SOLO UN PO’

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C’è sempre una festa alla base di tutto. La perdita di orientamento quando si entra in un locale e guidi tu la fila avete presente? Quella sensazione di dirigersi verso un precipizio. Lo stordimento di quando si tenta di parlare all’orecchio di qualcuno quando la musica è “a palla” o quella di urlare da una montagna, senza che nessuno riesca mai a sentirti. Riconoscere i propri limiti e superarli, andare oltre i colori leciti, rischiare senza aver timore di rendersi ridicole. Frasi fatte, cose dette e mai attuate, sensazioni sospese, che ti lasciano l’amaro in bocca. Vietato lasciare l’amaro in bocca, soprattutto ad una donna! C’è sempre una festa alla base di tutto, l’energia che si sprigiona quando si è allegri, la convivialità, il cicchetto di troppo, il buon vinello, la musica e le risate dovute. Che fossero tutte strumentalizzazioni occulte? Fiamma farfugliava pensieri sconnessi in quel pub, davanti un piatto di salamini, e davanti ai suoi trent’anni e più.
Si chiedeva se fosse mai esistito, un fine ultimo nel sesso, così, come ad una festa. Dopotutto una festa è una cosa inutile pensava. Le vennero in mente, irrompendo quasi di forza, dei pomeriggi trascorsi a casa della sua amica Carola. Lì, tra quelle mura capitava sempre qualcosa di insolito, quando varcava la porta, si ritrovava catapultata in un torpore diffuso e ovattato, i maligni avrebbero bisbigliato da festa stupefacente, beh, nulla di più vero, sicuramente fluttuava in atmosfere quasi oniriche, come quando era preda di un Orfeo generoso che le faceva dono dei sogni più dolci e delle fantasie più audaci. Un bordello direste voi? Con toni meno grezzi, sì! Capitava di tutto, e sempre in occasione di qualche festa totalmente inutile e civettuola.
A diciassette anni hai un coraggio da leone, ma, piuttosto, sei come “Daniele nella fossa dei leoni” accerchiata, sorvegliata speciale dal non fare passi falsi, se poi avevi avuto la fortuna di sperimentare i primi ardori di trovarti nella condizione ideale di poter fare qualsiasi cosa, rispettando quella esaltante espressione che: “da giovani si è immortali” eri nel ventre della vacca! No, cazzo, non avevo paura di mettermi il collirio negli occhi, o di ingoiare una pillola, non avevo paura di bussare alla porta di qualcuno che temevo, i miei occhi erano spalancati, e la pillola la ingoiavo di colpo e sapevo cosa dire a quello che stava al di là della porta. L’amichetto di adesso, le chiese perché stesse ridendo, pizzicandole la mano, lei continuò a mangiare il suo piatto di salamini piccanti.
Le venne in mente, Fiamma, giovane donna, consapevole delle sue scelte, sicura di sé, dei propri gusti, dei propri piaceri, che non cercava conferme da nessun uomo, che si sentiva bella, femmina e provocante. Pericolosissima.
-Ci vediamo oggi pomeriggio alle tre, portate chimica giusto per far vedere
Le scrisse Carola con un secco sms. Valentina l’aspettava puntuale, era la sua migliore amica, aveva condiviso compiti, interrogazioni, lacrime, tutti i pomeriggi o quasi di quegli anni molli, lenti e infiniti. Aveva condiviso anche Luca con lei! Carola abitava alla fine di una strada di campagna, una strada costiera immersa nel verde di pini mediterranei, edere e ortensie, in una villa dal gusto decadente con un panorama mozzafiato. Fiamma si ricorda di come, a quel tempo, associasse strade e case ai romanzi che aveva letto, ebbene, casa di Carola aveva quel sapore tardo ottocentesco da Marchese di Roccaverdina. Una aura naturalistica alterata ad una vegetazione insana e pesticida, groviglio di peccaminosi incontri con fattori di basso rango e contadinelle disinibite e senza mutande!
-Ci vediamo un film?
Carola, adolescente disadattata e completamente outsider, era una ragazza fuori dagli schemi, fuori da qualsiasi convenzione o struttura. Per Fiamma era la follia fatta donna. Fiamma l’adorava, già a quella età aveva un carisma ed una sagacia degne di una over quaranta, ma soprattutto quello che le piaceva di lei era lo spiccato femminismo, l’appoggiare sempre la causa femminile, il non tradire mai lei o Valentina per beneficiarsi della compagnia di un uomo. Il film in questione era un film erotico di tale Aristide Massacesi. Carola lo aveva sgraffignato al fratello trentenne, (del quale Fiamma era segretamente innamorata, tanto per cambiare) lo videro in camera sua.
L’eccitazione era altissima, l’idea che di lì a poco sarebbe venuta sul suo letto le provocava un brivido. Fiamma ricorda ancora di quando, Manolo, si tuffò in piscina per recuperarle un anello cadutole sul fondo e di come estasiata lo guardasse con occhi da Lolita. Ah, se solo le avesse fatto un qualsiasi ed impercettibile, cenno di adesione, Fiamma gli avrebbe dato tutta se stessa all’istante! Ma purtroppo per lei, non accadde nulla! L’amaro in bocca, insieme all’asciutto bagnato della piscina!
Fiamma sul letto, Valentina su una sedia a dondolo e Carola a terra sul tappeto. Che amplessi favolosi quel pomeriggio di fine anno scolastico. Il film era ambientato in campagna, una scenografia che intrigava Fiamma, quel vedo non vedo, il coito penetrato scostando le mutandine, un fienile, l’essere presa con sorpresa, immagini visualizzate e subito tradotte in piacere. I loro pomeriggi qualche volta trascorrevano così, nessuno sapeva di quello che facevano, il mondo era chiuso fuori la porta, in quel giardino fatato di Carola, solo folletti ed innocui esserini fiabeschi!
– Stasera vengono anche Omar e Toni, faccio venire anche Luca?
– Carola sai come la penso, Luca è deleterio per il mio sistema nervoso
– Sì, come vuoi tu, ma non voglio che resti sola, ci mangiamo una pizza e poi già sai!
– Poi cosa mi resta Carola? Un pugno di mosche in mano!
– Prendila così, sicuramente, qualcosa di più ti resterà in mano! Ma non ho dubbi sulla tua perseveranza! E poi è lo stesso per me, cioè Toni, mi fa star bene, ma è un passatempo, un delizioso giochino, un sollazzo pomeridiano, un sex toy! E poi, si era detto fin dal principio: se si gode, niente rimorsi! Perché Luca ti fa godere e questo l’ho visto con i miei occhi, quindi zitta e non rompere.
Atmosfere bucoliche riecheggiavano sulla sua pelle, paesaggi silvani rinfrescavano il piacere che sentiva salire, echi D’Annunziani si facevano largo prepotentemente, trascinandola in quel trou di godimento, che le sue dita sollecitavano, sempre più velocemente. Indice e medio che si alternavano freneticamente, pollice e indice che le strizzavano i capezzoli, gambe tese, piedi ripiegati. Risoluzione.
– Andiamo a comprare il beveraggio
Carola si portò le dita alla bocca asciugandosele
-Tu farai una brutta fine, Carola, ogni giorno che passa ne sono sempre più convinta
-Come sei pessimista, qualsiasi fine farò voglio che mi accompagni tu, promettimelo
-Sì, ti accompagno io, adesso ricomponiamoci, che il supermercato chiude, sennò
Fiamma non aveva nessuna voglia di vedere Luca, ne tanto meno di spassarsela con lui. L’ultimo loro incontro risaliva a due settimane prima, era stato uno stronzo, come al solito, per intenderci, Luca la faceva godere, godere come nessun altro, e Fiamma era lucida nelle sue conclusioni verso di lui, ma se stasera da Carola avessero scopato, dopo sarebbe stata male per altre due settimane. Luca non era l’uomo per lei, però la prendeva in un modo, e il suo profumo addosso, Fiamma, non riusciva a lavarlo via.
– Non posso farlo, Luca non insistere
-Sai che mi fai morire quando hai…
-A me non va, mi fa male
-Ma se ti faccio urlare il triplo
-Ho bisogno di te, ho bisogno di sentire quel calore che è ancora più intenso, ho bisogno di averti in tutti i modi
Ebbene sì, anche in quel modo; stavano insieme anche quando c’era il divieto rosso!
Che cos’è un ossessione? L’ossessione è una cosa che Fiamma non augura a nessuno, neanche al più acerrimo dei nemici, ma non era la morte quella? La gola le si stringe, non riesce a respirare, ha un groppo che non si districa, non riesce a trovare pace, forse la morte sarebbe una liberazione, e Fiamma l’aveva provata in più di un occasione, l’ossessione, non la morte! Al sonno eterno aveva dato forfait a più di un appuntamento.
Fiamma riusciva a provare piacere solo con un uomo. Un uomo che non era il suo, che non frequentava mai, eccetto che per scopare, un uomo che la faceva raggiungere le estremità più impervie del piacere, un uomo che era anche la sua prigione e la sua condanna a morte. Fiamma era segregata in una Rocca di San Leo, ma a differenza del furbo Cagliostro era priva del potere dell’invisibilità e camminava in cerchio in quella stanza, sentiva il bisogno di toccarsi, ma voleva le sue dita, cercava disperatamente il suo umore, ma non lo trovava, e quel profumo, Roma Uomo. Un pomeriggio di rota altissima, fece il giro di tutte le profumerie, fin quando finalmente lo trovò, e come in crisi di astinenza, si chiuse a chiave nella sua stanzetta, scartò la confezione con cura, assicurandosi di non essere vista e, come il più prezioso degli elisir, se lo spruzzò addosso ed ebbe così, uno degli orgasmi più forti, senza aver bisogno di lui.-
– Dove sei?
-Sto ancora allo studio
-Io non ce la faccio, ho speso più di cinquanta euro solo per sentirti
-Stai ricominciando a dare i numeri?
-Luca io ti voglio troppo, non riesco ad acquietarmi, mi sono toccata tre volte e solo dopo che ho comprato il tuo profumo, perché mi lasci sola?
-Ma ti rendi conto che non possiamo passare tutto il giorno a scopare?
-Perché no?
-Perché, non reggo i tuoi ritmi
-Non depone a tuo favore questo, lo sai? E poi, dillo a quella secca biondina coi denti storti, che hai al tuo fianco, quanto ne hai abbastanza, sei volte di “abbastanza” mi hai dato l’altra sera
-Basta, devo andare
-Aspetta, scusami, scusa davvero, non volevo, sai che non sono gelosa, ma lei ti ha lì, tutto per sé ed io devo elemosinare e raccogliere le briciole
-Ma perché, perché voglio fare l’amore con te, ore, minuti e quarti d’ora? Perché mi concedo a te in modo pieno, appagante e totalizzante? Perché sono una femmina che vuole pulsare, mica come quella frigida che hai per fidanzata! Che rimane paralizzata a letto o aspetta che la tocchi, perché non ha ancora passato la fase dell’adolescenza?
-Sei tu l’adolescente, ti ricordo
-Sono colpevole, lo so, sono colpevole di vivere e di ribollire d’amore
Erano le undici passate, mi ero appisolata sul divano, la casa era deserta, i miei erano fuori e potevo fare quello che volevo, avevo bevuto un pochino e la stanzetta murata mi girava intorno, girava tutto, ma scattai subito dal divano e mi precipitai alla porta, era lui, era Luca. Presi le chiavi, tolsi le mandate, strattonai il chiavistello, Luca era lì, con un mazzo di orchidee in mano.
-Mi hai fatto avere un erezione, mentre stavo a telefono con te lo sai? Non devi parlare quando siamo lontani, non riesco a gestirlo, è così da quando ho attaccato, dalle quattro di oggi pomeriggio. Luca le afferrò la mano per farglielo sentire, ma Fiamma già stava su di lui e si inginocchiò al suo cospetto, quasi venerandolo, quasi ringraziandolo, per essere lì, soccorso in suo aiuto, a lenire il suo dolore. Luca stava ancora lì, tra le porte dell’ascensore, non gli aveva dato un minuto, gli abbassò i pantaloni, Luca si mantenne, le orchidee le caddero sul viso, quasi omaggiandola di tanto ardore, fin quando la sua bocca non lasciò nessuna traccia. Con cura, Fiamma gli sistemò i boxer, raccolse qualche orchidea da terra e se la fissò ai capelli.
Luca, prese la sua faccia, le strinse le guance.
-Hai il mio sapore in bocca, lo sai?
La prese in braccio, la portò in casa, chiuse la porta. Fiamma era in estasi, estasi perché era venuto a cercarla di nuovo, estasi, perché glielo aveva dato ancora una volta, estasi perché lui era il più potente degli oppiacei e non poteva farne a meno. Questo aveva raccontato a Carola, ecco perché, voleva restare da sola, senza di lui, in quella solitudine che a volte la faceva stare bene e altre volte la avvinghiava in una morsa stretta e la lasciava senza respiro. Fiamma si era interrogata più volte sul fine ultimo della loro relazione, e la parola magica era il sesso. Il sesso fatto a tutte le ore, in tutte le condizioni (mie per lo più), il sesso fatto come se non ci fosse un domani, come se l’Apocalisse venisse a trascinarli in un black hole infinito. Alla fine dei conti, Fiamma sapeva ben poco di lui, era più grande di lei, per fidanzata aveva una secca biondina coi denti storti, i genitori divorziati e forse gli piacevano anche gli uomini. Non conosceva altro, o meglio non voleva conoscere la sua quotidianità, la sua routine, non voleva che le raccontasse le sue paure, ansie e aspettative per il futuro ecc., voleva solo che la scopasse, come lui sapeva fare, in quel modo stop and go che rallentava il suo orgasmo, e che la obbligava a non controllarlo più. A Luca, avrebbe voluto dire tante cose, ma Fiamma aveva comunicato con lui, attraverso il suo corpo, e attraverso la sua carne, e attraverso quella elettricità che si innescava quando i loro corpi si sfioravano. Non potevano dirsi: per sempre, non potevano dirsi nulla, ma poteva dirgli che in un modo essenziale, reale, empirico, sul quel presente, su quell’oggi, su quegli anni, su quel tempo preciso e dettagliato l’ aveva amato, e adesso che non era più tra le sue braccia, sentiva la sua voce che le diceva di seguirlo al mare, e lei si perdeva in quella spuma chiara, bianca e densa.

