ROBI AT FIRST SIGHT

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Da piccola guardavo con ammirazione la mia vicina di casa. La mia vicina era una donna piacente sopra i quaranta anni, mora, con gli occhi chiari e sposata all’architetto rampollo-Risky Business. Quando usciva per fare la spesa indossava sempre tacchi altissimi e non si faceva mai vedere senza rossetto. La beccavo sempre nel palazzo, concentrata a scendere le scale sculettando per essere vista. Io abitavo all’ultimo piano, e ci mettevo un casino di tempo per salire a casa, l’ascensore non la prendevo manco morta e salivo quei piani lentamente, inventando le storielle più assurde: guerriera in un mondo fantasy alla Fantaghirò, giustiziera della notte con un fucile a pompa nella mano destra, Robin Hood in gonnella che seduceva il principe Giovanni. Posso dire che salire le scale da sola, insieme all’andare in bicicletta, siano state la mie prime prove di ebbrezza di libertà.

La mia vicina di casa piangeva mentre stendeva i panni, per strada parlava da sola, e imprecava contro i figli maledizioni indicibili. Un giorno la fermai e le chiesi perché facesse la madre, le dissi con voce ferma che i bambini non si picchiavano, e che se l’avesse fatto ancora avrei chiamato gli assistenti sociali, il telefono azzurro e i pompieri. Avevo solo dodici anni, ma ero già una piccola stronzetta in erba. Lei e il marito litigavano quasi tutti i giorni, e un giorno dalla finestra volò perfino una bottiglia di vino rosso. La mia vicina di casa faceva sempre la simpatica: con l’idraulico, il postino e il portiere, che aveva la pancia, era pelato e gli puzzava l’alito. Mia madre (altra bonazza della situazione) forse era in competizione con lei, ma io non capivo, non capivo nulla, non sapevo il perché degli abiti attillati, del muovere i fianchi, del mostrare le tette a balconcino, boh, non capivo. Ero una bambina. Ma percepivo già una certa disperazione sui loro volti. Col cazzo che sarò una disperata come voi! Un giorno, venni a sapere che la mia vicina di casa aveva tradito il marito con l’inquilino del terzo piano. Ne rimasi delusa, forse perché me l’aspettavo più impavida la signora, più coraggiosa, e invece no si era fatta una scopata, il marito lo venne a sapere o forse lo sapevano tutti eccetto lui, e la vita andava avanti, senza sbattimenti e scossoni, no, così non va mora giaguarona, non puoi farmi questo, lascia tuo marito, i tuoi figli e scappa con l’inquilino del terzo piano, cazzo! Rifatti una vita, godi come vuoi, smettila di fare il bucato, smettila di fare i piatti, smettila di piangere. Ogni volta che la incontravo per le scale, la guardavo con una pena infinita, avrei voluto confortarla, stringerla forte, dirle a voce bassa di scappare lontano, che poi tanto lontano non era, bastava soltanto scendere al terzo piano e bussare alla sua porta, avrei voluto asciugarle le lacrime, rassicurarla, sul fatto che era una buona madre, che i figli dopotutto poteva vederli quando voleva, che poteva anche fare un salutino all’ ex-marito di tanto in tanto. Se era quella, la vita che desiderava, doveva prendersela, doveva scendere quelle dannate scale, perché era arrivata troppo in alto, e le vertigini iniziavano a farsi sentire, perché era chiusa in una torretta, e doveva semplicemente aprire la porta e scendere quelle cazzo di scale, magari la prima volta poteva poggiarsi alla ringhiera, perché l’altezza a lungo andare fa venire le ginocchia deboli ed è facile perdere l’equilibrio, ma doveva andare giù e perdersi.

Nel mio palazzo abitava anche Robi. Il secondo cavaliere di quella che sarà la mia Apocalisse. Robi aveva tutti i connotati per essere l’amico d’infanzia perfetto. Premuroso, porco insaziabile, farfallone, amico delle donne, comprensivo delle loro dinamiche, dei loro bisogni e delle loro esigenze; aveva un non so che di etereo ed evanescente, la sua pelle chiarissima e le sue lentiggini sul naso mi facevano pensare ai personaggi dei libri di Marcel Pagnol, un po’ con la testa fra le nuvole, stesi sul prato e con un fiore serrato tra le labbra, oppure al Zack de la Rocha che canta assatanato killing in the name of, per via dei suoi dread e della buona roba che mi offriva tutte le volte. Gratis! Robi amava le donne, amava tutte le donne, ma era il classico uomo sfuggente che all’apparenza credevi di tua proprietà, perché ti assicurava una presenza costante, una certa dose di sicurezza e protezione, Robi era la tua polizza Kasco, l’uomo del qui e ora, dell’oggi e  ovviamente, non del domani. Peccato facesse così con tutte, ma a suo modo era delicato e discreto e il fatto che scopasse con altre dieci in contemporanea non te lo faceva notare. Ero l’unica che non facesse storie a riguardo e la situazione andava bene sia a me che lui, dal canto mio facevo la parte della svampita, di quella che non capiva niente, di quella che faceva finta di niente, di quella che manteneva lo status quo solo per scopare con lui, perché tutto sommato era divertente, e alla fine ne guadagnavamo entrambi. Eravamo complici di sesso, sottoscrittori di una liaçon erotica-sentimentale, ma lo facevamo anche per comodità: abitavamo vicino, eravamo coetanei, i nostri genitori si frequentavano, con le partitelle la domenica, le cenette e i pranzetti. Robi però aveva un altro problema: era un bastardo, ma di quelli che non ti aspetti. Una volta entrai in camera sua e pretendeva che mi togliessi le mutande.

