July è finito

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Il soffito era bianco con qualche macchia di umidità negli angoli. La stanza era piccola, troppo piccola per me abituata al verde, alla campagna, al mare e al sole. Quel bianco mi rendeva inquieta. Ero avvolta in una fitta nebbia, mi mancava l’aria e non vedevo uno spiraglio di luce. Ho sempre paura di morire annegata, come Ofelia o come qualche eroina Preraffaellita; ricoperta di fiori, mi lascio andare nel fiume, io che ho sempre atteso quelli che vi cadevano, ebbene ora tocca a me, altro gettone e altro giro. Il bianco mi opprime e non respiro. Provo a chiudermi a chiave, sento bussare e non voglio aprire. Non voglio che sia il mio turno, voglio essere un’eterna spettatrice, me ne infischio di calcare le scene. Sono un lupo solitario, amo a modo mio. Odio le convenzioni e il piattume, mi basta andare al mare e affondare i piedi nella sabbia, mi basta camminare nel bosco e raccogliere le more, mi basta amare. Tutti. Alcuni. Solo te. Nella stanza vivo in apnea, aspettando l’ora d’aria e intanto il tempo corre, ma io non voglio inseguirlo, voglio restare fedele al mio tempo e alle mie ore, non voglio affannarmi, non voglio chiedere l’elemosina, vivere col fiato sul collo. Sono libera, libera nelle membra, nell’anima, negli occhi, libera nei miei pensieri. Cosa facciamo stiamo insieme stasera, dai, non andare via… sì, ascolto questa canzone ma tu non lo sai, non sai nulla di questa maledetta ansia che mi opprime e mi toglie il respiro, non sai quando sto male, quando ho voglia di compagnia, quando vorrei poter ingoiare senza soffocare, e quello che ingoio è solo aria, aria pesante che si espande nella trachea, nei polmoni e devo calmarmi, altrimenti ci rimetto le penne. Vorrei non sentire nulla, essere apatica e amorfa, asettica e senza sale, ma ho i sensi triplicati e tutto mi tocca nel profondo, no, non sei qui con me, non ci sei mai stato, ma ti vedo sempre: nello specchio, nella mia stanza, nell’armadio con tutti i miei scheletri, anche se a te è riservata una nicchia speciale. Tu che fai l’evasivo per non soffrire, tu che ti chiudi a guscio, che mi dici che vuoi le cose semplici come uno piatto di spaghetti, un bicchiere di vino bianco o una giornata al mare, è insostenibile questo ti rendi conto? Cosa? Non riesco nemmeno a identificare la nostra situazione, tu che mi scopi quando hai voglia, io che voglio solo questo, tu che vuoi fare il romantico, ma che poi ritorni sui tuoi passi e fai il rude, io che voglio solo il tuo corpo, tu che annusi la mia saliva, io che non so dirti di no. Qui si parla di orgasmo, ed è dannatamente difficile spiegarlo, perché devi proprio averlo nelle membra, devi sconfiggere tutte le tue paure per incontrarlo, e perché allora fuori la stanza non ci sei? Mi sembra di vivere in una bolla o nel fondo di un lago senza sale, con le correnti che ti tirano giù, senza vie di fuga, ma il lago è un lago e non può essere il mare e tu Fiamma non puoi vivere senza prendere una decisione, e non credere a chi ti dice che esistono altre cose, non credere a quei poveri miscredenti asettici e senza forma. Mi sento disorientata, vorrei urlare improvvisamente, inveire contro la stupidità, contro la pochezza d’intelletto, ma sono sola e lì fuori c’è troppa gente accanita, cinica, zombie con occhi vivi, mi fanno tanta paura. Tu hai capito tutto, tu hai visto il sorgere del sole in una giornata qualunque, hai sentito il caldo e toccato la fiamma. Ti sei bruciata? Dannata, forse, quello sì. E vi prego non chiamatelo desiderio, non chiamatelo piacere, questo e l’inferno danzante, è la condanna a vita, è la ball & chain. No, non ci sono chiavi, non esistono combinazioni risolutorie, qui c’è solo dolore, solo attesa, solo agonia. Abbracciami.

viviennelanuit © 

Kiki de Montparnasse, 1923. Foto: Man Ray.

