla se fai così, devo immettermi sul binario, così fai solo confusione
– Quanto rompi!
– Faccio un po’ io
Mi avvicino ancora di più, ti bacio il collo, ti sbottono la camicia, ti bacio il petto con un po’ di lingua, la saliva inizia a scendermi dagli angoli della bocca, risalgo su, lo sento già pronto, evito di toccartelo, mi siedo sul divano mi tolgo le mutandine, resto solo con la gonna, mi giro e ti faccio vedere un po’ il culo, solo un po’ come piace a me, gli do una sonora pacchetta, lo so che ti piace il rumore, piace anche a me. Sei sempre dietro, inarco il bacino, mi stuzzichi i capezzoli
– Non ti sento ancora, aiutami
Mi tiri forte il capezzolo sinistro, quello più sensibile, te lo porti alla bocca, lo lecchi, tanta saliva, baci, la lingua veloce quanto basta, con le dita scendi sotto la gonna, me la alzi, mi fa piegare sul divano, cominci a leccare da dietro, con le dita che mi accarezzano dentro, mi aiuto dondolando i fianchi, porgendotela il più possibile, voglio che ti comporti come un ventosa, ecco cosa mi sta facendo venire, l’immagine della tua bocca, come una ventosa sulla mia patata. Lo so è assurdo. Eppure funziona, cazzo se funziona! La senti che è pronta, comincia a stringere ritmicamente intorno alle tue dita, cerco di respirare, così si raffredda, adesso me lo metto un po’ in bocca, poco poco, sennò mi vieni subito, lentamente, facendoti sentire la punta della lingua che va a colpetti sulla sua punta, mentre te lo stringo a cerchio con la mano, e con l’altra mi tocco una tetta, guardandoti, sempre. Ricominciamo, mi accomodo meglio sul divano, alzo le ginocchia, ti metti le mie gambe sulle spalle, così ti sento tantissimo, ti sento preciso, non posso distogliere l’eccitazione, che adesso ha preso la sua via, le tue spinte sono chiare, lente, profonde, illuminate dalla mia vergognosa voglia del tuo cazzo. Oh, l’ho detto! Calmi. Esci, continui con la lingua e le dita a uncino, mi tocchi sempre i seni, la mia mano sulla tua testa, ti stacchi un secondo per mordermi l’interno coscia sinistro, continui a leccare, a infilare dita. Ci siamo, puoi rientrare, neanche il tempo di infilarlo tutto che gli spasmi si fanno automatici, ripetuti, intermittenti, lo spingi più dentro per sentirli tutti, mi afferri il mento, mi stringi le guance, mi baci per sentirmi ansimare di te, e veniamo così, tra saliva, alito profumato di rosolio e la ventosa più fantastica dell’universo intero. Dai, Fiamma, la ventosa no, dì che non è così, please!

viviennelanuit©

Say ain’t so, The Weezer, The Blue Album, DGC Records 1994.

Schegge di Legno

Video

Alla Tonnara si arrivava attraverso una strada sterrata, piena di ciottoli ed erba selvatica. Fiamma la vedeva da lontano in quel deserto rosso, dove una miniera abbandonata le faceva da guardia. La strada era battuta dal caldo e colorata dall’arancione della Sardegna. I suoi genitori l’avevano acquistata da poco, avevano fatto il salto della quaglia vendendosi tutto e rimanendo praticamente in mutande. Una Tonnara, una casa dei tonni. Fiamma rimurginò sul fatto che quei due pazzi, avessero preso la grande decisione della vita ormai, e il dado era tratto. E se mai un giorno avesse voluto scappare da lì? Ma dico, ma come avrebbe potuto fare? Si arrovellava la mente, Fiamma; e che faceva poi li lasciava lì da soli? Ormai era consapevole, si stavano avviando verso i settanta. Quanti dubbi. Strizzando gli occhi vide un’ enorme question mark che le lievitava davanti, gigantesco, tutto grasso e con una risata pantagruelitica! Ecco il futuro pensò, beh, almeno era lontano e non era vicino! Il nome tonnara, le venne in sogno, non sapeva il perché di questa allusione al mondo ittico suggeritale da Orfeo, non era neppure sicura che in Sardegna alevassero tonni, mah forse lì, su quell’isoletta un po’ italiana e tabarchina credeva proprio di sì!

“Vivrai nella tonnara, nella casa dei tonni”.