viviennelanuit©

Mina, E poi, Frutta e Verdura, 1973.

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CAMPEGGIO STORY

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In estate si sa le cose vengono più facili e libere, al campeggio, poi, l’aria dei pini mediterranei, la brezza del mare, il suono delle cicale che creavano l’atmosfera, rendevano il sesso decisamente soddisfacente, le copulazioni erano facili e il tutto era gestito dalla bellezza esaltata dall’abbronzatura, dall’abbigliamento ridotto all’osso e da una dose di sicurezza maggiore rispetto all’inverno. Credo ci sia una connessione tra tintarella e fiducia in sé, o tanto meno tra indossare un bikini striminzito e un maglione a collo alto, ho sempre pensato che le nudità influiscano positivamente sull’ autostima delle persone, ecco perché, andavo in giro sempre mezza nuda, con indosso un paio di pantaloncini, rigorosamente senza mutande e un top bianco a uncinetto, rigorosamente senza reggiseno che mi lasciava scoperto l’ombelico e che si annodava dietro al collo, lo avevo realizzato durante il coprifuoco pomeridiano, mentre fantasticavo su quando qualcuno me lo avrebbe strappato dalla carne a morsi e magari coi denti, non so! In ogni modo, da più giorni, ero alla ricerca di una performance alla camporella, del resto, era proprio quel che mi ci voleva per farmi rilassare e scaricare lo stress, accumulato in un durissimo anno scolastico. Paolo, questo il suo nome, era un adolescente biondo e ben messo, frequentava il primo anno di ingegneria meccanica, era molto carino, anche se, per Fiamma il coup de foudre doveva ancora scoccare, come al solito! Perché Mr biondino, dodicesimo-posto-alla-Capri-Napoli, doveva avere qualcosa di mistico, da Guru, di Orientale per fargliela bagnare, come ad esempio: conoscere tutta la discografia dei Penguin Cafe Orchestra, vedere film di Kieślowski all’alba sorseggiando karkadè, ed essere candidato al premio di miglior leccatore dell’anno, lo ammetto era dura per qualsiasi cupido “navigato” scovarne uno così, ma forse, tutto sommato, quel premio era destinato a vincerlo! Girovagavo senza meta, sotto il solleone della controra, accarezzata dal calore che filtrava tra gli aghi di pino, se ripenso a quel profumo di resina, ai capelli bagnati e profumati di balsamo al cocco, al costume fradicio che irritava Miss Pat dopo il mare, mi viene un tuffo al cuore. Il campeggio. Che luogo magnifico! Calderone di amplessi in solitaria, di gruppo, di indianate sulla spiaggia e di barbecue. Tendo a sottolineare: di amplessi in solitaria. Il mio programma quotidiano, prevedeva una sveglia puntata sull’era Cenozoica, in genere non pranzavo, perché ero in modalità: da-grande-voglio-fare-la-top-model e preferivo andare all’edicola che aveva una selezione di libri niente male, perché mi trovavo nella fase dove la cultura rendeva liberi e che se eri a conoscenza di una quantità abnorme di informazioni, potevi sederti su di un trono, con tanto di pelliccia di ermellino e scettro tempestato di rubini, ridendo delle miserie del popolino e denigrando i mediocri: ero una stronza, in pratica! Adoravo quella piccola libreria, era nelle prossimità di uno stagno e mi sentivo tanto Novalis, se non fosse stato per quegli adorabili bambini che facevano a gara a chi avesse lo striscio di piscia più lungo: maledetti stronzetti! Ricordo, ancora, di quando mi adagiavo sulle sue rive per veder spuntare le rane, fin quando non rimasi traumatizzata dal vederne decapitare una, per mano di quei bimbetti malefici!
-Niente mare oggi?
Stavo facendo colazione fuori la veranda, sorseggiando del caffèlatte, intorpidita e sudatissima per via della tenda.
-Volevo darti questo dizionarietto di tedesco, l’ho trovato come inserto ad una rivista
Aprii gli occhi ed alzai lo sguardo, ma riuscii solo a sentire la mia puzza!
-Un dizionarietto di tedesco?
Dovevo subito farmi una doccia.
– Ti piace? So che questo anno studierai tedesco
Perché non mi accompagni sotto la doccia, biondino? Così, ti parlo direttamente in tedesco, fiammingo, swahili e buttiamo questo dizionarietto nel cesso. Pensai tra veglia e sonno.
Era chiarissima la sua attrazione per me, anche se venirsene con il vocabolario di tedesco aveva “asciugato” qualsiasi presupposto.
-Andiamo al mare?
– No, oggi no
– Perché?
– Non posso
– Fa troppo caldo?
– Lascia perdere! Ok?
Gli uomini sono solo degli outsider dell’universo femminile.
– Ho capito, allora ti faccio compagnia
Non lo volevo tra i piedi, mi piaceva starmene per conto mio, con i libri, con le rane, con le mie dita, senza preoccuparmi se fossi vestita bene o pettinata bene, però mi piaceva tenerlo lì, un po’ al guinzaglio e lui intelligentemente mi dava carta bianca, dopotutto ero una diciassettenne, e una differenza di cinque anni, doveva pur significare qualcosa. Fare una bella impressione aveva costituito, per Fiamma, sempre una grandissima fatica e siccome era sempre stata una vanitosa e un’ inguaribile egocentrica, i capelli fuori posto potevano rappresentare davvero una fonte di ansia in sua presenza; ergo voleva toglierselo di torno! Anche se stava al sesto giorno di ciclo, ed era quasi tutto finito.
– Paolo, senti io devo andare al supermercato, ci vediamo un altro giorno
– Un altro giorno, addirittura? Ti accompagno, non puoi scappare, è un campeggio ti ricordo, comunque, stasera ci vieni in discoteca?
– Sì, va bene a che ora?
– Per le 23, ma ti passo a prendere prima, ho capito ti lascio da sola tutto il giorno, ma al calare del sole sei mia!
– Come una fiaba
A Fiamma non piacevano né Fiabe, né principi, le piacevano solo le rane ripensandoci!
– Sì, e tu sei la mia principessa
– Aridaje con la storia della principessa! Pensò.
Fiamma non aveva ancora un corteggiatore, in quella estate del 1999, e un po’ le piaceva l’idea, per sconfiggere la noia, Paolo, in quel momento rappresentava il miglior antidoto sulla piazza, le era andata di lusso! Si era sempre chiesta se avesse mai perso la testa per qualcuno, se avesse mai provato l’ebbrezza della perdita di coscienza. Era sempre stata rigida su questo versante, non voleva soffrire, ma non voleva neanche rimanere asciutta, la cantilena degli uomini bastardi, non innamorati, e che usavano le donne solo per il sesso, l’aveva sempre fatta ridere. Fiamma rifletteva, pensava e pensava, che finora conosceva solo Mr O, raggiunto freneticamente, voracemente, di fretta tutto qui, le piaceva essere venerata come una Dea greca, cercata, desiderata, tutto qui, si invaghiva del più carino, ma sapeva di aver fatto solo il primo gradino della scala. Doveva approfondire.
Cosa c’era di tanto male e negativo nel sesso? Perché era sempre visto di malocchio, con sguardo arcigno e cupo, come se fosse stato da solo in un grande stanza circondato da tante facce disgustate che gli bisbigliavano contro crudeltà inaudite. Il sesso è un’arte e l’arte non è mai volgare, ogni volta, si svela il proprio corpo in un amplesso, ci si concede totalmente, si mette dedizione, cavolo! Non c’era sporcizia, se il tuo uomo è tra le tue gambe da mezz’ora, tu, non fargli mollare tutto, lasciati andare, anche se l’abbandono deve essere gestito da metodo e regole. Esiste il tuo abbandono, con il quale comunichi con il tuo uomo, è una questione di antenne, di onde, di connessioni, spiegagli come deve continuare, quale punto deve premere con la lingua, e se non ci riesci, cazzo toccati tu fino a venire! Ci vuole metodo e dedizione. Punto. Il sesso è orgasmo. Esiste l’eccitazione, quella deliziosa sensazione di formicolio al basso ventre, i baci, le palpatine al culo, ma soprattutto esiste Lui: the big O, e, a meno che non ci siano delle complicanze, beh, l’Eldorado è proprio quello. Il sesso per Fiamma è Amore, è Amore per il proprio corpo, è Amore verso il corpo al quale si sta donando. Amore, la più importante delle spezie da aggiungervi. Un Amore, però ancora proiettato su di sé, ancora concentrato su di sé, non ancora connesso completamente. Fiamma era in preda a voli pindarici e pensava: se vado a letto con lui, è perché sono bella, se voglio sentirmi bella devo andare a letto con lui , se non ho sentito nulla anche questa volta proverò con qualcun’altro, ma dopo mi sentirò ugualmente una merda. Quante donne pensavano questo, la stessa Fiamma rischiava la frustrazione a vita! Ma a diciassette anni aveva già le idee chiare, aveva una guida, la sua masturbazione, era stata la sua maestra, e forse qualche piccolo merito lo avevano avuto anche gli uomini straordinari (due!) con i quali era stata. Straordinari non perché avessero un pacco di tutto rispetto o robe così, ma perché si mettevano in discussione, sperimentavano, sapevano prenderla in quel senso lì. E se tocchi il cervello ad una donna, lei mette le mani dappertutto, si sa! Paolo passò in tenda verso le 23 puntualissimo (ti pareva!). Fiamma stava ritornando dai bagni in minigonna di jeans, magliettina nera super attillata e con una di quelle collane a laccio che lambivano il collo, capelli lunghi fino al sedere, profumati di balsamo al cocco. Ricorda di avere avuto un trucco leggero, ma le labbra erano delineate da una matita e da un rossetto Rouge Chanel, si sentiva perfetta, quella sera, si sentiva che poteva fare qualsiasi cosa, perché la sua sicurezza arrivava a 100 e più
-Vieni con le infradito?
Ma cavolo, sono così carina e tu sei capace di dirmi se sto uscendo con le infradito? Biondino, così mi fai cadere le braccia! Pensò storcendo la bocca in un sorrisino acido.
– Ti dispiace passarmi la crema che sta sul tavolo? E mi passi i sandali? Stanno in tenda, all’ingresso, nella cesta.
– Ecco mia padrona
– Hey, non sbuffare che non vengo in discoteca con te. Paolo scoppiò in una grossa risata, l’avevo messo in imbarazzo. La notte a volte abbaglia di una luce accecante, le sere dell’adolescenza poi sembrano interminabili, ci si aspetta sempre che capiti qualcosa all’improvviso, come un’epifania in mezzo la strada, una divinità che improvvisamente si materializza dinnanzi, la paura che quella sera magari sia l’ultima della tua vita, la paura di fare la scelta sbagliata, l’amore che non conosci, il sesso che non sai usare, l’eccitazione che non sai riconoscere e sfruttare per avere orgasmi da sogno, il desiderio di essere voluta, idolatrata e lambita e di essere cercata. Ma non per Fiamma. Fiamma era una ragazza forte, indipendente, soddisfatta di sé, e poco importava se gli altri recepivano questa cosa! Fiamma non brillava di luce riflessa, si alimentava da sola, emanava energia e calore, tutto per lei. E gli altri erano solo attratti, attratti da quel calore. Paolo era impaziente con quella espressione stampata sul viso del tipo: ti-ci-trascino-per-i-capelli-in-discoteca-se-non-ti.sbrighi.
Percorsero il lungo viale alberato, la notte umida gli bagnava la pelle, il profumo della resina così pungente, gli solleticava le narici, le tende abbassate, le luci soffuse delle roulotte, il mare, le cui onde che si protraevano nelle loro teste. Tutto ciò era semplicemente magico.
– Paolo mi fai male
Non riusciva a smettere di palparla, di toccarla, di pizzicarle i fianchi. Fiamma sapeva perfettamente come sarebbe andata a finire la serata e questo pensiero le lasciava un battito accelerato e una dolce umidità sulle mutandine. Era bello stare con le sue mani sui suoi fianchi, e camminare nella notte, al buio, e ad ogni passo compiuto illuminare un pochino la strada.
– Non posso resisterti
Paolo le stava dietro, le mordeva il collo, camminava su di lei, la spingeva, la annusava in modo animale. Una piccola insenatura li accolse, là, nella pineta.
-Appoggiati qui
– All’albero?
– Sì, qui
Improvvisamente si mise in ginocchio ai suoi piedi, le mani le sfioravano le gambe, ebbe un brivido, lui se ne accorse, le alzò velocemente la gonna, lo aiutò, si abbassò le mutandine gli portò la testa lì, tra le sue gambe, su quella rosa che sbocciava tra le sue labbra. Fiamma aveva le pupille dilatate, lo guardava esterrefatta, con occhi nuovi. Le sue mani erano sul suo sedere, la spingeva verso la sua bocca, sentiva la corteccia dell’albero graffiarle la schiena. Lo desiderava, lo voleva lì, sulla sua fica, voleva dirgli come leccarla, voleva dirgli come toccarla, ma era troppo irruente e non riusciva a guidarlo.
– Aspetta Paolo
– Come?
Si inumidì le dita di saliva, e le portò lì, impaziente, veloce.
-Medio e anulare, per favore.
Paolo in silenzio, obbedì.
– Che bello sentirti mentre ti bagni, mentre ti apri, mentre ti esploro
– Continua non ti fermare
Il suo bacino andava avanti, indietro, su e giù, aveva gli occhi chiusi, il cuore sembrava impazzito, doveva stringere le gambe, le irrigidì, per godere, si posizionò dritta, rigida, la sua lingua la cercava disperata, Fiamma voleva solo venire, indipendentemente da lui, da lei, dalla scena erotica a cui stava partecipando.
– Voglio leccare, voglio mangiare
– Stai zitto
Gli disse, mentre gli teneva i capelli
Fiamma non riusciva ad aprire gli occhi, la vista era annebbiata, le pulsazioni della sua fica continuavano facendo vibrare il suo corpo.
– Respira, piccolina
Fiamma gli sorrise di gratitudine, di estasi, di Amore? Paolo asciugò il suo piacere, le alzò le mutandine, le risistemò con cura la gonna,i capelli, col dito aggiustò le sbavature del rimmel. Ballarono tutta la notte, avvinghiati come non mai, non riuscivano a staccarsi, ad ogni tocco, Fiamma, aveva una scarica elettrica, una sensazione di calore continua. Provò a strusciarsi sul suo ginocchio mentre danzavano, Paolo la incitava, sapeva che la eccitava l’idea che li potessero vedere.
– Caipiroska a fragola?
Mentre beveva, Paolo la guardava estasiato e con occhi di fuoco.
– Sai cosa vorrei farti bere in questo momento?
La prese per mano e la portò via, via dal frastuono, via dalla musica, via dalla folla.
– Qui, ci sono i bagni
– Lo so
Le accarezzava i capelli, il viso, le labbra.
– Hai un viso dolcissimo, delle labbra morbidissime…
Fiamma gli sbottonò i jeans, non lo riconosceva, del resto, lui aveva fatto lo stesso a lei contro l’albero, e benché fosse molto meno romantico, decise di fargli il miglior sesso orale che (non) avesse mai fatto! Sistemati i jeans fino alle caviglie, risalì con le mani palpano gambe dal basso, i suoi peli le solleticavano i palmi, le sue gambe erano muscolose, tese, innervate di desiderio, arrivò ai boxer, bianchi, aderenti, il suo cazzo era già gonfio, pronto per lei, glielo tirò fuori, ma lo lasciò stare, per il momento, e fece attenzione a non toccarlo. Fiamma voleva concentrarsi su quello che c’era alla base. Si avvicinò, gli fece percepire il suo respiro e appoggiò lentamente le labbra, iniziò a baciarle, gli mostrò la lingua, gliela fece vedere di proposito.
– Guardami
E leccò, aspirò, baciò. Fiamma sentì la sua tensione, Paolo le radunò piano i capelli, dolcemente glielo mise in bocca, sentì il calore e lanciò un gemito.
Fiamma lo guardò di nascosto, aveva gli occhi chiusi, concentrato, rapito dal piacere, glielo prese in mano.
– Sto per venire, piccola mia, dove devo venire?
Fiamma andò più veloce, succhiò e andò su e giù con la mano, un improvviso getto di calore invase la sua bocca, e il suo viso. Paolo la fece rialzare velocemente e le leccò il viso, la baciò, assaggiò il suo sapore dalla sua bocca e mentre Fiamma ingoiava la tenne per le guance.

