I am inspired by Spike Jonze

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Ogni giorno parlo una lingua diversa, ed ogni giorno non vengo capita. Ogni giorno cerco di spiegare, di parlare, di far comprendere come vedo la realtà, ma niente, questi non capiscono. Ho il terzo occhio, faccio parte della massoneria, mi metto un cappuccio in testa e celebro un rito iniziatico, mi guardo allo specchio e vedo la mia immagine capovolta, l’ho girata io, ho studiato in Messico come Aleister Crowley. Mi immagino su di un piccolo palco a conferire ad un pubblico inesistente. Prendo in giro, sciarade, ironia, doppi sensi, frasi a metà, mezze verità. Recito. Su quel podio che mi sono ritagliata; e pensare che ho anche acquistato da me la medaglia d’oro. Mi illudo di conoscere tutte le righe nelle quali voglio perdermi, ma alla fine leggo bene tutto quello che c’è scritto sopra quel quaderno, scorro le righe, che sono banali, divoro parole risapute, il solito brodo con carne trita e ritrita. Sono seduta, guardo i gatti dei vicini, provo a chiamarne qualcuno, sono superbi e non concedono nulla, mi accendo una sigaretta, dandomi un tono, alla ricerca di un po’ di carattere, terrorizzata dalla paura, dalla solitudine, dalla mancanza di un uomo al mio fianco 24h. Studio ancora la grammatica di una nuova lingua, la sintassi, il lessico, la morfologia, ma adesso queste regole non vogliono entrare nel mio cervello, ho pagato il conto, ceduto le armi, ho fatto fin troppo la troietta, lo so, Luca si è sposato, sì, mi ha chiesto di scopare part time, ma gli ho detto di no, non sono il fottuto coperchio di nessuno, poi c’è Robi che mi tiene in un limbo di aspettative, di progetti, dei “faremo ma non posso”, Robi che con me ha esaurito la sua carica, Robi, con il quale ho condiviso ansie e paure, Robi con il quale pensavo di ritenermi “salva” nel focolare della sua famiglia, dove era importante apparecchiare una bella tavola: forchette, piatti, bicchieri, acqua minerale e intorno tutto si sgretolava, e le pareti erano prive di intonaco, e dove ho perfino trovato qualche pezzetto di muro nella minestra, un po’ di cemento che ho mangiato, buttandolo giù con un po’ di vino rosso sangue. Con Robi, sembrava di stare in uno stagno, con mille ninfee che non prenderanno mai una piega, e che saranno sempre scomposte sull’acqua, e con lui che mi tiene per mano, ma che in realtà me la lascia quando vuole, in un tacito consenso, senza sbattimenti e tragedie, in silenzio, seguendo il principio che la vita scorre lenta e siamo chiamati a sostenere prove quotidianamente, che le prove non fanno gli eventi, ma che il sale di tutto è resistere, accarezzati dall’acqua del fiume. Non vuoi avere figli per il momento, non vuoi sposarti, conviviamo insieme come due amici di stanza, che vivono sotto lo stesso tetto. Basta. Mi serve una dose, forte, massiccia, che salga velocemente.
Sono andata al forno, stavi lì che preparavi i panetti con il lievito madre. Il negozietto era pieno di gente, intenta a prendere il numero e svignarsela, tu hai alzato giusto un attimo la testa per vedere chi fosse entrato. Mi hai visto, hai chiuso gli occhi per un tempo indefinito, respirando forte e continuando ad impastare, ti sei fermato, hai bevuto un sorso d’acqua e hai continuato il tuo lavoro. Era il primo giorno dell’estate, quel giorno parlavo la mia lingua, la nostra lingua, quel giorno, io parlavo e tu, panettiere isolano mi capivi, ed esaudisti ancora una volta i miei desideri, senza domande e senza spiegazioni.
– Sei ancora da sola alla Tonnara? Perché ti do retta?
– Vieni un po’ da me stasera?
– Dipende, se sono stanco o meno
– Non insisto
Aspettai il mio turno, nell’angolino con i miei shorts di jeans, gli anfibi, la magliettina scomposta verde acido con su scritto “Nirvana”, il bikini che mi irritava l’interno coscia, e la bretella che mi segava il collo.
– Ma tu guarda se devo restare qui, chiusa, con quaranta gradi ad elemosinare il cazzo di sto tipo.
