Maggio I

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Alla Bobba c’era odore di sabbia bagnata, riuscivo a sentirlo dalla collinetta, impossibile non riconoscerlo, un odore prepotente che il vento trascinava a forza dal mare, un odore selvatico e pungente come il mirto e come le foglie dei pini di Aleppo, quasi balsamico. Ero ritornata sull’isola dopo una lunga assenza. La Tonnara era luccicante ai miei occhi, era una matrona romana che mia accoglieva con calore, il suo abbraccio rassicurante mi sussurrava calma, tranquillità e perdono. Avevo commesso troppi errori e dovevo purificarmi, ricordarmi di mettere sempre il balsamo dopo lo shampoo e bere un grappino dopo cena, ascoltare qualche canzone giusta e rileggere Celine, portare un cadeau ai vicini hippies e fumarmi una canna con loro, erano queste le cose che mi piacevano, dopotutto, volevo vivere immersa nel verde, confondermi con gli alberi e ammiccare il tramonto con il maglione in tricot bianco che mi avevi regalato per il mio compleanno. La solitudine ci rende più forti, più lucidi, più disperati.

Vado in paese a comprare due focacce al tonno e pesto come si usa qui, su quest’isola dimenticata, dove i sapori del sud su confondono con quelli del nord, dove si parla un dialetto arabo, dove il faro a ovest guarda il Mediterraneo e il profumo delle erbette selvatiche ti apre i polmoni.

Vado, non vado? Lo rivedo o non lo rivedo? Lascialo in pace Fiamma! Mi sento sola, ho voglia di compagnia, lui mi fa stare bene, è per la dose, devo avere la mia dose. Torno a casa, butto la bici in giardino, tra le siepi, apro la porta, faccio una corsa sopra, giro l’acqua calda della doccia, afferro il bagnoschiuma al sandalo, penso al lui, al Panettiere. Mi aveva scritto alcuni messaggi roventi, che sistematicamente avevo ignorato. Ceno, dormo.

Aveva piovuto tutta la notte e avevo deciso di passeggiare sulla spiaggia, mi piace camminare sulla sabbia bagnata, non ti dà fastidio, sembra un tappeto, ma anche le sabbie mobili, cerchi di di non bagnarti, ma ci cammini sopra a fior di granello, e si gelano i piedi. Mi siedo sulle travi di legno dello chalet, stendo la coperta è impossibile dimenticarti, mi circondo di palliativi, ma niente sei dentro di me, sempre, mentre guardo il mare, mentre conto i granelli della sabbia, mentre metto ordine nella mia testa, dove i pensieri si accalcano in cerca di una risposta e io mi sento soffocare, in preda al panico. Poi, ti vedo da lontano e forse mi sento meglio, ci spero fino alla fine che fossi tu, alla fine di quel vialetto, dove c’è la strada che conduce alla Tonnara.

Panettiere come stai? Quanto tempo, mi sento diversa, voglio parlare senza freni, voglio raccontarti dove sono stata, le persone che ho incontrato, quelle che ho dimenticato, ma io non voglio dimenticare, separare, vivere in scompartimenti stagno, voglio amare, voglio amarti. Abbracciami, perché mi sento sola, ho bisogno di te, non so cosa fare, lo so è lo stesso ritornello, a giro, ma alla fine della strada ci sei sempre tu, e ho bisogno di calore e di tenerezza. Mi prendi il collo con la mano destra, ruvida, fredda, ti avvicini, il tuo profumo: il pane, la farina, i biscotti. Mi metto composta, già mi sento turbata. Devo toccarti, le braccia, le spalle, le tue labbra . Il desiderio, perché? Non riesco a negarmi, a dire stop, è sempre una droga. Morirò, lo so, ma adesso voglio vivere. Cammino a quattro zampe verso di te, che sei seduto sul divano, faccio tutto io, perché ti voglio tantissimo e tu sei fermo e mi lasci carta bianca. Ti voglio annusare, inizia tutto dalle narice, dall’odore che scatena il mio olfatto connesso direttamente al cervello. No, non sei Luca, ma mi va bene tutto stasera, anche tu Panettiere. Grazie, che sei qui con me. Mi prendi le guance, mi aiuti a salire su di te, ho giusto il tempo di sfilarmi le mutandine, mi alzi la gonna, mi accarezzi dietro le ginocchia, le cosce, sono davanti a te, mi accovaccio, mi sbottono il reggiseno, inizi a succhiare (quello sinistro) sì, lo so, fai il timido perché ti piaccio, ma tu no, o almeno non abbastanza, per questo sono sfrontata, per questo mi comporto da troietta, e a te non ti frega e neanche a me. Puoi pensare tutto ciò che vuoi, ma adesso scopami, come sai fare tu, come so fare io con te. Ho perso tempo, in giro per l’Europa, e adesso sono vecchia, e tu ti sei sposato. Mi trastullo con l’isolano, mi fa compagnia, ma sono sola, in questa giovinezza resa schiava dagli anni che passano e dalla mia ostinazione. No, non voglio gabbie, ma voglio gli stessi sbagli, mi danno sicurezza, tu sei uno sbaglio, per esempio, e io voglio commettere lo stesso identico errore, sistematico, cadenzato, ciclico. Mi muovo cercando il punto debole, il mio, lentamente, senza fretta, tu vuoi correre, ma io ti faccio rallentare, mi stacco un secondo, ti bacio piano piano, ricomincio a muovermi, mi tocchi il sedere, senti che te lo stringo, getti la testa indietro, ti succhio il pomo d’ Adamo, mi sposto verso l’orecchio, hai il mio seno in bocca, stringo le gambe, iniziano gli spasmi, sento solo il mio corpo, mi afferri i fianchi vuoi dettare il tuo ritmo, per un po’ ti faccio fare, poi attacco il mio così fino ad esplodere.

Schegge di Legno

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Alla Tonnara si arrivava attraverso una strada sterrata, piena di ciottoli ed erba selvatica. Fiamma la vedeva da lontano in quel deserto rosso, dove una miniera abbandonata le faceva da guardia. La strada era battuta dal caldo e colorata dall’arancione della Sardegna. I suoi genitori l’avevano acquistata da poco, avevano fatto il salto della quaglia vendendosi tutto e rimanendo praticamente in mutande. Una Tonnara, una casa dei tonni. Fiamma rimurginò sul fatto che quei due pazzi, avessero preso la grande decisione della vita ormai, e il dado era tratto. E se mai un giorno avesse voluto scappare da lì? Ma dico, ma come avrebbe potuto fare? Si arrovellava la mente, Fiamma; e che faceva poi li lasciava lì da soli? Ormai era consapevole, si stavano avviando verso i settanta. Quanti dubbi. Strizzando gli occhi vide un’ enorme question mark che le lievitava davanti, gigantesco, tutto grasso e con una risata pantagruelitica! Ecco il futuro pensò, beh, almeno era lontano e non era vicino! Il nome tonnara, le venne in sogno, non sapeva il perché di questa allusione al mondo ittico suggeritale da Orfeo, non era neppure sicura che in Sardegna alevassero tonni, mah forse lì, su quell’isoletta un po’ italiana e tabarchina credeva proprio di sì!

“Vivrai nella tonnara, nella casa dei tonni”.

Una mattina, Fiamma si svegliò con quelle paroline nella mente e zac! Ecco marchiato a fuoco, il nome della casa nuova! La casa era messa abbastanza bene, se non fosse stato per quello odore di vecchiume anni sessanta e salsedine che non andava più via. Il corpo centrale si sviluppava longitudinalmente e all’interno gli ambienti erano spaziosi e spartani, ricordava uno di quei casali che aveva visto nel sud della Francia, con le ante azzurrine alle finestre, i pavimenti in legno e le tendine fiorite. Sui davanzali piante di peperoncino e aglio a go go, diciamo che la tonnara era una versione più nazional popolare degli esempi d’oltralpe.

Al centro del salone c’era un enorme sedia a dondolo e un grande lampadario in vetro di murano donava all’ambiente colori fiabeschi. Fiamma perdeva le giornate ad osservare i prismi di luce.
Giù in fondo la strada ve ne erano delle altre, perfina una “gattara” una casa dei gatti. Fiamma rideva ogni qualvolta passava lì davanti. I proprietari, due hippie in pensione anche loro, avevano scovato in giro per il mondo tutte le mattonelle, le maioliche e le piastrelle possibili raffiguranti gatti! Avevano uno o due problemini evidentemente! E poi una casa dei gatti vicino una casa dei tonni la preoccupava non poco! La mia era la la casa più importante, quella più grande. La casa infatti aveva delle potenzialità immense e Fiamma già si vedeva imprenditrice di tonni e scatolami sotto sale. Il problema semmai era come eliminare la puzza di pesce, e poi sarebbe dovuta andare in giro con una cerata gialla e con un cappello da nostromo? Naaa!
La mia stanza aveva il parquet, rovinato dall’aria di mare e un piccolo stanzino che dava su una profumatissima pineta, un lettone in ferro battuto e tante lampade.

Perché? Avete presente quando il terreno vi frana sotto i piedi? Fiamma si sentiva esclusa, messa al muro.
“O ti sta bene questa situazione, oppure puoi fare le valigie e andartene”
“Mamma, ma dico, ma ti rendi conto? Ti sembra normale che debba vivere qui, solo perché voi avete speso tutto per vivere il resto dei vostri giorni col le pezze al culo?”
“La porta sta lì”
“Fiamma, stai calma vedrai che farai amicizia con qualcuno e ti sentirai subito meglio!”
“Ma non sono un’adolescente, cazzo ho quasi trenta anni, non ho un lavoro decente, mi date 20 euro al giorno se tutto va bene, e diciamolo, perché, perché vi faccio pena più che altro e perché dovete addolcire i vostri sensi di colpa nei miei confronti”
“Stai tranquilla, piccolina vedrai ti troverai bene qui!” Il padre era plastico nelle sue affermazioni, con una flemma invidiabile smorzava tutto il suo nervosismo all’istante, per farle risalire la bile in un nanosecondo appena si trovasse da sola.

La madre di Luca abitava più giù e in settimana era andata a farle visita. Era una donna sulla cinquantina, in carne, appesantita da depressioni e delirium tremens, no questo no, scherzo! Ma esauriva il figlio alimentando le sue manie e trasferendole sistematicamente a lui. Luca era rimasto sulla terraferma per lavorare, veniva sempre nel week-end. Contavo i giorni. Quanto doveva ancora lavorare su di lui per tranquillizzarlo, coccolarlo, distrarlo dalle sue fobie maniaco-depressive! La colpa era della mamma, Luca era il suo giocattolino, la sua valvola di sfogo. Un po’ era anche comprensibile era rimasta sola troppo presto, troppe responsabilità con i figli piccoli, le paure che si affacciavano di volta in volta all’uscio della porta. Alcune erano riuscite a varcare la soglia, altre aspettavano il loro turno, ma erano sempre lì.

“Mi sei mancato, credevo di non sopravvivere a questa settimana”.
Luca era ancora dentro di me.
“Non voglio stare da sola, lo sai faccio cose strane se mi lasci da sola, ho bisogno di te, lo sai, lo sai cosa succede se mi trascuri!”
“Hai fatto la stronzetta con qualcuno, Fiamma?”
“Ma dai…! Mmm aspetta a ripensarci bene…col pescivendolo che portava il tonno a mia madre, così giusto per restare in tema!”
Luca, scoppiò a ridere e scese giù, con una mano ferma sul seno e l’altra che si faceva spazio tra le gambe, fino a immergere la testa lì, per asciugare tutto il mio piacere.
Si svegliòcon la voglia di dipingere, dipinsi Luca a pancia sotto, nudo, con i suoi glutei di ferro, le sue spalle larghe, riuscì a disegnare anche il profumo di lei che aveva addosso e il suo lascivo piacere lasciatogli sulla bocca, pigro nella sua posa, appagato, in pace con se stesso. Ma a lei non bastava averlo solo il sabato e la domenica, a lei non bastava averlo 12 h il sabato e 12 h la domenica, perché ovviamente il principino doveva essere coccolato anche dalla mamma borderline-frustrata-cronica della vita!
“Ti sarò schifosamente infedele, ma questo lo sai già vero?”
Luca, le stampò un bacio sulla fronte ed entrò in macchina, lo vide allontanarsi all’orizzonte. Aveva ancora una voglia matta di lui.