viviennelanuit©

Immagine: Maurizio Barraco, Omaggio a Jesse Franco, regista B movie.

LA MACCHIA

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Nel sesso non esistono rapporti alla pari. Fiamma aveva un problema con i ragazzi belli, con gli uomini belli, con gli adoni, gli ammaliatori, con quelli che avevano un’aria attraente, gli avvenenti, i vetusti, i deliziosi, gli incantatori, i meravigliosi, quelli stupendi. Non conosceva spiegazione, ma riusciva a godere se lui non era bello, o meglio, se lui era collocato in quella zona franca della bellezza; in altri termini godeva, se lui non era niente di eccezionale! E lei, stava una spanna sopra di lui, maniaca del controllo del cazzo! Paolo era proprio così, un tipico uomo del mezzo, sfigato nella vita e nelle relazioni di coppia, era arrivato alla soglia dei trentanove anni vivendo da eterno quindicenne, frequentava lo stesso giro di amici, compresa la sottoscritta, da quando aveva dodici anni e si ciondolava tra Rolemaster, birrette ed heavy metal; vivendo la sua esistenza a partire dalle tre del pomeriggio e facendo bisbocce tutta la notte, anelando che tutta la settimana fosse un lungo interminabile week-end. Ecco, adesso posso respirare. Fiamma lo vedeva fragile, indifeso e timoroso di tutto, a cominciare dal confronto con gli altri, la ragione di tutto questo gli era oscura, anche se era facile ricollegarla al divorzio dei genitori e ad aver scopato tardi. Quanto a Fiamma, che dire, si era trasformata nella Wonder Woman dei poveri, nel Robin Hood in gonnella, rideva delle sue timidezze passate, si sentiva bella, intelligente, intrigante e sexy da morire: “na bomba!” Più avanzavano i suoi anni, più acquistava dei superpoteri contro ansie e paure. Fiamma si sentiva bene, e sentiva il bisogno di aiutarlo, di incoraggiarlo, di dirgli quale meraviglioso amante fosse stato con lei. Paolo era un friend with benefit di tutto rispetto, riusciva ad accenderla ogni qualvolta lei lo desiderasse senza troppe giustificazioni, o fronzoli, se a Fiamma capitava la giornata della solitudine, oppure gli ritornava il loop della vita di merda, lui c’era sempre! Le sue performance sessuali erano un piccante approdo per la fine delle sue solitudini. Fiamma ricordò la loro prima volta. Pomeriggio piovoso, noia infinita, autostima a meno uno e una versione di Tacito che gli salassava l’aorta, il calore della sua pelle, l’alito profumato di Mentos, i Blur di Country House alla radio.
– Hai voglia se facciamo qualcosa? Lo hai già fatto con qualcuno?
– Mi sono strusciata contro un peluche di Babbo Natale a casa dei nonni l’inverno scorso!
– Contro un peluche di Babbo Natale?
– Sì, con il getto della doccia, con le dita, e a cavalcioni sul bracciolo morbido del divano, e con il palmo della mano aperto massaggiando velocemente su e giù, mentre con l’altra mi tiro un capezzolo
– Ok, ti sei masturbata finora! Io intendevo dire con un uomo, lo hai mai fatto?
– Nella mia fantasia, aiutandomi con qualche filmatino
– Ti andrebbe di farlo?
– Solo se ti comporti come quel peluche di Babbo Natale
– Sì, signorina.
Paolo lo cacciò fuori dai jeans, Fiamma non aveva mai visto il sesso di un uomo (dal vivo) era scuro e la pelle sottilissima lasciava intravedere le vene, era orribile, si spaventò.
– Prendilo in mano e vai su e giù
Era durissimo, strano ma mentre lo osservava sentiva delle fitte piacevolissime
Fiamma capì subito come voleva essere toccato: la mano non doveva scoprire totalmente il glande, ma coprirlo e scoprirlo, lasciando il pollice, lì, un po’ in cima. Fiamma ebbe la sensazione di avere una memoria primordiale, era una cosa naturale, era la prima volta, eppure spontaneamente le veniva facile. Paolo la guardava con la bocca semiaperta e un’espressione oppiacea. Tutto questo durò una quindicina di minuti, finché Paolo si bloccò improvvisamente e dal suo cazzo, schizzò uno zampillo luminescente, che andò ad infrangersi sul suo torace scoperto e peloso.
– Sicura di non averlo fatto prima? E la trovata della saliva sulla mano come la sapevi?
– Porno! Le donne li guardano lo sai?
Fiamma lo adorava, dall’alto dei suoi diciotto anni, la faceva sentire libera, libera di parlare, libera di esprimere il suo impulso sessuale, che era fortissimo, libera di elencargli tutti i modi di autoerotismo che avesse sperimentato, senza essere derisa, senza essere presa alla leggera, senza giudizi.
Lui la ascoltava con rispetto e attenzione ecco perché il sesso con lui era stato amore a prima vista!
Lo eccitava la sua voglia di imparare. Fiamma voleva mettersi alla prova. Voleva rendersi conto fin dove poteva arrivare, sfidare a singolar tenzone ogni sua inibizione e tabù e fregarsene di quel motivetto che le canticchiava un esserino cattivello: “sei una troietta, sei una troietta…in effetti Fiamma sentiva le orecchie calde e le tempie che le battevano, qualche volta.
– Ora tocca a te
Paolo le si avvicinò lentamente, senza smettere di attorcigliare i suoi capezzoli sotto la maglietta, la guardava negli occhi, Fiamma non sapeva nulla sul fatto che la patata si bagnasse, sul formicolio al basso ventre, sulle contrazioni ripetute durante l’orgasmo, credeva fossero tutte cose naturali, non meccanismi e fasi precise del godimento! Prima di quel pomeriggio, Fiamma aveva provato solo orgasmi solitari, quale scaletta avrebbe dovuto adottare adesso? E l’immaginazione, come faceva? Cazzo doveva ricorrere all’immaginazione adesso, era impossibile per lei senza un porno! Quale schema doveva seguire, sedicianni e mezzo sono pochi per collegare amplesso da autoerotismo a orgasmo di coppia. Fiamma stai calma, respira, lasciati andare!
– Che stai dicendo, sssh non dire niente e lasciami fare
Fiamma sentiva la sua lingua invadergli prepotentemente la bocca, aveva già baciato qualcuno, ma per la prima volta, Fiamma sentì i denti e tutto ciò gli piaceva, gli piaceva il modo in cui li usava, mordicchiandole il labbro e il mento, ebbene si ebbe un sussulto mentre le mordeva il mento, nella mente di Fiamma prendeva forma un’immagine brutale e lussuriosa, la sua saliva calda sul suo collo era la melassa da mettere sulla preda, si sentiva realmente una pietanza che stava per essere divorata da un momento all’altro! Aveva una voglia matta di stringere le gambe e protrarre il bacino in avanti.
– Aspetta, stai buona
– Paolo ti desidero da morire
Con le dita le solleticava il pube incolto e non depilato sotto i jeans, Fiamma non riusciva a tenere ferme le gambe, con delicatezza le abbassò i pantaloni, rimase su solo con le mutande color verde acido e i calzini Reebook.
Senza facendole rendere conto la gira, la sua testa è più in basso del suo culo.
-Inarca leggermente la schiena
Fiamma sapeva come fare, lo avevo visto in un film porno dove lei veniva facendo fuoriuscire un liquido acquoso dalla cosina, sentiva le sue ginocchia instabili e pericolanti, non riusciva a tenersi era un misto di emozione, paura e lussuria, un mix che stava per farle scoppiare il cuore.
-Ti farà un po’ male, ma io sono qui e tu sei bellissima e non devi temere nulla ok?
Paolo con un movimento di bacino la lacerò.
E’ strano ma Fiamma non sentì nessun dolore, ma solo piacere. Si sentiva come una macchina lanciata a tutta velocità, che seguiva una precisa traiettoria. Lui era perfetto rallentava e accelerava, Fiamma ora era come se stesse da sola e si lasciava andare, mordeva la federa del letto e sbatteva la mano sul materasso. La prese per le cosce e le divaricò le gambe ancora di più, adesso il movimento era cambiato, le sue spinte partivano dal basso e salivano su
-Eccolo il tuo punto G! Ogni volta che tocco questa parte, la tua patata si avvolge ritmicamente al mio cazzo
Fiamma aveva una paura folle di venire, ma era troppo una sollecitazione continua e lei non ne potette più, il suo orgasmo lo spinse fuori, facendo fuoriuscire un’acqua iridescente che bagnò tutto il letto.
-Sei una meraviglia lo sai? E questa acqua era tutta per me.
La coperta era sporca di sangue e liquido trasparente. Fiamma scoppiò a piangere, lui la prese tra le braccia e la sistemò sulle sue ginocchia, le baciò la fronte e le disse che avrebbe ricordato quel pomeriggio per tutta la vita.

