C’è dell’acqua sotto la Fiamma

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Fine di una storia. Fine di un storia mai cominciata. Fine di una storia che è stata solo vissuta, respirata, impregnata di un profumo indelebile. Cerco di lavarlo via. Fine di una storia che sembrava infinita, e che invece si è dissolta nel peggiore degli acidi a buon mercato e che si è sgretolata nelle mie mani, come la cenere di un cerino, scemata in sordina, senza dare nell’occhio, senza avere neanche il tempo di pronunciare la parola: fine. Una storia che andava alla deriva senza soluzione di continuità, e forse senza fine.

Non mi prendo mai sul serio, non la smetto di fare battute stronze a ripetizione, non riesco a non essere polemica, a volte vorrei uscire di casa e concedermi un giorno di ordinaria follia, ciò non vuol dire che non abbia rispetto delle cose importanti della vita, rispetto tutti, amo tutti, adoro l’intero creato, ma a volte ho bisogno di star sola, chiusa nell’eremo della Tonnara a scopare, bere, fumare e mangiare: con il Panettiere milanese, con Luca, Robi e Yannick. I quattro cavalieri della mia apocalisse. Gli accompagnatori del mio baratro. Ormai è un lustro che stai dietro a questi tipi, stai in un fosso e non riesci a risalire, stai mangiando solo terreno, tra poco verrà un uragano che ti seppellirà lì sotto, nel fango. Fiamma, più volte ti ho mostrato la scale, ma tu hai fatto finta di non vederle, stai ancora fingendo di essere cieca?

La mia bussola si è smagnetizzata, ma poi a cosa serve una bussola se poi crepiamo tutti, se tutti finiamo nel fosso come i topi del pifferaio magico, mah, io non lo so, non so rispondere, non voglio rispondere, posso rimanere in questo limbo? In silenzio? Quando vedo troppa gente, non vedo l’ora di tornare a casa, odio le persone, non le sopporto, ho un problema con le voci stridule, con quelli che parlano, parlano e parlano. Desidero il silenzio, la tranquillità, la natura, il verde e il mare. Ho l’impressione di camminare fluttuando e di guardarmi intorno e decifrare un linguaggio che è visibile solo a me. Hey, sono una cazzo di macchina enigma! Mi sveglio da un incubo, oppure sto assistendo ad un incubo? Troppo facile, sarebbe una strada spianata, in discesa, liscia, da percorrere senza svoltare l’angolo, tanto alla fine c’è l’aurora, c’è il sole, e invece no, dobbiamo guardare, e io mi fingo cieca e guido, sono cieca e guido la macchina, poi però devo prendermi una pausa, devo chiudermi nel castello del gobbo di Notre Dame a riflettere. Non parlo mai di te? Non è vero, ho i piedi ben saldati a terra, sono piantati tipo radici da sotto il cemento, e ho bisogno di regole e punti di riferimento, perché sai che non