E poi dicono che la solitudine concili l’estro e la creatività! Nulla di più sbagliato. Dalla sua stanza, che sembrava una bettola da pirati, per via dello scricchiolare del parquet e del tanfo da stiva, Fiamma voleva urlare, e da lontano i gabbiani le ricordavano quanto proprio non potesse soffrire la Tonnara, come una Raperonzolo “molto rivisitata”, messa in trappola, da quegli hippies dei suoi stivali dei genitori!

Si era svegliata storta, non aveva trovato nulla per colazione e, ancora in pigiama, aveva preso la bici e si era catapultata in strada, era andata in paese, ma Fiamma preferiva utilizzare il termine “spaccio” per quel negozietto biò. Come al solito non aveva trovato né il miele di castagno, né le fette biscottate al farro, e fu “costretta”a ripiegare su un megacornetto con crema chantilly e super cappuccino corretto al cacao. Prese tutto in quell’odiosissimo bar anni settanta, con le sedie di plastica arancioni, i posacenere Cinzano e l’insegna Fernet-Branca! Sul retro aveva pure il tavolo da biliardo!

Beh direte voi, vivi su una scogliera, respiri aria pulita, ti svegli con il dolce canto delle sirene, mangi (beh, forse, ti piacerebbe) organic… di cosa ti lamenti!?
Fiamma non amava gli estremismi, aveva deciso di posizionarsi in quel “mezzo” raggiungibilissimo che rende la vita facile e aveva accettato di buon grado, di negarsi e donarsi al compromesso a seconda dei contesti del momento.

Lo aveva fatto con gli uomini, con i suoi genitori, col suo lavoro, aveva avuto le sue esperienze sia da modaiola incallita, che da artista bistrattata, sia da punkettara/dark/metal stile Sepoltura, sia da party girl da boy band. Fiamma aveva deciso che le piacevano troppo i bei vestiti, i profumi, i gioielli, il mettersi il pigiama “come le galline” o uscire a mezzanotte, farsi una cannetta o dare forfait a una pizza per applicarsi una maschera alla propoli in viso. Senza stress, assecondando i suoi umori e le sue necessità.

Preferiva non essere “etichettata”, non appartenere a nessuna “casta”. Provava una pace interiore piacevolissima, vivere la sua esistenza senza troppi scossoni, tranquilla ed eccitante, sfrenata e asettica al tempo stesso, rispettando i suoi momenti off e gioendo di quelli on. La vita come un cocktail, creato seduta stante e su misura per lei, correggendolo quanto basta o annacquandolo quando voleva.

Fiamma non avrebbe mai potuto vivere da funambola come i suoi genitori, perché era una radical chic dichiarata! Il lavoro precario e qualche soldino in tasca le davano felicità, dopotutto, era più facile “fare la rivoluzione” con qualche spicciolo in più! E lei odiava i “rivoluzionari” part time, quelli che andavano in giro con le pezze al culo, e alle spalle avevano genitori professionisti con case e barche di proprietà.

Rispettava i giorni in cui si sentiva brutta, altrettanto a quelli dove, invece appariva bella, dicendo a se stessa che, dopotutto, non si poteva dare il massimo sempre, non poteva caricarsi al 100% ogni santo giorno. Doveva rispettare quei momenti dove i capelli non erano in ordine, la ceretta era una Fata Morgana e l’umore nero come la pece la avvolgeva tipo blob. Cazzo, li doveva accettare quei momenti, tanto sapeva che prima o poi, a fasi alterne, venivano a bussare alla sua porta! E, ai quali, ahimé, doveva dar conto. Aveva accettato di non sposarsi, forse aveva valutato la convivenza, ma comunque era impossibile per lei vivere con un solo uomo, pensare al matrimonio, magari solo perché, prima o poi il grande passo lo facevano tutte, mettersi il vestito bianco, le bomboniere, il ricevimento e poi, dopo, stare col fegato spappolato, combattere perché i soldi magari sono pochi, tirare la cinghia, Fiamma non aveva attorno a sé gente sposata e felice, ma frustrati, ma non le piaceva neanche essere troppo disfattista in merito, solo che il matrimonio non era una cosa che le andava a genio. I figli sì, però, e lei ne voleva tanti!

Si collocò in quella terra di mezzo verso i quindici anni, quando vide vomitare anche l’anima di Sara, una sua amica del liceo, che in preda ad una pasticca andata a male, asseriva di vedere rotoli di sangue che la inseguivano per tutta la stanza. La ricorda bene quella stanza, piena zeppa di poster di Jim Morrison, di spilloni, borchie e lurida all’inverosimile.

No, grazie. Fiamma ci teneva troppo alla sua pelle ambrata, ai suoi capelli neri, ai suoi occhi da gatta, che aveva deciso di declinare di buon grado tutti gli inviti ad alcol e droghe.
Fiamma non era una moralista, le piaceva la cultura beatnik, le avanguardie, i collettivi, gli happening, il punk, la new wave e i Cure, ma le piaceva guardare da lontano, non sporcarsi le mani in quel calderone, le manacce le avevano già messe i suoi, rovinandole la vita! Fiamma assecondava i suoi equilibri a seconda del suo stato d’animo. Quando voleva fare l’amore, bene! telefonava Luca, e lui correva in un batter baleno! Sì sentiva sola perché Luca non poteva soccorrerla? Bene! chiamava Robi. Ovvio, qualche volta le andava in bianco, magari qualcuno inciampava e non poteva più correre da lei, ma non disperava. I “no” erano parte integrante della sua éducation sentimentale e gli inviti declinati non andavano minimamente a scalfire il suo ego smisurato!

Fiamma viveva il tutto con equilibrio e serenità senza mettere limiti: paletti da morale cattolica, ostacoli da sensi di colpa, limiti da morte. La morte, forse, era il più grande dei limiti umani e Fiamma non era ancora riuscita ad ingannarla, ma la partita a scacchi con Miss M, era rinviata di parecchi anni, o per lo meno incrociava le dita in tal senso!

Luca non sapeva di Robi, era troppo sensibile per rivelargli di una storia parallela e Robi accettava pur di stare con Fiamma. La giusta misura delle sensazioni, senza colpe e senza giudizi. Tarate, misurate al caso, al giorno, al tempo e alle proprie inclinazioni. Cosa c’è di male? Bisogna nascere per forza tondi e morire tondi? Ma sapete in quante formelle la vita ci inserisce? Come nei più riusciti dei giochini Fisher Price, ecco, Fiamma si ricorda di come non volesse mai introdurre il quadrato nel quadrato, per esempio!
Yannick, sarebbe venuto alla Tonnara sabato. “Che tempismo” pensò Fiamma, Mr and Mrs “scappo dalla città, la vita, l’amore e i tonni” non ci sarebbero stati, anche se, la loro presenza non avrebbe destato nessun problema, dopotutto uno dei pochi vantaggi della casa è che era abbastanza grande da non incontrarsi durante il giorno. Yannick metà inglese e metà greco, l’aveva conosciuto ai tempi del suo Erasmus a Basildon. Basildon, una cittadina grigia e amorfa, eccitante solo perché era stata la culla natale dei Depeche Mode, e ovviamente per Yannick, con il quale aveva trascorso non poche giornate e… nottate a parlare di Ouzo e ad ascoltare P.J.Harvey, completamente strafatti.

Bisogna mostrare solidarietà e comprensione, ma anche compassione per quelle donne che fanno le vittime, che sono vittime. Vittime della loro monotonia, del loro sesso monocorde, monotematico e monocolore. Fiamma per loro provava solo rabbia. Rabbia, perché quelle donne avevano paura, rabbia perché quelle donne parlavano male delle donne come lei, libere, vere e pure. Fiamma non aveva paura ad accogliere il piacere, di questo ne era più che sicura! Ma detestava quelle insopportabili frustrate che criticavano senza averlo mai provato, gliene avrebbe voluto dire “quattro” in proposito. Si può vivere di passione? Si può pensare al sesso ore, minuti e quarti d’ora? Fiamma si interrogava quotidianamente su queste domande, e più cercava, più non trovava risposte. Era perfino riuscita a fare una classifica di chi le avesse fatto provare l’orgasmo più forte finora. Perché l’orgasmo è così volatile e suscettibile di cambiamenti? Quante domande, e un numero esiguo di uomini, tre finora che l’avevano venerata e coccolata, e ai quali Fiamma si era concessa adorandoli e ricambiando tutto l’amore donatole. Fiamma era dipendente delle leccate di Luca, del cazzo di Robi e delle attenzioni maniacali di Yannick. Ma era troppo piccola per capire, troppo distratta, troppo nascosta dietro il paravento. Anche il suo orgasmo era infantile, veloce, accelerato, cercato subito, preteso subito. Aveva ancora molto da imparare.

La verità è che quando perdi la testa per un uomo, per la donna è finita. La sua anima è arrivata al capolinea, il suo corpo appartiene solo a quel lui, il suo corpo funziona solo con quel lui. Non raggiungere mai questa dipendenza rappresentava per Fiamma la più grande sfida! Quando una donna perde tutto? Quando dà tutta se stessa, quando con un uomo raggiunge quello stato mentale e corporeo di fusione, estasi, passione. La donna perde la testa quando trova un uomo che la fa godere; quando mette da parte quelle sciocche competizioni, quelle gare di prevaricazione, quella apparenza insopportabile, quel séparè tra lei e il piacere. Ecco che allora è vulnerabile, esposta come non mai, alla mercé del maschio.

Fiamma aveva provato tutto questo e si era detta più volte che non avrebbe più sofferto, che non avrebbe più provato nessun dolore e allora aveva ceduto a se stessa, al suo bisogno di piacere, di godere, di amarsi. Succedeva tutte le volte, con Robi, con Luca, ed era successo perfino con Yannick. Solo sesso, nessuna vita a due, eccetto che per brevi periodi. Ma Fiamma nel suo cuore provava amore per tutti e tre in egual modo, e avrebbe provato affetto anche per un “quarto” se, se ne fosse mai aggiunto! Il sesso come terapia alla solitudine, il sesso per riempire un vuoto, il sesso per sentirsi viva. Per Fiamma il sesso era amore e l’amore era sesso. Tra pensieri ansiogeni e pulp era bello concedersi tutto questo, e dare liberamente la mano al desiderio che, come una guida, ti accompagna dove vuoi andare! Ma allora cosa vuol dire innamorarsi? Forse l’amore consisteva nel dedicare tempo e dedizione, ma questo Fiamma già lo faceva. Troppe domande. Continuava a non capire una mazza…ops un’acca!

Quella mattina Yannick, era venuto a prenderla fin sotto casa. Era bello rivederlo dopo una settimana. Fiamma si era messa a puntino per lui: ceretta brasiliana, capelli freschi di henné, vestitino griffato Vivienne Westwood comprato di terza mano a Camden e tacchi altissimi. Yannick l’aspettava in macchina, scese per aprirle la porta, le disse all’orecchio quanto fosse meravigliosa e partirono alla volta di casa sua, dove Fiamma trascorse tutti i sabati e tutte le domeniche di quel 2002. Appena entrati Yannick, le tolse il cappotto, un pellicciotto sintetico che faceva molto King’s Cross, e le preparò l’immancabile cup o tea.
Fiamma lo osservava in silenzio, compiaciuta e impaziente, si sistemò il reggiseno con una mano, Yannick se ne accorse e rise con la coda dell’occhio.