Una mattina, Fiamma si svegliò con quelle paroline nella mente e zac! Ecco marchiato a fuoco, il nome della casa nuova! La casa era messa abbastanza bene, se non fosse stato per quello odore di vecchiume anni sessanta e salsedine che non andava più via. Il corpo centrale si sviluppava longitudinalmente e all’interno gli ambienti erano spaziosi e spartani, ricordava uno di quei casali che aveva visto nel sud della Francia, con le ante azzurrine alle finestre, i pavimenti in legno e le tendine fiorite. Sui davanzali piante di peperoncino e aglio a go go, diciamo che la tonnara era una versione più nazional popolare degli esempi d’oltralpe.

Al centro del salone c’era un enorme sedia a dondolo e un grande lampadario in vetro di murano donava all’ambiente colori fiabeschi. Fiamma perdeva le giornate ad osservare i prismi di luce.
Giù in fondo la strada ve ne erano delle altre, perfina una “gattara” una casa dei gatti. Fiamma rideva ogni qualvolta passava lì davanti. I proprietari, due hippie in pensione anche loro, avevano scovato in giro per il mondo tutte le mattonelle, le maioliche e le piastrelle possibili raffiguranti gatti! Avevano uno o due problemini evidentemente! E poi una casa dei gatti vicino una casa dei tonni la preoccupava non poco! La mia era la la casa più importante, quella più grande. La casa infatti aveva delle potenzialità immense e Fiamma già si vedeva imprenditrice di tonni e scatolami sotto sale. Il problema semmai era come eliminare la puzza di pesce, e poi sarebbe dovuta andare in giro con una cerata gialla e con un cappello da nostromo? Naaa!
La mia stanza aveva il parquet, rovinato dall’aria di mare e un piccolo stanzino che dava su una profumatissima pineta, un lettone in ferro battuto e tante lampade.

Perché? Avete presente quando il terreno vi frana sotto i piedi? Fiamma si sentiva esclusa, messa al muro.
“O ti sta bene questa situazione, oppure puoi fare le valigie e andartene”
“Mamma, ma dico, ma ti rendi conto? Ti sembra normale che debba vivere qui, solo perché voi avete speso tutto per vivere il resto dei vostri giorni col le pezze al culo?”
“La porta sta lì”
“Fiamma, stai calma vedrai che farai amicizia con qualcuno e ti sentirai subito meglio!”
“Ma non sono un’adolescente, cazzo ho quasi trenta anni, non ho un lavoro decente, mi date 20 euro al giorno se tutto va bene, e diciamolo, perché, perché vi faccio pena più che altro e perché dovete addolcire i vostri sensi di colpa nei miei confronti”
“Stai tranquilla, piccolina vedrai ti troverai bene qui!” Il padre era plastico nelle sue affermazioni, con una flemma invidiabile smorzava tutto il suo nervosismo all’istante, per farle risalire la bile in un nanosecondo appena si trovasse da sola.

La madre di Luca abitava più giù e in settimana era andata a farle visita. Era una donna sulla cinquantina, in carne, appesantita da depressioni e delirium tremens, no questo no, scherzo! Ma esauriva il figlio alimentando le sue manie e trasferendole sistematicamente a lui. Luca era rimasto sulla terraferma per lavorare, veniva sempre nel week-end. Contavo i giorni. Quanto doveva ancora lavorare su di lui per tranquillizzarlo, coccolarlo, distrarlo dalle sue fobie maniaco-depressive! La colpa era della mamma, Luca era il suo giocattolino, la sua valvola di sfogo. Un po’ era anche comprensibile era rimasta sola troppo presto, troppe responsabilità con i figli piccoli, le paure che si affacciavano di volta in volta all’uscio della porta. Alcune erano riuscite a varcare la soglia, altre aspettavano il loro turno, ma erano sempre lì.

“Mi sei mancato, credevo di non sopravvivere a questa settimana”.
Luca era ancora dentro di me.
“Non voglio stare da sola, lo sai faccio cose strane se mi lasci da sola, ho bisogno di te, lo sai, lo sai cosa succede se mi trascuri!”
“Hai fatto la stronzetta con qualcuno, Fiamma?”
“Ma dai…! Mmm aspetta a ripensarci bene…col pescivendolo che portava il tonno a mia madre, così giusto per restare in tema!”
Luca, scoppiò a ridere e scese giù, con una mano ferma sul seno e l’altra che si faceva spazio tra le gambe, fino a immergere la testa lì, per asciugare tutto il mio piacere.
Si svegliòcon la voglia di dipingere, dipinsi Luca a pancia sotto, nudo, con i suoi glutei di ferro, le sue spalle larghe, riuscì a disegnare anche il profumo di lei che aveva addosso e il suo lascivo piacere lasciatogli sulla bocca, pigro nella sua posa, appagato, in pace con se stesso. Ma a lei non bastava averlo solo il sabato e la domenica, a lei non bastava averlo 12 h il sabato e 12 h la domenica, perché ovviamente il principino doveva essere coccolato anche dalla mamma borderline-frustrata-cronica della vita!
“Ti sarò schifosamente infedele, ma questo lo sai già vero?”
Luca, le stampò un bacio sulla fronte ed entrò in macchina, lo vide allontanarsi all’orizzonte. Aveva ancora una voglia matta di lui.