sono una tosta, no, Panettiere milanese, non lo sono e so che tu mi lascerai da sola spesso e questo non lo tollero, ed io da sola non ci so stare. La prima volta siamo stati al lago, quello dei fenicotteri, un lago illuminato solo dalla luna e dalle lucciole che sostavano a pelo dell’acqua. Non c’era nessuno solo la natura, che discreta e silenziosa faceva da voyeur. Non ero sicura, non mi andava, ma è stata una mia decisione portarti lì, forse perché avevo troppo desiderio accumulato che mi contorceva lo stomaco. Mi hai baciato a tradimento mentre blateravo ancora perplessità. Mi hai dato un bacio spontaneo, puro che sapeva di rinascita e di genesi e di inizio di una storia. Un bacio da capitolo primo. Scavalcammo la piccola staccionata che dava su una terrazza ricoperta di travi di legno, era tutto così onirico. Io mi sentivo sdoppiata, come mi capita spesso, da un lato la mia vitalità prorompente che mi fa fare cazzate, dall’altra la voce della coscienza che mi addita la retta via da seguire, e io che leggo anche il cartello: “retta via”. Ora, sarà stato il chiarore della luna, il laghetto salmastro, l’aria calda corrermi su per la schiena, il tepore delle tue mani, ma ero davvero su di giri, avrei indossato solo i raggi pallidi della luna per te, raggi che avresti scostato per stringere il mio seno, scostarmi i capelli e bagnarmi le labbra, come una ninfa, che esce dall’acqua, un essere spirituale e puro. Avevo un vestitino lungo grigio che seguiva le mie curve, curve che conosci perfettamente, e che spesso riaffiorano alla tua memoria. Ci sedemmo su una panchina, mi alzai il vestito, mi abbassai le mutandine, mi sedetti sul gilet di jeans che avevo messo apposta, iniziai a toccarmi, mentre mi scoprii i seni, non sapevi da dove cominciare, eri confuso, i tuoi gesti erano concitati. Iniziai io, abbassandoti i pantaloni, sentendo la tua voglia di me, assecondandola, senza fretta, e la mia bocca era il tuo sedativo, e le mie labbra il tuo lenitivo, e la mia suzione la tua medicina, e la saliva l’unguento da applicare, un tormento, l’eccitazione è un tormento, si insinua languida, Voglio che mi accarezzi, voglio che mi prendi per i capelli, voglio essere la tua regina e la tua puttana, voglio tutto e subito, ti voglio tutta la notte, tutto il giorno, non per sempre, non domani, ma in un tempo indefinito, dove ci siamo solo noi e dove lasciamo fuori chiusi a chiave i rumori e le voci. Voglio vivere su un letto o sul divano blu, voglio che ci spogliamo, ci annusiamo, ci lecchiamo, voglio quel sapore particolare che la nostra saliva assume quando siamo eccitati, voglio il tuo corpo su di me, voglio muovermi su di te, farti sentire la mi acqua, acqua che nasce dal fuoco.