Fiamma, sei al capolinea della società e alla frutta, sono seduta dentro la fottuta Karma Police, e vado lenta, fuori è buio, senza sapere dove, ma consapevole che tutto scorre e scorrerà sempre, tutto ciò è quasi una dannazione, un marchio a fuoco, una bolla enorme che non esplode. Sono seduta su quella panchetta di legno, mi guardi come se fossi una bestia feroce dietro le sbarre dello zoo. Cerchi di controllarti, di moderarti, impastando freneticamente, usando convenevoli con i clienti.
– Vado al mare
Prendo la borsa, la panchetta di legno mi ha lasciato il segno sulle cosce. Me le guardi come un lupo, ti togli il grembiule, alzi il tavolaccio del bancone. Sei uno ordinario, per la famiglia, per la tavola apparecchiata, per i pranzi della domenica. Ma sei anche il tipo che sculaccia il mio culo, sulla sedia a dondolo della Tonnara, lo so.
-Aspetta ti accompagno a fumare
Appena fuori, mi prendi da dietro, per i fianchi, baciandomi il collo, stringendomi i seni, facendomelo sentire e annusandomi intensamente. Mi divincolo per prendere l’accendino.
– Sai di salsedine, di sabbia, di sole, di caldo, di caffè, di sale
– Già mi sto bagnando, ci vediamo stasera e porta qualche pizzetta e due birrette, io preparo l’erba.
Mi metto le cuffiette, i Green Day di Dookie sparati a mille, ho questa sindrome tardo adolescenziale che non va via, ho questa lineetta bloccata sui venticinque anni che non si muove più. Io di anni ne ho trentatrè, forse sono io quella che non vuole crescere, no i vari Luca, Robi, Yannick e Panettiere, no, loro sono coerenti, loro vogliono scopare, ma lo voglio anche io, no, loro vogliono divertirsi, ma lo voglio anch’io, no, loro vogliono me, senza impegni, senza conseguenze, senza futuro, ma lo voglio anch’io, cazzo, ma allora di cosa stiamo parlando? Delle fottute scadenze, dei fottuti pedaggi da pagare, della cazzo di dogana. La voglio anch’io la tavola imbandita, la voglio già apparecchiata, ma a volte voglio mangiare in piedi, come la mettiamo? Non so rispondere e in silenzio mi incammino verso il mare. Sulla spiaggia del Lucaise sembrava tutto fermo, l’acqua aveva cessato il suo moto perpetuo, le onde non si infrangevano più sugli scogli, il sole era immobile e non emanava più nessun calore, la sabbia era intrappolata dentro una clessidra gigante. Non c’era più colore, solo plastica, fredda e immobile plastica. Una cartolina sbiadita, un immagine di quello che furono, i tempi belli di una volta, i colori vivaci, senza grigi. Le storie d’amore, collaudate e invecchiate, assumono i connotati di quei grandi cartelloni pubblicitari: grandi, glaciali, pieni zeppi di nuovi propositi, di buone intenzioni e di appelli invitanti, poi le stagioni li rovinano, li stracciano, increspandoli, facendovi entrare l’acqua, deturpando e corrodendo e il guaio è che non c’è nessuno che li rincolla, nessuno che aggiusta quei vecchi cartelloni, nessuno che si preoccupi di recuperarli, riattaccarli, recuperarne i pezzettini, no, l’unica cosa che fanno è incollarne un altro sopra, nuovo, invitante e con sotto tanta colla, perché altrimenti non sta su.
Mi spoglio, scarpe, pantaloncino, maglietta, stendo l’asciugamano, da lontano vedo Carola e Vale con i bambini, io sto ancora a zero, sono ancora indietro e non riesco a correre, perché mi viene il fiatone e ho paura di non farcela. Mi rollo un grifo, con la musica ancora a palla nelle orecchie, mi stendo, voglio la botta, voglio l’eden e voglio raccoglierne i frutti senza sentirmi in colpa. Sento una mano accarezzarmi la pancia, una mano ruvida che con l’indice fa dei cerchi intorno al mio ombelico, che sale su stuzzicandomi la bocca, svegliandomi da quel torpore con le unghie che scivolano sui fianchi. Apro gli occhi. Eppure voglio tenerli serrati, come quando in una galleria becchi quelle luci accecanti e per un secondo con le mani sul volante chiudi gli occhi e le palpebre ti fanno male.
– Ho fatto prima, sono qui, perché ti do retta?
– Perché mi ami e perché ti amo
Glielo dissi mentre gli accarezzavo i capelli, visualizzandolo tra le mie cosce, mentre mi donava il miglior cunnilingus del pianeta.