Fiamma lo prese alla lettera, stava seduta al tavolo in quel giardino d’inverno, pieno di stampe Old England appese alle pareti con un’aria frivola e sfacciata, mentre aspettava il suo tè. Quello era il loro personalissimo rituale, il loro modo di corteggiarsi, di “ritardarsi”. Aveva le gambe accavallate, i suoi collant trasparenti erano evidenziati solo dalla punta rinforzata dei piedi e dei talloni; si sbottonò il reggiseno, il suo reggiseno ricamato di un bianco perlato, che le strizzava il seno, lasciandogli il segno, reso ancor più florido per gli sbalzi ormonali del ciclo. Le lasciò così, senza reggiseno, prestando molta attenzione che Yannick la stesse guardando, poi si alzò la gonna e si tolse le mutandine anche loro perlate e immacolate. Rimase seduta, con quegli occhioni da gatta che reclamavano la sua lingua, rimase seduta nella penombra di quel primo pomeriggio. Yannick le si avvicinò in ginocchio, fiamma stava col sedere sul pizzo della sedia le gambe aperte, lui le alzò la gonna, l’acqua nel bollitore che fischiava, inizio a morderle l’interno coscia, non c’era tempo il tè era quasi pronto, lo teneva lì con la testa, era bello toccargli i capelli, che erano un po’ lunghi, di un castano ramato e toccargli i piercing sulle orecchie. La barba di tre giorni amplificava ancora di più le sue leccate, che si facevano ora più prepotenti e volutamente veloci. Yannick la conosceva bene, Fiamma la conosceva bene e sapeva che le bastavano solo un paio di minuti per cedere ed urlare il suo nome.

viviennelanuit©

Rid of me, P.J.Harvey, Island Records 1993

PULSE STATE

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Luca stava facendo finta di leggere, faceva finta perfino di stare seduto, lì,  al solito tavolino del solito bar a piazza Bellini, in quel pullulare di gente, profumi e caos che la vita gli faceva vedere ogni santo giorno, come quel pensatore di Rodin, schiacciato dai sensi di colpa. Una vocina costante gli sussurrava quanto quella volta avesse esagerato, quanto fosse andato oltre. Luca era un habitué del punto di non ritorno, gli piaceva invadere quella zona d’ombra e poi tornare indietro, provava una perversa beatitudine nello smantellare quelle colonne cui Sansone, con tutta la sua rabbia si era poggiato, sbagliava e faceva dietrofront, piangeva e si lavava il viso, peccava e veniva perdonato. In bagno quella mattina, guardandosi allo specchio, si era sputato in faccia dopo esservi deterso con quel sapone alla lavanda che Fiamma gli aveva regalato per il suo onomastico: Fiamma, il suo bruciore, la sua luce, i suoi capelli e la sua forza. Aveva esagerato stavolta, si dannava, ipnotizzato da quella tazzina di caffé sorseggiata a scatti.

Luca aveva un negozio di antiquariato, lì proprio in quella piazza, che quella mattina di dicembre gli parlava dei suoi sbagli a voce talmente alta da doversi  tappare le orecchie e canticchiare una sciocca melodia pur di non sentire. Luca ripensò a quando la vide per la prima volta a casa di sua sorella Silvia, avvolta in jeans strettissimi e camicetta bianca. Ripensò alla Fiamma che non aveva ancora acceso, illibata, bianca e evanescente.

Quella sera parlarono del mondo e di Lev Trockij, dei decumani e d’o pere e ‘o musso. Fiamma splendeva e bruciava, ma si muoveva ancora disconnessa, forse c’era un po’di vento.

Gli spilli dell’inverno trafiggevano Luca, che adesso divorava una graffa. I suoi occhi erano quelli di uno squalo, plumbei e acquosi. I suoi capelli erano spettinati e sporchi, le sue dita ripassavano le tempie vorticosamente. Fiamma era distesa a terra su quelle maioliche fauves e lepidottere, striata di sangue, umori e lacrime. Luca aprì la porta lasciandola riversa lì, assicurandosi che respirasse ancora e chiuse a doppia mandata. Doveva convincersi Luca, che non era stato lui, non poteva averla ridotta in quello stato, doveva lenire il suo male, doveva saziare il suo dolore, doveva sentirsi meglio. Quel colore vergine e immacolato ora riempiva la sua mente. La botta salì velocemente e lui adesso aveva mille propositi di cambiamento, le comprò la colazione, il cappuccino, aveva comprato un pacchetto di fiammiferi per riaccenderla, Fiamma, la sua donna, la sua vita, la sua ossessione.

 

L’indomani Luca l’aspettava all’uscita dell’Accademia. Lei scendeva le scale, sembrava stesse sfilando, nel suo abitino lilla e i capelli raccolti a chignon, tanto da conferirle quell’aspetto da Holly Hobbie dolce ed etereo. Luca era cotto a puntino. Ma faceva ancora il timido, le mani gli sudavano, il cuore pulsava, e non trovava le parole e non voleva sembrare stupido e non voleva essere disadattato, e allora recitava la parte del duro del Roadhouse.

-L’esame è andato male, volevo darti una buona notizia, ma dromos e tholos non mi hanno dato scampo

Luca aveva visto le amiche di Silvia, piccole e insignificanti, c’erano pur sempre un lustro e tre anni di differenza, ma quando stava con Fiamma, brillava d luce riflessa.

-Sai, il lavoro al negozio mi annienta, sono chiuso lì dentro tutto il giorno e alla fine mi rendo conto di parlare con quella statuetta di Gemito che mi scruta tutto il tempo

-Qualche volta potremmo chiacchierare insieme a lui se ti va?

Smpre meglio che restare intrappolata nella tomba di Atreo, pensò.

Ogni giorno Luca e Fiamma s’incontravano a piazza Bellini, tra quadretti di strada e chitarristi improvvisati, perdendosi in conversazioni impegnate e finto pop! Luca l’ascoltava quando ripeteva storia dell’arte e la ammirava quando ricopiava corpi nudi in pose plastiche, le sembrava che dipingesse le vergogne maschili a memoria, tanto che un pò di gelosia le si rigonfiava sotto il collo, ma si distraeva subito da quel frivolo pensiero quando i suoi occhi si poggiavano su quel neo posto tra l’incavo delle sue labbra.

Luca le fa un sorriso rilassante e pacifico, come se lei avesse trovato la giusta soluzione senza farlo sentire un coglione. Era uno dei motivi per i quali voleva trascorrere la maggior parte del suo tempo con lei. Fiamma gli donava, tutte le volte, un caldo tepore e Luca, più passavano i giorni e più non poteva farne a meno. Un caldo di Fiamma che lo avvolgeva e lo teneva protetto e si immaginava cullato dalle sue braccia e accarezzato dal suo seno. Seno che non aveva avuto il coraggio di sfiorare, pelle di cui evitava il profumo ambrato, cosce che avrebbe voluto mordere, ma non osava e tremava nella sua Fiamma, e bruciava alla sua vicinanza, fuoco sacro che lo chiamava nel baratro del desiderio e della passione, ogni giorno, ogni istante con la sua presenza. Fiamma brillante e purificatrice.

Luca la guardava, voleva toccarla, lei a volte gli sfiorava la mano. Una scarica elettrica si allargava a macchia d’olio su tutto il suo corpo, ebbe il coraggio le prese quella ciocca e gliela sistemò dietro l’orecchio, accarezzandola con piccoli cerchietti concentrici, lei capì il suo disagio, la sua timidezza. Gli si avvicinò e lo baciò in un bacio lungo, profondo, dove la lingua esplorava la sua bocca, il suo tremore e la sua anima.

Luca aveva un problema con le donne, questo era chiaro come il sole, era vissuto senza un padre e con una madre ossessionata dalla pulizia e dal peccato, fortuna che la sorella aveva mandato, con un fragoroso “vaffanculo”, quasi tutti salvandosi così giusto in tempo, ma Luca no, Luca aveva dovuto fare i conti con le sue paure irrazionali, e con gli acari che vedeva dappertutto senza bisogno del telescopio. Se ne stava tutto il giorno in negozio spolverando statue, bronzi, lucidando argenteria e passando aspirapolveri su tappeti damascati,  aggiustando gingilli e pettinando parrucche settecentesche.

Luca, chiuse gli occhi ascoltando solo la voce di Fiamma che gli sussurrava di rilassarsi.

Arrivarono al negozio, a via Costantinopoli, in quella strada brulicante di medioriente, bazar, incensi e percezioni visive. Luca aprì il portone, Fiamma fu invasa da un profumo di patchouli e sandalo. Luca la abbracciò da dietro, stringendola fortissimo, come fosse un essere fluttuante pronto a spiccare il volo, ma Fiamma ricambiò, girandosi e baciandolo e amandolo quella sera come non avesse mai fatto con nessun altro uomo. Luca tremava, la toccava come se fosse irreale. Fiamma con decisione gli prese la mano e la poggiò sul suo seno, scoprendolo dalla camicetta di organza bianca.

Mentre succhiava il suo seno, Fiamma gli baciava la nuca, era caldissimo, ansimava. Forse aveva intuito qualcosa, ma non disse nulla, e quel qualcosa le provocò un fremito, una sensazione irrefrenabile di prenderlo, leccarlo, gustarlo. Forse Luca era vergine, forse.

Luca mani, un fiore che stava per sbocciare con lei. Con cura lo spogliò, prima il maglione, poi i jeans, i boxer, giù senza fretta, con calma. Il suo sesso era di pietra, dritto si innalzava ai suoi occhi.

Per un tempo lunghissimo lo guardò soltanto senza toccare, sfiorandolo con le sue labbra, poi iniziò a toccarlo, delicatamente dal basso, leccando quelle protuberanze poste alla sua base, prendendole in bocca e succhiandole come il più gustoso dei gelati, prima una, poi l’altra, prima l’uno e poi l’altra ancora. Luca, tremava ancora ed emetteva gemiti di dolore e quasi paura. Poi Fiamma, con una leccata energica risalì di colpo e se lo introdusse in bocca, in gola, per iniziare quella danza con la lingua, le labbra, facendo rumore volutamente. Riprese fiato Fiamma,e un fiòtto caldo le bagnò il viso, sporcò i suoi seni.

Luca and in bagno, prese della carta igienica, la ripulì con cura, scoppiò in lacrime.

Fiamma, si asciugò, si rivestì frettolosamente e se ne andò, gli occhi pieni di lacrime, le prime per lui. Per strada quel sapore, salato e acido si mescolava al patchouli, si accovacciò improvvisamente e vomitò, un po’ di dolore.

 

E così ce ne stiamo soli,  io e te in questa auto, la cui puzza di plastica e arbre magic ci dà la nausea a urlarci contro e a dirci: “va bene”, “basta”, “lasciamo stare”. Le parole che non riusciamo a pronunciare sono chiuse in uno scrigno, giù, in fondo al nostro cuore; anzi sono lasciate lì in un sarcofago a imputridire, perché non si possono dire, perché non le vogliamo tirar fuori. Come in una delle migliori canzoni di Baglioni, dove lei va via e non dice nulla, dove il silenzio è più alto di mille voci messe insieme, dove lo sconforto asciuga le nostre lacrime, seccando il vitreo degli occhi e dove l’ira sale senza avere intenzione di calare. Perché? L’infelicità è una condizione insopportabile e insostenibile, ti logora ogni secondo di più e ti ritrovi a combattere contro i mulini a vento, cercando un gancio in quelle tele un appiglio o un approdo. Ci crogioliamo nel nostro malessere, fin quando non lo accettiamo, diventando i più grandi bugiardi di noi stessi. Perché? Dopotutto la vita è una sola, e quel tempo trascorso a litigare è solo lerciume dato in pasto al nostro invecchiare, che divora, divora insaziabile come in uno dei Goya di nicchia, dove Saturno divora i suoi figli. Concime per terreni già morti. Il tempo influenza l’amore e modifica  il sesso. Fiamma, stava per spegnersi definitivamente in quella macchina dal tanfo vanigliato che le dava il voltastomaco. Si sentiva vecchia e in ritardo su molti treni della sua vita, ma non rinunciava ad ardere e, nonostante il lento declino, riusciva sempre a ravvivarsi. Fiamma non poteva morire. Nomen Omen da rispettare e onorare sempre il suo. Epitaffio sacro e inviolabile. Luca con uno scarpello, ogni santo giorno lo vandalizzava e  lo umiliava. C’erano notti che trascorreva chiusa a riccio in un angolo, c’erano giornate dove facevano l’amore ininterrottamente, c’erano momenti in cui Fiamma non riusciva neanche a camminare dal dolore, lacerata, trafitta e umiliata al suo volere. Perché? Fiamma amava Luca di una passione e di un amore ingestibili.

