ROBI AT FIRST SIGHT

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Da piccola guardavo con ammirazione la mia vicina di casa. La mia vicina era una donna piacente sopra i quaranta anni, mora, con gli occhi chiari e sposata all’architetto rampollo-Risky Business. Quando usciva per fare la spesa indossava sempre tacchi altissimi e non si faceva mai vedere senza rossetto. La beccavo sempre nel palazzo, concentrata a scendere le scale sculettando per essere vista. Io abitavo all’ultimo piano, e ci mettevo un casino di tempo per salire a casa, l’ascensore non la prendevo manco morta e salivo quei piani lentamente, inventando le storielle più assurde: guerriera in un mondo fantasy alla Fantaghirò, giustiziera della notte con un fucile a pompa nella mano destra, Robin Hood in gonnella che seduceva il principe Giovanni. Posso dire che salire le scale da sola, insieme all’andare in bicicletta, siano state la mie prime prove di ebbrezza di libertà. La mia vicina di casa piangeva mentre stendeva i panni, per strada parlava da sola, e imprecava contro i figli maledizioni indicibili. Un giorno la fermai e le chiesi perché facesse la madre, le dissi con voce ferma che i bambini non si picchiavano, e che se l’avesse fatto ancora avrei chiamato gli assistenti sociali, il telefono azzurro e i pompieri. Avevo solo dodici anni, ma ero già una piccola stronzetta in erba […]

Per leggere tutto il racconto visita: http://www.viviennelanuit.it/2016/03/25/robi-at-first-sight/

viviennelanuit©

Foto: eccoti!

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