E poi dicono che la solitudine concili l’estro e la creatività! Nulla di più sbagliato. Dalla sua stanza, che sembrava una bettola da pirati, per via dello scricchiolare del parquet e del tanfo da stiva, Fiamma voleva urlare, e da lontano i gabbiani le ricordavano quanto proprio non potesse soffrire la Tonnara, come una Raperonzolo “molto rivisitata”, messa in trappola, da quegli hippies dei suoi stivali dei genitori!

Si era svegliata storta, non aveva trovato nulla per colazione e, ancora in pigiama, aveva preso la bici e si era catapultata in strada, era andata in paese, ma Fiamma preferiva utilizzare il termine “spaccio” per quel negozietto biò. Come al solito non aveva trovato né il miele di castagno, né le fette biscottate al farro, e fu “costretta”a ripiegare su un megacornetto con crema chantilly e super cappuccino corretto al cacao. Prese tutto in quell’odiosissimo bar anni settanta, con le sedie di plastica arancioni, i posacenere Cinzano e l’insegna Fernet-Branca! Sul retro aveva pure il tavolo da biliardo!

Beh direte voi, vivi su una scogliera, respiri aria pulita, ti svegli con il dolce canto delle sirene, mangi (beh, forse, ti piacerebbe) organic… di cosa ti lamenti!?
Fiamma non amava gli estremismi, aveva deciso di posizionarsi in quel “mezzo” raggiungibilissimo che rende la vita facile e aveva accettato di buon grado, di negarsi e donarsi al compromesso a seconda dei contesti del momento.

Lo aveva fatto con gli uomini, con i suoi genitori, col suo lavoro, aveva avuto le sue esperienze sia da modaiola incallita, che da artista bistrattata, sia da punkettara/dark/metal stile Sepoltura, sia da party girl da boy band. Fiamma aveva deciso che le piacevano troppo i bei vestiti, i profumi, i gioielli, il mettersi il pigiama “come le galline” o uscire a mezzanotte, farsi una cannetta o dare forfait a una pizza per applicarsi una maschera alla propoli in viso. Senza stress, assecondando i suoi umori e le sue necessità.

Preferiva non essere “etichettata”, non appartenere a nessuna “casta”. Provava una pace interiore piacevolissima, vivere la sua esistenza senza troppi scossoni, tranquilla ed eccitante, sfrenata e asettica al tempo stesso, rispettando i suoi momenti off e gioendo di quelli on. La vita come un cocktail, creato seduta stante e su misura per lei, correggendolo quanto basta o annacquandolo quando voleva.

Fiamma non avrebbe mai potuto vivere da funambola come i suoi genitori, perché era una radical chic dichiarata! Il lavoro precario e qualche soldino in tasca le davano felicità, dopotutto, era più facile “fare la rivoluzione” con qualche spicciolo in più! E lei odiava i “rivoluzionari” part time, quelli che andavano in giro con le pezze al culo, e alle spalle avevano genitori professionisti con case e barche di proprietà.

Rispettava i giorni in cui si sentiva brutta, altrettanto a quelli dove, invece appariva bella, dicendo a se stessa che, dopotutto, non si poteva dare il massimo sempre, non poteva caricarsi al 100% ogni santo giorno. Doveva rispettare quei momenti dove i capelli non erano in ordine, la ceretta era una Fata Morgana e l’umore nero come la pece la avvolgeva tipo blob. Cazzo, li doveva accettare quei momenti, tanto sapeva che prima o poi, a fasi alterne, venivano a bussare alla sua porta! E, ai quali, ahimé, doveva dar conto. Aveva accettato di non sposarsi, forse aveva valutato la convivenza, ma comunque era impossibile per lei vivere con un solo uomo, pensare al matrimonio, magari solo perché, prima o poi il grande passo lo facevano tutte, mettersi il vestito bianco, le bomboniere, il ricevimento e poi, dopo, stare col fegato spappolato, combattere perché i soldi magari sono pochi, tirare la cinghia, Fiamma non aveva attorno a sé gente sposata e felice, ma frustrati, ma non le piaceva neanche essere troppo disfattista in merito, solo che il matrimonio non era una cosa che le andava a genio. I figli sì, però, e lei ne voleva tanti!

