Au revoir

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Non so cosa dire, resto sempre senza parole di fronte al delirio, è come cercare di guardare il fondo di un pozzo, cerchi ostinatamente la luce, ma vedi solo il buio ed hai quella sensazione di cadere giù che ti fa tremare le gambe. Come posso proteggermi dai deliri? Formazione patologica di convenzioni errate, assurde per contenuto, resistenti ad ogni critica. Non c’è rimedio, sono destinata ad ascoltare cazzate tutto il tempo, conversazioni di cui conosco già risposte ed evoluzioni. Io ci metto tutto l’impegno, ma è più forte di me resto disincantata, impietrita, sofferente dinnanzi alla pochezza di spirito, davanti l’inutilità di certi contesti. Non credo in nulla, mi convinco di un nichilismo per me abbacinante, chiudo gli occhi e mi fingo cieca. Sono tristissima, ma anche teatrale, vitale. La vita mi ribolle tra le mani dopotutto, allora perché non mi sforzo di seguirla, di farmi trascinare, conta solo l’orgasmo per me, è questo lo stato dei fatti, lo cerco, lo trovo, mi assento per un periodo, poi lo riprendo, senza sosta, moto perpetuo della mia esistenza. Li ho amati tutti, senza se e senza ma, poi sono nuovamente sola in fondo al corridoio, forse lo sono sempre stata, come lo spiego agli uomini, come faccio a fargli capire che mi occorre tempo. Il tempo, Il tempo mi rende solo più cinica di quanto non lo sia già abbastanza. La finzione. Fingo tutto il tempo. Realtà e finzione. Olos e Thánatos.

«Hanno le case qui della torbida Notte i figliuoli
la Morte e il Sonno Numi terribili; e mai non li mira
lo scintillante Sole coi raggi né quando egli ascende
il ciel né quando giú dal cielo discende. Di questi
sopra la terra l’uno sul dorso infinito del mare
mite sorvola ha cuore di miele per gli nomini tutti:
di ferro ha l’altra il cuore di bronzo implacabile in petto
l’alma gli siede; e quando ghermito ha una volta un mortale
più non lo lascia; e lei detestano sin gl’Immortali.»

Non c’è pace, cerco una tregua, non voglio prendere decisioni, voglio rimanere qui alla fine del mondo, nessun giudizio, nessuna restrizione, solo immobile, nel limbo. Ho guardato oltre la pioggia e ho immaginato di percorrere un grande prato, cammino sotto l’acqua, i piedi fradici, le pozzanghere, l’erba bagnata che mi solletica la pianta del piede, mi piace l’idea di camminare e raggiungere l’arcobaleno, ammirarne i colori, toccarlo, scivolarci sopra. Ma finisco sempre nel calderone, e, anche se pieno d’oro, lo evito come la peste e ci giro intorno. Sembra di rivedere un film già visto. La sicurezza delle cose già fatte, ho bisogno di litanie e cori tragici. No, non sono tornata indietro questa volta, ho sbagliato, il mio cervello è imploso, mi faccio del male, non sento dolore, non verso una lacrima, brucio due sigarette sul mio corpo che adesso è fisico e di pelle e sangue. Non sento dolore. Voglio dormire. Sogno Fiamma che è sempre la stessa di sempre, voglio rassicurare tutti che sono disperati, ma non ne ho la forza. Mi hai cercato, nonostante ti avessi dato il veto di avvicinarti, hai ricominciato con le tue protezioni, catene, gabbie e amore. Non so rispondere. Hai mai amato qualcuno? Non so rispondere. Tu almeno hai pianto, hai urlato, ti sei dimenato, io sono una statua di sale, affezionata alla sua solitudine e ai drammi esistenziali, che vuole solo godere, con te Luca, Yannick, Robi e il panettiere, ognuno specializzato in un preciso godimento, ognuno scopato ad uopo, all’occorrenza del desiderio del momento, a servizio del mood della giornata, del periodo rosa o del periodo blu. Sono cristallo rotto in mille pezzi, frammentata nel mio piacere, mille corpi utilizzati per mille sensazioni, tanti corpi: fisico, eterico, astrale, spirituale. Io, mai. Loro non mi hanno salvato, non me li sono fatta bastare. Sono sempre tesa verso il nuovo e lo sconosciuto, verso nuovi orgasmi rigenerati da quelli vecchi, rinnovati, ripensati, rimodulati. Luca aveva innescato dentro di me una bomba ad orologeria, per molto tempo ne sono stata dipendente, onde increspate e lunghe possedevano il mio corpo, senza darmi un attimo di respiro. Ho alzato bandiera bianca. Troppo pericoloso per i miei nervi. Fantasma della mia vita, spettro del mio corridoio, io non volevo il tuo amore, volevo solo il tuo cazzo, punto. Hai rovinato tutto con il tuo maschilismo, perbenismo, famiglia, circostanze, convenzioni, amore. Era sempre difficile lasciarti tutte le volte, come se una nebbia claustrofobica mi abbracciasse e mi toglieva il fiato. No, non era amore, era solo orgasmo, umori, saliva, quella saliva il cui profumo particolare era funzionale alla mia eccitazione. La contemporaneità delle stimolazioni su di me mi hanno condotto verso un baratro senza fondo. Con te non sapevo gestire quella onda lunga, ne ero affascinata e spaventata. La verità è che sono disgustata dalle scopate senza ritorno, degli amplessi alla fine del modo, senza avere a disposizione neanche un’ora dopo, perché dopo il tempo si azzera e te ne ritorni a casa più sola di prima. No, non cerco vuoti da colmare, compagnia a buon mercato, conversazioni futili e sterili della sera per la mattina. Voglio una bolla dove poter stare in pace e assaporarmi tutto il piacere, voglio l’acqua trasparente e pura dentro questa sfera, voglio che non si rompa. Io spettatrice, pubblico pagante senza pretese, senza aver nulla in cambio. Come fai a non uscirne devastata? Luca aprì la porta di scatto, aveva trascorso le ultime ore a parlare allo specchio non era un buon periodo aveva ricominciato a piangere, a dimenarsi, a soffrire, non lo dava a vedere, ma io lo sentivo, come un presentimento, un presagio, sentivo che qualcosa di irreparabile stava per avvenire, ed io non potevo farci nulla, aspettavo. Quante volte ti ho aspettato Luca? Quante volte ti ho amato, di un amore puro, illibato, semplice perché ho bisogno di semplicità dopotutto. Questa fine dell’anno senza di te è insopportabile, non ho lacrime, non ho fiato in gola per urlare quanto mi manchi, mi tengo tutto dentro, rido, parlo, rispondo alle domande, tu mi guardi negli occhi, io vorrei dirti il mondo intero, tutta la mia visione e poetica, ma resto zitta e sono banale. Non hai più accettato i nostri incontri clandestini, mi hai detto che eri cresciuto, che avevi bisogno di evolverti, di fare qualcosa di buono nella tua vita. Io ti volevo qui rinchiuso, con me, con i gatti, i pesciolini rossi, con John Coltrane e i pini di Aleppo, ti volevo alla Tonnara, senza che nessuno ci beccasse, neanche il tempo. Ma te ne sei andato e forse è stata una benedizione per te. In me non c’è nulla di buono, solo agonia, dolore, pessimismo cosmico. Avrei voluto averti tra le mie cosce un’ultima volta, sentire le tue mani sulla mia pelle rovente, godere all’infinito, senza conoscere nomi, dinamiche, smembrati e ricomposti per il piacere, ma alla fine di quel corridoio c’era una porta e te ne sei andato senza dirmi più nulla.

