Luca

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Il corridoio era buio, mi tenevi per mano, come tuo solito prima di entrare in camera tua. Camminavamo su un tappeto rosso, entusiasti, giovani, belli, onnipotenti, il mondo era ai nostri piedi, ed era tutto, oltre quella porta, su quel letto, in quella stanza alla fine del corridoio. Vedevo da lontano due vallette aprirci la tenda, come nel miglior avanspettacolo, le vedevo sorriderci compiaciute nei loro cappelli a piuma, nelle calze velate, nei tacchi alti e nel trucco circense, quel corridoio ci risucchiava in un mondo nuovo, dove gli unici abitanti eravamo io e te, e dove non esistevano leggi e tabù, ma solo sesso: puro, semplice e antico godimento.

Dovevamo sempre fare piano, me lo ripetevi tutte le volte, ed io con una cantilena ti davo la stessa risposta di sempre. Luca era un maniaco del controllo, violentato psicologicamente dalla madre, dalla sporcizia, dalla polvere e dai peli. Aveva uno strano senso dell’umorismo e parlava delle sventure altrui con una sorta di ghigno mefistofelico stampato sulle labbra. Il problema era sua madre, una donna depressa, xanax-dipendente, una donna senza alcun interesse per la vita, polemica verso tutto e tutti, diabolica, gelosa del figlio, egoista e terrorizzata dall’abbandono e dalla morte, in un momento poteva apparire come la persona più affabile, gentile e sensibile del pianeta, un secondo dopo inveiva verso di te, vomitandoti tutto l’odio accumulato. Bisogna essere persone molto intelligenti per non farsi soggiogare da quella stronza. Mi guardava con occhi arcigni tutte le volte che mettevo piede a casa sua.

– Fai ancora entrare quella troietta?

– Sì, la troietta sta ancora qui, devo prendermi la mia dose quotidiana da tuo figlio.

Non volevo fare l’amore da lui, mi sentivo osservata, e Luca non era quasi mai al centro del mio godimento, dovevo pensare a qualcun altro per venire, in quella casa, dovevo concentrarmi il triplo e l’orgasmo non era mai liberatorio, era come se venissi tirata giù di continuo, senza avere nulla a cui aggrapparmi. Metaforicamente, quella casa rappresentava un enorme stagno di melma e sabbie mobili. L’acquitrino dei miei anni a venire.

Ogni volta che varcavo la soglia, mi accoglieva un grosso lampadario Luigi XVI, che stava lì lì per cadermi sulla testa, infatti non ci passavo mai sotto, sarà stato qualche trabocchetto di quella mamma-stronza! C’erano tende di broccato bordeaux dappertutto, non so dirvi, ma era una via di mezzo tra un bordello filo orientale anni Venti e “la casa dalle finestre che ridono”, e poi c’erano gingilli praticamente ovunque, paccottiglia chiusa dentro vetrinette pesanti un quintale, purtroppo non avevamo un posticino tutto per noi e mi toccava venire in silenzio, dopo mi salivano dei sensi di colpa allucinanti, e volevo solo andar via. Prima di un concerto dei Subsonica, lo facemmo addirittura sul ballatoio fuori la porta. Luca viveva lì, e credo che a volte prendesse la forma di qualche sopramobile di casa sua, e lo immaginavo rinchiuso in quel quadro di Segantini, con le pecore, e lui che faceva il pastorello verso il tramonto. Luca era un burattino, non credo avesse carattere, carisma, spina dorsale, mutava di comportamento a seconda dei contesti e delle persone, e la sua autostima saliva o scendeva a seconda dei consensi raccolti. Il rapporto con lui era un continuo incoraggiamento, una dose continua di caffè espresso, un continuo tranquillizzarlo, ripetergli che andava tutto bene, riportarlo continuamente ad una dimensione familiare, conosciuta, sicura. Non sono certa che mi amasse, non volevo neanche essere amata da lui, dal canto mio provavo pena, tenerezza, volevo aiutarlo ad uscire dal tunnel, ma lui godeva a stare al buio, godeva delle situazioni che potevano potenzialmente danneggiarlo, per me era stressante, ma lui ormai faceva parte della mia quotidianità, sapevo che aveva altre storie, ma poi ci ritrovavamo sempre, in quell’androne del Seicento, su quel divano, davanti al quadro dei macchiaioli, sul tavolo in cucina, col profumo del ragù, dei pomodorini del pinnolo, della vasanicola, mentre sorseggiavamo un buon vino rosso, sgraffignato da una delle vetrinette malefiche chiuse a chiave, tu, che mi accarezzavi i capelli, e che poi tiravi, tu, che baciavi le guance e che poi mordevi, tu che volevi possedermi in tutti i modi, per riempire un vuoto, una solitudine, una mancanza.