 

 © Vivienne La Nuit

Blur, Country House, The Great Escape, Food Records1996.

UNO, DUE E TRE

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Fiamma gli scrisse una lettera perché non poteva inviargli messaggi, avrebbe potuto chiamarlo, certo, aveva molti minuti. Minuti che avrebbe speso con lui, virtualmente, fisicamente, totalmente, ma Fiamma aveva paura, aveva paura che la respingesse, tremava all’idea che non rispondesse, e comprendeva anche questo suo tenerla a distanza.
Fiamma gli scrisse, perché aveva tante lettere e parole. Lettere e parole che si inseguivano le une con le altre, ed erano tante, tutte che spingevano nella sua mente e che facevano a gara ad uscire, frasi confuse, frasi ammassate, che qui, in questo luogo franco, bianco e infinito, si legavano fino a rendersi comprensibili, prima a lei stessa e poi a lui. Ventiquattro ore, dove lui e Venezia le avevano preso il cuore, il suo cuore che era un organo di fuoco, che gli sussurrò qualcosa a bassa voce quasi bisbigliando.
La stazione era gremita di gente, gente anonima, gente comune che in un vortice di fretta e velocità la percorrevano tutta, in modo disconnesso e agitato. Fiamma era catturata dalla velocità, una sensazione coinvolgente, ancora di più , perché Fiamma sapeva che in quella stazione avrebbe incontrato lui. Il Conte. Il Conte era il vento ed era il sole, era il calore ed era il freddo. Il Conte era un suo amico, o qualcosa di più. Capire quel di più, era una cosa difficile! Ma Fiamma cercava di definirlo, affannosamente nella sua mente, in quel luogo febbrile, dove orari, arrivi e partenze si intrecciavano in un moto perpetuo.
Fiamma scrive adesso, in modo concitato e febbrile, come la gente di quella stazione. Scrive per immaginarlo. Scrive, tutto quello che si erano detti, che avevano fatto, che avevano sentito, che avevano respirato. Scrive, per far tacere il suo cuore, organo di fuoco, che è caldo e lo reclamava ad ogni suo battito. Scrive, per non dimenticarlo e per imprimerlo nella memoria. Il Conte e Venezia, Venezia e il Conte. Lo aspettava. Lo vide da lontano. Era troppo il desiderio di correre e di abbracciarlo, incontenibile la voglia di baciarlo. Ma aveva paura, Fiamma aveva paura a lasciarsi andare, aveva paura a volergli bene. Il Conte, aveva sempre ventiquattro anni, era ancora uno studente, aveva un rapporto edipico con la madre. Fiamma chi era? Una donna che ormai aveva perduto i suoi punti cardinali, una donna senza bussola.
Fiamma era attanagliata ad un uomo che forse non amava più, ma del quale non poteva fare a meno, era avvinghiata ai figli piccoli, troppo piccoli, che ogni santo giorno, in coro, le gridavano che stava sbagliando, che li trascurava, che doveva fare solo la mamma, solo la mamma. Questa donna non aveva le palle di mandare tutto all’aria, di fottersene della micidiale monotonia, e delle responsabilità. Forse non riusciva più ad accettare in silenzio i suoi tradimenti, la sua vita a sé, i suoi silenzi. La routine, crea uno strano meccanismo di dipendenza, Fiamma a volte ne aveva bisogno, ed altre volte poteva farne tranquillamente a meno, ed è quando vengono a mancare gli stessi gesti, le stesse movenze, le stesse giornate che arriva la parte più brutta, dove riconosci che hai fatto una cazzata, una cazzata, a mollare la tua vita standard! Ma questo Fiamma non l’avrebbe mai potuto sapere, se non dava al tutto, un margine di rischio. Il rischio è una parola, una condizione, è anche un sentimento, la stordisce, la attira come una calamita, riusciva ora, a sentire il battito che le si faceva sempre più accelerato quando lo nominava. Rischio. Fiamma, rischia.
Fiamma lo saluta con due timidi baci, conteneva la voglia matta che aveva di stringerlo a lei e di non lasciarlo andare più, perché sì, la vita è breve, e il tempo è poco e frana sotto i piedi da un momento all’altro. Lo baciò su un occhio, sentì la palpebra mobile e un’infinita dolcezza nell’animo.
Fiamma adesso, urlava di calore per lui.
Attraversarono la piazza, quella dei colombi, del leone e dei Dogi, di corsa, come due adolescenti, evitando di stare troppo attaccati. Volevano ritardare quel momento, volevano assaporarsi lentamente, gustarsi, accarezzarsi senza fretta. Respirando la loro pelle, insieme.
E adesso Fiamma si mette a scrivere. Dopo essere tornata è strana, sconvolta e stanca. Strana perché doveva ritornare per forza di cose alla sua vita normale, perché doveva mettersi in macchina come un automa, e fare da tassista ai figli. Invidiava la loro spensieratezza. Detestava il suo essersi immolata per loro e per il marito, la assalirono pensieri strani e malsani. Li ignorò e tiro dritta nel parcheggio della scuola, tra mamme disperate, vestite male e con troppo trucco messo su.
Sconvolta. Perché tutto ciò aveva il sapore di un grosso errore, e di una vita che non aveva scelto, che si era stata trasformata in una busta di plastica attaccata al viso. La perseguitavano frasi come: “la vita che avresti voluto avere”, “non bastava una vita” e “wish you were here”. Era dissociata. Quando trascorreva del tempo con lui, il cervello le si annebbiava e le parole erano messe alla rinfusa nella sua mente e si confondevano con tante persone, e tante voci che le urlano contro e che le mettevano paura.
Stanca, perché la loro storia le lasciava una scia di spossatezza mai provata prima. Contava le ore, quando ci sarebbe stato il prossimo treno, contava i minuti che poteva toccare con le dita, contava i secondi, passeggeri e ingannatori. Vedeva lui, davanti ai suoi occhi, e ripeteva a lei stessa che voleva più tempo, più ore, più minuti e più secondi.
Dopo tre giorni, si sentiva come se fosse tornata da un lungo viaggio, un viaggio di passione, di carne, di umori, di lussuria e di amore. Un profumo, il suo che, furtivamente, spruzzò su di un batuffolo d’ovatta, per annusarlo, quando lui non ci sarebbe stato. Un profumo che, aspirava intensamente per farselo arrivare ovunque, un profumo che dalle narici, andava al cuore e alle cosce. Acqua che bagna e profuma, nettare che alimenta il desiderio per lui. Desiderio intenso che non andava via, acqua sul suo corpo che non si asciugava, corpo bagnato di lui, linfa.
Come sempre lo aspettava al solito posto, in quella città sospesa ed eterea. Facevano i conoscenti, si salutavano timidamente, anelando il profondo attimo in cui si sarebbero avvinghiati e leccati. Che delizia ritardare quel momento, che estasi il suo pensiero! La casa del Conte aveva un sapore d’altri tempi, quella Aura di tradizione, di spazio sospeso e curatissimo. Un ultimo piano a Calle del Paradiso e scale settecentesche che la portavano proprio lì. Un lampadario di pendenti di cristallo all’ingresso che brillava; prismi riflettevano luce e gioia. Fiamma si sentiva vitrea, desiderava essere tirata a lucido, proprio come quei calici riposti con cura nelle vetrinette, anche lei si sentiva trasparente, proprio come quando da piccola, si illudeva che l’acqua potesse passare attraverso i bicchieri e attraverso il palmo della mano, e che per ore lasciava scorrere giù. Voleva essere riempita della sua acqua. Il marmo di quella casa, il lungo corridoio e i parati le suggerirono una casa dove il passato regnava sovrano e il futuro era tenuto a debita distanza, sapore di storie passate e non raccontate più.
– Sai che non ci credo che sei qui? Oggi stavo spaccando il telefono a terra quando in biblioteca ho letto che non venivi più
– E pensare che volevo portare lo scherzo ad oltranza? Poi mi sono fermata, sentivo che mugolavi per il dispiacere
-Voglio farti mugolare in un altro modo lo sai?
– Piano piano, Conte. Vietato correre!
Conte, come lo chiamavano gli amici. Conte aveva i connotati più da amore cortese, che da titolo ottocentesco. Il Conte, le diede la sua stanza e la fece dormire nel suo letto, le fece usare la sua salle de bain, il suo dentifricio, e tutto ciò era intimo e privato, barriere trasparenti ora, erano tra loro, barriere visibili che trapassavano consapevolmente, ripetutamente e volutamente. Tende, che tiravano su ad ogni passo in quella casa dal sapore vissuto e di storie passate e non raccontate più.
Portò Fiamma a visitare un quartiere fatato, dove fate ed esserini si alternavano su fregi e portoni e che sembravano invitarla ad entrare. Era un quartiere magico e il Conte le tenne la mano talmente forte quasi da non poterle permettere di liberarsi, quasi come se volesse costringerla a restare in quel mondo magico, da storia infinita, dove il nulla non esisteva e dove tutto era possibile.
Fiamma voleva che la tenesse così, voleva la sua presenza, viva, accanto a lei, voleva che non la lasciasse più.
Cosa significa imprimere qualcuno nella memoria. Ricordarne il profumo forse? Le carezze? L’odore della pelle? Cosa vuol dire dimenticare qualcuno? Eliminarlo? Trasformarlo? Fiamma amava ancora il marito, perché faceva parte della sua vita, perché senza di lui non si sentiva completa, perché era difficile separarsi da qualcuno con il quale hai condiviso tutto. Fiamma questo lo sapeva bene. Perché Venezia allora? Perché il Conte? Fiamma era annoiata! Faceva le stesse cose tutti i santi giorni i compiti dei figli, la scuola, le camicie del marito; l’alienazione era la distruzione di tutto, e si sentiva come su di una barca alla deriva, dove prima o poi sapeva che le sarebbe venuta sete, e il mare era là, e Fiamma non poteva bere, perché altrimenti sarebbe diventata pazza, o almeno così le era parso di sentire in qualche vecchio film.
Ancora lui, in questa piazza grigia e umida, che le prende le guance e le dice che va tutto bene. Ancora lui, tra i piccioni messi all’ingrasso dai turisti, che le stringeva i fianchi e le diceva che era sua. Ancora lui, tra mille presentimenti, sensi di colpa e momenti off, che le diceva di voler fare subito l’amore, che le sussurrava all’orecchio con una voce roca e innaturale che gliela voleva leccare, fino a farla morire. Fiamma non poteva cedere anche questa volta, non poteva dargliela vinta!
-Conte, tu vuoi solo il mio corpo, mi escludi dal resto della tua vita, ed io, io non so fin dove posso reggere! Il fatto e che accetterei tutto ciò, anche in silenzio, pur di elemosinare un po’ del tuo cazzo
– Sei tu quella che mi esclude dalla sua vita, io non riesco a smettere di pensarti, di desiderarti tutti i giorni, sempre
-Sì, ma dopo? Alla Tonnara non puoi avvicinarti e sai che sono confinata lì per via dei miei figli, per colpa di mio marito e poi tua madre, ne vogliamo parlare? Non posso neanche telefonarti a casa che hai il terrore che possa sentirti
-Adesso siamo soli, a casa mia
Tra la folla di quella piazza sorniona le sbottonò il trench.
-Che bel vestitino corto
Si avvicinò ancora di più, sentii il suo alito caldo e profumato, la sua mano mi alzò la gonna.
-Ti avverto non porto le mutande
– Ma hai le autoreggenti, sento
Le sue dita, le sue dita ora erano dentro di me.
-Conte, il leone della piazza ci sta fissando arrabbiato, penso che a breve ci salterà addosso
Entrammo in un androne maestoso, vecchio, accogliente, sentimmo il rumore dell’acqua ovunque. Salimmo le scale, era difficile non toccarsi, io camminavo davanti.
-Hai il mio culo in faccia, ti rendi conto? La smetti di alzarmi il vestito?
-Fai poco la schizzinosa, a San Marco poco fa eri completamente bagnata! E le mie dita ti piacevano
Il Conte la fece poggiare sul portone di casa, un portone di legno nero. Le sbottonò di nuovo il trench, le prese i seni a piene mani, cominciò a succhiare i capezzoli, a bagnarli di saliva. Fiamma cercò la sua bocca, gli tirò i capelli per avvicinarlo alle labbra, si baciarono, e il loro bacio aveva un sapore di apocalisse, si baciarono come se dopo non avessero avuto altro tempo, si baciarono come se non avessero a disposizione un’altra volta, si baciarono per imprimersi in loro stessi. Il Conte le prese il viso, le strinse le labbra con le dita, con l’altra mano le tirò su il vestito, si inginocchiò, le aprì le gambe e così sull’uscio di casa, seminuda, iniziò a leccarla.
-Ti eri dimenticato che sapore avevo?
-Come potrei
Fiamma gli poggiò una gamba sulla spalla e la sua faccia ora, era immersa lì, si muoveva anche lei per cercare un ritmo, per sentirlo di più. Le mantenne il sedere, se la spingeva ancora di più sulle labbra, sentiva la lingua e le dita, insieme. I suoi capelli fra le sue dita.
– Che cos’hai in questa testa?
Gli chiese a bassa voce, con una voce che per il momento era fatta solo di eccitazione, una voce che non aveva ancora preso il binario del godimento.