Schegge di Legno

Video

Alla Tonnara si arrivava attraverso una strada sterrata, piena di ciottoli ed erba selvatica. Fiamma la vedeva da lontano in quel deserto rosso, dove una miniera abbandonata le faceva da guardia. La strada era battuta dal caldo e colorata dall’arancione della Sardegna. I suoi genitori l’avevano acquistata da poco, avevano fatto il salto della quaglia vendendosi tutto e rimanendo praticamente in mutande. Una Tonnara, una casa dei tonni. Fiamma rimurginò sul fatto che quei due pazzi, avessero preso la grande decisione della vita ormai, e il dado era tratto. E se mai un giorno avesse voluto scappare da lì? Ma dico, ma come avrebbe potuto fare? Si arrovellava la mente, Fiamma; e che faceva poi li lasciava lì da soli? Ormai era consapevole, si stavano avviando verso i settanta. Quanti dubbi. Strizzando gli occhi vide un’ enorme question mark che le lievitava davanti, gigantesco, tutto grasso e con una risata pantagruelitica! Ecco il futuro pensò, beh, almeno era lontano e non era vicino! Il nome tonnara, le venne in sogno, non sapeva il perché di questa allusione al mondo ittico suggeritale da Orfeo, non era neppure sicura che in Sardegna alevassero tonni, mah forse lì, su quell’isoletta un po’ italiana e tabarchina credeva proprio di sì!

“Vivrai nella tonnara, nella casa dei tonni”.

Una mattina, Fiamma si svegliò con quelle paroline nella mente e zac! Ecco marchiato a fuoco, il nome della casa nuova! La casa era messa abbastanza bene, se non fosse stato per quello odore di vecchiume anni sessanta e salsedine che non andava più via. Il corpo centrale si sviluppava longitudinalmente e all’interno gli ambienti erano spaziosi e spartani, ricordava uno di quei casali che aveva visto nel sud della Francia, con le ante azzurrine alle finestre, i pavimenti in legno e le tendine fiorite. Sui davanzali piante di peperoncino e aglio a go go, diciamo che la tonnara era una versione più nazional popolare degli esempi d’oltralpe.

Al centro del salone c’era un enorme sedia a dondolo e un grande lampadario in vetro di murano donava all’ambiente colori fiabeschi. Fiamma perdeva le giornate ad osservare i prismi di luce.
Giù in fondo la strada ve ne erano delle altre, perfina una “gattara” una casa dei gatti. Fiamma rideva ogni qualvolta passava lì davanti. I proprietari, due hippie in pensione anche loro, avevano scovato in giro per il mondo tutte le mattonelle, le maioliche e le piastrelle possibili raffiguranti gatti! Avevano uno o due problemini evidentemente! E poi una casa dei gatti vicino una casa dei tonni la preoccupava non poco! La mia era la la casa più importante, quella più grande. La casa infatti aveva delle potenzialità immense e Fiamma già si vedeva imprenditrice di tonni e scatolami sotto sale. Il problema semmai era come eliminare la puzza di pesce, e poi sarebbe dovuta andare in giro con una cerata gialla e con un cappello da nostromo? Naaa!
La mia stanza aveva il parquet, rovinato dall’aria di mare e un piccolo stanzino che dava su una profumatissima pineta, un lettone in ferro battuto e tante lampade.

Perché? Avete presente quando il terreno vi frana sotto i piedi? Fiamma si sentiva esclusa, messa al muro.
“O ti sta bene questa situazione, oppure puoi fare le valigie e andartene”
“Mamma, ma dico, ma ti rendi conto? Ti sembra normale che debba vivere qui, solo perché voi avete speso tutto per vivere il resto dei vostri giorni col le pezze al culo?”
“La porta sta lì”
“Fiamma, stai calma vedrai che farai amicizia con qualcuno e ti sentirai subito meglio!”
“Ma non sono un’adolescente, cazzo ho quasi trenta anni, non ho un lavoro decente, mi date 20 euro al giorno se tutto va bene, e diciamolo, perché, perché vi faccio pena più che altro e perché dovete addolcire i vostri sensi di colpa nei miei confronti”
“Stai tranquilla, piccolina vedrai ti troverai bene qui!” Il padre era plastico nelle sue affermazioni, con una flemma invidiabile smorzava tutto il suo nervosismo all’istante, per farle risalire la bile in un nanosecondo appena si trovasse da sola.

La madre di Luca abitava più giù e in settimana era andata a farle visita. Era una donna sulla cinquantina, in carne, appesantita da depressioni e delirium tremens, no questo no, scherzo! Ma esauriva il figlio alimentando le sue manie e trasferendole sistematicamente a lui. Luca era rimasto sulla terraferma per lavorare, veniva sempre nel week-end. Contavo i giorni. Quanto doveva ancora lavorare su di lui per tranquillizzarlo, coccolarlo, distrarlo dalle sue fobie maniaco-depressive! La colpa era della mamma, Luca era il suo giocattolino, la sua valvola di sfogo. Un po’ era anche comprensibile era rimasta sola troppo presto, troppe responsabilità con i figli piccoli, le paure che si affacciavano di volta in volta all’uscio della porta. Alcune erano riuscite a varcare la soglia, altre aspettavano il loro turno, ma erano sempre lì.

“Mi sei mancato, credevo di non sopravvivere a questa settimana”.
Luca era ancora dentro di me.
“Non voglio stare da sola, lo sai faccio cose strane se mi lasci da sola, ho bisogno di te, lo sai, lo sai cosa succede se mi trascuri!”
“Hai fatto la stronzetta con qualcuno, Fiamma?”
“Ma dai…! Mmm aspetta a ripensarci bene…col pescivendolo che portava il tonno a mia madre, così giusto per restare in tema!”
Luca, scoppiò a ridere e scese giù, con una mano ferma sul seno e l’altra che si faceva spazio tra le gambe, fino a immergere la testa lì, per asciugare tutto il mio piacere.
Si svegliòcon la voglia di dipingere, dipinsi Luca a pancia sotto, nudo, con i suoi glutei di ferro, le sue spalle larghe, riuscì a disegnare anche il profumo di lei che aveva addosso e il suo lascivo piacere lasciatogli sulla bocca, pigro nella sua posa, appagato, in pace con se stesso. Ma a lei non bastava averlo solo il sabato e la domenica, a lei non bastava averlo 12 h il sabato e 12 h la domenica, perché ovviamente il principino doveva essere coccolato anche dalla mamma borderline-frustrata-cronica della vita!
“Ti sarò schifosamente infedele, ma questo lo sai già vero?”
Luca, le stampò un bacio sulla fronte ed entrò in macchina, lo vide allontanarsi all’orizzonte. Aveva ancora una voglia matta di lui.