 

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Il gesso è bianco, il sangue è rosso e il divano è blu

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Avete presente quando si spegne l’interruttore della luce? Quando chiudete una porta, senza che subito dopo ci sia un portone? Quando vi trovate nel bel mezzo di un corridoio e manca la luce, e vi assale quel senso di panico e claustrofobia? La sua relazione con Luca era diventata asettica, amorfa e  sterilizzata dalla routine. Fiamma poteva sopportare la monotonia, così come poteva sopportare i suoi sbalzi di umore, il suo essere mille giorni sì e uno no, lei, dopotutto, c’era sempre: quando era stanco, e quand’era depresso e nervoso, c’era sempre quando tornava con la coda fra le gambe, come un cane bastonato, c’era sempre dopo “l’after” delle sue scopate clandestine, e c’era sempre quando viveva i suoi quindici minuti di gloria, e sprofondava poi nella fossa delle Marianne. Fiamma gli assicurava una presenza discreta, con qualche “presa d’aria” ovvio, ma per lo più era costante e razionale, e soprattutto lucida nel suo suo non-soccombergli! Era arrivata alla conclusione che non poteva affrontare il Golgota senza Monsieur Amour a sorreggerla. Non lo amava più, era arrivata al ciglio del bosco, da lì poteva ascoltare l’eco di Esserino diffondersi e dirle: – E adesso, come cazzo la metti senza di lui? –

Come un martire cristiano, Fiamma si apprestava ad ascendere al supplizio, al loop, al refrain, alla quotidianità e alla noia, con un macigno sulle spalle avanzava lentamente, e ad ogni passo, perdeva terreno dietro di sé, a volte la polvere le si annidava in gola e lei non riusciva a respirare, e allora chiamava Robi a soccorrerla, a ripulirla. Ma adesso, le cose erano cambiate, un ramo si era spezzato, un tronco era caduto sulla sua macchina, una strada, che credeva perdersi all’orizzonte, ora era cieca, non riusciva più a toccarlo, ad annusarlo, i suoi baci, per quanto rari, e già cugini delle Chimere, non le provocavano più nessun effetto, ne tanto meno un brivido.

– Cazzo è adesso come la mettiamo, Fiamma? – Esserino aveva messo su, un grammofono in pianta stabile in tutte e due le sue orecchie, era difficile gestirlo, così! Mentre “chiudeva” l’audio dell’orecchio destro, partiva a tutta forza, quello dell’orecchio sinistro!

Era chiaro ai suoi occhi, che tutto quello che aveva letto sulle riviste femminili dell’adolescenza, della giovinezza e dell’età adulta: era fottutamente vero! Senza più filtri, paraocchi o prosciutti vedeva elencati davanti a sé, come una pergamena srotolata all’infinito e come un decalogo, tutte quelle frustrazioni, che certe signore stilavano dal parrucchiere, tra colpi di sole, e messe in piega. Adesso, le era tutto più cristallino: non voleva fare la loro fine! Finora era stata coerente: niente figli e niente matrimonio! Vivevano sotto lo stesso tetto, pagavano le bollette, l’affitto, Fiamma faceva le pulizie, gli cucinava deliziosi manicaretti, gli stirava le camice, e gli lavava le mutande al signorino! Faceva la “mogliettina” devota e ordinaria, certo si concedeva qualche frivolezza con qualche amichetto di tanto in tanto, perché la “vita a due” alla fine non le calzava a pennello e dentro le ribolliva il sangue, e a quel richiamo all’amore, alla passione e alla vita che si faceva sempre sentire, come un vento caldo sulla pelle, come l’ebbrezza del sabato sera, no, non poteva non rispondere. Stava cercando di analizzare la sua relazione, il suo essere donna (eh giovane trentaduenne!)con lui, e passava a rassegna quei paroloni come: la fedeltà, l’amicizia, il rispetto, la complicità, il sesso, la lussuria, la sincerità, la simpatia e sorrideva colpevole e lasciva a Monsieur Amour. Se ne stava seduta sul divano blu, e in fila si prostravano ai suoi piedi, come per chiedere udienza, tutti i capisaldi che una “perfetta” relazione a due avrebbe dovuto possedere:

– Ho bisogno di tutti, o miei devoti, voi volete che esprima un giudizio su ciascuno di voi, volete che prenda una dannata posizione. Posso dirvi, che non ci riesco, perché non abito sul tetto di un grattacielo, perché non mi nascondo dietro barricate di parole, semmai sto in cima solo ad una accozzaglia di mobili vecchi! Io, riesco ad essere coerente solo con me stessa, assecondando desideri, voglie, bisogni che sono labili come l’attimo e lasciano il tempo che trovano, sono volubili e fluttuanti e non pretendo dogmi universali, ma solo dati empirici: i miei dati empirici!