– Panettiere, voglio solo la tua lingua, in questo momento
Lo dissi, in uno stato confusionale, pieno di rovi
– Vado a fare un bagno
Mi riprendo un pochino, non mi va che mi vede così, poi mi scarica tutte le colpe, dice che faccio la troietta, che i casini me li cerco con il lanternino. Io volevo solo farmi una canna in santa pace. Io volevo solo venire in santa pace. Io volevo ascoltare Welcome to Paradise senza nessuno che mi richiamasse nell’inferno. Ma mi serve la tua lingua, e il tuo cazzo, e le tue attenzioni, e i tuoi complimenti, e la tua dedizione, e il tuo ardore, mi serve tutto. Ho una cazzo di dipendenza, soffro della sindrome dell’abbandono, ho il decifit dell’attenzione, ho un bisogno disperato di scopare con te panettiere e tu mi giudichi, no, non se ne esce. Mi porgi l’asciugamano, mi abbracci.
– Non sei cambiata di una virgola, da quando avevi sedici anni, per te non è cambiato nulla
– Panettiere, torno a casa, mi vado ad impacchettare con tanto di fiocco per te, non fare tardi e porta da bere
L’aspettavo sull’uscio della porta, scalza, la sera era fresca, il profumo del mirto fortissimo, ero rilassata, super ricettiva, apertissima.
– Non voglio stare da sola, sono sincera panettiere, ma qual è il problema? Bella camicia, mi piacciono le belle camicie, annuso il tuo profumo
Mi prende il viso a piene mani, gli mantengo le mani, mi dà un bacio che sa di dolore, di frustrazione, di fine della storia
– Non così, panettiere, non capisco nulla se fai così, devo immettermi sul binario, così fai solo confusione
– Quanto rompi!
– Faccio un po’ io
Mi avvicino ancora di più, ti bacio il collo, ti sbottono la camicia, ti bacio il petto con un po’ di lingua, la saliva inizia a scendermi dagli angoli della bocca, risalgo su, lo sento già pronto, evito di toccartelo, mi siedo sul divano mi tolgo le mutandine, resto solo con la gonna, mi giro e ti faccio vedere un po’ il culo, solo un po’ come piace a me, gli do una sonora pacchetta, lo so che ti piace il rumore, piace anche a me. Sei sempre dietro, inarco il bacino, mi stuzzichi i capezzoli
– Non ti sento ancora, aiutami
Mi tiri forte il capezzolo sinistro, quello più sensibile, te lo porti alla bocca, lo lecchi, tanta saliva, baci, la lingua veloce quanto basta, con le dita scendi sotto la gonna, me la alzi, mi fa piegare sul divano, cominci a leccare da dietro, con le dita che mi accarezzano dentro, mi aiuto dondolando i fianchi, porgendotela il più possibile, voglio che ti comporti come un ventosa, ecco cosa mi sta facendo venire, l’immagine della tua bocca, come una ventosa sulla mia patata. Lo so è assurdo. Eppure funziona, cazzo se funziona! La senti che è pronta, comincia a stringere ritmicamente intorno alle tue dita, cerco di respirare, così si raffredda, adesso me lo metto un po’ in bocca, poco poco, sennò mi vieni subito, lentamente, facendoti sentire la punta della lingua che va a colpetti sulla sua punta, mentre te lo stringo a cerchio con la mano, e con l’altra mi tocco una tetta, guardandoti, sempre. Ricominciamo, mi accomodo meglio sul divano, alzo le ginocchia, ti metti le mie gambe sulle spalle, così ti sento tantissimo, ti sento preciso, non posso distogliere l’eccitazione, che adesso ha preso la sua via, le tue spinte sono chiare, lente, profonde, illuminate dalla mia vergognosa voglia del tuo cazzo. Oh, l’ho detto! Calmi. Esci, continui con la lingua e le dita a uncino, mi tocchi sempre i seni, la mia mano sulla tua testa, ti stacchi un secondo per mordermi l’interno coscia sinistro, continui a leccare, a infilare dita. Ci siamo, puoi rientrare, neanche il tempo di infilarlo tutto che gli spasmi si fanno automatici, ripetuti, intermittenti, lo spingi più dentro per sentirli tutti, mi afferri il mento, mi stringi le guance, mi baci per sentirmi ansimare di te, e veniamo così, tra saliva, alito profumato di rosolio e la ventosa più fantastica dell’universo intero. Dai, Fiamma, la ventosa no, dì che non è così, please!