viviennelanuit©

Foto: Alessandro Varini

IL SOLDATO DI avVENTURA

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Vi è mai capitato di incrociare lo sguardo di uno sconosciuto e trovarvi un’ intesa grandiosa? Il più delle volte mi è successo nei posti più assurdi, mentre faccio manovra in macchina, quando sono annoiata per la fila alla posta, al supermercato tra una corsa e l’altra, l’All Inclusive della retorica sul tema, insomma, fin quando, ZAC! In una frazione di secondo pensi di aver incontrato l’uomo dei sogni, anzi l’uomo che immagini viva nel regno del fuoco e di onirico abbia ben poco! L’altro giorno al self service, assopita dal tardo pomeriggio, non mi resi conto di mettere nella mia auto della benzina anziché del gasolio: apriti cielo! Dietro di me una macchina scura mi lampeggiò, ed io le feci cenno del guaio, quando dalla portiera si materializzò davanti ai miei occhi un uomo sulla quarantina, capelli scuri, occhi neri, non molto alto forse, ed io? Io ebbi le margheritine e i cuoricini nei bulbi oculari per intenderci!
Notai subito i bicipiti scolpiti sotto la maglietta e le spalle possenti tipiche di uno abituato a difendere e difatti, Mr bontà, aveva una maglietta con il logo di un corpo militare stampato in rilievo proprio su quel bel braccio, mi chiese (compiaciuto e marpione) cosa fosse successo, ed io blaterai parole confuse riguardo il pasticcio, successomi.
-Non si preoccupi è capitato anche a me, l’importante è che non abbia acceso il motore, e poi non facciamo questo di mestiere
-Lo so ma sono stata una cretina, non solo ho messo in questa cavolo di macchinetta cinquanta euro per un pieno che non avevo previsto, ma poi sbaglio pure il tipo di carburante!
-Adesso però dovremmo spostarla dalla corsia altrimenti intasa tutto, metta a folle
Quante frasi di circostanza, quanta formalità, beh era uno sconosciuto, cosa pretendevi? Yoga tantrico dopo cinque minuti di conversazione? Non era neanche capace di mettere a folle, Fiamma si sentiva stordita dalla sua presenza ma non abbastanza da notare che non portasse la fede, cosa poco influente direste voi, ma forse, sarà stata l’abitudine di guardare le mani degli uomini, tanto era vero che Fiamma era frastornata, e questo era un male, perché le rare volte che non aveva il pieno controllo su di sé, combinava casini, sentendosi vulnerabile e insicura, e questo non andava bene.
Le dita degli uomini se le immaginava sempre nervose, bagnate e frenetiche in cerca di chissà che cosa! Mentre spingeva, visualizzava le sue dita che la cercavano, che la afferravano, che le palpavano il culo, come una piovra, un boa, un animale tentacolare e lungo…!
-Ecco fatto, e non si preoccupi era scritto talmente piccolo “Diesel!”
-Grazie per l’aiuto
Ancora convenevoli pensò: si figuri, si immagini, signorina e bla bla bla! Mr-bicipite-scolpito me-le-scopo-tutte-io, se ne era andato senza risolverle il problema! E lei come una sciocchina si abbandonò alla prosopopea circa l’inutilità del genere maschile, e sul fatto che non si prendessero mai una cazzo di responsabilità! La pompa poi si trovava in una zona molto isolata: ma tu guarda che stronzo! E il suo cellulare segnava una tacca, insomma, stava delirando. Mentre era intenta a comporre il numero dell’ACI con le poche lineette della batteria…
– Ho pensato che un caffé le avrebbe fatto piacere
Fiamma si rimangiò d’un colpo tutti i luoghi comuni di prima, per concentrarsi invece sull’elogio del maschio italiano, 100% virile e galante, certo, visto da vicino non si poteva dire “bello” ma era ammaliante e rude, e a lei ispirava, di certo, sex at first sight! In quei quattro secondi di sguardi incrociati e furtivi era come se le avesse fatto i raggi x, era come se le leggesse nel pensiero, era come se si sentisse esposta ad una mostra di Belle Arti, come se posasse nuda, (tanto per cambiare) nell’atelier di un pittore e lei avrebbe aperto le gambe in un nanosecondo, (e su questo non avevamo dubbi!) La brezza di quei quattro interminabili secondi si trasformò in un vento caldo e afoso.
-Sta venendo qualcuno a prenderti?-
Cos’è, all’improvviso, questo cambio di registro? Dove sono finite le frasi di circostanza, i convenevoli, il grazie-prego-scusi-tornerò? Pensò. Come se non lo sapessi, tu? Eh? Che vuole scopare!
-Ehm sì, ho chiamato l’assistenza stradale
-Posso aspettarla con te, non mi va di lasciarti qui da sola, come ti chiami?
-Fiamma
Ecco! Hai finito di comportarti come una bambina? Mi sembra di vederti in salopette, treccine ai lati e lecca lecca in mano, che dondolando gli sillabi il tuo nome. Dimmi la verità Fiamma non ti era mai capitato di incontrare un uomo così che ti stuzzicasse da subito? Ma se, sei sempre tu la regista di tutto, la regina occulta, la direttrice d’orchestra, la bella mugnaia che porta acqua al suo mulino
– Fa parte del giochino, cadere dalle nuvole, sì, sono una cacciatrice, ma mi piace travestirmi da preda, mi piace essere agguantata e catturata, mi piace vedere l’espressione di profondo orgoglio e compiacimento quando dico di sì agli uomini. Hai finito con l’epistemologia applicata alla psicologia della caccia? Sì Esserino, ho finito.
La sua bocca si aprì in un sorriso ironico mentre si mordicchiava la lingua di lato. Sdoganati i convenevoli, Fiamma era un po’ divertita da quello che stava per accadere e decise di restare al suo gioco. L’ACI finalmente arrivò e caricò l’auto, mentre lui, beh, caricò lei! La accompagnò a casa, salirono le scale a furia di dolci spintoni e tenera irruenza, lui le palpava il culo, i fianchi con le sue dita toccava tutto, le piaceva pensare alle dita e non alle mani degli uomini! Arrossì e non disse nulla, era quasi incosciente, sentì la sua lingua fino in gola, lui era bello, forte, gentile, ad un certo punto la prese con forza, e lei si aggrappò alle sue spalle, gliele tastò: erano enormi! Fiamma sentiva tutte le reazioni dentro di lei, sotto di lei, si bagnò a più non posso. Riuscì affannosamente a prendere le chiavi in borsa, aprì la porta, gli disse di poggiare tutto in corridoio, gli offrì qualcosa da bere. Le mani di Fiamma tremavano.
-Cazzo, ti stai comportando come una mignotta Fiamma, che stai facendo? Non hai mai fatto una cosa del genere!
Pensava sul perché le donne avessero questa mania dei pregiudizi, delle critiche, delle malelingue biforcute e sibilline. Fiamma fremeva dalla voglia di averlo tra le cosce e invece stava lì a scusarsi, a giustificarsi, a ciarlare inutilmente come un cicisbeo in udienza alla sua coscienza. Fiamma non riusciva a smettere di pensare mentre le sue mani erano poggiate sul marmo bianco e gelido della cucina, dalla sua testa uscivano tante paroline: puttanella, stronzetta, porcellina, come se Esserino si fosse sdoppiato in tanti mini Esserini incazzati, che in coro le urlavano di quanto, questa volta, si fosse comportata da troia.
– Stop pensieri negativi-ammazza-desiderio, stai con me adesso
Il soldato aveva intuito il suo disagio e cercò subito di tranquillizzarla.
– Sì, credulona era solo arrapato da morire! Pensò la Fiamma intelligente! E del resto lo era anche lei, solo verità genuina e tutta salute! Pensò.
Mr tuta mimetica la fece accomodare sul divanetto blu della cucina.
– Sempre divani, ancora divani, ma una bella scopata nel mio lettone sommier no, eh? Non c’è tempo, Fiamma, sta quasi per venire Mr due minuti all’alba!
Il soldato ora la fissava, la scrutava, le sue labbra si arricciarono in modo ammiccante e furbetto.
-Girati e mettimi il culo in faccia, fallo inarcando la schiena
Non se lo fece ripetere due volte, lui si mise in ginocchio alla mercé del suo derrière, la prese per i fianchi e con ferma precisione iniziò a leccare, Fiamma era un fiume in piena non riusciva a nascondere l’eccitazione di quel momento, forse provava un po’d’imbarazzo, di vergogna, e s’irrigidì.
– Smettila! Lasciati andare, mi piaci bagnata, innocente, esposta, non vedi che mi sto nutrendo del tuo nettare non vedi?
Mentre diceva queste cose continuava a leccare le sue parole erano gutturali, profonde e il loro suono era soffocato dal culo e dalla patata sul suo viso.
-Aspetta, vieni qui
Fiamma lo sentì subito, la riempì, riconobbe quel piacere, i suoi colpi erano decisi, alzò una gamba di lato, la poggiò sul bracciolo del divano.
-Fammi sentire come godi
Fiamma stava quasi per cedere, stava iniziando a tremare, era entrata in quel vortice dal quale non riusciva a riemergere, si trovava su quel binario del climax dal quale non poteva deragliare.
-Mi fa impazzire il modo con cui ti stai dando a me
Fiamma sentì i suoi muscoli che si contraevano attorno al suo cazzo, l’anello interno della sua patata che batteva voracemente, e cadde giù nel precipizio e sentì che tutto dentro di lei si avvolse ritmicamente allo“stendardo vittorioso” del bel soldato.
La girò, lui era ancora in ginocchio, Fiamma era seduta sempre sul divano, con le cosce aperte in modo vergognoso e lui che leccava, quanta dedizione, quanto ardore, quanta lussuria che le stava dando. Improvvisamente si bloccò, le alzò le gambe e le appoggiò alle sue spalle e ricominciò, ancora più deciso, come un’onda che andava ad impregnarsi al bagnasciuga.
-Lo so che è qui, che ti piace
Fiamma lanciò un urlo soffocato e abbandonò la testa all’indietro, le mise un dito in bocca.
Succhia, dimmi che prendi la pillola ti prego
Vennero, forse insieme, bloccandosi in un fermo immagine plastico.
-Non voglio uscire
-Non ti mando via, puoi restare quanto ti pare!
Si guardarono e scoppiarono in una risata infinita.