 

Luca era abbastanza alto, aveva gli occhi azzurri e i capelli biondi lunghi fino alle spalle, che legava con un codino stretto, era muscoloso, aveva le mani sudate e le sopraciglia folte, le labbra sottili, le spalle larghe e il bacino stretto, quando parlava a volte faceva la saliva agli angoli della bocca, io riuscivo a trovarci tutti i difetti di questo mondo, era il mio passatempo, in realtà era perfetto ed io solo una stronza insicura. Quando feci la sua conoscenza a casa di sua sorella, lavorava nella bottega di famiglia, un negozio d’antiquariato in centro, era un bel ragazzo, lo guardavamo tutte, era molto gettonato, tra amiche girava voce che fosse gay, ma ero quasi sicura che la secca biondina dai denti sorti gli aveva fatto un pompino l’anno scorso. Io ero attratta da lui, ma poi faceva il timido ed io mi chiudevo a riccio, e mi sentivo come un oggetto a propulsione, avete presente quando il carattere vuole uscir fuori e dici cazzate, quando ripeti cento volte in mente un discorso che vuoi fare e gli altri ti guardano in modo strano perché parli da sola? Non riuscivo a comunicare con lui, ci guardavamo di sfuggita. Luca era solo una bella visione, il bello e impossibile, l’uomo dei sogni. Quella sera se avessi saputo quali pene dell’inferno avrei passato con lui, avrei preso un fucile a pompa e l’avrei fatta finita. Un colpo preciso in fronte e fine. Stop. Ho parlato più volte della mia dipendenza, adesso col senno di poi, posso dire liberamente che ero dipendente dal suo cazzo e dal suo modo di scopare. Scusate il linguaggio, ma la verità è questa, senza filtri e senza veli. Che poi abbia sposato la secca biondina e dai denti storti, so cazzi sua, ma la mia patata non la addenterà più, questo è poco ma sicuro.

Ricominciamo dall’inizio, Luca aveva dei problemi a relazionarsi con il prossimo, e la colpa era della madre, che lo teneva al guinzaglio, e alla quale ubbidiva a comando. La sorella Carola, era stata ripudiata e viveva a Londra, si era fatta scoprire con qualche sacchetto d’erba nello zaino e da allora non aveva più messo piede in casa. Cliqué prevedibile direste? In realtà odiava la madre e voleva solo scappare via. Carola era quasi il mio io speculare, per un periodo ho vissuto a Londra con lei, e per quello che faceva, per quello che prendeva, per come viveva era davvero tremila anni luce avanti e tremila anni luce intrappolata dentro un buco nero. Anche lei aveva bisogno d’aiuto. Come tutti. La mia Carola, la mia P.J. Harvey partenopea. Ovunque tu sia adesso, ricordati che ti ho amato tantissimo.

Luca sarebbe diventato l’uomo con il quale intrapresi una lunga relazione sessuale, in pratica ci vedevamo solo per fare l’amore, quasi tutte le settimane, più volte al giorno e una volta al mese. Luca era l’uomo che incontravo nella solitudine più buia, nei giorni più cupi, lo vedevo sempre alla fine del corridoio tendermi una mano, o gliela tendevo io? Non l’ho mai saputo, ma alla fine di quella galleria ci ritrovavamo sempre, e dovevamo toccarci, prenderci, divorarci, prosciugarci, affondare nell’oblio di noi stressi, e della nostra carne, lì dove il sangue non circola quasi più talmente che scorre veloce, lì in un fermo immagine statico per tutta la nostra esistenza. Quando stavo con lui volevo perdermi e non ritrovarmi più, volevo essere sorda, cieca, volevo solo sentirlo con la mia pelle, con il mio cuore, con i miei battiti senza avere nessun riscontro con la realtà, perché lui non faceva parte della realtà, lui si polverizzava alla luce della realtà, e aveva senso e significato solo nel buio di quella casa un po’ strana, tra una statuetta neoclassica e la merde d’artista. Dopotutto non era così diverso da un oggetto artistico, a volte stavo le ore solo a fissarlo, l’art pour l’art, Luca per Luca, e con le mani lo incorniciavo, perché Luca era un quadro, bello solo da lontano, bello solo al buio, se ti avvicinavi troppo rischiavi di vedere il troppo colore in rilievo, la tela sgualcita, potevi renderti conto che era fatto di cose comuni, carta, olio, e che non aveva nulla di straordinario. Ma da lontano, o in quella stanza era vicino agli Dei e a tutto il creato.

Sapevo che la mamma-strega-iena-suicidal-tendencies, non c’era. E per questo andai a casa sua, vestita solo di un cappotto nero allacciato in vita, e del mio profumo, solo con un po’ di rossetto rosso, così che i miei capelli scuri potessero risaltare ancora di più, so tutte le chiavi del successo, mi sento sicura, posso fare quello che voglio con te, per me. Sì, dopotutto sono più piccola, ma purtroppo mammina ti ha fatto il lavaggio del cervello ed io posso solo salvarti! Posso solo prendere il meglio da te, vedere i colori più belli senza avvicinarmi troppo, proprio come un bel quadro, bello proprio perché lontano. E tu sei lontano anni luce da me, e su di me sento solo i tuoi raggi, caldi.