Hey, toglitele prima tu!

Robi era osceno e imprevedibile. Da una parte lo tenevo a debita distanza, dall’altra lo seguivo nelle sue marachelle. Anzi ne ero la musa ispiratrice, il principio ispiratore, l’ìdealista delle sue porcate, gli piaceva quando facevo l’ochetta e la sciocchina, lo eccitava da morire. Robi era il secondo “leone” che avevo conosciuto. Se volessi scrivere un saggio sulla fenomenologia dei segni zodiacali, probabilmente, metterei questo segno sia al primo che all’ultimo posto. Il leone è pervaso, sia da una insana follia che da una lucida razionalità, è senza dubbio il re del suo mondo, ma ne è anche lo sguattero e il servo della gleba all’occorrenza, perché la sua regalità si perde nel conformismo di una vita che al 50% vuole rendere a tutti costi “normale” e abitudinaria, e all’altro 50% vuole rendere piccante, a patto che la sera si torni sul divano a poltrire. Il leone vuole accanto a sé una donna ordinaria e mansueta, posata, educata, che lo apprezzi. Vuole in fin dei conti una signorina “perbene”, una che non gli rompa troppo i coglioni, vuole una donna con un carisma gestibile, indolore e a comando, così fa bella figura con gli amici! Lo scorpione invece, tocca il fondo e si rialza, cammina nel corridoio buio e accende la luce, mira caparbiamente verso l’autodistruzione con quella fierezza tipica di chi si sente fragile in fin dei conti e che scalcia, scalcia a più non posso. Con Robi mi sono spinta oltre, potevo farlo con lui, era la guida perfetta per scorribande hot. Ed io lo seguivo, ma sì tutto sommato si vive una volta sola, la vita è breve, non sappiamo se domani mattina ci svegliamo, non conosciamo il nostro futuro; quindi viviamo l’attimo e quello che ci offre, senza tragedie e spargimenti di sangue per favore. Me lo ripetevo come una litania, tutte le volte che stavo con lui, mi ripetevo a bassa voce che era solo sesso, sesso spinto, sesso senza tabù. Era solo orgasmo dopotutto. Non voglio perdermi nel labirinto, devo essere lucida, no, non ti chiamo, no, non ti scrivo. Ho bisogno di te, la stanza è così piccola, mi sento chiusa in una scatola, cerco di uscire ma cado giù, cerco di arrampicarmi, ma la corda si spezza ed io sono troppo pesante. Devi stare calma, Fiamma, respira, ma non puoi essere dipendente dal suo aggeggio! Carattere, carattere, me lo ripeto a loop, a motivetto a canzoncina, senza tregua. Squilla il cell.

– Fiamma! Ti passo a prendere. Ma alla Tonnara c’è qualcuno?

– No, ma vado a fare la spesa, però, altrimenti non abbiamo nulla da mangiare

– Ok, porta tutti i completini intimi che hai, il prosecco lo porto io.

– Devo proprio farlo lo spogliarello?

Tutte le volte ero costretta a fare uno striptease, non che mi dispiacesse, ma sapete, l’intruglio stava per diventare trito e ritrito, ed anche le femminucce hanno bisogno di, come dire, cambiare scenario, uno stimolo nuovo, qualcosa di più ricreativo. Una botta più potente, a livello di adrenalina, è chiaro. Arriviamo verso sera, l’aria fresca di fine giugno ci apre i polmoni. Intorno a noi, come spettatrice silenziosa, c’è solo la natura, che è anche nostra complice, la nostra ruffiana, la nostra amica. A volte l’abbiamo anche coinvolta nei nostri giochi: maliziosi, peccaminosi, birichini, lei, fiera e orgogliosa si è prestata di buon grado e non ci ha mai deluso. Le bottiglie di prosecco gelato ce le finiamo tutte quante, piano piano, un caldo tepore ci corre per la schiena. La casa era fredda, era stata chiusa tutto l’inverno, Robi voleva qualcosa, io mi feci un bel bagno, con la poca lucidità e rimasi immersa nell’acqua fin tanto che lui prendesse sonno. Avevo voglia di fare l’amore, ma non ero abbastanza carica, sarebbe stato un orgasmo frettoloso e sbrigativo, e poi fare il siparietto, nonostante il prosecchino in corpo, non era proprio nelle mie corde.