– Per me è difficile smettere di essere innamorato di te, ti penso ogni giorno,  non credere che dopo tutto questo tempo riesca a dimenticare in fretta

– Ma questo che c’entra, adesso, me lo spieghi?

E bastato appena poggiare le mie labbra al tuo cazzo che sei venuto subito, non mi hai avvertito,  hai dato la colpa al calore della mia bocca.

– Scusami

– Di cosa? Che mi sei venuto in bocca?

Sono terrorizzata da qualsiasi forma di possessione, di appartenenza, di conflitto, voglio vivere serena, senza menzogne, voglio vivere con uomini intelligenti che rispettano il mio carattere e le mie decisioni. Non sono fatta per vivere storie parallele, non riesco a mentire, a dire bugie. Panettiere fai tanto il timido, mi chiami puttana, ma chi tradisce la moglie decennale? Chi lascia la figlia a casa per stare con me? Tu. Io non ti accuso di nulla, non ti giudico, tante volte ti ho detto che non era il caso che ci vedevamo, che dovevamo lasciar stare, che stavamo giocando col fuoco. Basta. La devi smettere con la vita che avresti voluto avere, con le persone che avresti voluto incontrare, hai un disagio, comunicalo, liberati da questo peso. Perché? Scopare con me è un peso? Ma no, nel maschio italico la donna è appartenenza, possessione, proprietà. Io non so rispondere a tutto ciò, non so gestirti, poi piangi, mi implori di starti vicino. Sai che scopo anche con Luca, Robi e quando torna da Atene, con Yannick, so che fai il geloso, che sbraiti e che qualche volta ho preso anche un ceffone. Qual è il problema? Non sono una bella persona, ma mi comporto in modo leale, sono tutti informati, io sono fatta così, non voglio tragedie, non voglio allarmismi, non voglio sentire la tua voce urlarmi contro cattiverie inaudite. Io proverò a risolvere i miei problemi, affrontando le mie paure e le mie ansie senza xanax, ma tu, almeno tu resta lucido. Ti prego. Non sono neanche il tipo che aspetta l’uomo della vita per sistemarsi, figliare, non aspetto un cazzo di uomo che mi mantenga, ho un lavoro, una casetta e la mia indipendenza. Sì, ci sono zone d’ombra, ma le tengo sempre illuminate, non ho bisogno di conferme, non ho bisogno che qualcuno mi voglia bene, non cerco questo. Cerco solo la pace nel mondo, senza stress, poi, per il resto, sai che ti amo, che ti voglio bene, che sei importante. Poi, siete tutti uguali, pieni di insicurezze, intolleranti alle responsabilità, bisognosi di una mamma, temerari, ma anche vigliacchi. Panettiere, tu entravi nella categoria degli uomini amici delle donne, di quelli comprensivi del mondo e delle dinamiche femminili, dove Dio è unico, ma ha solo nomi diversi, e dove la bellezza interiore non corrisponde a quella esteriore. Sto andando in tilt, dico cose senza senso, poste alla rinfusa nella mia testa. La colpa è solo mia, è mia perché ho voluto rivederti, perché ho voluto stare ancora con te, non dovevo cercarti, non avrei dovuto, ma l’ho fatto, il dado è tratto. Ma sono serena in confronto a te, non me la prendo con il mondo intero, non do calci al divano, sono serafica, appagata, questo a te non va a genio, lo so,ma è lo status quo e non possiamo farci nulla, del resto tu non muovi di una virgola la tua vita per me, e allora per quale assurdo motivo dovrei farlo io? E ci incontriamo qui al laghetto, nel retro bottega, alla Tonnara, non voglio che parli male della tua compagna, mi dici sempre che la odi, che è insulsa, di basso profilo, che non ti è mai piaciuta, ma che non puoi smantellare tutto, che sei in prigione, chi ti chiede di uscirne? Ok, d’accordo, io voglio stare con te, ma non voglio scopare in quella cazzo di prigione, devi uscire fuori, non puoi prendertela con me, non puoi e non voglio entrare.

Io sono una donna libera che non vomita addosso ad altre persone le frustrazioni, la collera, i disagi accumulati negli anni passati, essere un donna intelligente, sexy, ironica, non è un fardello da portare di nascosto perché bisogna uniformarsi, per il quieto vivere, se tua moglie è una gallina alla quale hanno messo un tappo che neanche tu sei riuscito a togliere, non puoi comportarti da esaurito depresso, acido con me. Io voglio aiutarti, ma devi lasciarmi fuori.

Avete presente quando l’ira sale e non siete in grado di contenerla? Quando il  nichilismo più cupo vi stringe in una morsa e non siete in grado di liberarvi? Mi risulta difficile se non addirittura impossibile comunicare e allora resto in silenzio, non mi piace tenere banco e divento improvvisamente muta. Sto facendo la solita accozzaglia e non riesco a uscirne. La voce di Sting mi fa sempre un certo effetto, mi siedo in veranda, oltre i pini d’Aleppo c’è il mare d’inverno, stringo tra le mani una tisana bollente, stendo i piedi, mi rilasso nel caldo della coperta. Non so dove sto andando, mi immagino che cammino e cammino, ma non arrivo da nessuna parte, sono una fottuta eterna spettatrice di paesaggi. Stasera gran veglione dai vicini hippies e gattari, Panettiere si libera dopo la mezzanotte, può uscire, sgattaiolerà dalla finestra senza dare nell’occhio e verrà a prendermi con la carrozza e i topini, troverà la mia scarpetta, eviterà che mi punga col fuso dell’ago, si trasformerà in una bestia perché il tempo sarà scaduto e salirà su un tappeto volante e insieme voleremo verso il nuovo anno e così via. Perché mi sento come la voce fuori campo che narra le fiabe?

viviennelanuit©

Slow dance?