– Apri la porta

– Ti aspettavo

– Baciami, ti prego

Non riuscivo a smettere di tremare, lo volevo con tutta me stessa, con tutto il mio corpo, la mia anima, volevo imprimerlo dentro di me, come un’ immagine, avevo bisogno di lui, come l’aria, come l’acqua, avevo bisogno di lui, perché io funzionavo con lui, funzionavo grazie alle sue dita, ai suoi movimenti insieme ai miei, funzionavo grazie ai suoi baci, alla sua lingua. Facemmo l’amore sulla porta di casa, mi prese in braccio, mi afferrò per le cosce, mi aggrappai a lui con tutte le mie forze, portai il bacino avanti. Le sue spinte partivano dal basso per poi risalire dentro di me.

– Il seno, ti prego

Mi prese i seni, se li mise in bocca, succhiò fortissimo, sentii la sua suzione fino alle tempie, dovevo muovermi anch’io, trovare il ritmo, ma quella volta non c’è ne fu bisogno, quella volta il mio ventre si muoveva da solo, preda di una qualche danza tribale. Preda solo dell’orgasmo, perché è di quello che stiamo parlando.

Ball and Chain, Janis Joplin, Cheap Thrills 1968, Columbia Records.

Schegge di Legno

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Alla Tonnara si arrivava attraverso una strada sterrata, piena di ciottoli ed erba selvatica. Fiamma la vedeva da lontano in quel deserto rosso, dove una miniera abbandonata le faceva da guardia. La strada era battuta dal caldo e colorata dall’arancione della Sardegna. I suoi genitori l’avevano acquistata da poco, avevano fatto il salto della quaglia vendendosi tutto e rimanendo praticamente in mutande. Una Tonnara, una casa dei tonni. Fiamma rimurginò sul fatto che quei due pazzi, avessero preso la grande decisione della vita ormai, e il dado era tratto. E se mai un giorno avesse voluto scappare da lì? Ma dico, ma come avrebbe potuto fare? Si arrovellava la mente, Fiamma; e che faceva poi li lasciava lì da soli? Ormai era consapevole, si stavano avviando verso i settanta. Quanti dubbi. Strizzando gli occhi vide un’ enorme question mark che le lievitava davanti, gigantesco, tutto grasso e con una risata pantagruelitica! Ecco il futuro pensò, beh, almeno era lontano e non era vicino! Il nome tonnara, le venne in sogno, non sapeva il perché di questa allusione al mondo ittico suggeritale da Orfeo, non era neppure sicura che in Sardegna alevassero tonni, mah forse lì, su quell’isoletta un po’ italiana e tabarchina credeva proprio di sì!

“Vivrai nella tonnara, nella casa dei tonni”.

Una mattina, Fiamma si svegliò con quelle paroline nella mente e zac! Ecco marchiato a fuoco, il nome della casa nuova! La casa era messa abbastanza bene, se non fosse stato per quello odore di vecchiume anni sessanta e salsedine che non andava più via. Il corpo centrale si sviluppava longitudinalmente e all’interno gli ambienti erano spaziosi e spartani, ricordava uno di quei casali che aveva visto nel sud della Francia, con le ante azzurrine alle finestre, i pavimenti in legno e le tendine fiorite. Sui davanzali piante di peperoncino e aglio a go go, diciamo che la tonnara era una versione più nazional popolare degli esempi d’oltralpe.

Al centro del salone c’era un enorme sedia a dondolo e un grande lampadario in vetro di murano donava all’ambiente colori fiabeschi. Fiamma perdeva le giornate ad osservare i prismi di luce.
Giù in fondo la strada ve ne erano delle altre, perfina una “gattara” una casa dei gatti. Fiamma rideva ogni qualvolta passava lì davanti. I proprietari, due hippie in pensione anche loro, avevano scovato in giro per il mondo tutte le mattonelle, le maioliche e le piastrelle possibili raffiguranti gatti! Avevano uno o due problemini evidentemente! E poi una casa dei gatti vicino una casa dei tonni la preoccupava non poco! La mia era la la casa più importante, quella più grande. La casa infatti aveva delle potenzialità immense e Fiamma già si vedeva imprenditrice di tonni e scatolami sotto sale. Il problema semmai era come eliminare la puzza di pesce, e poi sarebbe dovuta andare in giro con una cerata gialla e con un cappello da nostromo? Naaa!
La mia stanza aveva il parquet, rovinato dall’aria di mare e un piccolo stanzino che dava su una profumatissima pineta, un lettone in ferro battuto e tante lampade.

Perché? Avete presente quando il terreno vi frana sotto i piedi? Fiamma si sentiva esclusa, messa al muro.
“O ti sta bene questa situazione, oppure puoi fare le valigie e andartene”
“Mamma, ma dico, ma ti rendi conto? Ti sembra normale che debba vivere qui, solo perché voi avete speso tutto per vivere il resto dei vostri giorni col le pezze al culo?”
“La porta sta lì”
“Fiamma, stai calma vedrai che farai amicizia con qualcuno e ti sentirai subito meglio!”
“Ma non sono un’adolescente, cazzo ho quasi trenta anni, non ho un lavoro decente, mi date 20 euro al giorno se tutto va bene, e diciamolo, perché, perché vi faccio pena più che altro e perché dovete addolcire i vostri sensi di colpa nei miei confronti”
“Stai tranquilla, piccolina vedrai ti troverai bene qui!” Il padre era plastico nelle sue affermazioni, con una flemma invidiabile smorzava tutto il suo nervosismo all’istante, per farle risalire la bile in un nanosecondo appena si trovasse da sola.