E poi dicono che la solitudine concili l’estro e la creatività! Nulla di più sbagliato. Dalla sua stanza, che sembrava una bettola da pirati, per via dello scricchiolare del parquet e del tanfo da stiva, Fiamma voleva urlare, e da lontano i gabbiani le ricordavano quanto proprio non potesse soffrire la Tonnara, come una Raperonzolo “molto rivisitata”, messa in trappola, da quegli hippies dei suoi stivali dei genitori!

Si era svegliata storta, non aveva trovato nulla per colazione e, ancora in pigiama, aveva preso la bici e si era catapultata in strada, era andata in paese, ma Fiamma preferiva utilizzare il termine “spaccio” per quel negozietto biò. Come al solito non aveva trovato né il miele di castagno, né le fette biscottate al farro, e fu “costretta”a ripiegare su un megacornetto con crema chantilly e super cappuccino corretto al cacao. Prese tutto in quell’odiosissimo bar anni settanta, con le sedie di plastica arancioni, i posacenere Cinzano e l’insegna Fernet-Branca! Sul retro aveva pure il tavolo da biliardo!

Beh direte voi, vivi su una scogliera, respiri aria pulita, ti svegli con il dolce canto delle sirene, mangi (beh, forse, ti piacerebbe) organic… di cosa ti lamenti!?
Fiamma non amava gli estremismi, aveva deciso di posizionarsi in quel “mezzo” raggiungibilissimo che rende la vita facile e aveva accettato di buon grado, di negarsi e donarsi al compromesso a seconda dei contesti del momento.

Lo aveva fatto con gli uomini, con i suoi genitori, col suo lavoro, aveva avuto le sue esperienze sia da modaiola incallita, che da artista bistrattata, sia da punkettara/dark/metal stile Sepoltura, sia da party girl da boy band. Fiamma aveva deciso che le piacevano troppo i bei vestiti, i profumi, i gioielli, il mettersi il pigiama “come le galline” o uscire a mezzanotte, farsi una cannetta o dare forfait a una pizza per applicarsi una maschera alla propoli in viso. Senza stress, assecondando i suoi umori e le sue necessità.

Preferiva non essere “etichettata”, non appartenere a nessuna “casta”. Provava una pace interiore piacevolissima, vivere la sua esistenza senza troppi scossoni, tranquilla ed eccitante, sfrenata e asettica al tempo stesso, rispettando i suoi momenti off e gioendo di quelli on. La vita come un cocktail, creato seduta stante e su misura per lei, correggendolo quanto basta o annacquandolo quando voleva.

Fiamma non avrebbe mai potuto vivere da funambola come i suoi genitori, perché era una radical chic dichiarata! Il lavoro precario e qualche soldino in tasca le davano felicità, dopotutto, era più facile “fare la rivoluzione” con qualche spicciolo in più! E lei odiava i “rivoluzionari” part time, quelli che andavano in giro con le pezze al culo, e alle spalle avevano genitori professionisti con case e barche di proprietà.

Rispettava i giorni in cui si sentiva brutta, altrettanto a quelli dove, invece appariva bella, dicendo a se stessa che, dopotutto, non si poteva dare il massimo sempre, non poteva caricarsi al 100% ogni santo giorno. Doveva rispettare quei momenti dove i capelli non erano in ordine, la ceretta era una Fata Morgana e l’umore nero come la pece la avvolgeva tipo blob. Cazzo, li doveva accettare quei momenti, tanto sapeva che prima o poi, a fasi alterne, venivano a bussare alla sua porta! E, ai quali, ahimé, doveva dar conto. Aveva accettato di non sposarsi, forse aveva valutato la convivenza, ma comunque era impossibile per lei vivere con un solo uomo, pensare al matrimonio, magari solo perché, prima o poi il grande passo lo facevano tutte, mettersi il vestito bianco, le bomboniere, il ricevimento e poi, dopo, stare col fegato spappolato, combattere perché i soldi magari sono pochi, tirare la cinghia, Fiamma non aveva attorno a sé gente sposata e felice, ma frustrati, ma non le piaceva neanche essere troppo disfattista in merito, solo che il matrimonio non era una cosa che le andava a genio. I figli sì, però, e lei ne voleva tanti!

Si collocò in quella terra di mezzo verso i quindici anni, quando vide vomitare anche l’anima di Sara, una sua amica del liceo, che in preda ad una pasticca andata a male, asseriva di vedere rotoli di sangue che la inseguivano per tutta la stanza. La ricorda bene quella stanza, piena zeppa di poster di Jim Morrison, di spilloni, borchie e lurida all’inverosimile.

No, grazie. Fiamma ci teneva troppo alla sua pelle ambrata, ai suoi capelli neri, ai suoi occhi da gatta, che aveva deciso di declinare di buon grado tutti gli inviti ad alcol e droghe.
Fiamma non era una moralista, le piaceva la cultura beatnik, le avanguardie, i collettivi, gli happening, il punk, la new wave e i Cure, ma le piaceva guardare da lontano, non sporcarsi le mani in quel calderone, le manacce le avevano già messe i suoi, rovinandole la vita! Fiamma assecondava i suoi equilibri a seconda del suo stato d’animo. Quando voleva fare l’amore, bene! telefonava Luca, e lui correva in un batter baleno! Sì sentiva sola perché Luca non poteva soccorrerla? Bene! chiamava Robi. Ovvio, qualche volta le andava in bianco, magari qualcuno inciampava e non poteva più correre da lei, ma non disperava. I “no” erano parte integrante della sua éducation sentimentale e gli inviti declinati non andavano minimamente a scalfire il suo ego smisurato!

Fiamma viveva il tutto con equilibrio e serenità senza mettere limiti: paletti da morale cattolica, ostacoli da sensi di colpa, limiti da morte. La morte, forse, era il più grande dei limiti umani e Fiamma non era ancora riuscita ad ingannarla, ma la partita a scacchi con Miss M, era rinviata di parecchi anni, o per lo meno incrociava le dita in tal senso!

Luca non sapeva di Robi, era troppo sensibile per rivelargli di una storia parallela e Robi accettava pur di stare con Fiamma. La giusta misura delle sensazioni, senza colpe e senza giudizi. Tarate, misurate al caso, al giorno, al tempo e alle proprie inclinazioni. Cosa c’è di male? Bisogna nascere per forza tondi e morire tondi? Ma sapete in quante formelle la vita ci inserisce? Come nei più riusciti dei giochini Fisher Price, ecco, Fiamma si ricorda di come non volesse mai introdurre il quadrato nel quadrato, per esempio!
Yannick, sarebbe venuto alla Tonnara sabato. “Che tempismo” pensò Fiamma, Mr and Mrs “scappo dalla città, la vita, l’amore e i tonni” non ci sarebbero stati, anche se, la loro presenza non avrebbe destato nessun problema, dopotutto uno dei pochi vantaggi della casa è che era abbastanza grande da non incontrarsi durante il giorno. Yannick metà inglese e metà greco, l’aveva conosciuto ai tempi del suo Erasmus a Basildon. Basildon, una cittadina grigia e amorfa, eccitante solo perché era stata la culla natale dei Depeche Mode, e ovviamente per Yannick, con il quale aveva trascorso non poche giornate e… nottate a parlare di Ouzo e ad ascoltare P.J.Harvey, completamente strafatti.