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Camminavo scalza per il corridoio lunghissimo, fuori c’erano il ponente, il libeccio e il maestrale che sembravano esortarmi a seguirli, mi incatenavano al pino di aleppo, mi torturavano con i loro sìbili e fischi, spessissimo, stavo al loro giógo, altre volte mi nascondevo in un mobiletto dell’ingresso affinché non mi trovassero. La casa era nuova: infissi in legno/alluminio, parquet, la poltrona Belém nell’angolo, che pareva infilzasse chiunque tentasse di sedersi! Per essere una casa al mare aveva un tocco da loft newyorkese, aveva un’aura da appartamento di città. Era sola, in mezzo alla natura con un voglia prorompente di affermare la sua presenza, il suo carattere. Tutt’intorno nella pineta, arbusti di ginepro fenicio, arruffati, sembravano gatti sornioni e pelosi, che svegliavo la mattina quando aprivo le finestre blu, loro mi guardavano pigri e indispettiti, ed io respiravo forte quell’aria balsamica e pungente di mediterraneo, piena d’acqua, acqua dappertutto, blu dappertutto: come il divano, come le persiane. L’avevo ristrutturata da poco, non la riconoscevo più, mi sembrava una nemica adesso, era come se, non riuscisse più a proteggermi dal mondo esterno, chiudevo le finestre, sbarravo le porte, accompagnavo le tende pesanti di chiffon, ma nulla, la Tonnara era diventata minacciosa, insopportabile, pettegola, aveva fatto un patto coi venti per seviziarmi, non potevo più fidarmi di lei, dei suoi anfratti, della sua cucina, della libreria, del lettone in ferro battuto, tutti gli oggetti erano contro di me, mi spiavano dall’occhiello della serratura, mi sentivo come un improbabile Alice trentenne, che cerca di fuggire da quel mondo di meraviglie assurde, come in una casa di bambole, dove tutti sono inermi e morti e tu traffichi con padelle e qualche mestolo, in una cucina, dove tu sola sai, non mangerà nessuno, ma dove tu prepari lo stesso e apparecchi la tavola: piatti, bicchieri, fazzoletti, posate, acqua, già l’acqua, aspetti quegli invitati che non si siederanno mai, e allora alzi quel cucchiaio e lo affondi in quella minestra. Dentro è inverno, ma fuori è estate, alcuni sconosciuti tentano di varcarne la soglia, io mi sento impaurita, timorosa e ansiosa, sono come Eva Braun segregata nella prigione di Moloch, sono come il Silvio Pellico dello Spielberg, come il Cagliostro della Rocca di San Leo. Ho bevuto troppo ieri sera, oggi doveva iniziare la dieta detox, da qui non se ne esce. No escape. Avevo i RATM sparati a mille, c’erano almeno 41 °, il sole batteva a picco proprio sul terrazzino del bagno, dalla vasca ne vedevo i raggi fieri, ostinati e affilati della tarda controra, prima che mi immergessi in quell’acqua fresca e profumata di sandalo e fiori di loto, mi sentivo come un pollo infilzato nello spiedo, tutto oleato, con tanto di rosmarino e paprika.
-Stasera cenetta dai freakettoni-
-Mi raccomando, comportati bene, fai la brava-
Esserino aveva alzato bandiera bianca, aveva deposto le armi, si era fatto vecchio, gliene avevo fatte passare tante, troppe, adesso era un vecchio saggio coi baffi bianchi, sembrava Gandalf, anche se per me era Smigol, pensavo sempre che avesse la febbre addosso, e che non si lavasse.
-Tesoro, ma ti sei fatta magrissima!-
-Troppo sesso Mrs Maude, troppo sesso!-