– Stasera dormiamo, Robi, poi domani cominciamo

– Ti voglio come una panterona

Ogni volta che usava queste immagini animalier, io mi guardavo allo specchio e mi vedevo travestita da pantera, e non potevo fare a meno di ridere, ma Robi era fatto così, doveva ricamarci sul sesso, doveva tessere la sua personale tela del godimento, doveva vedermi come una preda o come una cacciatrice, vestita da pantera o da educanda. Ma mai come Fiamma. Fiamma lo distoglieva, Fiamma era impertinente, saccente, ironica, irriverente, dissacrante. Fiamma lo faceva sentire piccolo, e Dio non voglia, mai! Stavo seduta sul divano, Robi si avvicina gli sbottono i pantaloni, li abbasso fino alle caviglie, lasciando le gambe scoperte che accarezzo e con i palmi bene aperti delle mani fermo sui glutei. Parto dai fianchi e gli tolgo anche i boxer. Devo stare comoda quando faccio un pompino e Robi mi deve toccare il seno. Mi piace, che sia pronto per me, che sta lì, che freme e che aspetta solo la mia bocca, le mie labbra, la mia saliva. Per alcuni minuti sono ferma e lo guardo, mentre Robi mi accarezza i capelli, me li prende in una lunga coda di cavallo, per alcuni minuti osservo i suoi brividi e i suoi piccoli spasmi. Caccio la lingua solo una punta di lingua, inizio di lato, delicatamente la mia mano lo stringe, mentre l’altra è poggiata sul sedere, la mano sul sedere deve regolare la spinta successiva di quando lo avrò in bocca, perché a Robi piace così, mi deve affogare, secondo lui, il suo cazzo deve riempire la mia bocca ed è talmente tanta roba, che è troppo, e quindi mi strozzo. Quando ero piccola, o comunque abbastanza grande da cominciare a capire cosa fosse un coito, non avevo mai pensato al pompino, almeno non in termini così totalizzanti all’interno di un rapporto, così funzionali, così pro-attivi all’orgasmo. Non avevo mai pensato che l’uccello si potesse succhiare. Lo sento dentro, inizio a muovere la bocca, a spingere piano, a sincronizzare la mia mano con la mia lingua, a stringere la base e a risalire, a cospargerlo di saliva, lentamente, guardandolo, lo lascio perché non voglio che la festa finisca. Ed ecco lo spogliarello, mi tolgo i sandali che sono allacciati di lato sulle caviglie, scosto i miei capelli lunghi, me li lego per il momento, mi sfilo la gonna, abbassando la zip, resto in mutande davanti a lui, le mie mutande ultrasgambate modello brasiliano, mi tolgo la maglietta, muovendo i fianchi su quel motivetto reggae dello stereo. Sono nuda, lo so, sono impaziente, voglio morire di 69 con te, ti stendi e te la metto in faccia, so che ti piace, che me lo lasci fare, mi metti le mani sul culo, per leccare esattamente dove voglio, metti le dita, due, perché sai che altrimenti non riesco a venire, e quel punto, su quel punto che hai trovato, inizio ad ondeggiare i fianchi, non ho ancora in bocca nulla, ma lo sento ugualmente, ed è una sensazione di pura lussuria, lo sento in bocca pur non avendolo, perché sono concentrata un secondo su quello che mi stai facendo e devo trovare una traiettoria, non mi ci vuole molto, ma poi sono in carrozza e alla fine è tutto in discesa. Le mie gambe incrociano la tua testa, faccio leva sulle ginocchia, stringo i glutei, strofino volutamente i miei capezzoli sulle tue cosce, pelose, muscolose. Adesso ce l’ho davvero in primo piano e inizio portandolo al punto dove sono io con la mia patata, che ti bagna la faccia, che ti fa “scivolare” il ritmo, che è troppo umida per trovare con quelle dita una presa, e allora faccio un po’ io con il medio e l’indice che simulano il movimento delle forbici, mentre lo succhio, lo lecco, ecco ho ritrovato la strada, ho ancora quella sensazione di orgasmo sulla bocca che non va via, e succhio, ancora e ancora, e su questo insistere, su questa onda lunga di piacere sulle labbra vengo, e sento un caldissimo tepore invadermi, e restiamo così io abbracciata alla sua coscia e lui con ancora la mia patata tra i denti.

viviennelanuit©

Foto: eccoti!

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