Bisogna mostrare solidarietà e comprensione, ma anche compassione per quelle donne che fanno le vittime, che sono vittime. Vittime della loro monotonia, del loro sesso monocorde, monotematico e monocolore. Fiamma per loro provava solo rabbia. Rabbia, perché quelle donne avevano paura, rabbia perché quelle donne parlavano male delle donne come lei, libere, vere e pure. Fiamma non aveva paura ad accogliere il piacere, di questo ne era più che sicura! Ma detestava quelle insopportabili frustrate che criticavano senza averlo mai provato, gliene avrebbe voluto dire “quattro” in proposito. Si può vivere di passione? Si può pensare al sesso ore, minuti e quarti d’ora? Fiamma si interrogava quotidianamente su queste domande, e più cercava, più non trovava risposte. Era perfino riuscita a fare una classifica di chi le avesse fatto provare l’orgasmo più forte finora. Perché l’orgasmo è così volatile e suscettibile di cambiamenti? Quante domande, e un numero esiguo di uomini, tre finora che l’avevano venerata e coccolata, e ai quali Fiamma si era concessa adorandoli e ricambiando tutto l’amore donatole. Fiamma era dipendente delle leccate di Luca, del cazzo di Robi e delle attenzioni maniacali di Yannick. Ma era troppo piccola per capire, troppo distratta, troppo nascosta dietro il paravento. Anche il suo orgasmo era infantile, veloce, accelerato, cercato subito, preteso subito. Aveva ancora molto da imparare.

La verità è che quando perdi la testa per un uomo, per la donna è finita. La sua anima è arrivata al capolinea, il suo corpo appartiene solo a quel lui, il suo corpo funziona solo con quel lui. Non raggiungere mai questa dipendenza rappresentava per Fiamma la più grande sfida! Quando una donna perde tutto? Quando dà tutta se stessa, quando con un uomo raggiunge quello stato mentale e corporeo di fusione, estasi, passione. La donna perde la testa quando trova un uomo che la fa godere; quando mette da parte quelle sciocche competizioni, quelle gare di prevaricazione, quella apparenza insopportabile, quel séparè tra lei e il piacere. Ecco che allora è vulnerabile, esposta come non mai, alla mercé del maschio.

Fiamma aveva provato tutto questo e si era detta più volte che non avrebbe più sofferto, che non avrebbe più provato nessun dolore e allora aveva ceduto a se stessa, al suo bisogno di piacere, di godere, di amarsi. Succedeva tutte le volte, con Robi, con Luca, ed era successo perfino con Yannick. Solo sesso, nessuna vita a due, eccetto che per brevi periodi. Ma Fiamma nel suo cuore provava amore per tutti e tre in egual modo, e avrebbe provato affetto anche per un “quarto” se, se ne fosse mai aggiunto! Il sesso come terapia alla solitudine, il sesso per riempire un vuoto, il sesso per sentirsi viva. Per Fiamma il sesso era amore e l’amore era sesso. Tra pensieri ansiogeni e pulp era bello concedersi tutto questo, e dare liberamente la mano al desiderio che, come una guida, ti accompagna dove vuoi andare! Ma allora cosa vuol dire innamorarsi? Forse l’amore consisteva nel dedicare tempo e dedizione, ma questo Fiamma già lo faceva. Troppe domande. Continuava a non capire una mazza…ops un’acca!

Quella mattina Yannick, era venuto a prenderla fin sotto casa. Era bello rivederlo dopo una settimana. Fiamma si era messa a puntino per lui: ceretta brasiliana, capelli freschi di henné, vestitino griffato Vivienne Westwood comprato di terza mano a Camden e tacchi altissimi. Yannick l’aspettava in macchina, scese per aprirle la porta, le disse all’orecchio quanto fosse meravigliosa e partirono alla volta di casa sua, dove Fiamma trascorse tutti i sabati e tutte le domeniche di quel 2002. Appena entrati Yannick, le tolse il cappotto, un pellicciotto sintetico che faceva molto King’s Cross, e le preparò l’immancabile cup o tea.
Fiamma lo osservava in silenzio, compiaciuta e impaziente, si sistemò il reggiseno con una mano, Yannick se ne accorse e rise con la coda dell’occhio.

Fiamma lo prese alla lettera, stava seduta al tavolo in quel giardino d’inverno, pieno di stampe Old England appese alle pareti con un’aria frivola e sfacciata, mentre aspettava il suo tè. Quello era il loro personalissimo rituale, il loro modo di corteggiarsi, di “ritardarsi”. Aveva le gambe accavallate, i suoi collant trasparenti erano evidenziati solo dalla punta rinforzata dei piedi e dei talloni; si sbottonò il reggiseno, il suo reggiseno ricamato di un bianco perlato, che le strizzava il seno, lasciandogli il segno, reso ancor più florido per gli sbalzi ormonali del ciclo. Le lasciò così, senza reggiseno, prestando molta attenzione che Yannick la stesse guardando, poi si alzò la gonna e si tolse le mutandine anche loro perlate e immacolate. Rimase seduta, con quegli occhioni da gatta che reclamavano la sua lingua, rimase seduta nella penombra di quel primo pomeriggio. Yannick le si avvicinò in ginocchio, fiamma stava col sedere sul pizzo della sedia le gambe aperte, lui le alzò la gonna, l’acqua nel bollitore che fischiava, inizio a morderle l’interno coscia, non c’era tempo il tè era quasi pronto, lo teneva lì con la testa, era bello toccargli i capelli, che erano un po’ lunghi, di un castano ramato e toccargli i piercing sulle orecchie. La barba di tre giorni amplificava ancora di più le sue leccate, che si facevano ora più prepotenti e volutamente veloci. Yannick la conosceva bene, Fiamma la conosceva bene e sapeva che le bastavano solo un paio di minuti per cedere ed urlare il suo nome.

viviennelanuit©

Rid of me, P.J.Harvey, Island Records 1993

SOLO UN PO’