Luca per via della “bianca” aveva attimi di esaltazione e precipitosi countdown nel baratro, a letto quando prendeva la “bianca” Luca era un treno, la portò ad avere quattro orgasmi consecutivi il giorno del suo compleanno, Luca era la sua “bianca” e sì sa le droghe fanno male, ma ti fanno vedere il paradiso. Luca diventava il suo carnefice, il suo angelo, colui che le dava piacere e dolore insieme. In quel albergo alle terme, fu dolcissimo. Carezze lente e pigre si adagiavano sui fianchi di Fiamma, dita desiderose di affondare nel suo ventre, Fiamma che vibrava ad ogni suo tocco e poi la lingua, lì, con la lingua Luca era il non plus ultra, la faceva venire sempre così, prima con la lingua, con le labbra, con i baci, con i denti affondati sofficemente nella sua fica gonfia e rosa, piena di voglia di lui, piena di amore per lui.

Era un periodo buono per Luca, ero felice, stava cambiando era più calmo, tranquillo in pace con se stesso. La madre lo tormentava di meno, al negozio avevo venduto un Giò Pomodoro ad un mercante francese e aveva appena acquistato una centrifuga. Luca era un bambino piccolo, sentiva sempre il bisogno di avere feedback positivi su tutto ciò che faceva, doveva essere continuamente incoraggiato, Fiamma era sempre lì a riscaldarlo, anche se faceva cilecca, non faceva niente, Fiamma accettava anche questo, accettava un amore che dava il top, quando era malsano e contaminato. Luca nel periodo “buono” viveva in una bolla, come se facesse il morto a galla in un mare d’olio, Fiamma l’orgogliosa, Fiamma l’ambiziosa, Fiamma la femminista, Fiamma la tosta colava a picco in questo acquitrino. Accettava in silenzio, per amore , per le sensazioni che le faceva provare, per gli orgasmi che nessun uomo gli aveva mai donato, per quegli occhi, Fiamma voleva donargli i suoi di occhi, voleva annientarsi in lui in un lento e inesorabile declino, ma quella giornata alle terme Fiamma scoprì due lineette su quel oggetto e di colpo il vento cambiò.

 

Mi piace arrivare alla conclusione, ai fatti, al clou del discorso, al nocciolo della questione; perché è vero, le parole fanno tanti giri, ma alla fine, bisogna sempre metterci un punto. Il pretesto? Uno di quei tanti labirinti mentali che iniziavo e non portavo mai a termine, quando nel silenzio totale della sera, mi metto davanti allo specchio e parlo da sola. Inizio con una serie di domande a raffica: che fine ha fatto il femminismo? Che fine hanno fatto quelle streghe che in tante erano tornate alla ribalta! Che fine hanno fatto quei cortei, quelle lotte, quei sabba? E il cameratismo tra donne, la complicità? Adesso io, Fiamma, vedevo solo donne che soccombevano ai loro uomini: nel fisico, nella psiche e nel sesso. Ha ancora senso parlare di emancipazione, indipendenza e femminismo?

O sono parole distratte che ci fanno sentire più cool davanti un Aperol Spritz? I rapporti di coppia sono migliorati o peggiorati? Perché stiamo soccombendo al sesso forte? Perché ogni giorno continuano a morire donne, vittime consenzienti, di un qualche meccanismo che piano piano le sta torchiando, schiacciandole. E Il sesso? Deve ritornare alla sua dimensione più pura e più genuina? O è solo lo specchietto delle allodole di relazioni tossiche. Basta con il sesso fatto a metà e non vissuto a 360°! Basta col compiacere gli uomini, perché siete terrorizzate dal rimanere sole. Basta con l’ipocrisia diffusa, con le apparenze, col mantenere gli equilibri, col fingere…e tutto per elemosinare un po’ di attenzione. Ah specchio. Specchio.

 

Lo specchio del bagno si appannò dell’aria calda e umida della doccia, e un pensiero desolante le invase il cervello: anche il sesso era diventato una moda, un trend, una tendenza, il contentino di una vita monotona e accidiosa. Tutto ciò era molto triste, quasi come la morte, ma senza una liberazione.

Protezione, sicurezza e bisogno di sentirsi desiderate chiedete questo? Allora? Se lo lascio che fine faccio? Chi mi mantiene? No, e i figli? Eccolo, il succo del racconto è proprio questo: il dare e il ricevere. Cerco di seguire il filo logico organizzato nell’intro: i soldi. Avete venduto l’anima al diavolo, avete perduto la capacità di rigenerarvi, di voltare pagina. Avete perduto quella indipendenza, prima di tutto da noi stesse. Ci sentiamo sole, sperdute, cerchiamo una bussola, un approdo, un giaciglio per la nostra fragilità. Io parlo di carattere, cazzo! Di carisma. Le donne devono riprendere in mano lo scettro, non nascondersi dietro…lo scettro! Perdonate il nonsense! Fiamma si rivolse alla piccola platea di intellettualoidi part-time, che vedeva riflessi nello specchio del bagno.

 

Cosa abbiamo venduto e cosa abbiamo acquistato? Statistiche, femminicidi, morte. Perché? Avere il dono della sintesi. Credo che l’amore, sia confuso con la possessione, con gli interessi, con i soldi, e ancora con gli interessi. Perché pensò che la parola femminicidi abbia una certa attinenza con la parola pesticidi? Forse siamo insetti? ?Ci hanno declassato a stato di larve? Bozzoli di farfalle mai nate? Quante parole a quello specchio appannato, quanti discorsi da oratrice ad un pubblico assente.

 

A Fiamma non le erano mai piaciuti gli uomini che si fermavano “alla prima”. Prima di mettersi in gioco, quelli che tornavano sui propri passi, quelli che non rischiavano le palle! Quelli che si fermavano alle apparenze, tanto per dire una frase fatta! A Fiamma le piaceva sempre dire, che se mai fosse stata un uomo, sarebbe stato tra i più romantici, gentili, oltre che amante formidabile e attento. Ma Fiamma ragionava così perché era una donna, e quindi non valevano queste congetture astruse. Per intenderci, Fiamma,  non andava alla ricerca del principe azzurro delle fiabe, ma voleva un uomo che non avesse paura a perdere la faccia, stop quindi con rapporti edipici e gare intellettuali del cavolo! Bisognava tirare le somme, fare due conti, stendere una linea insomma!

 

Vago per casa a piedi nudi, ho i capelli bagnati, Sexy Sadie alla radio e ancora Luca al telefono, ancora lui:  il suo fallimento di donna e di femmina.  Era stanca, stanca delle sue violenze, stanca dei suoi baci inesistenti, stanca, perché era una mendicante del suo cazzo in fin dei conti, stanca perché non sapeva dirgli di no, stanca perché con la coda tra le gambe ritornava sempre da lui, e lei lo perdonava sempre, come se l’universo maschile si esaurisse con lui, come se lei non avesse altra possibilità, altra via d’uscita.

 ©viviennelanuit

Beach House, Silver Soul, Teen Dream, Sub Pop, Bella Union, 2010

HO DETTO CHE STIAMO AFFONDANDO MA LUI RIDE E MI DICE CHE VA BENE

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I profumi della cucina penetravano in quella casa fredda e deserta, i profumi si spargevano a macchia d’olio, come un secchio d’acqua rovesciato a terra o come un gas lacrimogeno. Mi mancava il sapore del pane caldo, della minestra coi ceci, del vino rosso sorseggiato insieme a te, mentre facevi finta di guardarmi, facevi finta di amarmi, facevi finta perfino di esserci, nella nostra casa a strapiombo sul mare. La nostra casa: è lei la nostra voyeur, è fatta di ciondoli, suppellettili, pentole, gingilli e libri, ha il parquet tirato a lucido, i tappeti con i pavoni e tante lampade colorate, i libri stanno pure nella salle de bain, sì, quella dove il cesso non ci sta.

La nostra casa ha tante mensole piene di storie, fotografie e libroni. Uno sulla Magnum, un altro sui Rolling Stones, la foto mia che cammino coi Naga Baba nudi, sta all’ingresso, incorniciata, quasi come un idolo, un feticcio, e poi quasi nascosto c’è l’oggetto del moto perpetuo, perché il tempo scorre sempre e dobbiamo sempre tenerlo a mente. I profumi ora, rendevano la casa calda e accogliente, gli odori della “preparazione” e gli “umori” dell’attesa, aumentavano la temperatura, goccioline di sudore mi cadevano nella scollatura, e il vestitino era attaccato ai miei capezzoli già turgidi. Adesso è estate e cucino un ricco cous cous vegetale, mentre tagliuzzo, impasto e bevo vino, ti sento respirare, non dici nulla, perché in realtà tu non esisti qui con me, non ci sei. Mi avevi regalato un ciondolo con uno scarabeo azzurro, mi avevi detto che portava fortuna. Perché? Ne avevo bisogno? Forse sì, dopotutto lì, in quella Tonnara malefica avevo bisogno di un po’di culo, adesso che non c’eri più.

In quel pomeriggio di pioggerella estiva, Fiamma avrebbe potuto scrivere tante cose. Avrebbe potuto scrivere di tutto, avrebbe parlato della Tonnara, di Luca, della sua lenta e molle vita, ma restò in silenzio a cucinare, restò in silenzio a pensare, non disse una parola. Fiamma voleva solo le sue mani, voleva solo il suo respiro su di lei, voleva solo sentire il suo battito aumentare, voleva solo lui, solo Luca.

Sapevo di voler ritornare alle origini, alla natura e a quell’erotismo bucolico che avevamo assaporato insieme, ma quando tornasti da Roma e mi prendesti sul prato del nostro giardino, era già tutto finito, io avevo ancora il grembiule della cucina e le pantofole, ma tu non resistevi, mi corresti incontro, mi stringesti le guance, avvicinandole per un bacio che non mi desti mai, mi mettesti una mano sulla fronte, con le dita che scivolarono subito sulla testa e tra i capelli, come una morsa, una tenaglia, un braccio meccanico che mi spinse giù, e che poi tirasti su, di fretta e furia, mi sentivo un burattino inerme, che elemosinava le movenze corrette, tu stavi su un altro pianeta, mi girasti quasi subito, mi adagiasti su quell’erba umida, ecco! Quel che restava di quella giornata “spesa” ad aspettarti alla finestra.

Voglio essere lucida, come lo specchio che ho di fronte, chiara come l’acqua che ti dono ogni volta, limpida come i pensieri del mattino, quando tu sei accanto a me. Ma non ci riesco, tu, adesso, sei solo frustrazione, assenza e solitudine. Scendo in paese a comprare delle focacce calde, lo sai, lo sai che il panettiere vuole portarmi a letto, ma te ne sei fregato, mi hai lasciato da sola, con il tuo profumo stampato sulla pelle, sola nel silenzio di quella casa e di quell’isola, governata dai tonni e dal pesto al basilico. Prendo la bicicletta, respiro il vento del mare, che tira dalla spiaggia della Bobba fino alle mie narici, è il tramonto. Mi sono detta che stiamo affondando, ma tu mi hai riso in faccia, mi sono detta che ci stiamo polverizzando, ma tu hai risposto dicendomi di quanto fossi teatrale, e che dovevo darci un taglio.

Mi sono appena fatta una doccia, sapevo di cipolla e curcuma e non volevo presentarmi a lui come una pietanza da cuocere o quasi! I miei shorts di jeans e la mia maglietta scollata volevano dirgli quanto fossi sexy, o per lo meno tentavano di comunicarglielo. Alla fine mi sentivo semplicemente sola e volevo un po’ di compagnia, poco importa se ai piedi avevo le Mephisto ed ero senza trucco, ma sotto sotto sapevo che non poteva resistermi, sapevo che avrebbe annusato i miei capelli lunghi fino al sedere, capelli neri, che avrei sciolto per lui, come in una danza rituale o come un siparietto improvvisato, sapevo che avrebbe gustato l’odore etereo dell’Eau de Rochas, sapevo che ci saremmo amati sul retro del negozio, mentre i clienti facevano la fila per taralli e panini caldi, sapevo che mi avresti chiesto di lui, del fatto che mi avesse lasciato da sola per l’ennesima volta, e che tu non lo avresti mai fatto, che mi avresti sposata con l’abito bianco, i confetti e le bomboniere, ma io adesso volevo solo che tu, panettiere isolano, facessi l’amore con me, perché mi conoscevi da quando avevo quindici anni, perché mi conoscevi nei miei periodi rosa e nei miei periodi neri, perché avevamo fatto il bagno a mezzanotte, perché mi avevi visto piangere e mi avevi abbracciata, perché da te volevo solo questo: protezione, amore, carezze, lingua, volevo solo che mi facessi venire velocemente, senza se e senza ma, senza un oggi e senza un domani, volevo venire respirando quell’aria famigliare, accogliente, volevo venire toccando i tuoi bicipiti caldi di forno e la tua pelle che profumava di farina doppio zero e lievito. Ti chiesi di venirmi dentro, perché ti eccitava quando te lo sussurravo all’orecchio, e sapevo che mi avresti sempre aspettata in quel retro bottega umido e rumoroso.