-Beata te, qua, da decenni sono montate le ragnatele, anche se qualche preda riesco ancora a catturarla.
Il patio era addobbato come un bordello di Osaka, tra pagode, fiumiciattoli Feng Shui e un gruppetto appartato che faceva Tai Chi.
-Fiamma, stai facendo la solita accozzaglia di pensieri, mi sa che Pindaro è incappato,di nuovo, in uno sciame di gabbiani!-
Il mio vestitino era perfettamente in tema con il mood della serata: rosso, con fiorellini giallini, forse gelsomini stilizzati o margheritine, era abbottonato fino al collo, a giro maniche, aderente quanto basta, lungo fin sopra le ginocchia e con uno spacco di lato, tacco alto e capelli a chignon, mi sentivo come l’origami di una Geisha, la bozza di un cartone anni Ottanta, la baldracca di Goldrake boh, e avevo messo su troppo rossetto rosso, lo specchio rifletteva l’immagine di una Fiamma rovesciata, che stava per bruciarsi i bei piedini.
-Ahia!-
-Cos’hai in mente, in quella tua testolina piena di radici malate e ortiche pizzicanti?-
Non avevo voglia di cenare dai vicini, volevo starmene sul divano di casa, con l’aria condizionata e le bacche di Goji, e invece mi toccava fare visita al vicinato.Gli architetti filo-harumaki-ramen avevano chiuso un importante progetto su Tokio: la costruzione di un grande albergo e avevano organizzato questa soirée nipponica con tutto il corredo, mi ero portata il panettiere con me, ero consapevole di tenerlo da un po’ sulle spine, era una bomba ad orologeria, poveraccio, se quella sera non mi fossi concessa, credo mi sarebbe saltato addosso nel bel mezzo della portata Maki! Ma potevo anche rischiare un fragoroso: fanculo Fiamma! Un Fanculo che chiaramente avrei scongiurato in tutti i modi!
Mi rendo conto di avere un problema con il suono della voce di alcune persone. Cerco di rimanere calma e indifferente, ma quando quella voce stridula si pianta nelle orecchie, è davvero difficile restare impassibili, prenderei un fucile a pompa e farei saltare il cervello di quella voce di turno: antipatica, acida, e che si comporta un po’come un martello pneumatico, che quando arriva ai miei timpani, batto la testa come se ne fossi mitragliata! Questa è una delle ragioni per cui al mattino voglio il silenzio e per cui se accendo la tv tolgo il volume, sì, ad alcune persone vorrei togliere la voce, come posso fare? Gli eviro le corde vocali e le vendo al mercato degli organi? Come si fa in questi casi? Mrs Maude aveva esattamente la tonalità giusta per farmi partire l’embolo. Decisi di appartarmi un po’ con il panettiere, lui sì che aveva una bella voce: calda,suadente, profonda, da maschio in calore, in calore di me.
Eravamo nella stanza rossa della Tonnara, quella col camino, quella col disegno dei pavoni, non ci credevi che stavi con me, continuavi a blaterare conversazioni ai limiti dell’assurdo su Herzog, Ellroy (Hey, mica male per uno che impasta dall’alba al tramonto, ma quanto sono stronza?!) e la Milano degli anni Cinquanta. Mi hai braccato, mi hai fatto una corte spietata, e alla fine ho ceduto, forse per noia, per il bisogno di sentirmi idolatrata, per ammazzare il tempo. Lo ammetto ho fatto l’ochetta, sapevi del mio finto atteggiamento frivolo, mi reggevi la parte, forse eri più furbo di me, ti avevo sottovalutato. Parli troppo veloce, vai troppo veloce, quante volte ti ho chiesto di andare piano, lentamente, senza fretta.