La madre di Luca abitava più giù e in settimana era andata a farle visita. Era una donna sulla cinquantina, in carne, appesantita da depressioni e delirium tremens, no questo no, scherzo! Ma esauriva il figlio alimentando le sue manie e trasferendole sistematicamente a lui. Luca era rimasto sulla terraferma per lavorare, veniva sempre nel week-end. Contavo i giorni. Quanto doveva ancora lavorare su di lui per tranquillizzarlo, coccolarlo, distrarlo dalle sue fobie maniaco-depressive! La colpa era della mamma, Luca era il suo giocattolino, la sua valvola di sfogo. Un po’ era anche comprensibile era rimasta sola troppo presto, troppe responsabilità con i figli piccoli, le paure che si affacciavano di volta in volta all’uscio della porta. Alcune erano riuscite a varcare la soglia, altre aspettavano il loro turno, ma erano sempre lì.

“Mi sei mancato, credevo di non sopravvivere a questa settimana”.
Luca era ancora dentro di me.
“Non voglio stare da sola, lo sai faccio cose strane se mi lasci da sola, ho bisogno di te, lo sai, lo sai cosa succede se mi trascuri!”
“Hai fatto la stronzetta con qualcuno, Fiamma?”
“Ma dai…! Mmm aspetta a ripensarci bene…col pescivendolo che portava il tonno a mia madre, così giusto per restare in tema!”
Luca, scoppiò a ridere e scese giù, con una mano ferma sul seno e l’altra che si faceva spazio tra le gambe, fino a immergere la testa lì, per asciugare tutto il mio piacere.
Si svegliòcon la voglia di dipingere, dipinsi Luca a pancia sotto, nudo, con i suoi glutei di ferro, le sue spalle larghe, riuscì a disegnare anche il profumo di lei che aveva addosso e il suo lascivo piacere lasciatogli sulla bocca, pigro nella sua posa, appagato, in pace con se stesso. Ma a lei non bastava averlo solo il sabato e la domenica, a lei non bastava averlo 12 h il sabato e 12 h la domenica, perché ovviamente il principino doveva essere coccolato anche dalla mamma borderline-frustrata-cronica della vita!
“Ti sarò schifosamente infedele, ma questo lo sai già vero?”
Luca, le stampò un bacio sulla fronte ed entrò in macchina, lo vide allontanarsi all’orizzonte. Aveva ancora una voglia matta di lui.

E poi dicono che la solitudine concili l’estro e la creatività! Nulla di più sbagliato. Dalla sua stanza, che sembrava una bettola da pirati, per via dello scricchiolare del parquet e del tanfo da stiva, Fiamma voleva urlare, e da lontano i gabbiani le ricordavano quanto proprio non potesse soffrire la Tonnara, come una Raperonzolo “molto rivisitata”, messa in trappola, da quegli hippies dei suoi stivali dei genitori!

Si era svegliata storta, non aveva trovato nulla per colazione e, ancora in pigiama, aveva preso la bici e si era catapultata in strada, era andata in paese, ma Fiamma preferiva utilizzare il termine “spaccio” per quel negozietto biò. Come al solito non aveva trovato né il miele di castagno, né le fette biscottate al farro, e fu “costretta”a ripiegare su un megacornetto con crema chantilly e super cappuccino corretto al cacao. Prese tutto in quell’odiosissimo bar anni settanta, con le sedie di plastica arancioni, i posacenere Cinzano e l’insegna Fernet-Branca! Sul retro aveva pure il tavolo da biliardo!

Beh direte voi, vivi su una scogliera, respiri aria pulita, ti svegli con il dolce canto delle sirene, mangi (beh, forse, ti piacerebbe) organic… di cosa ti lamenti!?
Fiamma non amava gli estremismi, aveva deciso di posizionarsi in quel “mezzo” raggiungibilissimo che rende la vita facile e aveva accettato di buon grado, di negarsi e donarsi al compromesso a seconda dei contesti del momento.

Lo aveva fatto con gli uomini, con i suoi genitori, col suo lavoro, aveva avuto le sue esperienze sia da modaiola incallita, che da artista bistrattata, sia da punkettara/dark/metal stile Sepoltura, sia da party girl da boy band. Fiamma aveva deciso che le piacevano troppo i bei vestiti, i profumi, i gioielli, il mettersi il pigiama “come le galline” o uscire a mezzanotte, farsi una cannetta o dare forfait a una pizza per applicarsi una maschera alla propoli in viso. Senza stress, assecondando i suoi umori e le sue necessità.

Preferiva non essere “etichettata”, non appartenere a nessuna “casta”. Provava una pace interiore piacevolissima, vivere la sua esistenza senza troppi scossoni, tranquilla ed eccitante, sfrenata e asettica al tempo stesso, rispettando i suoi momenti off e gioendo di quelli on. La vita come un cocktail, creato seduta stante e su misura per lei, correggendolo quanto basta o annacquandolo quando voleva.