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C’è sempre una festa alla base di tutto. La perdita di orientamento quando si entra in un locale e guidi tu la fila avete presente? Quella sensazione di dirigersi verso un precipizio. Lo stordimento di quando si tenta di parlare all’orecchio di qualcuno quando la musica è “a palla” o quella di urlare da una montagna, senza che nessuno riesca mai a sentirti. Riconoscere i propri limiti e superarli, andare oltre i colori leciti, rischiare senza aver timore di rendersi ridicole. Frasi fatte, cose dette e mai attuate, sensazioni sospese, che ti lasciano l’amaro in bocca. Vietato lasciare l’amaro in bocca, soprattutto ad una donna! C’è sempre una festa alla base di tutto, l’energia che si sprigiona quando si è allegri, la convivialità, il cicchetto di troppo, il buon vinello, la musica e le risate dovute. Che fossero tutte strumentalizzazioni occulte? Fiamma farfugliava pensieri sconnessi in quel pub, davanti un piatto di salamini, e davanti ai suoi trent’anni e più.
Si chiedeva se fosse mai esistito, un fine ultimo nel sesso, così, come ad una festa. Dopotutto una festa è una cosa inutile pensava. Le vennero in mente, irrompendo quasi di forza, dei pomeriggi trascorsi a casa della sua amica Carola. Lì, tra quelle mura capitava sempre qualcosa di insolito, quando varcava la porta, si ritrovava catapultata in un torpore diffuso e ovattato, i maligni avrebbero bisbigliato da festa stupefacente, beh, nulla di più vero, sicuramente fluttuava in atmosfere quasi oniriche, come quando era preda di un Orfeo generoso che le faceva dono dei sogni più dolci e delle fantasie più audaci. Un bordello direste voi? Con toni meno grezzi, sì! Capitava di tutto, e sempre in occasione di qualche festa totalmente inutile e civettuola.
A diciassette anni hai un coraggio da leone, ma, piuttosto, sei come “Daniele nella fossa dei leoni” accerchiata, sorvegliata speciale dal non fare passi falsi, se poi avevi avuto la fortuna di sperimentare i primi ardori di trovarti nella condizione ideale di poter fare qualsiasi cosa, rispettando quella esaltante espressione che: “da giovani si è immortali” eri nel ventre della vacca! No, cazzo, non avevo paura di mettermi il collirio negli occhi, o di ingoiare una pillola, non avevo paura di bussare alla porta di qualcuno che temevo, i miei occhi erano spalancati, e la pillola la ingoiavo di colpo e sapevo cosa dire a quello che stava al di là della porta. L’amichetto di adesso, le chiese perché stesse ridendo, pizzicandole la mano, lei continuò a mangiare il suo piatto di salamini piccanti.
Le venne in mente, Fiamma, giovane donna, consapevole delle sue scelte, sicura di sé, dei propri gusti, dei propri piaceri, che non cercava conferme da nessun uomo, che si sentiva bella, femmina e provocante. Pericolosissima.
-Ci vediamo oggi pomeriggio alle tre, portate chimica giusto per far vedere
Le scrisse Carola con un secco sms. Valentina l’aspettava puntuale, era la sua migliore amica, aveva condiviso compiti, interrogazioni, lacrime, tutti i pomeriggi o quasi di quegli anni molli, lenti e infiniti. Aveva condiviso anche Luca con lei! Carola abitava alla fine di una strada di campagna, una strada costiera immersa nel verde di pini mediterranei, edere e ortensie, in una villa dal gusto decadente con un panorama mozzafiato. Fiamma si ricorda di come, a quel tempo, associasse strade e case ai romanzi che aveva letto, ebbene, casa di Carola aveva quel sapore tardo ottocentesco da Marchese di Roccaverdina. Una aura naturalistica alterata ad una vegetazione insana e pesticida, groviglio di peccaminosi incontri con fattori di basso rango e contadinelle disinibite e senza mutande!
-Ci vediamo un film?
Carola, adolescente disadattata e completamente outsider, era una ragazza fuori dagli schemi, fuori da qualsiasi convenzione o struttura. Per Fiamma era la follia fatta donna. Fiamma l’adorava, già a quella età aveva un carisma ed una sagacia degne di una over quaranta, ma soprattutto quello che le piaceva di lei era lo spiccato femminismo, l’appoggiare sempre la causa femminile, il non tradire mai lei o Valentina per beneficiarsi della compagnia di un uomo. Il film in questione era un film erotico di tale Aristide Massacesi. Carola lo aveva sgraffignato al fratello trentenne, (del quale Fiamma era segretamente innamorata, tanto per cambiare) lo videro in camera sua.
L’eccitazione era altissima, l’idea che di lì a poco sarebbe venuta sul suo letto le provocava un brivido. Fiamma ricorda ancora di quando, Manolo, si tuffò in piscina per recuperarle un anello cadutole sul fondo e di come estasiata lo guardasse con occhi da Lolita. Ah, se solo le avesse fatto un qualsiasi ed impercettibile, cenno di adesione, Fiamma gli avrebbe dato tutta se stessa all’istante! Ma purtroppo per lei, non accadde nulla! L’amaro in bocca, insieme all’asciutto bagnato della piscina!
Fiamma sul letto, Valentina su una sedia a dondolo e Carola a terra sul tappeto. Che amplessi favolosi quel pomeriggio di fine anno scolastico. Il film era ambientato in campagna, una scenografia che intrigava Fiamma, quel vedo non vedo, il coito penetrato scostando le mutandine, un fienile, l’essere presa con sorpresa, immagini visualizzate e subito tradotte in piacere. I loro pomeriggi qualche volta trascorrevano così, nessuno sapeva di quello che facevano, il mondo era chiuso fuori la porta, in quel giardino fatato di Carola, solo folletti ed innocui esserini fiabeschi!
– Stasera vengono anche Omar e Toni, faccio venire anche Luca?
– Carola sai come la penso, Luca è deleterio per il mio sistema nervoso
– Sì, come vuoi tu, ma non voglio che resti sola, ci mangiamo una pizza e poi già sai!
– Poi cosa mi resta Carola? Un pugno di mosche in mano!
– Prendila così, sicuramente, qualcosa di più ti resterà in mano! Ma non ho dubbi sulla tua perseveranza! E poi è lo stesso per me, cioè Toni, mi fa star bene, ma è un passatempo, un delizioso giochino, un sollazzo pomeridiano, un sex toy! E poi, si era detto fin dal principio: se si gode, niente rimorsi! Perché Luca ti fa godere e questo l’ho visto con i miei occhi, quindi zitta e non rompere.
Atmosfere bucoliche riecheggiavano sulla sua pelle, paesaggi silvani rinfrescavano il piacere che sentiva salire, echi D’Annunziani si facevano largo prepotentemente, trascinandola in quel trou di godimento, che le sue dita sollecitavano, sempre più velocemente. Indice e medio che si alternavano freneticamente, pollice e indice che le strizzavano i capezzoli, gambe tese, piedi ripiegati. Risoluzione.
– Andiamo a comprare il beveraggio
Carola si portò le dita alla bocca asciugandosele
-Tu farai una brutta fine, Carola, ogni giorno che passa ne sono sempre più convinta