Si collocò in quella terra di mezzo verso i quindici anni, quando vide vomitare anche l’anima di Sara, una sua amica del liceo, che in preda ad una pasticca andata a male, asseriva di vedere rotoli di sangue che la inseguivano per tutta la stanza. La ricorda bene quella stanza, piena zeppa di poster di Jim Morrison, di spilloni, borchie e lurida all’inverosimile.

No, grazie. Fiamma ci teneva troppo alla sua pelle ambrata, ai suoi capelli neri, ai suoi occhi da gatta, che aveva deciso di declinare di buon grado tutti gli inviti ad alcol e droghe.
Fiamma non era una moralista, le piaceva la cultura beatnik, le avanguardie, i collettivi, gli happening, il punk, la new wave e i Cure, ma le piaceva guardare da lontano, non sporcarsi le mani in quel calderone, le manacce le avevano già messe i suoi, rovinandole la vita! Fiamma assecondava i suoi equilibri a seconda del suo stato d’animo. Quando voleva fare l’amore, bene! telefonava Luca, e lui correva in un batter baleno! Sì sentiva sola perché Luca non poteva soccorrerla? Bene! chiamava Robi. Ovvio, qualche volta le andava in bianco, magari qualcuno inciampava e non poteva più correre da lei, ma non disperava. I “no” erano parte integrante della sua éducation sentimentale e gli inviti declinati non andavano minimamente a scalfire il suo ego smisurato!

Fiamma viveva il tutto con equilibrio e serenità senza mettere limiti: paletti da morale cattolica, ostacoli da sensi di colpa, limiti da morte. La morte, forse, era il più grande dei limiti umani e Fiamma non era ancora riuscita ad ingannarla, ma la partita a scacchi con Miss M, era rinviata di parecchi anni, o per lo meno incrociava le dita in tal senso!

Luca non sapeva di Robi, era troppo sensibile per rivelargli di una storia parallela e Robi accettava pur di stare con Fiamma. La giusta misura delle sensazioni, senza colpe e senza giudizi. Tarate, misurate al caso, al giorno, al tempo e alle proprie inclinazioni. Cosa c’è di male? Bisogna nascere per forza tondi e morire tondi? Ma sapete in quante formelle la vita ci inserisce? Come nei più riusciti dei giochini Fisher Price, ecco, Fiamma si ricorda di come non volesse mai introdurre il quadrato nel quadrato, per esempio!
Yannick, sarebbe venuto alla Tonnara sabato. “Che tempismo” pensò Fiamma, Mr and Mrs “scappo dalla città, la vita, l’amore e i tonni” non ci sarebbero stati, anche se, la loro presenza non avrebbe destato nessun problema, dopotutto uno dei pochi vantaggi della casa è che era abbastanza grande da non incontrarsi durante il giorno. Yannick metà inglese e metà greco, l’aveva conosciuto ai tempi del suo Erasmus a Basildon. Basildon, una cittadina grigia e amorfa, eccitante solo perché era stata la culla natale dei Depeche Mode, e ovviamente per Yannick, con il quale aveva trascorso non poche giornate e… nottate a parlare di Ouzo e ad ascoltare P.J.Harvey, completamente strafatti.

Bisogna mostrare solidarietà e comprensione, ma anche compassione per quelle donne che fanno le vittime, che sono vittime. Vittime della loro monotonia, del loro sesso monocorde, monotematico e monocolore. Fiamma per loro provava solo rabbia. Rabbia, perché quelle donne avevano paura, rabbia perché quelle donne parlavano male delle donne come lei, libere, vere e pure. Fiamma non aveva paura ad accogliere il piacere, di questo ne era più che sicura! Ma detestava quelle insopportabili frustrate che criticavano senza averlo mai provato, gliene avrebbe voluto dire “quattro” in proposito. Si può vivere di passione? Si può pensare al sesso ore, minuti e quarti d’ora? Fiamma si interrogava quotidianamente su queste domande, e più cercava, più non trovava risposte. Era perfino riuscita a fare una classifica di chi le avesse fatto provare l’orgasmo più forte finora. Perché l’orgasmo è così volatile e suscettibile di cambiamenti? Quante domande, e un numero esiguo di uomini, tre finora che l’avevano venerata e coccolata, e ai quali Fiamma si era concessa adorandoli e ricambiando tutto l’amore donatole. Fiamma era dipendente delle leccate di Luca, del cazzo di Robi e delle attenzioni maniacali di Yannick. Ma era troppo piccola per capire, troppo distratta, troppo nascosta dietro il paravento. Anche il suo orgasmo era infantile, veloce, accelerato, cercato subito, preteso subito. Aveva ancora molto da imparare.