– Non ti sembra che sia un pensiero troppo audace forse? Frena Fiamma chi ti credi di essere, adesso riprendi la bici e vattene!

Era sera, lui le chiese di restare, ma lei preferì tornarsene alla Tonnara da sola, guardando solo la strada che era sempre davanti a lei, solo un po’ più buia.

Quando camminava su quel sentiero che dal paese portava alla Tonnara, Fiamma si sentiva rinata. Era un po’ in salita e, anche se la bicicletta si faceva sentire, lei non accusava il fiatone e tirava dritta, protetta dalla mano del vento che le accarezzava i capelli lunghi e neri e che la rassicurava alitandogli all’orecchio che andava tutto bene e che non doveva sentirsi in colpa e che non doveva avere rimorsi. Così, Fiamma tornava a casa, respirando a pieni polmoni il profumo del Limonio greco e delle Seseli di Padre Bocconi che, dalle Falesie di Capo Sandalo, il maestrale spingeva verso casa. Il mirto e il rosmarino tenevano per mano il vento, e così, insieme, in un abbraccio corale la proteggevano confondendosi con il profumo della sua pelle, che emanava ancora farina, lievito e pane, Fiamma sul viso aveva ancora stampato un sorriso a cinquantacinque denti!
– Eh già! Sarà stata colpa del panettiere e del suo “personalissimo” modo di impastare le tue carni! –
Esserino era dotato di una verve e di una perspicacia che la facevano rabbrividire a volte!

Quando tornava a casa canticchiava sempre Battiato, ora, sul perché le venisse in mente Battiato quando rientrava a casa non se l’era mai riuscito a spiegare! Sarà stata la Prospettiva Nevsij della strada forse!

– Ma se era una via sterrata? – Fiamma comunque era capace di cantarsi “la voce del padrone!” Tutto d’un fiato!

Passò davanti la casa dei vicini detta anche “la gattara” per via delle statuine di gatti sornioni e biricchini che la sovrastavano, salutò il solito “gattone” che era appollaiato alla finestra tipo Buddha. I proprietari erano due ex freakettoni, ormai architetti pensionati, avevano lavorato con Arata Isozaki, e del Giappone avevano ereditato il rito del tè e il ricordo di centinaia di gatti dell’ isola di Aoshima, un ricordo che, ahimé però, li aveva trasformati in argilla, gesso e marmi colorati, non loro, i gatti! Anche se Fiamma nutriva seri dubbi sul fatto che appartenessero o meno a questo sistema solare! A volte la rifornivano di erba, forse era un tantino forte.

– Però, porca miseria quanto era buona! –

La coltivavano dentro un vaso di terracotta, era una piantina piccola piccola, ma si dava da fare, e anche lì c’era un bel gatto posto a fare la guardia! Dopo, ti sentivi in pace col mondo, e lei da lontano riusciva perfino a vedere il cinghiale bianco che le sorrideva, insieme ai gatti, alle pagode e alle lampade cinesi! – Forse hai fatto un po’ di confusione! –

Una sera cenarono insieme sotto il patìo di legno, al quale si accedeva seguendo le indicazioni di una serie di micini buffi e simpatici posti tutti in fila. Un gatto vestito da usciere apriva un portoncino di legno, stile “vecchia Baviera”, saranno stati pure architetti di grido, ma agli occhi di Fiamma sembravano due tizi che si facevano le gite col CRAL! In ogni modo si sentiva tanto Alice che faceva visita al Cappellaio Matto! Luci soffuse, una tavola imbandita, erano tutti scalzi, alcuni erano già “partiti”, lei invece aveva passato tutta la giornata a stirare e a fare pulizie, non aveva risposto ai messaggi del panettiere, e aveva allontanato più volte la minaccia di una sua possibile “irruzione” alla Tonnara. Si sentiva sola as usual, e aveva voglia di cantare a squarciagola canzoni di Battisti e Baglioni, era inquieta e frenetica, insomma stava “su di giri” di nuovo!

Carola l’ aveva telefonata, avrebbe preso l’aereo per Cagliari lunedì.
– Ma dico io in “culonia” devi passare le vacanze tu? Vienimi a prendere all’aeroporto mi raccomando! – La principessa-(le-sarebbe-piaciuto)-sul-pisello non poteva farsi certo un ora e undici minuti di macchina, eh no! Pensò, allontanando il telefono dall’orecchio e scimmiottandole una linguaccia. Quindi lunedì sarebbe venuta Carola, doveva solo sopravvivere al week-end, per questo accettò ben volentieri l’invito di Harold & Maude, ah pardon! Lei era più grande di dieci anni! Ok non badate, ho esagerato col riferimento! Dopotutto aveva solo sessantadue anni la sua vicina!

Per la serata aveva scelto, un vestito in pizzo di San Gallo che esaltava l’abbronzatura, e le cui “prese d’aria” lasciavano intuire che non indossava né reggiseno e né mutande!
– Troietta all’arrembàggio! Cosa direbbe Luca, ma cazzo te lo sei mai chiesto? –
– Se avesse detto qualcosa non sarei così Esserino! Quindi sloggia che non ho tempo! –
Glielo disse mentre si spruzzava la sua Eau de Rochas! Ecco fatto, giusto in tempo per un po’ di smalto rouge sulle unghie e per allacciarsi la fibbietta dei suoi sandali Albano. Lasciò i capelli sciolti, aveva ancora bisogno della mano protettiva del vento che glieli accarezzava, e mise un filo di rossetto anch’esso red. Sapeva di vaniglia forse per via della crostata che fece il pomeriggio! Seguendo i gatti, entrò in un mondo parallelo dalle normali convinzioni comuni approvate!
– Eh Fiamma con due ex-hippie cosa volevi aspettarti i tortellini della domenica?-
– Ciao “diapason” come stai? Hai seguito gattaccio setaccio eh? Lui fa la guardia! Ma sa che sei un’amica cara! E ti ha lasciato passare senza miagolare!
Le si avvicinò Maude che buttandosi addosso le porse subito una canna di benvenuta.

– E chi si tira indietro nonnetta!- Pensò!

Aspirò quasi d’un colpo, mentre nell’altra mano le mise un bicchiere di Passito.

– Chi ben comincia…! –

Esserino era agguerritissimo quella sera, cominciò le sue ramanzine sulla strada verso casa, e le lanciava frecciatine velenose, parlandole a girotondo!
Dopo “na botta di droga e rock’n’roll”, era ancora lucida, tanto da intavolare una conversazione sul M5S! Disse a tutta la platea, alzando il bicchierozzo, che avrebbe voluto tessere una piacevole liaçon con Di Battista e Roberto Fico insieme!
Al quarto Passito di Fiamma erano tutti presi a parlare di Chagall e del perché nei sui quadri ci fosse sempre una capra, il più audace annuì che fosse una metafora della pecorina!
– Eh no per quella serve una pecora non una capra! Studiatevi gli ovini!-
Fiamma rise a crepapelle e cercò tra la folla del giardino chi fece questa battuta! anche se la voce le sembrava familiare.
Era Roberto, aveva preso la nave per Olbia e si era fatto tutta la Sardegna per arrivare su quell’isoletta dei tonni per vederla! Fiamma gli si aggrappò al collo, lui l’abbracciò respirando forte il suo profumo di griffe francese, di vaniglia e farina!

– Perché hai preso la nave? –
– Sai che io e la macchina siamo tutt’uno! –
– Sono contenta di vederti, Robi, mi sei mancato!-
– Hai fatto la brava?-
Fiamma sorrise maliziosa e imbarazzata.
– Con Luca come va? –
– Va, come una barca alla deriva che sta per schiantarsi sugli scogli! Ma come li conosci Harold & Maude? –
– Curai la grafica di vari bollettini di architettura e un loro testo di Architettura Radicale, gli diedi un paio di dritte di social media marketing! Robetta da yuppies resuscitati! –
– Ma perché non mi hai chiamato? –
– Lo sai che mi piace l’effetto sorpresa! –

Non fece in tempo a mettere le chiavi nella serratura che Robi cominciò a baciarle il collo, a prenderle i seni a pieni mani, a torturarle i capezzoli, che spuntavano dalla maglia in pizzo di San Gallo. Col bacino non stava fermo, la spingeva prendendole i fianchi, tirando quei lunghi capelli neri, che il vento adesso aveva ceduto a lui.
– Non posso, Robi –
Glielo disse con una voce bassa e suadente sopraffatta dal desiderio e dall’ardore, respirando il suo profumo Roma Uomo, come se la colpa fosse del mandarino, dell’alloro, del muschio di quercia, del legno di cedro e del patchouli. Era colpa loro se ogni volta cedeva a Robi, alle sue mani e a tutto il resto. Anche lui era un vecchio amico, erano stati insieme a venti anni, beh, in una situazione un po’ particolare. Dove gli ingredienti erano: Luca, Robi, Fiamma, un Capodanno, una veranda e un lettone degli anni Cinquanta! Tutti e tre insieme per sessanta fantastici rintocchi, ma questa è un’altra storia! Fiamma finalmente riuscì ad aprire la porta, gettò la borsetta a terra, non riusciva a tenere le gambe chiuse. Andò in cucina a prepararsi una tisana, o meglio Esserino la costrinse letteralmente a isolarsi un secondo, non fece in tempo a mettere l’acqua sul fuoco che Robi le alzò il vestito, le abbassò le mutandine, la fece sedere sulla sedia a dondolo della veranda.
– Sei una droga Fiamma, andresti bandita, io cerco di disintossicarmi, ma nada! –
Robi affondò la testa tra le cosce di Fiamma, leccandogliela, dissetandosi del suo succo, la sedia li cullava e andava avanti e indietro dolcemente.
– Robi lo voglio! –
Insieme salirono in camera da letto, Fiamma lo condusse in quella degli ospiti però, volle assaggiare subito il suo sapore, prima che si seccasse, lo sfiorava con le mani, gli succhiava il pomo di Adamo, si spingeva contro di lui, si sedette sul letto, gli abbassò i pantaloni e se lo mise in bocca, come un dono, il suo dono, il suo regalo, il suo passatempo, la sua pienezza alle frustrazioni, la sua risposta. – Sì, ma a quali domande? – Fiamma era vittima del desiderio, incontrollabile e ingestibile. I maligni diranno una ninfomane.

– Ancora con questo termine coniato da D’Annunzio? Dovrebbe essere messo al bando come l’isteria! Povera Fiamma? –
Robi la fece alzare immediatamente, la girò, la mise a pecora sul letto, la penetrò piano, con tre colpi lenti e profondi per poi aumentare: il ritmo, la coordinazione e la completezza.

– Non te ne andare Robi –
-Voglio vivere per sempre dentro di te Fiamma –

Fiamma, riuscì ad avere i suoi due orgasmi e il suo solito pianto post coito, ma se ne andò in punta di piedi in bagno, senza farsi vedere, e, a cavalcioni sul bidet, e con una mano poggiata al muro si chiamò puttana.