-Come sei pessimista, qualsiasi fine farò voglio che mi accompagni tu, promettimelo
-Sì, ti accompagno io, adesso ricomponiamoci, che il supermercato chiude, sennò
Fiamma non aveva nessuna voglia di vedere Luca, ne tanto meno di spassarsela con lui. L’ultimo loro incontro risaliva a due settimane prima, era stato uno stronzo, come al solito, per intenderci, Luca la faceva godere, godere come nessun altro, e Fiamma era lucida nelle sue conclusioni verso di lui, ma se stasera da Carola avessero scopato, dopo sarebbe stata male per altre due settimane. Luca non era l’uomo per lei, però la prendeva in un modo, e il suo profumo addosso, Fiamma, non riusciva a lavarlo via.
– Non posso farlo, Luca non insistere
-Sai che mi fai morire quando hai…
-A me non va, mi fa male
-Ma se ti faccio urlare il triplo
-Ho bisogno di te, ho bisogno di sentire quel calore che è ancora più intenso, ho bisogno di averti in tutti i modi
Ebbene sì, anche in quel modo; stavano insieme anche quando c’era il divieto rosso!
Che cos’è un ossessione? L’ossessione è una cosa che Fiamma non augura a nessuno, neanche al più acerrimo dei nemici, ma non era la morte quella? La gola le si stringe, non riesce a respirare, ha un groppo che non si districa, non riesce a trovare pace, forse la morte sarebbe una liberazione, e Fiamma l’aveva provata in più di un occasione, l’ossessione, non la morte! Al sonno eterno aveva dato forfait a più di un appuntamento.
Fiamma riusciva a provare piacere solo con un uomo. Un uomo che non era il suo, che non frequentava mai, eccetto che per scopare, un uomo che la faceva raggiungere le estremità più impervie del piacere, un uomo che era anche la sua prigione e la sua condanna a morte. Fiamma era segregata in una Rocca di San Leo, ma a differenza del furbo Cagliostro era priva del potere dell’invisibilità e camminava in cerchio in quella stanza, sentiva il bisogno di toccarsi, ma voleva le sue dita, cercava disperatamente il suo umore, ma non lo trovava, e quel profumo, Roma Uomo. Un pomeriggio di rota altissima, fece il giro di tutte le profumerie, fin quando finalmente lo trovò, e come in crisi di astinenza, si chiuse a chiave nella sua stanzetta, scartò la confezione con cura, assicurandosi di non essere vista e, come il più prezioso degli elisir, se lo spruzzò addosso ed ebbe così, uno degli orgasmi più forti, senza aver bisogno di lui.-
– Dove sei?
-Sto ancora allo studio
-Io non ce la faccio, ho speso più di cinquanta euro solo per sentirti
-Stai ricominciando a dare i numeri?
-Luca io ti voglio troppo, non riesco ad acquietarmi, mi sono toccata tre volte e solo dopo che ho comprato il tuo profumo, perché mi lasci sola?
-Ma ti rendi conto che non possiamo passare tutto il giorno a scopare?
-Perché no?
-Perché, non reggo i tuoi ritmi
-Non depone a tuo favore questo, lo sai? E poi, dillo a quella secca biondina coi denti storti, che hai al tuo fianco, quanto ne hai abbastanza, sei volte di “abbastanza” mi hai dato l’altra sera
-Basta, devo andare
-Aspetta, scusami, scusa davvero, non volevo, sai che non sono gelosa, ma lei ti ha lì, tutto per sé ed io devo elemosinare e raccogliere le briciole
-Ma perché, perché voglio fare l’amore con te, ore, minuti e quarti d’ora? Perché mi concedo a te in modo pieno, appagante e totalizzante? Perché sono una femmina che vuole pulsare, mica come quella frigida che hai per fidanzata! Che rimane paralizzata a letto o aspetta che la tocchi, perché non ha ancora passato la fase dell’adolescenza?
-Sei tu l’adolescente, ti ricordo
-Sono colpevole, lo so, sono colpevole di vivere e di ribollire d’amore
Erano le undici passate, mi ero appisolata sul divano, la casa era deserta, i miei erano fuori e potevo fare quello che volevo, avevo bevuto un pochino e la stanzetta murata mi girava intorno, girava tutto, ma scattai subito dal divano e mi precipitai alla porta, era lui, era Luca. Presi le chiavi, tolsi le mandate, strattonai il chiavistello, Luca era lì, con un mazzo di orchidee in mano.
-Mi hai fatto avere un erezione, mentre stavo a telefono con te lo sai? Non devi parlare quando siamo lontani, non riesco a gestirlo, è così da quando ho attaccato, dalle quattro di oggi pomeriggio. Luca le afferrò la mano per farglielo sentire, ma Fiamma già stava su di lui e si inginocchiò al suo cospetto, quasi venerandolo, quasi ringraziandolo, per essere lì, soccorso in suo aiuto, a lenire il suo dolore. Luca stava ancora lì, tra le porte dell’ascensore, non gli aveva dato un minuto, gli abbassò i pantaloni, Luca si mantenne, le orchidee le caddero sul viso, quasi omaggiandola di tanto ardore, fin quando la sua bocca non lasciò nessuna traccia. Con cura, Fiamma gli sistemò i boxer, raccolse qualche orchidea da terra e se la fissò ai capelli.
Luca, prese la sua faccia, le strinse le guance.
-Hai il mio sapore in bocca, lo sai?
La prese in braccio, la portò in casa, chiuse la porta. Fiamma era in estasi, estasi perché era venuto a cercarla di nuovo, estasi, perché glielo aveva dato ancora una volta, estasi perché lui era il più potente degli oppiacei e non poteva farne a meno. Questo aveva raccontato a Carola, ecco perché, voleva restare da sola, senza di lui, in quella solitudine che a volte la faceva stare bene e altre volte la avvinghiava in una morsa stretta e la lasciava senza respiro. Fiamma si era interrogata più volte sul fine ultimo della loro relazione, e la parola magica era il sesso. Il sesso fatto a tutte le ore, in tutte le condizioni (mie per lo più), il sesso fatto come se non ci fosse un domani, come se l’Apocalisse venisse a trascinarli in un black hole infinito. Alla fine dei conti, Fiamma sapeva ben poco di lui, era più grande di lei, per fidanzata aveva una secca biondina coi denti storti, i genitori divorziati e forse gli piacevano anche gli uomini. Non conosceva altro, o meglio non voleva conoscere la sua quotidianità, la sua routine, non voleva che le raccontasse le sue paure, ansie e aspettative per il futuro ecc., voleva solo che la scopasse, come lui sapeva fare, in quel modo stop and go che rallentava il suo orgasmo, e che la obbligava a non controllarlo più. A Luca, avrebbe voluto dire tante cose, ma Fiamma aveva comunicato con lui, attraverso il suo corpo, e attraverso la sua carne, e attraverso quella elettricità che si innescava quando i loro corpi si sfioravano. Non potevano dirsi: per sempre, non potevano dirsi nulla, ma poteva dirgli che in un modo essenziale, reale, empirico, sul quel presente, su quell’oggi, su quegli anni, su quel tempo preciso e dettagliato l’ aveva amato, e adesso che non era più tra le sue braccia, sentiva la sua voce che le diceva di seguirlo al mare, e lei si perdeva in quella spuma chiara, bianca e densa.