La voce in questione mi eccitava tremendamente, era la sua voce, la zona che reputavo più erogena, non il suo cazzo, la sua abilità “linguistica”, ma la sua voce.
Lo avevo rivisto a casa di Harold & Maude, o meglio decidemmo di incontrarci direttamente lì, da lontano non mi aveva fatto effetto, poi si avvicinò con qualcosa da bere e iniziò a proferire parola, mi bagnai all’istante, abbassai lo sguardo imbarazzata e feci un sospiro guardando quella notte stellata.
-Stasera evitiamo ok?-
-Non ti senti sola?-
-Panettiere, fai marcia indietro-
-Ok, fai il siparietto della sostenuta, vedi di chiuderlo subito, però-
-Certo che devo farlo, mi devo riscaldare?Panettiere!-
-Fammi vedere le dita-
Me le portai alla bocca, gli accarezzai la mano, forte, grande, e succhiai quelle dita avidamente, guardandolo, a lui non feci fare nulla, faceva parte del giochino, doveva stare immobile, dovevo stuzzicarlo, farlo impazzire e lui non doveva cedere. Non mi piace correre, mi piace andare piano, senza fretta, potrei rimanere in questo recinto di piacere per sempre, l’orgasmo ne è solo la risoluzione, e se pascoli bene in questo recinto, la risoluzione sarà una bomba, una scossa potentissima, roba da perderci i sensi. Il panettiere voleva sposarmi, voleva che lasciassi Luca, Robi, Yannick e che restassi con lui per il resto dei suoi giorni, mi sentivo confusa da tanta sicurezza, da tanta decisione, dopotutto mi piaceva crogiolarmi nelle questioni “sospese” e spilucchiare da queste solo il meglio, ma prima o poi sarei stata chiamata o a prendere una posizione (hey non ridete è per esprimere il concetto!) non risposi alle sue arringhe, come al solito preferii il silenzio, più comodo, meno compromettente.
-Ti prego panettiere, baciami soltanto, fai l’amore con me, senza pensare, senza parlare.
Mi girai verso la parete, mani sul muro, bacino inarcato, il panettiere stava per sbottonarsi, con uno sguardo ammonitore, gli chiedo di usare solo le dita, mi alza il vestito, mi abbassa le mutandine, inarco il bacino, inizia la danza, me la apre simulando il gesto delle forbici, apro le gambe ancora di più, perché le voglio sentire chiare dentro di me, non voglio un azione confusa, voglio un tocco deciso, lui mi prende anche davanti, premendo il bottoncino fatato, abbandono la testa all’indietro sulla sua spalla, mi prendo i seni, mi sento le ginocchia deboli, con le dita va più deciso, più lento, ma più profondo. Mi piace non amo la velocità, non è vero che bisogna andare veloci, cazzate, almeno non con me, perché devo sentire tutto, capire tutto, ogni centimetro di godimento devo decifrare, interpretare.
-Ah stai stringendo, vieni amore mio-
Adesso le sue dita sono ad uncino, mi prende per il collo, mentre sto per venire, dicendomi che sono meravigliosa. Cerco di ricompormi, mi accendo una sigaretta e mi affaccio alla finestra.
-Vuoi solo questo?
-Sì panettiere, scusa anche le donne si comportano da uomo di tanto in tanto.
-Io te lo faccio fare solo perché ti amo e ti rispetto
-Ti ringrazio per il rispetto
-Ma a volte Fiamma, ti prenderei e basta, e ti picchierei anche, perché mi fai incazzare da morire.
-Ci vediamo domani campione
Misi le chiavi nella serratura, e corsi a immergermi nel sandalo e nei fiori di loto, rimasi in acqua tutta la notte.

