Wanna go clubbing tonight?

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Nel quartiere di Monastiraki sembrava tutto fermo, nella Sinagoga non entrava nessuno, il portone era sbarrato, eppure una tenda di lato il chiostro, sventolava in silenzio, forse qualcuno la muoveva di nascosto, senza farsi scoprire. Il baretto non sfornava più kebab e gli alberghi a ore non avevano più amanti, il mercato era diventato una gigantesta pantomima di ambulanti che mercanteggiavano spezie, formaggi di capra e baklava. Camminavo con il mio splendido vestitino azzurrino H&M appena acquistato a Kolonaki ad un prezzo ridicolo, e il vento mi alzava la gonna e mi piaceva quell’aria fresca tra le cosce, dopo una settimana di caldo torrido da pezze in fronte. Bevevo un Freddoccino, così i greci chiamavano una specie di poltiglia di caffè, gelato, acqua, ghiaccio e dato che era il tramonto, riuscivo a scorgere le luci dell’ acropoli che erano soffuse, le Cariatidi erano come manichini stilizzati, i turisti bivaccavano in silenzio, con movenze sincopate e a scatti, sempre senza parlare, potevi vederli con le cartine in mano, alla ricerca del ristorantino tipico alla Plaka, e prestando attenzione avresti potuto intravedere anche noi. Aspettavo Yannick sotto casa sua, vicino piazza Syntagma, proprio vicino il grande albergo che ospitò niente di meno che Sir Churchill, ero innamorata di Atene e di Yannick, della pita, di Melina Mercuri, di Zorba, di Patrick Samson, di Costa-Gravas, e mi piacevano anche i Colonnelli e quel graffito di Byron a Cap Sounion. Io e Yannick ci muovevamo perennemente incollati, una cosa sola, una sola fiamma sempre accesa, perennemente di fuoco, dove il giallo, il rosso e  le scintille, si rincorrevano e si abbracciavano in un un moto perpetuo sicuro e ciclico. Avevo bisogno della monotonia, dei ritmi cadenzati, della routine. Avevo bisogno di sentirmi protetta e quei gesti sincopati mi aiutavano a non soccombere, a non perdermi in quel corridoio buio. Ero solo una piccola illusa, ingenua, romantica, una fragile foglia aggrappata a quell’albero rinsecchito che era Yannick. Ma come ho potuto credere che quella fosse la mia vita, come potevo esserne così convinta. Pensavo di restare avvinghiata a lui tutta la vita, pensavo davvero che quel posticino al customer care della Apple potesse essere davvero il mio mondo, pensavo realmente che quella fosse la mia routine lavoro-freddoccino-sesso con Yannick, sesso con Yannick-freddoccino-lavoro. Quella monotonia mi riempiva la vita, una monotonia con qualcosa di nuovo ogni volta, piena densa di aspettative per il futuro, piena zeppa di icone e di saper essere.

Entrammo in questo appartamento al Licabetto, pieno zeppo di imitazioni di El Greco, era di proprietà di un ragazzo che lavorava con me alla Apple, un tipo mezzo punk, pieno di soldi e di donne, ma con l’aria da morto di fame che faceva tanto: sono-bello-e-dannato-e-me-le-scopo-tutte-io, me lo immaginavo così a lavoro, mentre passava tra le scrivanie, con una camminata alla John Wayne, alla Fonzie e un po’ claudicante; raffigurazioni mentali che erano funzionali a non farmi fare la troietta con lui, perché il ragazzo meritava parecchio, e tutte le volte che mi passava vicino e mi sfiorava il braccio, si girava e mi chiedeva sorry! Ma, quando me la dai? Non te ne pentirai, hey sarò il tuo passatempo gioioso, ragazzina. Io ero già capitolata e la mia cosina andava già per conto suo, ma avevo Yannick, nessuna scusa, dovevo filare dritto e fare la brava. L’appartamento rosso ovunque, tende pesanti, moquette, Yannick si fiondò al mobile bar, mi lasciò subito da sola, al signorino avevo fatto un pompino prima di uscire, l’avevo viziato ed ora era bello che appagato, girovagavo tra il salone, la cucina, il divano con un grande cartello: voglio un orgasmo. Sorseggiavo un Ouzo gelato, mentre lo stereo pompava musica techno a palla. Ognuno aveva qualcuno vicino, come un piccolo talismano, una protezione, quel quadratino cominciava a fare effetto, cazzo, vedevo tanti occhietti di Allah che mi giravano intorno, e uno molto più grande che si avvicinava ed era tutto blu, come il mare, come il cielo, io ero sola, bevevo Ouzo e fumavo, era il periodo: fotto-il sistema-pur-lavorando-alla-Apple! Ero stata abbandonata da quel coglione, un brivido mi avvolse i fianchi: era lui, il punkettaro. Parlai francese tutto il tempo, benché fosse inglese, e mentre faceva il languido, e mi sussurrava cose all’orecchio, tipo: andiamo di là, io mi sentivo esplodere nella testa gli Artic Monkeys e quella voce suadente di Alex Turner cantare: when the sun goes down, colonna sonora di quel periodo.

– Facciamo le cose perbene, come ti chiami?

– Che importa, come mi chiamo, vieni qui.

– Aspetta, aspetta

Mentre mi prendeva le guance con una mano e con l’altra mi tirava a sé, in un attimo di lucidità mi guardai intorno, erano tutti avvinghiati, mezzi nudi, ero sicura di aver visto una a pecora, e un ragazzo in ginocchio, con qualcosa in bocca.

– Alt, Fiamma, allarme rosso.

Yannick, dove cazzo sei? Era difficile coordinarmi, il mio piede destro doveva portarmi di un passo avanti e doveva essere seguito dal piede sinistro, com’era difficile camminare. Yannick sbucò da quella vegetazione mi prese per mano e mi portò via.

Tornammo a casa, chiuse la porta di scatto, era arrabbiato, nero in volto, mezzo ubriaco, voleva picchiarmi, alla sua aggressività risposi, sfilandomi le scarpe, sciogliendomi i capelli, sbottonandomi il corsetto nero, alzandomi la gonna, ondeggiando i fianchi, richiamandolo lì, dove si era perso, dove prima non aveva trovato la strada, la giusta direzione. Lo feci accomodare sul divano, salii su di lui, avevo bisogno del suo profumo, parlava greco quando era eccitato, lo costringevo io, mi eccitava, mi bagnavo. Gli baciai il collo, risalendo fin dietro l’orecchio, i miei capezzoli reclamavano le sue mani, il mio enigmatico e solitario Yannick, volevo farlo ancora godere, con me, ancora e ancora in un loop senza fine. Il momento è arrivato lo sento dentro di me, ed è pura estasi; brividi che corrono, calore, rosso, la botta che sale, tutte le emozioni, le sento tutte concentrate lì, la mia femminilità che esplode senza ritegno, senza inibizioni, senza freni. Il movimento ora diventa più preciso, si è cristallizzato, compreso e ricompreso, le mie pareti interne iniziano a cingerlo, a stringerlo, le contrazioni si fanno forti, mi prende un seno a piene mani se lo porta alle labbra, sto perdendo i sensi, sento tutto, voglio tutto. Ti senti meglio, adesso, amore mio?

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