viviennelanuit©

Mina, E poi, Frutta e Verdura, 1973.

LA MIA DROGA SI CHIAMA FIAMMA

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Lo so è da scribacchini improvvisati citare Hemingway attraverso Woody Allen, ma l’altra sera guardando Midnight in Paris, ho riflettuto sulle parole di Papa: la scrittura deve essere onesta, e vera, e coraggiosa e leale. Come quando hai davanti un cervo e devi spararlo con un colpo solo, il cervo non può difendersi, e allora non è leale bersagliarlo di colpi, non è giusto, non si fa. Ho parafrasato anche Cimino, e qualche volta mi sento anche io come una cacciatrice, ma chissà perché al femminile, la parola assumi connotati maliziosi, furbetti e volpini. Sai quanti racconti da cacciatrice potrei tirar fuori dal cilindro? E allora mi sono messa a scrivere, su questo foglio bianco, citandoli, riprendendo i loro passi e le loro riflessioni, alla disperata ricerca dell’estro. È in questo dedalo di viuzze e labirinti che di tanto in tanto cerco la mia ispirazione e comincio a scrivere, partendo da una frase, da un ricordo, perfino da un profumo, ma lasciamo perdere i profumi, sono ingannatori e portano sempre su sentieri sbagliati.

Cerco di tessere una tela, di comporre un puzzle, non so ancora dove mi stia portando questo filo, ma voglio seguirlo, e roba così. È stata una settimana pesante, scrittura vera e onesta. Annaspo sul divano blu, non riesco a trovare i suoi cuscini, la stanchezza è tanta che mi sembra di scalare una montagna, c’è poco ossigeno, mi sto solo stendendo, eppure non riesco a farlo. Un senso di inquietudine mi assale, con una mano mi allungo verso il cellulare: niente, neppure un messaggio, una faccina, un piccolo cenno del tipo: sai esisto.

Nessun dolore aveva provato Fiamma quel sabato sera. Il sabato è una giornata particolare, ti aspetti chissà che cosa, chissà quale evento e mutazione, invece te ne stai lì a prepararti, ad agghindarti, a farti bella, per poi non fare nulla; quando ti riaccompagna a casa ti senti ancora più sola, con la domenica che ti fiata sul collo e ti ricorda che hai solo una manciata di ore d’aria al mattino, prima di sprofondare in quegli insopportabili e fastidiosissimi pomeriggi domenicali, delle tavolate, delle partite e delle cinture allentate dei pantaloni. Giornate inutili. L’evasione? Luca era un po’ che non si faceva sentire. Due settimane erano troppe senza di lui, troppe. Si, l’aveva incontrato a piazza Bellini, ma avevano bevuto solo un caffé, lui era troppo indaffarato con il lavoro e poi era in compagnia della secca biondina e coi denti storti, che rideva in modo sincopato, ad ogni sua cazzata. Lui aveva bisogno di una donna così, di una cagnolina, piccola e tenera da accarezzare quando gli andava! Ma aveva bisogno anche di una gatta, indipendente e  schiva, che si faceva viva quando le andava. Fiamma stava dando di matto per l’ennesima volta, perché lui spariva, perché lei accettava le sue scopate clandestine, perché sembrava asettico ogni volta che gli rivelava una sua avventura. Aria del sabato sera.

Cerco di districare la matassa ogni volta che lo rivedo, come un rituale, come una Penelope al contrario, dove Ulisse è già a Itaca, e dove i Proci aspettano fuori la porta. Una Penelope perpetua.  Giochiamo alla roulette russa, ogni volta, ed ogni volta becco il colpo. A volte, credo di essere come la maggior parte delle donne: fragile, insicura, bisognosa di affetto, di complimenti, di attenzioni. A volte, mi viene voglia di togliermi la maschera della: tosta-che-non-ha-bisogno-degli-uomini. Di quella che sa tutto. Tutto di musica, tutto di narrativa, tutto ci cinema. La verità è che tento di nascondere il mio essere di cristallo, civettuola, sempliciotta, che va in panico se si vede brutta, che va in panico se non ha un orgasmo, che va in panico se Luca o Robi, o qualsiasi altro uomo X non la guarda con occhi da leone. Che noia. Mi chiedo se bisogna sempre dare il massimo? Non rivoltare la frittata al qualunquismo, Fiamma, hai detto che ti senti scontata a volte? E ammettilo.

Dicono che lo scorpione possa suicidarsi, e addirittura lo faccia per sbaglio. Il suo lungo pungiglione gli si inarca verso la schiena e muore, così, per errore, in silenzio, esce di scena, senza avere intenzione di morire. Sfoglio pigramente  l’oroscopo di qualche rivista patinata, chiassosa e colorata, sono dal parrucchiere e leggo, cercando ardentemente quale sia la chiave del successo nella vita, la pietra filosofale, la fonte dell’eterna giovinezza e l’Eldorado, e così via, tutto il repertorio. Mentre leggo, mi immagino come una cartomante, negromante, zingara, ma sì, anche un po’ fattucchiera. Sono alla continua ricerca di pozioni e di elisir d’amore. Sono una fan dell’avanscoperta di mondi paralleli, alternativi alla vita, migliori forse, ma sicuramente vergini, incontaminati e meritevoli di essere esplorati. Sfogliando quelle pagine volgari, goderecce e grottesche mi ritrovo catapultata in un orizzonte costellato di successi, di amori estivi e saturno contro, di quattrini racimolati per caso e colpi di fortuna. Ricordo del Millennium Bug, i più audaci asserivano di vedere la fine del mondo, di assistere al countdown della storia; non capitò nulla e posso dire che ci rimasi molto male. Ho sempre una certa sensibilità verso le evoluzioni, i cambiamenti, sono una studiosa attenta dei giri di boa,  inconsciamente sono come quello scorpione che senza neppure saperlo si dà la morte, senza volerlo, ecco, licenziamolo così, ma in realtà, lui, non lo fa apposta, lui, non vuole morire. Sono autodistruttiva a volte, quando mi sento “accerchiata” faccio harakiri e passo a miglior vita. Muoia Sansone con tutti i Filistei dico a me stessa. Non riesco ad essere ipocrita con lei, non con quella Fiamma di luce e calore che abita dentro di me, non posso, non voglio.

Non apprezzo le mezze paroline, le frasi dette a metà, i giri e i giretti. Sono chiara e trasparente, di una lealtà ironica, però, che sa trovare il punto debole di ogni suo interlocutore in meno di una manciata di minuti. Come la migliore delle veggenti riesco a prevedere cosa accadrà, come si comporterà, io guido, ed io gli tengo la mano, come una Circe o come una Didone, ma senza sensi di colpa, senza soccombergli, a prescindere, se poi finisco i miei giorni in modo pulp, punta per caso dal veleno del pungiglione, beh, vuol dire che sono stata sconfitta dal più acerrimo dei miei nemici: la sfiga. L’ultimo sabato sera con lui è stato tremendo, mi mancava l’aria, non per la sua compagnia, alla fine l’avevo chiamato io, faccio sempre tutto io, io lo cerco, ed io lo scopo, in un mea culpa costante, mi ritrovo ad assumermi tutte le responsabilità del nostro strampalato rapporto.