 

viviennelanuit©

Jan Saudek

SESSANTA RINTOCCHI

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A Capodanno può accadere tutto o niente, cose vecchie e nuove che si intrecciano o scambiano, ore, quelle del 31, che mettono sempre un po’di malinconia, come Ferragosto e la Befana giornate di chiusura e di apertura, Fiamma non le aveva mai capite! Da quelle giornate non bisognava aspettarsi nulla di buono. Il cenone procedeva bene, c’era una bella tavola imbandita, i parenti bofonchiavano sulla crisi e i suoi disastri, e Fiamma non vedeva l’ora che scoccasse la mezzanotte per fuggire via. Il veglione era a casa di Francesca, una sua vecchia compagna di scuola, una ragazza fiera e bruttina, che nascondeva le sue “marachelle sessuali” con la solita e insopportabile velina del perbenismo! Roba da farci il callo a persone come lei! Roba da tenerle alla larga persone come lei! Dopo il ritualissimo e fastidiosissimo meno dieci, nove e otto, era già sotto la doccia, un bagnoschiuma con note di sandalo le scivolava sul corpo bagnato, i capelli erano di seta sotto il getto dell’acqua, e quella stessa acqua gocciolava dai suoi capezzoli turgidi e dai suoi seni morbidi, come rugiada di primo mattino da una grondaia. L’accappatoio caldo del termosifone la riscaldava e un bel tepore la avvolgeva tutta, prese una delle sue creme preferite, atmosfere esotiche stavano, ora, per spalmarsi sulla sua pelle.

Il telefono squillò di colpo. Era un messaggio.

-Ci vediamo all’ una e mezza in piazza della Repubblica, n°8 scala b, porta il rum.-

Il rum, già, dopo la sua ultima esperienza con lui, Fiamma aveva deciso di troncare di netto la loro relazione. L’estate scorsa l’aveva tradita con la pera, provocando il suo collasso etilico. Esperienza da non bissare quindi! Fiamma lavorava in un pub a quel tempo e aveva conosciuto Robi. Robi era un bassista, alto 1.83, fissato con il grunge e i Sonic Youth. Aveva ventisette anni, lei diciannove. Fiamma non ricordò di avergli parlato del veglione a casa di Frà, e pensò che quel trentuno dicembre, forse serbava qualcosa di bello e inaspettato, forse Fiamma poteva fidarsi di quella giornata!

Il buio della notte sembrava grigio, non nero, e le stelle rinnovavano quell’anno nuovo di una luce brillante, dove la luna piena, non interpretava il ruolo da protagonista per una volta! Pronta! Aveva deciso di essere spudorata quella sera, Louboutin, gonna a tubino, beh, forse aveva mangiato un po’ troppo! Il bustier di pizzo, non le andava proprio a pennello… ma sti cazzi! Si sciolse capelli, e si avvicinò allo specchio per mettersi il rossetto. Salutò tutti, e scese in garage a prendere l’auto, una vecchia Citroën del 1985, i nonni l’avevano data a lei, o meglio se l’erano scrollata di dosso, era un catorcio con quattro ruote! Ma era fedele e la portava dove voleva. Vestita in quel modo, certo, si  sarebbe vista in un’auto un tantino più lussuosa, ma il binomio donne e motori su di lei non funzionava! Avrebbe potuto guidare anche un calesse in quel momento e non se ne sarebbe accorta, del resto! All’ultimo semaforo, prima dello svincolo per la piazza Mr Louboutin si sfilò dal suo o piede, facendola accelerare di colpo, tamponando la macchina davanti. Fortuna che il ragazzo che scese era carino, e, Fiamma dovette confessare il suo peccato, gli diede il numero, altrimenti avrebbe passato un brutto capodanno, ma questa è un’altra storia! Fiamma arrivò “sanissima e quasi salva”, sotto il palazzo.

“Beh, che coincidenza, passavo di qui”.

Era Roberto, appoggiato in stile Fonzie happy days alla macchina.

-C’è una festa su un bateau a mare, ti va di venire?-
-Hey Roby, ma che ci fai qui, come mai non suoni?-
-Allora, andiamo?-
-Non posso, sto qui da Francesca, se vuoi puoi salire!-
-Ok-
-Ah scusa, sei molto carina-
-Tanto lo so che mi stai guardando il culo, cerca di essere solo meno esplicito, ma apprezzo il tuo seguire il copione dei complimenti, bravo! –
-Per lo meno non tocco nulla-

Da Franci c’era un mobile bar aperto che non finiva più, il solo intravedere il sig. Rum le provocò un conato. Non c’era mai stato nulla tra di loro, ma Fiamma percepiva una certa elettricità e quando una donna sente quell’adrenalina può fare qualsiasi cosa.

L’adrenalina, l’elettricità…il desiderio, tutti elementi che Fiamma conosceva bene. Aveva tante sensazioni racchiuse nel suo corpo, tante emozioni che il suo cervello provava, ma era come fossero imprigionate, il solo guardare Robi riusciva a fargliele “organizzare” in un energia ponderosa e vibrante. Fiamma temeva quel potere.

Entrarono in casa, luci soffuse, musica techno sparata a mille, qualche cannetta qua e là, gente conosciuta di vista e non, la ammicava con piccoli saluti. Robi si guardava intorno, lui era più grande e quell’orda di ragazzini lo facevano sorridere evidentemente, perché guardava Fiamma con aria compiaciuta e bonaria e lei tentava a tutti i costi di nascondere il fatto che avesse diciannove anni!

-A abbona, lo vuoi questo?-
Oh cazzo! Bisbigliò tra i denti. Era Luca, gli aveva fatto un pompino in terzo liceo, e non se l’era più scordato! Si stava avvicinando minaccioso e barcollante  con un bicchiere in mano.

-No grazie, ma come stai?-

-Tutto bene, sto a economia, ma non mi va di studiare-

-Io a Lettere, ah scusa, lui è Robi, un mio amico-
-Piacere Luca, mi raccomando fatti fare un bel lavoro di bocca, lo fa in modo superbo, però tu prima gliela devi leccare fino a farla venire altrimenti non te lo succhia-

Robi scoppiò a ridere, Luca era ubriaco fradicio e Fiamma poté solo urlargli un fragoroso: “vaffanculo”.

Ecco bene, brava bis, ora Robi penserà che sono una mignotta. Pensò sorridendogli in modo nervoso, con il cuore che pulsava a mille.

-Sei una donna bellissima Fiamma, voglio che tu pensi solo questo adesso, era solo un coglione ubriaco, lascialo perdere-

Fiamma aveva la sua vocina interiore che parlava con Robi: -Ma era vero, era tutto vero, e quella volta mi piacque da morire, perché lui questo non te l’ha detto ma la leccava alla perfezione-Avrebbe voluto dirgli questo, Fiamma, e invece faceva la parte della timorata di Dio, mostrando solo costernazione per ciò che aveva detto Luca. Parole che invece la presero dritte al basso ventre. Dopo questo inizio serata un pò, burrascoso. Robi la accompagnò in veranda, l’aria era fredda all’esterno, ma non si percepiva, erano al riparo e sembrava di stare in una grande serra. Robi mi mette una mano sul seno e mi guarda immediatamente negli occhi per vedere la mia reazione. Faccio una smorfia di disappunto.

-Scusami, non volevo e che stasera non voglio restare solo, senza una donna-
-Anche io, non voglio restare da sola, senza un uomo, e mi secca, mi secca d amorire, fare la parte di quella che sta sulle sue e che non ti desidera! Ma ho paura, ho paura, ho paura che mi giudichi, come una che la dà con facilità, non come una donna che ti desidera, perché sei bello e gentile!-

Roberto le baciò  i seni, con un andamento al contrario, risalendo da sotto, dedicandosi al sottoseno e andando per cerchi concentrici lasciando stare per ora il capezzolo. Fiamma sentì che era sempre più bagnata, gli porse adesso i capezzoli tra le labbra.

-Voglio la tua bocca!-

Robi si negò ancora, bloccandola nel suo movimento di bacino a gambe strette e dopo un pochino cedette infilando la mano sotto la gonna, dentro. Robi sentì la sua fica liscia morbida, la aprì piano. Fiamma era stordita da tanta veemenza, era come se la sua eccitazione corresse da sola, pulsava.

-Robi aspetta-

Fiamma si accorse di Luca nella penombra, proprio lì, sul ciglio della veranda, che stava per avvicinarsi.