DOGMA#32

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A maggio il profumo delle rose è intenso. Fiamma sentiva sulla sua pelle ambrata la trasformazione di quella leggera brezza, che da fresca, si faceva sempre più tiepida e calda. A maggio ripensandoci erano nati tutti i suoi “amichetti”, tutti nati sotto il segno del Toro, e credetemi, ogni riferimento è puramente casuale. Maggio n° 5 è l’anticamera dell’estate e delle fantasie che la infiocchettavano, le sembrava di andare a letto con questo mese e mettersi sulla pelle solo cinque gocce della sua migliore rugiada. La sua stanzetta profumava ancora di vetiver e sandalo e piano piano stava abbandonando quella insolita abitudine di accendere candele, e vestirsi da Guru del cavolo. Preferiva starsene chiusa lì dentro ad ascoltare i Rolling Stones o i Cocteau Twins, questa pratica, infatti, le aveva salvato la vita in più di un’occasione.Quella mattina, però, si era svegliata tutta sudata e con una strana oppressione in petto: aveva bisogno di aiuto. Aveva sognato, infatti, i suoi professori messi in cerchio che le dicevano: i problemi sono i tuoi e devi risolverli da sola, aveva sognato i suoi genitori che scuotevano la testa in segno di disapprovazione: l’hai combinata grossa, Fiamma e stavolta davvero non possiamo aiutarti, sognò perfino il cane che alzava la zampetta e le pisciava sulla gamba,  e, cosa più brutta di tutte, Fiamma urlava e nessuno riusciva a sentirla. Cercava di comunicare, ma niente, nessuna risposta, nessun cenno, il silenzio,  le sembrava di essere stata catapultata in uno di quei film di Lars Von Trier o di Cronenberg, dove, ad un certo punto nel bel mezzo di un labirinto, ti cuci le labbra con ago e spago, o peggio ancora ti trasformi in una mosca, tutta pelosa e con un siero che fuoriesce da chissà dove. Fiamma aveva un pessimo rapporto con i sensi di colpa, per lei, semplicemente non esistevano, ma loro, come dire, “so de coccio!” e a volte entravano a gamba tesa, perfino nei suoi sogni. Ah Tony, detto“il nazareno”, quanto dovrai ancora tormentarmi?
Certo è che il nomignolo era proprio in pieno “goodfellas style”, ma echi da “Nino Rota” a parte, il soprannome le venne in mente, quando lo vide per la prima volta; il signorino aveva una barba lunga, sandali ai piedi e una camicia sahariana aperta sul collo con tante e tante collanine, “coup de foudre?”
Tony era stato un suo “amichetto” si erano conosciuti fuori scuola l’ultimo anno, e lui subito “attaccò bottone!”
– Carola, stasera su Raitre danno “Cera una volta in America”, ce lo vediamo insieme? –
– Ah ti piace questo film? Ma non sei un po’ piccola per vederlo? –
Fiamma, era in modalità dolce-ingenua-che-vuole-incoraggiare-gli-uomini!
– Beh, è un po’ forte, però credo ne valga la pena non trovi? –
– Ti piace, De Niro? –
– Abbastanza, anche se per esempio, ne “Il Cacciatore” mi è piaciuto di più Christopher Walken –
– Ah ma lui ha vinto l’Oscar per quel ruolo! –
– Ah sì? Non lo sapevo! –
Ochetta-che-cade-dalle-nuvole-in-azione!
Iniziarono la loro relazione al McDonald, davanti un mega cheeseburger, innaffiato di patatine e cominciarono di rito tutti i pomeriggi insieme, le passeggiate mano nella mano, gli amplessi furtivi a casa sua o da lei, e le vacanze al mare. Due vacanze al mare.
Qualcuno, un giorno le disse che in una relazione c’è sempre quello più preso, quello che sta più avanti, quello che dà di più e quello che dà di meno, quello lento e quello veloce, quello che corre e quello che va piano. Fiamma non aveva mai capito quelle dinamiche, perché lei correva veloce verso la passione, passione che avvertiva nascere in modo compulsivo, violento, forte, deciso. La passione non l’ha mai tradita, come il suo istinto e questi ragionamenti rallentavano la passione, la tenevano alla larga, erano un repellente antisesso.
Per carità, la vita è fatta anche di queste cose: scegliere il corredo, i mobili, la cerimonia, ma a Fiamma queste cose non interessavano, vedeva tutto lontano, vedeva la sua intera esistenza dentro un caleidoscopio, ma era sempre lei a muoverlo e comporlo. Un sabato sera, rimasero a casa, Tony le preparò il riso al curry, misero su un vecchio film degli anni Settanta chiamato Fragole e Sangue, Fiamma già l’aveva visto, ma preferì non dirglielo
– Stiamo insieme da un po’

Le sue dita intrecciavano i suoi capelli neri, quella sera Fiamma era su di giri e dopo il film aveva alzato un po’ il gomito, sarà stato il vinello rosso, ma si sentiva strana, e lui aveva voglia di parlare della vita a due e delle promesse e dei quadretti del futuro.
– L’importante è stare vicini Tony, io sono qui lo sai.
– Io vorrei di più da te
– Di più? Perché non ti dò abbastanza? Quanto vuoi, 1 kg di tette? Ti bastano?
– Cosa c’è le vendi a peso ribassato? Mi sa che sono un tantino di più
Tra risatine, doppi sensi e adrenalina, Tony parti in quarta, e catapultò una domanda che sapeva di ghiaccio bollente
– E cosa vorresti?
– Io ti voglio sposare, Fiamma
– Siamo giovani Tony
Lui la abbracciò fortissimo, la tenne stretta, come se volasse via da un momento all’altro. Non sapeva neanche lui cosa stesse dicendo, e una ventata di gelo e imbarazzò calò su di loro. Furono distratti solo dal rumore della videocassetta che si riavvolgeva.
– Vuoi due pistacchi? –
In cucina Fiamma, aprì il frigorifero e mise la testa dentro.
– Era serio, porca misera! Perfino io me ne sono accorto
– Ognuno anticipa i tempi, lui ha questa capacità, prendi i Pixies con Surfer Rosa, cavolo era un disco degli anni Ottanta, ma il sound apparteneva tutto alla decade successiva! Non trovi che questo sia profetico?
– Fiamma, hai ricominciato con i voli
– Ok, Esserino lasciami un po’in pace qui dentro va bene?
Ragazza-che-cerca-di-sdrammatizzare-chiedendo-cosa-hai-mangiato?-O-che-dice-ma-che-umidità all’attacco!
-Tony assaggia questi pistacchi sono bio, li ha portati Carola da Bronte! –
– Pensavo avessi messo la testa nel congelatore
– Ma no i pistacchi stavano nella credenza
– Basta Fiamma, atterra ti prego
– Ok, ok, alzo le mani
Fiamma sentiva l’impulso di gestire la situazione anche quando si sentiva bloccata, ecco perché poggiò solo una gamba sulla sua spalla, mentre si faceva leva sull’altra per andare incontro a Mr O Ad ogni spinta Fiamma doveva irrigidirsi altrimenti non riusciva a venire, doveva mantenersi adesso al suo collo, adesso al lenzuolo, adesso alla maniglia della porta chiusa a chiave della sua stanza, era come negarsi, concedersi al Sig. Desire, che la voleva tutta per lui e completamente per lui. Tony ora le baciò il seno, le morse il mento, adesso il suo respiro era accelerato, come il suoi battiti, e il suo corpo iniziava a pulsare come un diapason, come una eco vibrante, come un’onda lunga . Lui sapeva che doveva succhiarle i seni, prima uno e poi l’altro, questa era la ricetta segreta, e così Fiamma tremò, sillabando il suo nome a bassa voce.
Seppe che si sposò con C. un’amica casa-chiesa-e-scopate-clandestine, una santarella che sniffava coca a Capodanno. E pensare che Fiamma, si mise con Tony per dimostrargli che non fosse lesbica.
Ma lui le confessò, che gli sarebbe piaciuto il contrario.
A distanza di parecchio tempo, Fiamma si svegliò ancora con quella sensazione di “cose non dette”
del “forse le cose sarebbero andate in maniera diversa”, “dell’approdo sicuro” e “delle spalle coperte”, del focolare e delle feste comandate. Fatto sta che si svegliò ancora desiderosa di aiuto e nessuno continuava a muovere un dito. Mise allora Where Is My Mind, e le salì la nostalgia di persone incontrate e non riviste più, di treni persi e partenze fasulle, di speranze e nuovi propositi, perché ognuno aspetta la fortuna si sa, ma lei era ferma sul ciglio del bosco come se tutto dovesse ancora avere inizio, come se muovesse un caleidoscopio in bianco e nero stavolta.

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Immagine: Will Barnet, Atalanta from 27 Master Prints, 1979, USA.

LA PAROLA DI F.

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L’anno era il millenovecentonovantasei, il terzo delle superiori e  l’ultimo dell’innocenza, che era già stata perduta, forse, quasi, probabilmente, boh! Tranquilli non l’aveva ancora data, anche se, quotidianamente, (grazie anche a Miss Fiamma, suo amante formidabile) assecondava e portava al culmine quei brividi pruriginosi tra le cosce. Ancora tu Esserino ignobile e viscido? Sparisci dal mio orecchio destro. Fiamma visse l’anno che chiudeva il triennio delle superiori, raccogliendone frutti e cibi sacri, come la manna dal cielo.

I numeri, quanta magia possono contenere, quanti misteri possono celare. Fiamma, sentiva il bisogno di dire a tutti che aveva sedici anni, lo diceva con fierezza e gioia. Aveva sempre creduto di essere grande, matura, consapevole, caparbia e sicura. Viveva negli anni novanta, eppure si impregnava di patchouli e collanine, e andava in giro senza mutande, perché faceva molto anni settanta. Aveva già fatto impazzire i suoi genitori quando per un mese scappò di casa con Carola, e insieme seguirono un gruppetto di Hare Krishna, il mese in realtà era agosto e i suoi non se ne preoccuparono affatto, forse sbagliò, doveva rasarsi i capelli a zero, forse così l’avrebbero notata. Dicevo, che nel bene e nel male accettava i suoi sbagli, senza farne un dramma, gustava lentamente, come una tazzina calda di caffè tutte le novità, prendendosi anche i granelli amarognoli sul fondo, i progressi e gli sviluppi del suo corpo e della sua mente. Registrava tutti i cambiamenti sul libro mastro della sua identità di donna.

Era continuamente preda di uno stream of consciousness perenne, questo perché il prof. di inglese le disse che il suo modo di scrivere assomigliava alla prosa di Joyce, ma poi voleva anche essere come Virginia Woolf e come Topolino. Ogni dicembre cadeva il compleanno di Anna, una delle più grandi amiche di Fiamma, insieme a Carola, ovviamente, ed ogni anno accadeva sempre qualcosa di nuovo e inaspettato, poi era da protocollo che una sedicenne dovesse circondarsi di novità, esperienze, e conoscenze. L’adolescenza è una categoria classica e un contenitore di ritualità. C’è un numero poi, che non puoi evitare: il numero 1. Strano, perché in quegli anni ci si sente sempre a -1, -2, -3. Il primo bacio, la prima volta, la prima cotta, la prima delusione. Quanti numeri primi si susseguiranno; riflettendoci la nostra intera esistenza è composta da numeri primi, in successione: a una cifra, a due cifre, a tre cifre, a quattro cifre. Lui era F. e aveva ventitré anni (altro numero primo) andava di moda la Techno, non che a Fiamma le dispiacesse, anzi una scarica di adrenalina a volte era necessaria, ma la accantonò quasi subito, non poteva, andare in giro con fiori tra i capelli e spararsi diecimila decibel nelle orecchie, e forse anche qualcosa altro. Ma il ragazzino era fanatico, e lei per accalappiarselo finse che le piaceva questo genere. Le si avvicinò alla festa di Anna, con un CD di Carl Craig: Landcruising, e siccome Fiamma era sempre aperta a nuove contaminazioni, si lasciò contaminare dalla Detroit Tecno.

– Ti dirò preferisco più il dirottamento Trance, o per lo meno per essere ascoltabile deve avere una qualche melodia o ritmo

– La musica Techno non è ascoltabile, lo sai che sei proprio carina? Hai un viso particolare, non sembri italiana

– Perché se ti dicessi che provenissi, che ne so, dall’ Andhra Pradesh sarei più fica?

– Le indiane hanno una bellezza estrema, da estremo Oriente

Fiamma aveva fatto finta di non prestare attenzione, all’ultima battuta, uffa voleva tornare ai suoi gattini, ai suoi fiori e alla sua aria da poetessa maledetta

– Che scuola fai?