Il desiderio è sempre fortissimo tra noi, ma siamo due sconosciuti in fondo. Ripenso sempre a Ultimo tango a Parigi: due persone anonime, due perfetti sconosciuti, che si incontrano per caso in un appartamento e decidono di intrattenere una liaçon sessuale, così, senza neppure conoscere il proprio nome. Metti una pietra sopra, stop, chiudi la porta e getta la chiave a mare, insomma prendi una decisione. Sono di nuovo intrappolata, accerchiata, non riesco a darmi una risposta, il tempo mi aiuterà, deve aiutarci. Sono in preda ad un disturbo borderline della personalità, sono partita con uno scorpione e me ne ritorno a casa da sola. Amore che vieni e amore che vai, perduto in novembre o col vento d’estate. Voglio un cambiamento, eppure sto sempre qui, ho manie di grandezza parlando dell’onestà intellettuale, della lealtà, del mio essere franca, eppure mi comporto in modo fragile e insicuro. Sì, ho paura dell’abbandono, ma penso anche che semmai Luca dovesse comportarsi come Paul, sarei pronta a ballare ancora con lui, ma per l’ultima volta.

Camminavo verso casa, nel pomeriggio umido, infreddolita e stanca. Camminavo a passo svelto, non volevo beccare nessuno, non mi andava di parlare con nessuno. Avevo le labbra screpolate dal freddo, i capelli sconvolti dal vento e il trucco inesistente, volevo il mio divano blu, il mio bagnoschiuma al sandalo e le mie erbe. Le mie insicurezze mi afferravano per le braccia e mi tiravano indietro, ma io caparbiamente le strattonavo e tiravo dritta, per quel vialone immenso del tramonto, veloce, fino alla metro. Da un po’ era ritornato l’esserino, aveva montato una tendina, con tanto di frigo e zanzariera, lo stronzetto. Adesso lo vedevo da lontano seduto su una sdraio a bere Coca Cola ghiacciata, sorridermi e dirmi: “toh, guarda chi si rivede, la troietta incartapecorita mollata ancora da Luca. Adesso sostava in pianta stabile nel mio orecchio destro. Io non gli davo corda.

Non vedevo l’ora di sentire il clak della serratura, e gettare tutte le cianfrusaglie accumulate della giornata sul mobile in tek dell’ingresso. E invece ti vedo, come un fantasma, un riflesso in uno specchio, una proiezione di me. Te ne stavi a sfoderare quel tuo cinico sorriso, con l’ennesima biondina slavata e insipida, nell’insopportabile baretto dell’happy hour. Una lama mi trafigge. Come un flashback rivedo la nostra storia e tu sei accanto a me, e mi tieni la mano, oppure io e te siamo affacciati ad un finestra qualsiasi e guardiamo il nostro appartamento da lontano, riconoscendoci nella nostra routine. Conoscevo quello sguardo da lupo e da leone, da iena e da gattone.

Lo conoscevo fin troppo bene; era il tuo periodo rosa, stavi cavalcando l’onda giusta, insieme a quel bianco immacolato, avevo visto il rosso e il nero, avevo visto caderci a gocce, come lacrime, le mie lacrime. Ti vedevo dietro il vetro, come una mendicante, appiccicata ad una vetrina ricolma di dolci. La vetrina è quella di una pasticceria parigina, e i dolcetti sono confezionati con merletti e nastrini di perline. Ricordai di quando tu, eri confezionato per me, ricordai di quando io ti scartavo, velocemente, altrimenti mi passava la voglia, quando il sabato mattina mi passavi a prendere e iniziavamo in macchina, per finire il lunedì mattina.

Cosa iniziavamo e cosa finivamo? Sembrava una cosa facile, sembrava facile avere dei figli. Li facevano tutti: due, tre, io non ci riuscivo, mi sembrava una cosa lontana, distante da me, un pensiero straniante. Come se se fossi condannata a trascorrere il miei giorni da spettatrice, e nel frattempo le attrici delle pubblicità prèmaman, mi avevano raggiunto con l’età. Ed io che mi sentivo ancora piccola, ancora giovane, c’è tempo, mi ripetevo come una litania. Nascondo la testa sotto la sabbia e nego l’evidenza.

Finalmente raggiungo il portone, metto la chiave nella serratura, il mio istinto di sopravvivenza mi imponeva di reagire, avevo di nuovo il controllo su me stessa, mi sentivo disinvolta, sicura, e avevo sbattuto dentro il cazzo di sgabuzzino tutti i problemi. Volevo divertirmi, darmi, avevo bisogno di una dose, della mia dose di Robi, adesso. Finalmente a casa, corro in bagno, accendo qualche candela, apro il rubinetto della vasca, mi spoglio velocemente, getto tutto all’aria, mi immergo nell’acqua calda, ripenso a quel mio modo di reagire con te, a quel mio modo di risponderti pilotando il discorso sul banale e sul sempliciotto, facendo l’ochetta a volte, e pregandoti di risolvere qualche problema al mio pc. Poi litigavamo, scomparivi per qualche settimana, ma tu sapevi che senza un uomo la sottoscritta non ci sapeva stare. Basta pensare, Fiamma! E allora prendo il telefono, cerco Robi sulla rubrica, lo chiamo devo sentire la sua voce, non riesco a stare ferma, stringo le gambe. Non risponde. Mi sono rilassata, l’accappatoio caldo prolunga la sensazione di calore, mi preparo una tisana, non so perché ricorra a questo modo di fare New Age, forse perché devo essere originale anche quando mi preparo la matricaria chamomilla.

Mi slegò il laccio dell’accappatoio, mi cinse a sé, facendomi sentire le sue unghie sui fianchi, unghie che muoveva à flor da pele, su e giù. Sapeva come fare, bastava così poco per farmi andare su di giri. Le sue mani pian piano si facevano spazio sul mio corpo, ancora umido, ancora caldo. Strofinai le mie labbra sul suo collo ruvido di barba, profumato di Roma, di uomo, di sesso. Aspiro, piccoli bacetti risalgono ora verso il retro dell’orecchio, gli piace, lo sento già duro, duro per me, duro grazie a me, e che spinge verso di me. Con le mani gli accarezzo la nuca, lo tiro indietro afferrando qualche capello tra le mie dita, voglio la sua bocca, lo bacio, avidamente, sempre, come se non ci fosse un domani, sempre, come se quello fosse l’ultimo bacio.

Non so, ma questi pensieri apocalittici mi fanno sentire più sicura e più ricettiva al piacere, predisposta a lasciarmi andare. Robi, è avvinghiato, ora mi prende i seni, io non riesco a non muovere il bacino, che vuole le sue mani, la sua lingua e il suo cazzo. Sento la sua bocca piena di loro, succhia il capezzolo sinistro, quello più sensibile, lui lo sa, e mi eccita questa conoscenza, mi fa eccitare più dell’atto in sé, Robi conosceva la mappa, e riusciva sempre a trovare la X. Ma se mai ci fosse stato qualche intoppo, l’avrei guidato io. Non so come, mi ritrovo a terra, a gambe aperte e i piedi poggiati ai lati della porta della cucina, Robi mi prende le braccia, me le mantiene lunghe sopra la mia testa e mi guarda negli occhi, l’accappatoio aperto, io completamente nuda, riprende a succhiare il seno, quello destro adesso, voglio fargli anche io qualcosa, ma non riesco a muovermi, non faccio altro che alzare la testa, elemosinando la sua bocca.

 viviennelanuit©

John Wesley Tears?1993 Acrylic in colors, on Aquarelle Arches paper