Fiamma era stufa di circondarsi di persone che chiedevano conferme continue, e non era vero che le guardava dall’alto verso il basso. Le persone, già, ma chi saranno mai queste “persone?” Dove sono? Cosa fanno? Perché le citiamo sempre: “le persone”, sono soltanto le nostre paure e le nostre frustrazioni, sono gli incubi della fase REM, sono quei mostri che non meritano nemmeno le nostre urla, le nostre lacrime e le nostre fughe. Fiamma riusciva a vederle tutte nella loro bassezza, e nel loro essere misere, e povere, e insipide, e nella loro presunzione a dettare regole e stampini e modus vivendi. Fiamma, forse era la più umile delle persone, dotata di una comprensione e tolleranza modificabili a seconda dei contesti e delle situazioni. Senza giudizi, polemiche e sensi di colpa che avvelenavano il fegato, e rendevano gialli in viso.

–Sto facendo bene? Che dici? E se poi sbaglio?-  Ne aveva le tasche piene!

Rivide Sonia, dopo 13 anni esatti dal diploma. Ripulita, ben messa, vestita chic, si era sposata con un cardiochirurgo di sessanta anni, e lei, trentenne, le aveva subito mollato una figlia.

–Sai mio marito vuole che la vesta solo con cotone organico!-

Si meravigliava che non le chiedessi, come mai si fosse sposata con un uomo più vecchio, la troietta-calcolatrice-adesso-ce-l’ho-d’oro! Voleva che le domandassi di raccontarmi la sua storia. Stava lì lì, con quegli occhioni sgranati a dirmi: – chiedi, su dai, senza vergogna! Ti dirò, all’inizio è stata dura accettare lo status quo, soprattutto per la mia famiglia, ma poi si sono rassegnati e lo hanno accolto come un figlio, diciamo come un figlio più grande! –

Fiamma vedeva solo Luca davanti quello Spritz, e il suo lavoro che non ingranava, e il suo sentirsi insoddisfatta, e il suo anelare una vita diversa,  pensava che era annoiata e che doveva cercare su internet il titolo di quel brano di John Coltrane che la tormentava dalla notte precedente.

– Mi sono sempre chiesta se tu mi abbia mai perdonato, sai? –

– Tranquilla, tu adesso hai il tuo cardiochirurgo che ti tappa il buco alla fine di ogni mese!- Pensai guardandola negli occhi in modo arcigno e con le fiammelle nelle pupille!

– E poi, non ti ci vedo, a lavargli le mutande adesso! –

– Che hai detto?-

– Nulla –

– Anche se è forte la tentazione di vederti piegata a mettere i panni in lavatrice, vorrei proprio vedere questa stronza-ce l’ho-d’oro se gliele lava? –

 

A Luca gli piacevano le donne, questo era un dato di fatto, lo aveva accettato silenziosamente, come se si trattasse di una colpa, di un peccato da espiare, tutto questo per dare ragione di esistere a quella alchimia fantastica che i loro corpi sprigionavano insieme, tra le lenzuola, tra i cuscini, tra le pieghe delle cosce, e sì, anche sulla lavatrice! Luca la amava a modo suo di un sesso energico, pieno e a tratti feroce. Le domeniche in famiglia rappresentavano solo il miele che ne addolciva i tratti somatici, la risposta di una normalità fittizia e di facciata, o solo il bisogno sconsolato di dare uno “standard” alla sua vita sgangherata! Lo aveva assecondato più volte nelle sue “marachelle”, lo aveva appoggiato, rincuorato, ma Fiamma restava l’amica-del-cuore-bonazza-da-scopare-quando-si-sentiva-solo, o quando la sua normalità-coniugale, bussava un paio di volte al mese! Fiamma gli aveva perdonato tutto, Fiamma la misericordiosa, Fiamma la compassionevole, Fiamma che adesso stava per spegnersi.