La veranda, sembrava protendersi a strapiombo su una città invisibile, percepibile solo attraverso un miraggio, e l’aria pungente di freddo e Natale che si respirava da lassù ti apriva i polmoni. Sembrava una vecchia matrona che mostrava i suoi seni grandi, accoglienti, rassicuranti, e che con il suo fare materno cullava i suoi amanti. A quante cose assomigliava quella veranda! Fiamma si concedeva molto spesso questi pensieri assurdi e fu distratta solo dalla voce di Luca.

-Ti sto osservando da un pò, te ne stai avvinghiata a lui nel tuo abitino nero in bustier-

Luca aveva una voce diversa, non sembrava più ubriaco, passeggiava distrattamente lì, sul pavimento sospeso di quella veranda, Robi lo guardava sospettoso ma anche consapevole di ciò che stava per accadere. Gli si avvicinò da dietro, Fiamma sentiva il suo respiro sul collo.

-Ti va di fare una cosa a tre?-

Le chiese Robi leccandole i lobi dell’orecchio. Luca lo guardò compiaciuto e soddisfatto della domanda.

-Cavolo la delicatezza di un elefante! Potevi dirmelo in un modo più romantico? Dopotutto siamo qui per darci piacere a vicenda, ma forse a te piace nel modo sconcio eh? Devi entrare nel loop della mignotta altrimenti non ti si alza?-

Gli disse Fiamma infastidita.

Robi si mise improvvisamente in ginocchio, implorando il suo perdono per i suoi modi barbari. Luca guardava solo, non diceva nulla, non interveniva, la sua presenza si percepiva solo per via del fumo che usciva dalla bocca a causa del freddo. Effettivamente in quella veranda, Fiamma, provava un freddo-caldo, come quando faceva jogging in una giornata invernale e il suo viso le si faceva rosso, e toccandosi le guance però, le scopriva fredde e sudate. Fiamma sapeva, sapeva, sapeva tutto. Ma adesso non sapeva proprio un bel niente! Certo la cosa era proibita! La fatica, tutto al più, stava solo nel saperla “allacciare” al suo piacere, connetterla ai suoi sensi per raggiungere quello stato di plateau facilmente, consapevole che dopo sarebbe stata una passeggiata!

A questo pensiero, Fiamma si staccò di colpo dal suo corpo pronto, eccitato e desideroso, in silenzio prese la mano di Robi, mentre si rese conto, con la coda dell’occhio, che Luca stava spegnendo la sigaretta e in un silenzio da corteo funebre, con movimenti lentissimi li seguì. Dicono che in un ménage à trois perfetto non dovrebbe esserci gerarchia, certo chi vuole essere idolatrato e vezzeggiato è meglio che pratichi l’onanismo in solitaria, ma quando si fa del sesso a tre, esistono anche delle regole ben precise: è fondamentele essere dolci, rassicuranti e intelligenti!

Fiamma aveva i recettori del desiderio sballati, tutto era amplificato, una mano che magari avrebbe voluto esplorasse quel luogo, ora era lì, qualcosa che avrebbe voluto nella sua bocca ora stava lì e le dita, venti in totale ora erano tutte per lei. L’idea era rovente e le infiammava la pelle, la carne; gli occhi le bruciavano e le labbra erano attorcigliate in cerca di desiderio. La verità è che Robi le piaceva di più di Luca e ad ogni suo tocco sentiva una fremito, cercava il suo sguardo e la sua voce.

-Sei sicura? Te la senti? Non voglio costringerti? Questa è una cosa bella, è amore, è lussuria è vita prorompente, se lo facciamo non devi avere rimpianti, non devi sentirti una mignotta, sei una donna, che vuole essere amata, una femmina, che vuole pienezza, cerca di guardare sempre me, ok?-

Luca restò in silenzio. Fiamma ricordò di colpo, il primo giorno che lo vide a scuola: biondino, lentiggini, ascoltava i Megadeth con il walkman. Un giorno le disse che del mondo femminile, lui non voleva sapere nulla, che sì, gliela aveva leccata, adorata fino all’orgasmo, ma che dei suoi meccanismi non voleva conoscerne gli ingranaggi. Solo fellatio e cunnilingus, questi erano i loro incontri, amplessi orali, pulsazioni percepite sulle labbra, ma contrazioni che ,ahimé. lambivano il vuoto! Non le toccava mai i seni, non la baciava, gliela leccava soltanto, punto! Fiamma credeva, che quel modo di dare piacere fosse l’unico concessole, ma era destinata a sbagliarsi molto presto!

Casa di Franci era diventata una bisca clandestina da un lato, e un rave dall’altro, era talmente stordita da percepire solo bisbigli e non perché avesse bevuto, ma la situazione “particolare” la portava a calpestare il pavimento come fosse stato di gomma plastica. Ebbe ancora un flash della sua relazione con Luca. Si ricordò di quel ponte del venticinque aprile, Luca venne a prenderla col motorino, la meta era casa sua.

– Finalmente aveva deciso di fare l’amore con una donna! – Le sussurrò Esserino, mentre il vento le scivolava tra i capelli.

– Non sarà che mi reputa un maschiaccio, non sarà forse che mi reputa poco sexy o poco femminile? Ma chi se ne frega, le sensazioni che mi fa provare, le vibrazioni che mi induce, l’orgasmo che mi provoca, cancellano tutte queste insicurezze e poi la nostra è una relazione “tromba amica” quindi sono nella situazione ottimale per non avere complessi! – Capito Esserino-grillo-parlante-del-cavolo-che-mi-giudichi-sempre-come-una-troietta e che vivi in pianta stabile nel mio orecchio? Ma ancora pensieri e riflessioni tormentavano Fiamma.

Luca aveva la capacità di guardarla e farla bagnare all’istante, aveva la capacità di parlarle e provocarle sussulti allo stesso tempo, proprio lì, tra le cosce! Luca si avvicinò e la annusò, e la toccò, perché lui conosceva tutte le combinazioni, tutti i codici, tutte le chiavi d’ingresso.

Non sapeva praticamente nulla di lui, eccetto che l’anno che si incontrarono, lui era impegnato con la Maturità, che gli piaceva l’heavy metal, Gandhi e forse i ragazzi. Luca le diceva sempre che con lei si sentiva bene, libero, tranquillo, rilassato che sentiva come il bisogno di dirle tutto, qualsiasi cosa, ma come poteva Fiamma, sedicenne hippie, rockettara e confusa avere questi poteri su un uomo, a metà o quasi?

– Capacità di ascolto si chiama! –

– Grazie Esserino! –

Prima di fare l’amore quel pomeriggio le parlò del padre che tradiva sistematicamente la madre, le parlò degli psicofarmaci della madre, del menefreghismo del fratello e sul far finta di niente della famiglia, che continuava la vita come se nulla fosse, guardando i problemi da lontano dietro un vetro smerigliato, Luca riusciva anche ad intravederli dietro il vetro, ma loro pur accorgendosi di lui guardavano dall’altra parte. Pianse Luca, come un bambino, fu il primo uomo che Fiamma vide piangere in vita sua. Quel pomeriggio, lo tenne stretto al petto, lo cullò tra le sue braccia, come quella veranda-matrona che adesso a distanza di qualche anno li aveva fatti rincontrare. Forse gli disse che gli sarebbe stata sempre vicino e che non lo avrebbe mai lasciato…forse. Fiamma non riuscì  a venire quel pomeriggio, forse parlò troppo di lui, del suo mondo e dei suoi problemi.  Luca se ne accorse, e non le disse nulla. La riaccompagnò a casa e come al solito senza baciarla.

Il veglione continuava tra balli, alcol e fumo.

“Ehi, ma che brava… te li porti tutti e due?”
“Bel colpo vero? Due in una serata, adesso andiamo di là e scopiamo tutti e tre in camera dei tuoi?”.

Era davvero fradicia per comprendere quello che Fiamma le stesse dicendo e la lasciò con l’eco di una risata felliniana. Agghiacciante.

Ci sono donne che sanno accogliere il piacere ed altre che lo guardano, voyeur eterne di un desiderio represso e tumulato chissà dove. Quelle donne non potranno mai capire. Pena e tenerezza infondono in Fiamma donne di questo tipo. Prigioniere chissà di chi, forse del “Sig. Peccato” e del “Sig. Pregiudizio”, che le aveva rinchiuse nelle segrete di “Madame Morale”. “Beh mica male, come situazione! Pensò. Mentre la sorrideva e le diceva: stronza tra i denti!

La verità e che Fiamma li desiderava entrambi quella sera, sì, era più concentrata su Robi, ma se Luca rappresentava la miccia della sua eccitazione, Robi ne era il plateau, la discesa repentina e violenta verso il godimento, la liberazione estatica.

Fiamma sentiva tutti gli odori, tutti gli umori, la sua pelle era ricettiva come non mai. Robi le stava vicino, la guidava verso la stanza alla fine del corridoio, lei davanti, lui dietro. Con una mano, Fiamma lo cercava, era lusingata da tanta prontezza, Robi schiacciava piano la sua testa contro la sua. Luca ci seguiva, in silenzio, quasi strisciando, fumando ancora, con un modo di fare collaudato, sicuro, comprensivo di tutti i suoi meccanismi. Luca stava già scopando in realtà.

La stanza con i parati color malva e i fiori in rilievo ci invitavano ad entrare in quel giardino, del bene e del male, la cui vegetazione, per via di quello che stavamo per fare era purpurea e malata. Vecchio e nuovo, come quell’ odore che Fiamma trovava solo nelle case dei nonni, o nelle case delle vacanze, quando le finestre si riaprivano dopo un lungo inverno. Un inverno freddo freddo. Sul comò, tutti messi in fila, sostavano miniature di profumi delle griffe più prestigiose, bottigline, che qualche anno prima uscivano da inserto a riviste patinate. Le tende erano pesanti e doppie, Fiamma non poteva rendersi conto se dietro ci fosse stata una finestra o un balcone, un vaso con sopra dipinto un pavone la guardava sospettoso.

Robi, la fece poggiare sull’enorme comò che davanti aveva un grande specchio, il suo riflesso la faceva ancora di più eccitare ed era già bagnatissima. Bagnatissima per tutti e due, ma sapeva bene che il piacere andava rallentato, raffreddato e ritardato. Poggiò le mani al grande mobile in tek e aprì le gambe, allargandole più che poteva e ondeggiava i fianchi chiamando Robi e il suo sesso. Robi, la prese da dietro per il collo, le strizzò i seni, passò la lingua nel suo orecchio destro, Fiamma avvicinò le scapole e protese il culo verso di lui, in risposta ai brividi che le provocava. Luca, se ne stava immobile, illuminato solo dalla luce di una lampada Tiffany posta in un angolo. Mentre Robi, si faceva spazio tra i capelli e la sua schiena, Fiamma cercava quell’ altro sguardo, cercava di guardare Luca, che se ne stava lì, con la sua sigaretta, avvolto nel fumo e dai colori liberty che filtravano dall’ abat jour .

Fiamma vedeva Luca e il letto, grande, accogliente e in ferro battuto, si presentava altissimo ai suoi occhi, quasi doveva arrampicarsi sopra, ma se ne stava lì buono e paziente, fiducioso che prima o poi lo avremmo affondato. Robi la gira, la fa sedere, quindi, sul comò, si inginocchia a lei. Le morde la caviglia destra, risale lungo l’interno, ritorna giù e mordicchia l’altra caviglia, Luca è sempre lì, in silenzio.

“Guardala!”.Le disse Fiamma.

Robi, ora è tra le sue gambe, gliela guarda, gliela apre.
“E’ proprio quello che voleva che le facesse”.

Gliela apre bene, e Fiamma gliela offre, impaziente e inizia a irrigidire le gambe e a contrarre i glutei. Chiama la sua bocca e la sua lingua e le sue dita. Come se stesse facendo l’appello! Ma lui sta fermo, la fissa soltanto, la sua fica.

Nel frattempo Luca spegne la sigaretta, ha un espressione cerulea, come se si stesse camuffando nella vegetazione malata di quella stanza. Malata perché la cosa che stavamo facendo era proibita. Luca sembrava un fiore morente, stanco, bisognoso di acqua e di linfa. Prese il posto di Robi, si insinuò quasi violentemente, affondò le dita nelle cosce di Fiamma, le alzò le gambe e iniziò a leccare.