– Il liceo linguistico! Ma volevo iscrivermi al liceo artistico

– Ma infatti, tipa come sei, ti vedevo più all’artistico

– Sì, che peccato che non mi sia iscritta, dopotutto, siamo sempre catturati dall’Arte, abbiamo sempre un disperato bisogno di esprimerci, di liberarci, L’art pour l’art, Théophile Gautier aveva ragione

F. mi guardava perplesso, forse avevo sbagliato qualcosa, perché mi guardava come se fossi Yoda! Meglio che ascoltavo Esserino e stavo zitta!

– Sei nervosa?

Dovevo rimettermi il kajal, si era tutto sbavato, Anna mi seguì, nonostante la festa fosse stata preceduta da una tre ore (altro numeretto primo) di preparazione e agghindamenti vari.Fiamma si sentiva un simpatico servizio igienico  provvisto di piedi che se ne andava in giro per tutta la casa.

– Che ti ha detto?

– Ma niente, devo dire a Carola che dobbiamo ripetere gli accordi di My sweet lord

-Fiamma, che ti ha detto?

– Che gli piace la musica Techno, io per un po’ gli ho retto il moccolo, poi basta, lo sai devo accendere qualche candela a quest’ora

F. si affacciò sull’uscio del bagno con l’espressione di chi la sa lungae anche per dire: quanto tempo dovrò aspettare per un bacio? See magari! Quello aveva stampato a caratteri cubitali sulla fronte: voglio un pompino e francamente desideravo con tutta me stessa che anche lui leggesse sulla mia fronte, col-cazzo-che-te-lo-faccio-alla-prima-sera-senza-che-me-l’hai-leccata-facendomi-venire. Detto questo ritornai in pista come se mi fossi fatta due Red Bull, F. adesso era più agguerrito e caparbio.

– Non ti lascio in pace

– Eh cosa posso dirti, facciamoci un po’ di compagnia, andiamo fuori al balcone? Porta un piattino di rustici e una Coca con ghiaccio e limone

– F. era spiazzato, adesso era lui quello intimidito, e il mio termometro cattura-imbarazzi.degli-uomini era caldissimo, sapevo come metterlo a disagio, mi piaceva mettere a disagio gli uomini. Era una cosa così facile, però poi mi facevano pena

F. ci provò la prima volta a baciarmi, ma si tirò indietro, aspettava il momento opportuno, il secondo magico.

Il bacio fu lunghissimo, prima di lui ci respirammo entrambi, la sua pelle di barba appena fatta mi piaceva da morire, ma sentivo che stava crescendo, perché un po’ pungeva. La barba eh? Che cosa avete capito! Mi piaceva il suo collo, toccavo le sue spalle, era alto 1,87 e mi ci arrampicavo,  sopra a quell’impalcatura di corpo di uomo. Mi prese in braccio, e mi appoggiò sul davanzale della finestra del bagno che dava sul balcone, in quell’angolino non c’era nessuno, ma se ci avessero visti sarebbe stato ancora più adrenalinico, ed io gli sussurrai nell’orecchio qualcosa. F. senza esitare, mi alzò la minigonna di jeans, mi cadde uno stivaletto a terra, fece un rumore incredibile, o forse ero soltanto sovrappensiero. F. mantenne la parola e la lasciò fare, la lasciò muoversi sulle sue due dita, (ultimo numero primo della storiella), due dita che andavano contro le pareti interne della sua intimità e la lasciò danzare tra umori e liquidi, mentre con le mani si manteneva su quel freddo davanzale e si spingeva avanti verso di lui. Le gambe tese, erano piegate e si facevano forza contro di lui e  F. la accompagnava per mano al suo piacere, in silenzio, come un servitore fedele le offriva il suo aiuto, anticipando i suoi voleri e Fiamma si aggrappò al suo collo, perché altrimenti gli sarebbe caduta sul pisello, e a Fiamma non andava proprio di fare la principessa.

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Anche le mie donne non hanno paura di volare…

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Il punto però è un altro. Con poche battute l’ha immortalato Lidia Ravera, la celebre autrice di Porci con le ali e che ora sigla la prefazione della riedizione di un classico: Paura di volare di Erica Jong, un vero e proprio manuale di libertà, più che di erotismo, riedito da Bompiani a quarant’anni dalla prima edizione americana (1973). Il punto, come osserva Ravera, è che rispetto alla Jong le eroticissime scrittrici contemporanee «non raccontano la vittoria di una donna su se stessa, la sua conquista del desiderio, della libertà di sperimentare, raccontano il piacere di soccombere, la voluttà dell’obbedienza, lo strapotere del maschio miliardario e sadico».

Scrivo le storie di una donna e di tante donne. Non parlo di sottomissioni, ricatti, sotterfugi e liberatorie da firmare. Sì, talvolta, ho utilizzato l’amore Kinky nei miei racconti a scopo, come dire, funzionale a un certo tipo di ricerca del piacere. Amore Kinky sempre soft e molto diluito per intenderci. Alcune persone intraprendono strade diverse, non perverse per incontrare lui, Le grand O delle mie avventure, dove l’orgasmo è una declinazione della propria psiche, con precise desinenze. Sempre nei limiti dell’attuabile. Non sto qui a redigere un muro, tra quelli che sono d’accordo con le 50 sfumature, e gli scettici posti al di là di questo, ma un punto fermo devo metterlo. Parlo innanzitutto di donne indipendenti e consapevoli, energiche e ottimiste, coraggiose e poco disponibili a scendere a compromessi. Donne che in giro non si vedono quasi più per farla breve. Parlo di solidarietà, di sfoghi infiniti quando si beccano uomini sbagliati, che per me non sono mai sbagliati, ma piuttosto che  hanno esaurito la carica!. Insomma io scrivo storie d’amore, in bilico tra il feuilleton e l’Harmony tutto rosa, tra la Lyala rispolverata e la Jong più agguerrita, tra l’ Anais Nin d’annata e le cose non dette. Ma non tra l’ Anastasia Steele e le cazzo di catene! No, quelle no.

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Porci con le ali di Rocco e Antonia, Lidia Ravera e Marco Radice, Savelli, 1976

LA MIA DROGA SI CHIAMA FIAMMA

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Lo so è da scribacchini improvvisati citare Hemingway attraverso Woody Allen, ma l’altra sera guardando Midnight in Paris, ho riflettuto sulle parole di Papa: la scrittura deve essere onesta, e vera, e coraggiosa e leale. Come quando hai davanti un cervo e devi spararlo con un colpo solo, il cervo non può difendersi, e allora non è leale bersagliarlo di colpi, non è giusto, non si fa. Ho parafrasato anche Cimino, e qualche volta mi sento anche io come una cacciatrice, ma chissà perché al femminile, la parola assumi connotati maliziosi, furbetti e volpini. Sai quanti racconti da cacciatrice potrei tirar fuori dal cilindro? E allora mi sono messa a scrivere, su questo foglio bianco, citandoli, riprendendo i loro passi e le loro riflessioni, alla disperata ricerca dell’estro. È in questo dedalo di viuzze e labirinti che di tanto in tanto cerco la mia ispirazione e comincio a scrivere, partendo da una frase, da un ricordo, perfino da un profumo, ma lasciamo perdere i profumi, sono ingannatori e portano sempre su sentieri sbagliati.

Cerco di tessere una tela, di comporre un puzzle, non so ancora dove mi stia portando questo filo, ma voglio seguirlo, e roba così. È stata una settimana pesante, scrittura vera e onesta. Annaspo sul divano blu, non riesco a trovare i suoi cuscini, la stanchezza è tanta che mi sembra di scalare una montagna, c’è poco ossigeno, mi sto solo stendendo, eppure non riesco a farlo. Un senso di inquietudine mi assale, con una mano mi allungo verso il cellulare: niente, neppure un messaggio, una faccina, un piccolo cenno del tipo: sai esisto.

Nessun dolore aveva provato Fiamma quel sabato sera. Il sabato è una giornata particolare, ti aspetti chissà che cosa, chissà quale evento e mutazione, invece te ne stai lì a prepararti, ad agghindarti, a farti bella, per poi non fare nulla; quando ti riaccompagna a casa ti senti ancora più sola, con la domenica che ti fiata sul collo e ti ricorda che hai solo una manciata di ore d’aria al mattino, prima di sprofondare in quegli insopportabili e fastidiosissimi pomeriggi domenicali, delle tavolate, delle partite e delle cinture allentate dei pantaloni. Giornate inutili. L’evasione? Luca era un po’ che non si faceva sentire. Due settimane erano troppe senza di lui, troppe. Si, l’aveva incontrato a piazza Bellini, ma avevano bevuto solo un caffé, lui era troppo indaffarato con il lavoro e poi era in compagnia della secca biondina e coi denti storti, che rideva in modo sincopato, ad ogni sua cazzata. Lui aveva bisogno di una donna così, di una cagnolina, piccola e tenera da accarezzare quando gli andava! Ma aveva bisogno anche di una gatta, indipendente e  schiva, che si faceva viva quando le andava. Fiamma stava dando di matto per l’ennesima volta, perché lui spariva, perché lei accettava le sue scopate clandestine, perché sembrava asettico ogni volta che gli rivelava una sua avventura. Aria del sabato sera.

Cerco di districare la matassa ogni volta che lo rivedo, come un rituale, come una Penelope al contrario, dove Ulisse è già a Itaca, e dove i Proci aspettano fuori la porta. Una Penelope perpetua.  Giochiamo alla roulette russa, ogni volta, ed ogni volta becco il colpo. A volte, credo di essere come la maggior parte delle donne: fragile, insicura, bisognosa di affetto, di complimenti, di attenzioni. A volte, mi viene voglia di togliermi la maschera della: tosta-che-non-ha-bisogno-degli-uomini. Di quella che sa tutto. Tutto di musica, tutto di narrativa, tutto ci cinema. La verità è che tento di nascondere il mio essere di cristallo, civettuola, sempliciotta, che va in panico se si vede brutta, che va in panico se non ha un orgasmo, che va in panico se Luca o Robi, o qualsiasi altro uomo X non la guarda con occhi da leone. Che noia. Mi chiedo se bisogna sempre dare il massimo? Non rivoltare la frittata al qualunquismo, Fiamma, hai detto che ti senti scontata a volte? E ammettilo.

Dicono che lo scorpione possa suicidarsi, e addirittura lo faccia per sbaglio. Il suo lungo pungiglione gli si inarca verso la schiena e muore, così, per errore, in silenzio, esce di scena, senza avere intenzione di morire. Sfoglio pigramente  l’oroscopo di qualche rivista patinata, chiassosa e colorata, sono dal parrucchiere e leggo, cercando ardentemente quale sia la chiave del successo nella vita, la pietra filosofale, la fonte dell’eterna giovinezza e l’Eldorado, e così via, tutto il repertorio. Mentre leggo, mi immagino come una cartomante, negromante, zingara, ma sì, anche un po’ fattucchiera. Sono alla continua ricerca di pozioni e di elisir d’amore. Sono una fan dell’avanscoperta di mondi paralleli, alternativi alla vita, migliori forse, ma sicuramente vergini, incontaminati e meritevoli di essere esplorati. Sfogliando quelle pagine volgari, goderecce e grottesche mi ritrovo catapultata in un orizzonte costellato di successi, di amori estivi e saturno contro, di quattrini racimolati per caso e colpi di fortuna. Ricordo del Millennium Bug, i più audaci asserivano di vedere la fine del mondo, di assistere al countdown della storia; non capitò nulla e posso dire che ci rimasi molto male. Ho sempre una certa sensibilità verso le evoluzioni, i cambiamenti, sono una studiosa attenta dei giri di boa,  inconsciamente sono come quello scorpione che senza neppure saperlo si dà la morte, senza volerlo, ecco, licenziamolo così, ma in realtà, lui, non lo fa apposta, lui, non vuole morire. Sono autodistruttiva a volte, quando mi sento “accerchiata” faccio harakiri e passo a miglior vita. Muoia Sansone con tutti i Filistei dico a me stessa. Non riesco ad essere ipocrita con lei, non con quella Fiamma di luce e calore che abita dentro di me, non posso, non voglio.