Ma il sesso visto dal cannocchiale, quei baci “alla francese”, soppiantati, da quello sulla fronte, proprio no, questo non lo tollerava! Fiamma fece un giuramento che semmai avesse avuto un uomo così l’avrebbe lasciato all’istante, ma lei era stata fortunata aveva sempre avuto, prostrati ai suoi bei piedini, uomini eccezionali, forse erano così, anche per merito suo, perché lei era una donna che quando faceva l’amore si concedeva totalmente, senza freni e inibizioni, senza ansie del tipo non-sono-all’altezza-mi-vedo-brutta-spegni-la-luce! No, Fiamma voleva sempre lasciare la luce accesa, voleva sempre guardare negli occhi il suo amante, anche quando aveva un orgasmo, voleva fissarlo dritto, senza mollare mai la presa. Fiamma sentì che quella fu l’ultima volta che glielo succhiava. Lo guardava, lo prendeva con la mano, che insieme alla lingua e alla bocca lambì in un mix di saliva, baci e capezzoli turgidi. A Fiamma, i seni le si gonfiavano e i capezzoli le si facevano come spilli, ma non quella volta, non in quel momento, non più.

Ci sono paure che si portano dietro e non te le scrolli più di dosso. Ci sono microtraumi irreversibili, che ti danno il countdown prima di riaffacciarsi di nuovo e chiederti il “pizzo” per la tregua. Tu, sei stato quella cura, quel “pizzo” pagato. Con te, avevo programmato l’orologio su un tempo indefinito, anzi avevo smontato le lancette, ma poi è scattato il conto alla rovescia, prima che tutte le mie ansie e insicurezze ripiombassero ancora, come una doccia fredda, o come una lenta agonia, come quando ti telefona una persona cara, che non senti da un po’ e ti dice che non ti dimenticherà mai, che resterai per sempre dentro di lei, e che avevi rappresentato tutto per gran parte della sua vita. Mi feci lasciare, al telefono, senza rimpianti, da codarda, forse feci anche un sospiro di sollievo, lo spinsi io a quel punto, gli raccontai tutto, della mia relazione con Robi, che durava da due anni, che non avevo più orgasmi con lui, gli dissi perfino della sua pancetta intollerabile, ma no scherzo, quella no, però gli feci capire tutto, e lui mi lasciò, freddamente, il giorno dopo, presi tutte le mie cose.

– Ho sempre saputo che eri una troietta!-

Da piccola mi vantavo di come le grandi piaghe dell’umanità non mi avessero mai sfiorata, sono sempre stata libera, non avevo mai avuto a che fare con il maschilismo, con le lotte di classe, con il razzismo, che ne so. Ho sempre vissuto da donna indipendente, fin da quando ero adolescente. Le sue parole taglienti, mi ferirono come non mai, e mentre presi la borsa, tornai indietro e gli sputai in faccia, lui stava per colpirmi con uno schiaffo, mi coprì istintivamente la testa, e me ne andai di corsa, lo sentì piangere, e piansi anche io. Tornai da mia madre, perché non avevo un lavoro tale da potermi permettere una casa. Quella fu la parte più difficile. Sentirmi mia madre nelle orecchie ripetermi: – E adesso con chi lo fai un figlio! Non puoi fare la nomade, c’è una data di scadenza ricordati – La lasciai trai i profumi della cena quasi pronta ed entrai nella mia stanza, che apparì dinnanzi a me come ibernata, sembrava una natura morta, riuscivo a vedere tutte le persone della mia vita che mi fissavano, assomigliavano alle sculture di George Segal, alcune erano sedute, altre pietrificate nell’atto di avvicinarsi a me, l’unico problema è che non erano bianche, ma verdi, rosse blu, alcune erano nere, io dovevo ancora mettere piede dentro, ma feci un passo indietro e chiusi la porta per il momento. Andai in salone e mi stesi sul divano blu.

– Rieccoti Fiamma ti tocca ricominciare tutto daccapo!- La commiserazione durò il tempo di un pisolino, al risveglio mi ricordai finalmente il pezzo di John Coltrane, mentre lo canticchiavo squillò il telefono, era Robi che mi chiedeva se mi andava di mangiare sushi