Fiamma non avrebbe mai potuto vivere da funambola come i suoi genitori, perché era una radical chic dichiarata! Il lavoro precario e qualche soldino in tasca le davano felicità, dopotutto, era più facile “fare la rivoluzione” con qualche spicciolo in più! E lei odiava i “rivoluzionari” part time, quelli che andavano in giro con le pezze al culo, e alle spalle avevano genitori professionisti con case e barche di proprietà.

Rispettava i giorni in cui si sentiva brutta, altrettanto a quelli dove, invece appariva bella, dicendo a se stessa che, dopotutto, non si poteva dare il massimo sempre, non poteva caricarsi al 100% ogni santo giorno. Doveva rispettare quei momenti dove i capelli non erano in ordine, la ceretta era una Fata Morgana e l’umore nero come la pece la avvolgeva tipo blob. Cazzo, li doveva accettare quei momenti, tanto sapeva che prima o poi, a fasi alterne, venivano a bussare alla sua porta! E, ai quali, ahimé, doveva dar conto. Aveva accettato di non sposarsi, forse aveva valutato la convivenza, ma comunque era impossibile per lei vivere con un solo uomo, pensare al matrimonio, magari solo perché, prima o poi il grande passo lo facevano tutte, mettersi il vestito bianco, le bomboniere, il ricevimento e poi, dopo, stare col fegato spappolato, combattere perché i soldi magari sono pochi, tirare la cinghia, Fiamma non aveva attorno a sé gente sposata e felice, ma frustrati, ma non le piaceva neanche essere troppo disfattista in merito, solo che il matrimonio non era una cosa che le andava a genio. I figli sì, però, e lei ne voleva tanti!

Si collocò in quella terra di mezzo verso i quindici anni, quando vide vomitare anche l’anima di Sara, una sua amica del liceo, che in preda ad una pasticca andata a male, asseriva di vedere rotoli di sangue che la inseguivano per tutta la stanza. La ricorda bene quella stanza, piena zeppa di poster di Jim Morrison, di spilloni, borchie e lurida all’inverosimile.

No, grazie. Fiamma ci teneva troppo alla sua pelle ambrata, ai suoi capelli neri, ai suoi occhi da gatta, che aveva deciso di declinare di buon grado tutti gli inviti ad alcol e droghe.
Fiamma non era una moralista, le piaceva la cultura beatnik, le avanguardie, i collettivi, gli happening, il punk, la new wave e i Cure, ma le piaceva guardare da lontano, non sporcarsi le mani in quel calderone, le manacce le avevano già messe i suoi, rovinandole la vita! Fiamma assecondava i suoi equilibri a seconda del suo stato d’animo. Quando voleva fare l’amore, bene! telefonava Luca, e lui correva in un batter baleno! Sì sentiva sola perché Luca non poteva soccorrerla? Bene! chiamava Robi. Ovvio, qualche volta le andava in bianco, magari qualcuno inciampava e non poteva più correre da lei, ma non disperava. I “no” erano parte integrante della sua éducation sentimentale e gli inviti declinati non andavano minimamente a scalfire il suo ego smisurato!

Fiamma viveva il tutto con equilibrio e serenità senza mettere limiti: paletti da morale cattolica, ostacoli da sensi di colpa, limiti da morte. La morte, forse, era il più grande dei limiti umani e Fiamma non era ancora riuscita ad ingannarla, ma la partita a scacchi con Miss M, era rinviata di parecchi anni, o per lo meno incrociava le dita in tal senso!

Luca non sapeva di Robi, era troppo sensibile per rivelargli di una storia parallela e Robi accettava pur di stare con Fiamma. La giusta misura delle sensazioni, senza colpe e senza giudizi. Tarate, misurate al caso, al giorno, al tempo e alle proprie inclinazioni. Cosa c’è di male? Bisogna nascere per forza tondi e morire tondi? Ma sapete in quante formelle la vita ci inserisce? Come nei più riusciti dei giochini Fisher Price, ecco, Fiamma si ricorda di come non volesse mai introdurre il quadrato nel quadrato, per esempio!
Yannick, sarebbe venuto alla Tonnara sabato. “Che tempismo” pensò Fiamma, Mr and Mrs “scappo dalla città, la vita, l’amore e i tonni” non ci sarebbero stati, anche se, la loro presenza non avrebbe destato nessun problema, dopotutto uno dei pochi vantaggi della casa è che era abbastanza grande da non incontrarsi durante il giorno. Yannick metà inglese e metà greco, l’aveva conosciuto ai tempi del suo Erasmus a Basildon. Basildon, una cittadina grigia e amorfa, eccitante solo perché era stata la culla natale dei Depeche Mode, e ovviamente per Yannick, con il quale aveva trascorso non poche giornate e… nottate a parlare di Ouzo e ad ascoltare P.J.Harvey, completamente strafatti.