©VivienneLaNuit

The Housemartins, The Light is Always Green, The People Who Grinned Themselves to Death, Go! Discs 1987.

LA MACCHIA

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Nel sesso non esistono rapporti alla pari. Fiamma aveva un problema con i ragazzi belli, con gli uomini belli, con gli adoni, gli ammaliatori, con quelli che avevano un’aria attraente, gli avvenenti, i vetusti, i deliziosi, gli incantatori, i meravigliosi, quelli stupendi. Non conosceva spiegazione, ma riusciva a godere se lui non era bello, o meglio, se lui era collocato in quella zona franca della bellezza; in altri termini godeva, se lui non era niente di eccezionale! E lei, stava una spanna sopra di lui, maniaca del controllo del cazzo! Paolo era proprio così, un tipico uomo del mezzo, sfigato nella vita e nelle relazioni di coppia, era arrivato alla soglia dei trentanove anni vivendo da eterno quindicenne, frequentava lo stesso giro di amici, compresa la sottoscritta, da quando aveva dodici anni e si ciondolava tra Rolemaster, birrette ed heavy metal; vivendo la sua esistenza a partire dalle tre del pomeriggio e facendo bisbocce tutta la notte, anelando che tutta la settimana fosse un lungo interminabile week-end. Ecco, adesso posso respirare. Fiamma lo vedeva fragile, indifeso e timoroso di tutto, a cominciare dal confronto con gli altri, la ragione di tutto questo gli era oscura, anche se era facile ricollegarla al divorzio dei genitori e ad aver scopato tardi. Quanto a Fiamma, che dire, si era trasformata nella Wonder Woman dei poveri, nel Robin Hood in gonnella, rideva delle sue timidezze passate, si sentiva bella, intelligente, intrigante e sexy da morire: “na bomba!” Più avanzavano i suoi anni, più acquistava dei superpoteri contro ansie e paure. Fiamma si sentiva bene, e sentiva il bisogno di aiutarlo, di incoraggiarlo, di dirgli quale meraviglioso amante fosse stato con lei. Paolo era un friend with benefit di tutto rispetto, riusciva ad accenderla ogni qualvolta lei lo desiderasse senza troppe giustificazioni, o fronzoli, se a Fiamma capitava la giornata della solitudine, oppure gli ritornava il loop della vita di merda, lui c’era sempre! Le sue performance sessuali erano un piccante approdo per la fine delle sue solitudini. Fiamma ricordò la loro prima volta. Pomeriggio piovoso, noia infinita, autostima a meno uno e una versione di Tacito che gli salassava l’aorta, il calore della sua pelle, l’alito profumato di Mentos, i Blur di Country House alla radio.
– Hai voglia se facciamo qualcosa? Lo hai già fatto con qualcuno?
– Mi sono strusciata contro un peluche di Babbo Natale a casa dei nonni l’inverno scorso!
– Contro un peluche di Babbo Natale?
– Sì, con il getto della doccia, con le dita, e a cavalcioni sul bracciolo morbido del divano, e con il palmo della mano aperto massaggiando velocemente su e giù, mentre con l’altra mi tiro un capezzolo
– Ok, ti sei masturbata finora! Io intendevo dire con un uomo, lo hai mai fatto?
– Nella mia fantasia, aiutandomi con qualche filmatino
– Ti andrebbe di farlo?
– Solo se ti comporti come quel peluche di Babbo Natale
– Sì, signorina.
Paolo lo cacciò fuori dai jeans, Fiamma non aveva mai visto il sesso di un uomo (dal vivo) era scuro e la pelle sottilissima lasciava intravedere le vene, era orribile, si spaventò.
– Prendilo in mano e vai su e giù
Era durissimo, strano ma mentre lo osservava sentiva delle fitte piacevolissime
Fiamma capì subito come voleva essere toccato: la mano non doveva scoprire totalmente il glande, ma coprirlo e scoprirlo, lasciando il pollice, lì, un po’ in cima. Fiamma ebbe la sensazione di avere una memoria primordiale, era una cosa naturale, era la prima volta, eppure spontaneamente le veniva facile. Paolo la guardava con la bocca semiaperta e un’espressione oppiacea. Tutto questo durò una quindicina di minuti, finché Paolo si bloccò improvvisamente e dal suo cazzo, schizzò uno zampillo luminescente, che andò ad infrangersi sul suo torace scoperto e peloso.
– Sicura di non averlo fatto prima? E la trovata della saliva sulla mano come la sapevi?
– Porno! Le donne li guardano lo sai?