Luca la conosceva bene, sapeva come fare era quasi automatico, meccanico. Mentre leccava, le mise un dito lì, nel “trou” innominabile e un altro nella sua fica. Fiamma lo avvertì in tutti e due modi, in un massaggio sincronizzato, sente il piacere che sale, deve irrigidire le gambe, i piedi. Robi la prese per il collo, si avventò a succhiarle i capezzoli, e con Luca che lecca e infila, Robi succhia. Fiamma urla in quel giardino notturno, del bene e del male. La sua voce fatta di gemiti irriconoscibili si perse in quel labirinto di passione, amore e circostanza, si perse in quel dedalo purpureo e indefinibile che è il sesso, il sesso fatto in quel modo, il sesso che esaurì di colpo la carica, quando esplose.

Il sesso che dopo il godimento Fiamma rinnegò e tenne lontano. Quel sesso a tratti sporco lo aveva consapevolmente accettato, come volutamente, si era chinata alle sue richieste, alle richieste dei suoi due amanti, consapevole di non essere stata giudicata, ma consapevole, invece, di giudicarsi. Due amanti straordinari che avevano saputo accenderla e farla sbocciare, in quella vegetazione malata.

Robi, lo tirò fuori, lo passò fra le sue cosce, lo inumidì, glielo passò intorno all’ano, un pochino premette senza forzare, poi scivolò sotto,e iniziò a penetrarla, lentamente, dicendole in continuazione, quasi come fosse una litania, quanto fosse bella, quanto fosse dolce, quanto fosse femmina.
Femmina nei suoi seni, femmina nella sua carne, femmina mentre il suo cazzo era accolto dentro di lei, femmina mentre le manteneva i seni, femmina la teneva contro di sé.

Tic tac e sessanta rintocchi e il tempo che scorreva lento, e Fiamma, su quel lettone anni cinquanta, che voleva non terminasse mai.Tic Tac.

Era seduta su Robi, accovacciata come per orinare, le mani afferravano le sue spalle possenti, il suo seno era umido della sua saliva, i capelli le cadevano sul viso, era Luca ora, che glieli scostava per vedere meglio mentre glielo succhiava. Robi le mordeva il collo, come in preda ad un raptus, la stacca da Luca prepotentemente, e le invade la bocca della sua lingua, lingua che adesso è nelle sue orecchie, mentre la sua bocca accoglie Luca, sempre più giù. Fiamma si stacca cambiano, ora il suo culo è di Luca. Luca la prese per i fianchi, era bagnatissima, basta poco per lubrificarlo, si sente spezzata in due, le gambe le tremano, il respiro le si fa affannoso. Fiamma cerca di concentrarsi verso il godimento.

“Stai bene piccola?”
Le chiese Robi, con gli occhi da lupo.

“Sì”
“Sei bellissima, lo sai?”

Robi glielo diceva in continuazione, quasi come una nenia, una dolce melodia che scorreva come il miele che colava sulle sue cosce. Cantilena palliativa ai suoi sensi di colpa.

“Piano Luca, per favore!”

Fiamma intravide allo specchio Luca stare dietro di lei, irriconoscibile, sudato, preso dal suo culo e dall’ardore, Robi di cui baciava e succhiava il membro, e fiamma che cercava di conciliare il colpi di Luca, e gli umori di Robi. Tre attori, tre ricercatori, tre che stavano per raggiungere il traguardo, ognuno con il suo metodo, con il suo personalissimo modo di tagliarlo.

“Toccami il seno Luca, ti prego, non riesco a venire se non me lo tocchi”. Fiamma lo supplicò in un’unica emissione di fiato.

Luca non si mosse, e subito Robi era sui suoi capezzoli. Fiamma chiese a Luca di fermarsi per un secondo e le adagiò il suo cazzo tra le natiche. E Luca ora era dietro e Robi era davanti a Fiamma. Una sensazione appagante, nuova, intensa, magica. Robi, si accorse della sua paura, del suo essersi “spinta oltre”, del fatto che Fiamma vedesse, ora, in quello specchio Sig. Giudizio additarla come una mignotta, del fatto che non si stesse concentrando sull’orgasmo, che si fosse irrigidita, che fosse pensierosa, catturata dalle ansie, dai sensi di colpa e dai dubbi. Fiamma era stata colta da un “blitz” del Sig. Giudizio!

“Ehi”
Robi, con tutta la dolcezza di questo mondo, le prese il viso tra le mani mentre era dentro di lei.
“E’solo amore, NOI, stiamo facendo l’amore e tu sei fantastica, hai capito?”

Luca, nel frattempo le baciava il collo, anche lui nella sua “freddezza” la tranquillizzava, e lei a poco a poco riprendeva la via del piacere. Il piacere, sì, rende egoisti, rende febbrili, impazienti. Perché? Perché annulla, perché moriamo e rinasciamo, perché lo inseguiamo in quei Campi Elisi perpetuamente beati. Siamo soli mentre veniamo, Fiamma vuole urlare, urlare i nomi di Robi e Luca, insieme, come insieme erano dentro di lei. Si aggrappò al collo di Robi, soffocando il suo grido di piacere e lussuria, di sesso e amore, di eccitazione e godimento puro, di perversione, di concupiscenza di tutto, di entrambi e del loro cazzo, avuto insieme.

Luca la lasciò baciandole lascivamente la schiena, si staccò quasi subito da lei  facendola sussultare. Stronzo! Il rumore del rubinetto le fece capire che era già in bagno. Robi stava ancora con Fiamma e la coccolava dandole tanti piccoli baci su tutto il viso, dicendole ancora: quanto fossi bella, speciale, dolce, meravigliosa.

Luca si accese una sigaretta: “Ti chiamo domani piccola” aprì la porta e andò via. Il frastuono entrò dal piano di sotto, il nuovo anno li chiamava. Fiamma e Robi abbracciati, sudati, imbarazzati, no, non erano innamorati, ma qualcosa di molto simile all’amore era successo quella notte, dalla quale Fiamma non si aspettava nulla di buono. Una dimostrazione di lei stessa, di donna, di amante. Quella notte aveva accolto dentro di lei due uomini, due piaceri, due sensazioni, una forte e prepotente, l’altra dolce e immensa. Una ambigua e devastata, l’altra consapevole e sicura. Ma no, non era amore. Era voglia di sperimentare e mettersi alla prova. Conoscenza carnale delle infinite strade al Grand O.

viviennelanuit©

Servimi, Elle Von Unwerth.

MELASSA

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Fiamma aveva la voce roca quella sera, la sua voce,  rotta dal pianto riecheggiava in quel grande salone tappezzato di quadri e paccottiglia art decò. Era inquieta Fiamma, con le mani non riusciva a stare ferma, mani nei capelli, mani sul suo viso rotondo e tempestato di lentiggini. Piangeva Fiamma, ma le lacrime non le uscivano, il dolore non le usciva e tutto questo era insopportabile, insostenibile.

Alla ventiquattresima telefonata a Piero, affondò sul divano, esausta, affranta, spossata.

“Perché non mi risponde? Perché ha staccato il telefono?”.

Va sotto casa sua ha deciso. Si infilò presto il cappotto in quella fredda giornata di marzo, raggiunse l’auto, guidò veloce, bussò al citofono come una forsennata, non era lei è la Mrs Hyde che la possedeva, Piero si precipitò per le scale, le urlò contro, le disse parole di ghiaccio, scese pure la fidanzata di Piero, una secca biondina con i denti storti…

“Sai cosa piace a questo pervertito?” Fiamma si alzò la gonna, si mise piegata sulle ginocchia…

“Ecco cosa gli piace”.

Piero la prese, la strattonò, le diede uno schiaffo; ora piange Fiamma, lacrime amare, lacrime di dolore, lacrime di disperazione. Entrò in macchina, chiuse forte la portiera, accelerò di colpo, scappò via veloce, per scomparire.

Perché le chiese di fare quella cosa? Perché le piacque così tanto? Si colpevolizzava, aveva esagerato, si era spinta oltre, oltre il muro, oltre il portone, oltre il dicibile. Si sentiva sporca. Avrebbe voluto prendere quella biondina secca e coi denti storti e vomitarle addosso tutto il marcio, tutto lo schifo, tutto ciò che quel porco che le aveva fatto. Non si sentiva una donnaccia, si sentiva come una donna maltrattata, usata, sporcata, e soprattutto era rimasta sola adesso, senza più il suo trastullo personale.

“Sappi che quando vengo, lo faccio nel culo, per me questo significa orgasmo!”.

Accettò, volle sottomettersi, assecondarlo senza chiedere spiegazioni, quasi elemosinando la sua voglia, la sua voglia di lei e del suo culo. Le scrisse una lettera, piena d’amore per lei , piena zeppa di normalità, quella normalità, che Fiamma sapeva benissimo essere fittizia. Menzogne. La verità, detta a lei stessa, a bassa voce, era che Piero era sessualmente deviato, sessualmente represso, sessualmente prigioniero. Prigioniero di un solo godimento, se solo Fiamma si azzardava a girarsi, a toccarsi, ad ansimare, a muoversi, il suo piacere si bloccava, diventava violento e inconsapevole delle sue azioni.

Piero cercava disperatamente “le grand O”, a volte lo trovava, a volte no, a volte stava lì per lì per afferrarlo ed altre volte gli sfuggiva. Piageva Piero, sempre, contro di lei , contro il suo seno, che addentava, quasi dandogli la colpa, la colpa delle sue frustrazioni. Con i suoi movimenti massaggiava  l’ interno di quella Fiamma, la luce di Fiamma gli faceva vedere solo le sue sue ombre, i suoi fantasmi. Fiamma gli avevo dato il mezzo per osservarli. La sua melassa la avvolgeva, una melassa che colava lentamente, e che la lasciava attaccata e incapace di ripulirsi.

“Piegati, dimmi cosa sei”.

In lacrime Fiamma, glielo urlava, e più urlava, e più lui godeva, si contorceva e veniva quasi subito. A volte rallentava quel momento, per lei stessa, per quella piccola fetta di femmina che ancora voleva essere, quella femmina che urlava il suo nome quando veniva, che urlava quell’orgasmo perverso e “rubato” con rimorso. Andava sempre lei a prenderselo. La prima volta che si baciarono, fu colta di sorpresa, si sentì invasa improvvisamente. Fiamma fu felice, felice perché le piaceva, felice perché così si sentiva appagata, felice perché così aveva la conferma che era bella. Quanto era stupida! Piero studiava per diventare infermiere, tutti trenta e lode, padre medico, madre insegnante, bilocale tutto per sé in centro. Un buon partito, un essere spregevole. Come aveva potuto Fiamma perdere la testa per uno così, per un deviato, un uomo che odiava le donne? Un uomo che quando godeva lo faceva solo in due modi. Sottomissione e potere, mortificazione ed esaltazione per lui, avvilimento e sensi di colpa per lei. Doveva vederla pisciare o doveva venirle nel culo. Eccoli i due modi, unici e soli di piacere per lui.

“Ti prenderai cura di me? Mi vuoi bene? Sono il tuo bambino?”.

Fiamma si chiedeva se mai ci fosse stato un nesso tra tutto ciò, un significato nascosto e rivelato solo a qualcuno, a qualche adepto della psiche di Piero. Fiamma, piangeva e non riusciva più a smettere, aveva una tossicità nel sangue talmente elevata, da infettarle la ragione, e imputridirle la mente. Come un corpo lasciato a macerare nell’acqua, dove il verde acido rispecchiava il suo declino di donna e di femmina. Donna e femmina riemerse e rigenerate grazie alle lacrime e all’accettazione di essere annegata in un acquitrino . Lacrime e acqua, umido e bagnato principi purificatori della sua espiazione.

viviennelanuit©
Francesca Woodman, I was inventing a language for people to see, 1981