Bisogna mostrare solidarietà e comprensione, ma anche compassione per quelle donne che fanno le vittime, che sono vittime. Vittime della loro monotonia, del loro sesso monocorde, monotematico e monocolore. Fiamma per loro provava solo rabbia. Rabbia, perché quelle donne avevano paura, rabbia perché quelle donne parlavano male delle donne come lei, libere, vere e pure. Fiamma non aveva paura ad accogliere il piacere, di questo ne era più che sicura! Ma detestava quelle insopportabili frustrate che criticavano senza averlo mai provato, gliene avrebbe voluto dire “quattro” in proposito. Si può vivere di passione? Si può pensare al sesso ore, minuti e quarti d’ora? Fiamma si interrogava quotidianamente su queste domande, e più cercava, più non trovava risposte. Era perfino riuscita a fare una classifica di chi le avesse fatto provare l’orgasmo più forte finora. Perché l’orgasmo è così volatile e suscettibile di cambiamenti? Quante domande, e un numero esiguo di uomini, tre finora che l’avevano venerata e coccolata, e ai quali Fiamma si era concessa adorandoli e ricambiando tutto l’amore donatole. Fiamma era dipendente delle leccate di Luca, del cazzo di Robi e delle attenzioni maniacali di Yannick. Ma era troppo piccola per capire, troppo distratta, troppo nascosta dietro il paravento. Anche il suo orgasmo era infantile, veloce, accelerato, cercato subito, preteso subito. Aveva ancora molto da imparare.

La verità è che quando perdi la testa per un uomo, per la donna è finita. La sua anima è arrivata al capolinea, il suo corpo appartiene solo a quel lui, il suo corpo funziona solo con quel lui. Non raggiungere mai questa dipendenza rappresentava per Fiamma la più grande sfida! Quando una donna perde tutto? Quando dà tutta se stessa, quando con un uomo raggiunge quello stato mentale e corporeo di fusione, estasi, passione. La donna perde la testa quando trova un uomo che la fa godere; quando mette da parte quelle sciocche competizioni, quelle gare di prevaricazione, quella apparenza insopportabile, quel séparè tra lei e il piacere. Ecco che allora è vulnerabile, esposta come non mai, alla mercé del maschio.

Fiamma aveva provato tutto questo e si era detta più volte che non avrebbe più sofferto, che non avrebbe più provato nessun dolore e allora aveva ceduto a se stessa, al suo bisogno di piacere, di godere, di amarsi. Succedeva tutte le volte, con Robi, con Luca, ed era successo perfino con Yannick. Solo sesso, nessuna vita a due, eccetto che per brevi periodi. Ma Fiamma nel suo cuore provava amore per tutti e tre in egual modo, e avrebbe provato affetto anche per un “quarto” se, se ne fosse mai aggiunto! Il sesso come terapia alla solitudine, il sesso per riempire un vuoto, il sesso per sentirsi viva. Per Fiamma il sesso era amore e l’amore era sesso. Tra pensieri ansiogeni e pulp era bello concedersi tutto questo, e dare liberamente la mano al desiderio che, come una guida, ti accompagna dove vuoi andare! Ma allora cosa vuol dire innamorarsi? Forse l’amore consisteva nel dedicare tempo e dedizione, ma questo Fiamma già lo faceva. Troppe domande. Continuava a non capire una mazza…ops un’acca!

Quella mattina Yannick, era venuto a prenderla fin sotto casa. Era bello rivederlo dopo una settimana. Fiamma si era messa a puntino per lui: ceretta brasiliana, capelli freschi di henné, vestitino griffato Vivienne Westwood comprato di terza mano a Camden e tacchi altissimi. Yannick l’aspettava in macchina, scese per aprirle la porta, le disse all’orecchio quanto fosse meravigliosa e partirono alla volta di casa sua, dove Fiamma trascorse tutti i sabati e tutte le domeniche di quel 2002. Appena entrati Yannick, le tolse il cappotto, un pellicciotto sintetico che faceva molto King’s Cross, e le preparò l’immancabile cup o tea.
Fiamma lo osservava in silenzio, compiaciuta e impaziente, si sistemò il reggiseno con una mano, Yannick se ne accorse e rise con la coda dell’occhio.

Fiamma lo prese alla lettera, stava seduta al tavolo in quel giardino d’inverno, pieno di stampe Old England appese alle pareti con un’aria frivola e sfacciata, mentre aspettava il suo tè. Quello era il loro personalissimo rituale, il loro modo di corteggiarsi, di “ritardarsi”. Aveva le gambe accavallate, i suoi collant trasparenti erano evidenziati solo dalla punta rinforzata dei piedi e dei talloni; si sbottonò il reggiseno, il suo reggiseno ricamato di un bianco perlato, che le strizzava il seno, lasciandogli il segno, reso ancor più florido per gli sbalzi ormonali del ciclo. Le lasciò così, senza reggiseno, prestando molta attenzione che Yannick la stesse guardando, poi si alzò la gonna e si tolse le mutandine anche loro perlate e immacolate. Rimase seduta, con quegli occhioni da gatta che reclamavano la sua lingua, rimase seduta nella penombra di quel primo pomeriggio. Yannick le si avvicinò in ginocchio, fiamma stava col sedere sul pizzo della sedia le gambe aperte, lui le alzò la gonna, l’acqua nel bollitore che fischiava, inizio a morderle l’interno coscia, non c’era tempo il tè era quasi pronto, lo teneva lì con la testa, era bello toccargli i capelli, che erano un po’ lunghi, di un castano ramato e toccargli i piercing sulle orecchie. La barba di tre giorni amplificava ancora di più le sue leccate, che si facevano ora più prepotenti e volutamente veloci. Yannick la conosceva bene, Fiamma la conosceva bene e sapeva che le bastavano solo un paio di minuti per cedere ed urlare il suo nome.