Fiamma lo adorava, dall’alto dei suoi diciotto anni, la faceva sentire libera, libera di parlare, libera di esprimere il suo impulso sessuale, che era fortissimo, libera di elencargli tutti i modi di autoerotismo che avesse sperimentato, senza essere derisa, senza essere presa alla leggera, senza giudizi.
Lui la ascoltava con rispetto e attenzione ecco perché il sesso con lui era stato amore a prima vista!
Lo eccitava la sua voglia di imparare. Fiamma voleva mettersi alla prova. Voleva rendersi conto fin dove poteva arrivare, sfidare a singolar tenzone ogni sua inibizione e tabù e fregarsene di quel motivetto che le canticchiava un esserino cattivello: “sei una troietta, sei una troietta…in effetti Fiamma sentiva le orecchie calde e le tempie che le battevano, qualche volta.
– Ora tocca a te
Paolo le si avvicinò lentamente, senza smettere di attorcigliare i suoi capezzoli sotto la maglietta, la guardava negli occhi, Fiamma non sapeva nulla sul fatto che la patata si bagnasse, sul formicolio al basso ventre, sulle contrazioni ripetute durante l’orgasmo, credeva fossero tutte cose naturali, non meccanismi e fasi precise del godimento! Prima di quel pomeriggio, Fiamma aveva provato solo orgasmi solitari, quale scaletta avrebbe dovuto adottare adesso? E l’immaginazione, come faceva? Cazzo doveva ricorrere all’immaginazione adesso, era impossibile per lei senza un porno! Quale schema doveva seguire, sedicianni e mezzo sono pochi per collegare amplesso da autoerotismo a orgasmo di coppia. Fiamma stai calma, respira, lasciati andare!
– Che stai dicendo, sssh non dire niente e lasciami fare
Fiamma sentiva la sua lingua invadergli prepotentemente la bocca, aveva già baciato qualcuno, ma per la prima volta, Fiamma sentì i denti e tutto ciò gli piaceva, gli piaceva il modo in cui li usava, mordicchiandole il labbro e il mento, ebbene si ebbe un sussulto mentre le mordeva il mento, nella mente di Fiamma prendeva forma un’immagine brutale e lussuriosa, la sua saliva calda sul suo collo era la melassa da mettere sulla preda, si sentiva realmente una pietanza che stava per essere divorata da un momento all’altro! Aveva una voglia matta di stringere le gambe e protrarre il bacino in avanti.
– Aspetta, stai buona
– Paolo ti desidero da morire
Con le dita le solleticava il pube incolto e non depilato sotto i jeans, Fiamma non riusciva a tenere ferme le gambe, con delicatezza le abbassò i pantaloni, rimase su solo con le mutande color verde acido e i calzini Reebook.
Senza facendole rendere conto la gira, la sua testa è più in basso del suo culo.
-Inarca leggermente la schiena
Fiamma sapeva come fare, lo avevo visto in un film porno dove lei veniva facendo fuoriuscire un liquido acquoso dalla cosina, sentiva le sue ginocchia instabili e pericolanti, non riusciva a tenersi era un misto di emozione, paura e lussuria, un mix che stava per farle scoppiare il cuore.
-Ti farà un po’ male, ma io sono qui e tu sei bellissima e non devi temere nulla ok?
Paolo con un movimento di bacino la lacerò.
E’ strano ma Fiamma non sentì nessun dolore, ma solo piacere. Si sentiva come una macchina lanciata a tutta velocità, che seguiva una precisa traiettoria. Lui era perfetto rallentava e accelerava, Fiamma ora era come se stesse da sola e si lasciava andare, mordeva la federa del letto e sbatteva la mano sul materasso. La prese per le cosce e le divaricò le gambe ancora di più, adesso il movimento era cambiato, le sue spinte partivano dal basso e salivano su
-Eccolo il tuo punto G! Ogni volta che tocco questa parte, la tua patata si avvolge ritmicamente al mio cazzo
Fiamma aveva una paura folle di venire, ma era troppo una sollecitazione continua e lei non ne potette più, il suo orgasmo lo spinse fuori, facendo fuoriuscire un’acqua iridescente che bagnò tutto il letto.
-Sei una meraviglia lo sai? E questa acqua era tutta per me.
La coperta era sporca di sangue e liquido trasparente. Fiamma scoppiò a piangere, lui la prese tra le braccia e la sistemò sulle sue ginocchia, le baciò la fronte e le disse che avrebbe ricordato quel pomeriggio per tutta la vita.

 

 © Vivienne La Nuit

Blur, Country House, The Great Escape, Food Records1996.