Non apprezzo le mezze paroline, le frasi dette a metà, i giri e i giretti. Sono chiara e trasparente, di una lealtà ironica, però, che sa trovare il punto debole di ogni suo interlocutore in meno di una manciata di minuti. Come la migliore delle veggenti riesco a prevedere cosa accadrà, come si comporterà, io guido, ed io gli tengo la mano, come una Circe o come una Didone, ma senza sensi di colpa, senza soccombergli, a prescindere, se poi finisco i miei giorni in modo pulp, punta per caso dal veleno del pungiglione, beh, vuol dire che sono stata sconfitta dal più acerrimo dei miei nemici: la sfiga. L’ultimo sabato sera con lui è stato tremendo, mi mancava l’aria, non per la sua compagnia, alla fine l’avevo chiamato io, faccio sempre tutto io, io lo cerco, ed io lo scopo, in un mea culpa costante, mi ritrovo ad assumermi tutte le responsabilità del nostro strampalato rapporto.

Il desiderio è sempre fortissimo tra noi, ma siamo due sconosciuti in fondo. Ripenso sempre a Ultimo tango a Parigi: due persone anonime, due perfetti sconosciuti, che si incontrano per caso in un appartamento e decidono di intrattenere una liaçon sessuale, così, senza neppure conoscere il proprio nome. Metti una pietra sopra, stop, chiudi la porta e getta la chiave a mare, insomma prendi una decisione. Sono di nuovo intrappolata, accerchiata, non riesco a darmi una risposta, il tempo mi aiuterà, deve aiutarci. Sono in preda ad un disturbo borderline della personalità, sono partita con uno scorpione e me ne ritorno a casa da sola. Amore che vieni e amore che vai, perduto in novembre o col vento d’estate. Voglio un cambiamento, eppure sto sempre qui, ho manie di grandezza parlando dell’onestà intellettuale, della lealtà, del mio essere franca, eppure mi comporto in modo fragile e insicuro. Sì, ho paura dell’abbandono, ma penso anche che semmai Luca dovesse comportarsi come Paul, sarei pronta a ballare ancora con lui, ma per l’ultima volta.

Camminavo verso casa, nel pomeriggio umido, infreddolita e stanca. Camminavo a passo svelto, non volevo beccare nessuno, non mi andava di parlare con nessuno. Avevo le labbra screpolate dal freddo, i capelli sconvolti dal vento e il trucco inesistente, volevo il mio divano blu, il mio bagnoschiuma al sandalo e le mie erbe. Le mie insicurezze mi afferravano per le braccia e mi tiravano indietro, ma io caparbiamente le strattonavo e tiravo dritta, per quel vialone immenso del tramonto, veloce, fino alla metro. Da un po’ era ritornato l’esserino, aveva montato una tendina, con tanto di frigo e zanzariera, lo stronzetto. Adesso lo vedevo da lontano seduto su una sdraio a bere Coca Cola ghiacciata, sorridermi e dirmi: “toh, guarda chi si rivede, la troietta incartapecorita mollata ancora da Luca. Adesso sostava in pianta stabile nel mio orecchio destro. Io non gli davo corda.

Non vedevo l’ora di sentire il clak della serratura, e gettare tutte le cianfrusaglie accumulate della giornata sul mobile in tek dell’ingresso. E invece ti vedo, come un fantasma, un riflesso in uno specchio, una proiezione di me. Te ne stavi a sfoderare quel tuo cinico sorriso, con l’ennesima biondina slavata e insipida, nell’insopportabile baretto dell’happy hour. Una lama mi trafigge. Come un flashback rivedo la nostra storia e tu sei accanto a me, e mi tieni la mano, oppure io e te siamo affacciati ad un finestra qualsiasi e guardiamo il nostro appartamento da lontano, riconoscendoci nella nostra routine. Conoscevo quello sguardo da lupo e da leone, da iena e da gattone.

Lo conoscevo fin troppo bene; era il tuo periodo rosa, stavi cavalcando l’onda giusta, insieme a quel bianco immacolato, avevo visto il rosso e il nero, avevo visto caderci a gocce, come lacrime, le mie lacrime. Ti vedevo dietro il vetro, come una mendicante, appiccicata ad una vetrina ricolma di dolci. La vetrina è quella di una pasticceria parigina, e i dolcetti sono confezionati con merletti e nastrini di perline. Ricordai di quando tu, eri confezionato per me, ricordai di quando io ti scartavo, velocemente, altrimenti mi passava la voglia, quando il sabato mattina mi passavi a prendere e iniziavamo in macchina, per finire il lunedì mattina.

Cosa iniziavamo e cosa finivamo? Sembrava una cosa facile, sembrava facile avere dei figli. Li facevano tutti: due, tre, io non ci riuscivo, mi sembrava una cosa lontana, distante da me, un pensiero straniante. Come se se fossi condannata a trascorrere il miei giorni da spettatrice, e nel frattempo le attrici delle pubblicità prèmaman, mi avevano raggiunto con l’età. Ed io che mi sentivo ancora piccola, ancora giovane, c’è tempo, mi ripetevo come una litania. Nascondo la testa sotto la sabbia e nego l’evidenza.

Finalmente raggiungo il portone, metto la chiave nella serratura, il mio istinto di sopravvivenza mi imponeva di reagire, avevo di nuovo il controllo su me stessa, mi sentivo disinvolta, sicura, e avevo sbattuto dentro il cazzo di sgabuzzino tutti i problemi. Volevo divertirmi, darmi, avevo bisogno di una dose, della mia dose di Robi, adesso. Finalmente a casa, corro in bagno, accendo qualche candela, apro il rubinetto della vasca, mi spoglio velocemente, getto tutto all’aria, mi immergo nell’acqua calda, ripenso a quel mio modo di reagire con te, a quel mio modo di risponderti pilotando il discorso sul banale e sul sempliciotto, facendo l’ochetta a volte, e pregandoti di risolvere qualche problema al mio pc. Poi litigavamo, scomparivi per qualche settimana, ma tu sapevi che senza un uomo la sottoscritta non ci sapeva stare. Basta pensare, Fiamma! E allora prendo il telefono, cerco Robi sulla rubrica, lo chiamo devo sentire la sua voce, non riesco a stare ferma, stringo le gambe. Non risponde. Mi sono rilassata, l’accappatoio caldo prolunga la sensazione di calore, mi preparo una tisana, non so perché ricorra a questo modo di fare New Age, forse perché devo essere originale anche quando mi preparo la matricaria chamomilla.

Mi slegò il laccio dell’accappatoio, mi cinse a sé, facendomi sentire le sue unghie sui fianchi, unghie che muoveva à flor da pele, su e giù. Sapeva come fare, bastava così poco per farmi andare su di giri. Le sue mani pian piano si facevano spazio sul mio corpo, ancora umido, ancora caldo. Strofinai le mie labbra sul suo collo ruvido di barba, profumato di Roma, di uomo, di sesso. Aspiro, piccoli bacetti risalgono ora verso il retro dell’orecchio, gli piace, lo sento già duro, duro per me, duro grazie a me, e che spinge verso di me. Con le mani gli accarezzo la nuca, lo tiro indietro afferrando qualche capello tra le mie dita, voglio la sua bocca, lo bacio, avidamente, sempre, come se non ci fosse un domani, sempre, come se quello fosse l’ultimo bacio.

Non so, ma questi pensieri apocalittici mi fanno sentire più sicura e più ricettiva al piacere, predisposta a lasciarmi andare. Robi, è avvinghiato, ora mi prende i seni, io non riesco a non muovere il bacino, che vuole le sue mani, la sua lingua e il suo cazzo. Sento la sua bocca piena di loro, succhia il capezzolo sinistro, quello più sensibile, lui lo sa, e mi eccita questa conoscenza, mi fa eccitare più dell’atto in sé, Robi conosceva la mappa, e riusciva sempre a trovare la X. Ma se mai ci fosse stato qualche intoppo, l’avrei guidato io. Non so come, mi ritrovo a terra, a gambe aperte e i piedi poggiati ai lati della porta della cucina, Robi mi prende le braccia, me le mantiene lunghe sopra la mia testa e mi guarda negli occhi, l’accappatoio aperto, io completamente nuda, riprende a succhiare il seno, quello destro adesso, voglio fargli anche io qualcosa, ma non riesco a muovermi, non faccio altro che alzare la testa, elemosinando la sua bocca.

 viviennelanuit©

John Wesley Tears?1993 Acrylic in colors, on Aquarelle Arches paper 

ORDINARY LIFE

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Il vuoto. Su questo divano di stoffa comprato a buon mercato e senza pretese, sembra di stare in una bolla, ma senza la trasparenza acquosa, senza profumo, senza sapone. Il sapone serve per detergersi, il profumo ad invadere le narici di benessere, l’acqua a purificare e la trasparenza dà al tutto il sapore della lealtà. Proviamo a trasformare queste immagini: io sul divano senza un domani, come quando cammini con gli occhi chiusi e ti assale il vuoto che un buco nero possa aprirsi e risucchiarti. Magari! Implicherebbe un cambiamento, un risvolto dark alla tua esistenza, e ti sentiresti perfino più cool, e invece no, non c’è più legge sul fiume, it is all over now baby blue.

Possiamo solo imputridire su quel divano, che è metafora del tempo e dello spazio, che si muovono lenti e che ti avvolgono, fino a stringerti fatalmente. È così ingiusto morire, dal momento che siamo nati. Ma qui non si parla di morte. Voglio parlare dei corridoi, che sono lunghi ed illuminati ad intermittenza, voglio parlare di quella luce, che quando è accesa, è quella di un neon, voglio parlare del pane quotidiano, voglio parlare delle colpe e di Lindsay Kemp, dei rimorsi, delle cose non fatte, dei dispiaceri, della vita a due, dell’amore?

L’amore. Provo amore per tutti, tutti i giorni in una forma poliamorista, di tendenza, e  menzognera. Sempre tu divano, una certezza per lo meno, i tuoi cuscini mi tirano fuori da questi ghirigori, che per lo più sono sempre a spirale. Spirali, bambole, case e geometria piana. Scarabocchi che hanno disegnato la mia infanzia. Divano, tu sì che sei reale. A volte penso di come gli oggetti sopravvivano a noi esseri umani. E vado indietro con i pensieri, al tuo essere alcova, al tuo essere il primo approdo di piaceri solitari, di coppia. Il divano è un Must Have della collezione amplessi, meglio se diurni, inaspettati e furtivi, rende meglio l’idea, o meglio l’idea di lui a cui mi piace pensare.

– Tutto sto volo pindarico, per andare a parare al racconto di una scopata? Mi stai dicendo che Il black hole, le Cirque Nouveau, e la sindrome maniaco-depressiva? Tutto sto giro, per narrare di quanti orgasmi hai avuto su quel divano cheap, Fiamma? Fiamma aveva ancora a che fare con quel esserino fatato, che con una vocina stridula e fastidiosa di tanto in tanto, faceva capolino al suo orecchio sinistro e che a volte si spostava all’orecchio destro.

Le mie ginocchia, sui tuoi cuscini, il ventre appoggiato al tuo schienale, Luca che con una mano mi apre le gambe, si mette sotto, mi lecca, mentre inarco la schiena. Sei tu a riempirmi, non lui, che non mi bacia mai sulla bocca, che bacia il mio culo e non le mie labbra. Quelle esposte al mondo. Sei tu il mio accompagnatore, che mi sussurri di concentrarmi e di godere. Tu, oggetto a buon mercato che mi sopravviverai. E tutto ciò è calmo e appagante.

Mille pensieri, parlo da sola, qualcosa mi distoglie, sono preoccupata, ma non voglio dare corda, non voglio assecondare o dare il permesso ai miei giri di invadermi, perché non ricordo bene cosa mi tormenti. Il panico, forse, il tempo che è passato molliccio su di te, il non rendersi conto che adesso i ventenni che guardavi come vecchi, ora, diciamo, sono tuoi coetanei, i colleghi che si accasano e fanno prole, che licenzi con: è ancora tutto così lontano. A me che ascolto ancora la musica con le cuffie, che canto a squarciagola. Domani staremo ancora insieme, io, te e i miei pensieri a specchio, perché l’estro non scatta a comando, e c’è ancora del tempo dopotutto, e tu mi sopravviverai. E si sa che alla fine del corridoio fumiamo sempre in due.

                                                             viviennelanuit©

Gaetano Previati, Fumatrici di oppio, acquerello su cartone, mm. 285×615, inv. 25937 Napoli, Museo- di San Martino