viviennelanuit©

Rid of me, P.J.Harvey, Island Records 1993

Angry day

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Ci ritroviamo sempre allo stesso punto, non riesco a vedere la fine della galleria, è un ripiombarci continuo, è toccare l’idolo d’oro e tornare indietro, calpestare il prato in salita, pieno zeppo di fiorellini di campo ed essere inondati improvvisamente di acqua stagnante, senza poter avere la forza di rialzarsi, perché il fango ti tira giù, e la melma ti si avvinghia, senza poter urlare perché dalla tua bocca esce solo roba verdastra, e tu ti senti sporca e vuoi fare una doccia. Ci ritroviamo sempre allo stesso punto, senza aver mosso un passo, rigettati e respinti, il marciume ci dà una tregua di tanto in tanto, e siamo anche felici di crogiolarci su quell’oasi felice, ma la rabbia è lì, dietro l’angolo e sappiamo che ci farà visita prima o poi, ma l’incomprensione è lì, proprio dietro quella porta che teniamo serrata, e che evitiamo di guardare troppo, altrimenti si spalancherebbe in un batti baleno, cacciando fuori tutti i mostri e i fantasmi della nostra storia, come quell’ aggeggio acchiappafantasmi del miglior film di Reitman!
–Basta immagini nerd anni Ottanta, Fiamma! Stai parlando di cose serie, e non perdere il filo, concentrati!- La rabbia, potrebbe essere un buon pretesto? Dietro la scorza brillante della bellezza si cela tutta l’insicurezza della modernità, ed io mi sento così insicura a volte, che tento di aggrapparmi alla vita in tutti i sensi: graffiandola, afferrandola, sradicandola, pretendendola. Eccoci qui, il soffitto della mia stanza, la mia stanza troppo cresciuta per me, che mi dice di andar via, di scappare il più lontano possibile,
Ancora profumo di tonno e basilico, sabato ho fumato un pacchetto di sigarette, ho fumato troppo, ogni sigaretta accesa era un inganno al mio cervello, al quale ripetevo: -Fiamma non stai fumando, è solo l’ultima, poi domani ti bevi acqua e limone e ti depuri, adesso goditela, non pensarci-
Troppe volte, mi sono detta: “è l’ultima volta”, “non lo farò più”, i buoni propositi, le scelte giuste, il rigare dritto, l’espiazione, la disintossicazione dell’anima, la purificazione, l’ordine, la famiglia, la gente da tenere alla larga, gli equilibri funanboleschi, l’apparenza, il matrimonio, la vita strampalata, i viaggi in giro per il mondo, l’incompatibilità con l’ordinario, la consapevolezza che un bel giorno avrai la tua cucina e inizierai a cucinare tutti i giorni, già, a cucinare tutti i giorni!
Non vedevo Yannick da un paio di mesi, era sopravvissuto alla lontananza, sempre biondo, occhi azzurri, era giallo a dire il vero, ed io troppo nera, troppo terrona, vicino a lui mi vedevo come una provinciale che si metteva i vestiti buoni per la domenica, mi vedevo una bracciante che raccoglieva pomodori d’estate a 50 centesimi l’ora, che ne so, ma ci piacevamo, ed io gli corsi incontro, aprendo il cancelletto di fretta e furia, perché temevo che cambiasse idea e riprendesse la nave e mi lasciasse da sola, tanto riesaminerò tutto a settembre, adesso è estate e non ci voglio pensare. Non riconoscevo la Tonnara, non era più quella dell’anno passato, aveva assunto i connotati di una vecchia megera, che se ne stava rintanata in un angolo a cucire e a parlar male di me, cercavo di ignorarla, ma niente, me la ritrovavo in quel piccolo cubicolo che si era ritagliata, a farfugliare parole senza senso, una volta si punse con l’ago, e io quasi di scatto, come se stessi aspettando un suo cenno di esistenza, le porsi subito un fazzoletto, un fazzoletto bianco sul quale non vidi cadere neanche una goccia di sangue. Lasciai la cucina a Yannick, cucinava sempre lui quando veniva a trovarmi, come un rituale: apparecchiava, metteva l’acqua sul fuoco e mi versava un bicchiere di Passito, ed io me ne stavo seduta vicino la megera, fumando una sigaretta, e indirizzandole il fumo in faccia. Guardare gli uomini prima di “consumare” mi ha sempre eccitato, cerco di concentrarmi, scatto una fotografia, un percorso da seguire per arrivare al mio orgasmo.
-La vedo diversa la Tonnara, hai fatto dei lavori?-
-Anch’io la trovo diversa, l’estate ci mette tempo a carburare, ti aspetti sempre che prenda una piega immediata, e invece…-
-Ultimamente non ho molta voglia di scopare, lo sai?-