La verità è che quando perdi la testa per un uomo, per la donna è finita. La sua anima è arrivata al capolinea, il suo corpo appartiene solo a quel lui, il suo corpo funziona solo con quel lui. Non raggiungere mai questa dipendenza rappresentava per Fiamma la più grande sfida! Quando una donna perde tutto? Quando dà tutta se stessa, quando con un uomo raggiunge quello stato mentale e corporeo di fusione, estasi, passione. La donna perde la testa quando trova un uomo che la fa godere; quando mette da parte quelle sciocche competizioni, quelle gare di prevaricazione, quella apparenza insopportabile, quel séparè tra lei e il piacere. Ecco che allora è vulnerabile, esposta come non mai, alla mercé del maschio.

Fiamma aveva provato tutto questo e si era detta più volte che non avrebbe più sofferto, che non avrebbe più provato nessun dolore e allora aveva ceduto a se stessa, al suo bisogno di piacere, di godere, di amarsi. Succedeva tutte le volte, con Robi, con Luca, ed era successo perfino con Yannick. Solo sesso, nessuna vita a due, eccetto che per brevi periodi. Ma Fiamma nel suo cuore provava amore per tutti e tre in egual modo, e avrebbe provato affetto anche per un “quarto” se, se ne fosse mai aggiunto! Il sesso come terapia alla solitudine, il sesso per riempire un vuoto, il sesso per sentirsi viva. Per Fiamma il sesso era amore e l’amore era sesso. Tra pensieri ansiogeni e pulp era bello concedersi tutto questo, e dare liberamente la mano al desiderio che, come una guida, ti accompagna dove vuoi andare! Ma allora cosa vuol dire innamorarsi? Forse l’amore consisteva nel dedicare tempo e dedizione, ma questo Fiamma già lo faceva. Troppe domande. Continuava a non capire una mazza…ops un’acca!

Quella mattina Yannick, era venuto a prenderla fin sotto casa. Era bello rivederlo dopo una settimana. Fiamma si era messa a puntino per lui: ceretta brasiliana, capelli freschi di henné, vestitino griffato Vivienne Westwood comprato di terza mano a Camden e tacchi altissimi. Yannick l’aspettava in macchina, scese per aprirle la porta, le disse all’orecchio quanto fosse meravigliosa e partirono alla volta di casa sua, dove Fiamma trascorse tutti i sabati e tutte le domeniche di quel 2002. Appena entrati Yannick, le tolse il cappotto, un pellicciotto sintetico che faceva molto King’s Cross, e le preparò l’immancabile cup o tea.
Fiamma lo osservava in silenzio, compiaciuta e impaziente, si sistemò il reggiseno con una mano, Yannick se ne accorse e rise con la coda dell’occhio.

Fiamma lo prese alla lettera, stava seduta al tavolo in quel giardino d’inverno, pieno di stampe Old England appese alle pareti con un’aria frivola e sfacciata, mentre aspettava il suo tè. Quello era il loro personalissimo rituale, il loro modo di corteggiarsi, di “ritardarsi”. Aveva le gambe accavallate, i suoi collant trasparenti erano evidenziati solo dalla punta rinforzata dei piedi e dei talloni; si sbottonò il reggiseno, il suo reggiseno ricamato di un bianco perlato, che le strizzava il seno, lasciandogli il segno, reso ancor più florido per gli sbalzi ormonali del ciclo. Le lasciò così, senza reggiseno, prestando molta attenzione che Yannick la stesse guardando, poi si alzò la gonna e si tolse le mutandine anche loro perlate e immacolate. Rimase seduta, con quegli occhioni da gatta che reclamavano la sua lingua, rimase seduta nella penombra di quel primo pomeriggio. Yannick le si avvicinò in ginocchio, fiamma stava col sedere sul pizzo della sedia le gambe aperte, lui le alzò la gonna, l’acqua nel bollitore che fischiava, inizio a morderle l’interno coscia, non c’era tempo il tè era quasi pronto, lo teneva lì con la testa, era bello toccargli i capelli, che erano un po’ lunghi, di un castano ramato e toccargli i piercing sulle orecchie. La barba di tre giorni amplificava ancora di più le sue leccate, che si facevano ora più prepotenti e volutamente veloci. Yannick la conosceva bene, Fiamma la conosceva bene e sapeva che le bastavano solo un paio di minuti per cedere ed urlare il suo nome.

viviennelanuit©

Rid of me, P.J.Harvey, Island Records 1993