-Questo è grave, ho preso una nave, per copulare con te, che storia è questa?-
Yannick, sghignazzava a fior di pelle, mentre mi sbaciucchiava il collo.
-Adesso stai pensando alle tue situazioni sospese: Luca, Robi, il Panettiere, a proposito hai preso le focacce al tonno e pesto?-
-Te ne sei andato in Thailandia, Yannick, mi hai lasciato da sola-
-Che potevo fare? Tu vuoi il pacchetto completo:sesso sfrenato più volte al giorno, l’esclusiva sul gender, vita a due, figli, l’anellino… poi stavi con Robi, io c’ho provato spudoratamente, poi sono partito per altri lidi-
Risi, di una risata sconnessa e grassa, come se avessi bevuto un bicchiere d’acqua e l’avessi sputato di colpo.
-Yannick, ti ricordo che alla quarta volta in una giornata, mi pregasti di farti una bistecca al sangue! E comunque hai apprezzato questi lidi? Erano piacenti? Accoglienti? La prospettiva era profonda? Riuscivi a scorgerne il mare, da lontano?-
-Conosci il soggetto, ha solo un bel culo, ho dovuto integrare l’amplesso con scenari opzionali, mi si abbassava in itinere, Fiamma!
-Aglia! Non va bene!
-Capitolo chiuso, comunque, sono qui con te, adesso, perché sei sempre tu il mio approdo sicuro, la mia isola felice, la mia Venere mora di Botticelli, la sinuosa Fiamma che illumina la mia vita.
Yannick, affondò la testa tra le mie cosce, tirandomi per i fianchi e annusando i miei umori, mi alzai dalla sedia, la megera ci stava guardando e dovevo spegnere la sigaretta.
Start and rewind, senza passare per lo stop, di corsa, ecco la mia vita sentimentale, la mia irrequietezza, la mia febbrile pruriginosa voglia di sesso, il mio chiodo fisso, il primo pensiero della mattina, prima del caffè, della sigaretta, della pipì.
-Mi devo dare una calmata, ho pensato di farmi rinchiudere in una di quelle cliniche per un rehab, che ne dici? –
– Io ti lascio parlare, sfogati, ti faccio da psicologo, fa parte della nostra routine, è quasi pronta la pasta, andiamo a mangiare, dai.-
-Ci manca il sale-
-Cavolo!-
-Non sei italiano, è normale-
Ci stendemmo sulle sdraio fuori al patio, dormimmo per un tempo imprecisato, io mi risvegliai di soprassalto, feci un sogno pazzesco, ero circondata di topi, ratti grassi e feroci che volevano assalirmi, come l’orda pestifera di un pifferaio magico al contrario, – E basta coi pifferi, Fiamma!- In verità era la megera a guidarli contro di me, ed erano neri, e riuscivo a vederne i denti affilati. –Brutta stronza di una megera- le urlai, mentre correvo a gambe levate.
– Fiamma, tutto bene? Chi è la stronza megera?-
-Andiamo al mare va Yannick, ho bevuto troppo Passito-
La golden hour, l’ora d’oro del tramonto, della luce fantastica, Fiamma riusciva ad essere perfettamente in simbiosi con quella luce, perché era fatta della stessa sostanza del sole, del calore, del giallo dei capelli di Yannick, del tepore di Miss Pat.
Mi misi a tette di fuori, la spiaggia era deserta, l’acqua era calda, avevo le mutandine, facemmo una corsa senza mettere il costume, Yannick si fece largo fra quella tavola d’olio, sembrava un alligatore, una manta, un pesce che stava per agguantare la sua preda, mi venne da dietro, tirandomi i capelli.
-Oggi lo vuoi così, lo sento-
Sentivo il suo membro già pronto, lo toccavo, inarcai il culo, le mutandine ormai erano perdute per sempre nel mediterraneo, mi afferrò i fianchi, spinsi la testa contro la sua, lo sentivo tantissimo, con la mano mi stimolava il grilletto fatato, e con l’altra mi tirava un capezzolo.
Per le spinte, i miei piedi fecero un fosso nella sabbia, Yannick mi morse il collo, farneticava in un anglo-greco incomprensibile. Ammetto, fu difficile gestire quell’onda lunga post orgasmo, mi sentivo come se volessi uscire dal mio corpo, ma c’era una tenaglia che mi teneva giù, e quella tenaglia era robusta, forte, sicura, non mi avrebbe mollato facilmente, non credo.
Ci abbandonammo nudi sulla battigia, provati, ancora caldi, restammo in silenzio, mi trascinai ai pantaloncini per una sigaretta, -basta fumare, domani acqua e limone, domani dieta, domani niente sesso, purificazione, vita monastica-
-Fiamma, stop ok! I tuo pensieri fanno troppo rumore-
-Che dici, dopo passiamo dal panettiere? Prendiamo le focacce calde al pesto e tonno? Gnam!
Ecco! Mi scottai con l’accendino, come al solito.

©VivienneLaNuit

The Rolling Stones, Paint It Black, Aftermath, Decca 1966.