viviennelanuit©

Say ain’t so, The Weezer, The Blue Album, DGC Records 1994.

HO DETTO CHE STIAMO AFFONDANDO MA LUI RIDE E MI DICE CHE VA BENE

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I profumi della cucina penetravano in quella casa fredda e deserta, i profumi si spargevano a macchia d’olio, come un secchio d’acqua rovesciato a terra o come un gas lacrimogeno. Mi mancava il sapore del pane caldo, della minestra coi ceci, del vino rosso sorseggiato insieme a te, mentre facevi finta di guardarmi, facevi finta di amarmi, facevi finta perfino di esserci, nella nostra casa a strapiombo sul mare. La nostra casa: è lei la nostra voyeur, è fatta di ciondoli, suppellettili, pentole, gingilli e libri, ha il parquet tirato a lucido, i tappeti con i pavoni e tante lampade colorate, i libri stanno pure nella salle de bain, sì, quella dove il cesso non ci sta.

La nostra casa ha tante mensole piene di storie, fotografie e libroni. Uno sulla Magnum, un altro sui Rolling Stones, la foto mia che cammino coi Naga Baba nudi, sta all’ingresso, incorniciata, quasi come un idolo, un feticcio, e poi quasi nascosto c’è l’oggetto del moto perpetuo, perché il tempo scorre sempre e dobbiamo sempre tenerlo a mente. I profumi ora, rendevano la casa calda e accogliente, gli odori della “preparazione” e gli “umori” dell’attesa, aumentavano la temperatura, goccioline di sudore mi cadevano nella scollatura, e il vestitino era attaccato ai miei capezzoli già turgidi. Adesso è estate e cucino un ricco cous cous vegetale, mentre tagliuzzo, impasto e bevo vino, ti sento respirare, non dici nulla, perché in realtà tu non esisti qui con me, non ci sei. Mi avevi regalato un ciondolo con uno scarabeo azzurro, mi avevi detto che portava fortuna. Perché? Ne avevo bisogno? Forse sì, dopotutto lì, in quella Tonnara malefica avevo bisogno di un po’di culo, adesso che non c’eri più.

In quel pomeriggio di pioggerella estiva, Fiamma avrebbe potuto scrivere tante cose. Avrebbe potuto scrivere di tutto, avrebbe parlato della Tonnara, di Luca, della sua lenta e molle vita, ma restò in silenzio a cucinare, restò in silenzio a pensare, non disse una parola. Fiamma voleva solo le sue mani, voleva solo il suo respiro su di lei, voleva solo sentire il suo battito aumentare, voleva solo lui, solo Luca.

Sapevo di voler ritornare alle origini, alla natura e a quell’erotismo bucolico che avevamo assaporato insieme, ma quando tornasti da Roma e mi prendesti sul prato del nostro giardino, era già tutto finito, io avevo ancora il grembiule della cucina e le pantofole, ma tu non resistevi, mi corresti incontro, mi stringesti le guance, avvicinandole per un bacio che non mi desti mai, mi mettesti una mano sulla fronte, con le dita che scivolarono subito sulla testa e tra i capelli, come una morsa, una tenaglia, un braccio meccanico che mi spinse giù, e che poi tirasti su, di fretta e furia, mi sentivo un burattino inerme, che elemosinava le movenze corrette, tu stavi su un altro pianeta, mi girasti quasi subito, mi adagiasti su quell’erba umida, ecco! Quel che restava di quella giornata “spesa” ad aspettarti alla finestra.

Voglio essere lucida, come lo specchio che ho di fronte, chiara come l’acqua che ti dono ogni volta, limpida come i pensieri del mattino, quando tu sei accanto a me. Ma non ci riesco, tu, adesso, sei solo frustrazione, assenza e solitudine. Scendo in paese a comprare delle focacce calde, lo sai, lo sai che il panettiere vuole portarmi a letto, ma te ne sei fregato, mi hai lasciato da sola, con il tuo profumo stampato sulla pelle, sola nel silenzio di quella casa e di quell’isola, governata dai tonni e dal pesto al basilico. Prendo la bicicletta, respiro il vento del mare, che tira dalla spiaggia della Bobba fino alle mie narici, è il tramonto. Mi sono detta che stiamo affondando, ma tu mi hai riso in faccia, mi sono detta che ci stiamo polverizzando, ma tu hai risposto dicendomi di quanto fossi teatrale, e che dovevo darci un taglio.

Mi sono appena fatta una doccia, sapevo di cipolla e curcuma e non volevo presentarmi a lui come una pietanza da cuocere o quasi! I miei shorts di jeans e la mia maglietta scollata volevano dirgli quanto fossi sexy, o per lo meno tentavano di comunicarglielo. Alla fine mi sentivo semplicemente sola e volevo un po’ di compagnia, poco importa se ai piedi avevo le Mephisto ed ero senza trucco, ma sotto sotto sapevo che non poteva resistermi, sapevo che avrebbe annusato i miei capelli lunghi fino al sedere, capelli neri, che avrei sciolto per lui, come in una danza rituale o come un siparietto improvvisato, sapevo che avrebbe gustato l’odore etereo dell’Eau de Rochas, sapevo che ci saremmo amati sul retro del negozio, mentre i clienti facevano la fila per taralli e panini caldi, sapevo che mi avresti chiesto di lui, del fatto che mi avesse lasciato da sola per l’ennesima volta, e che tu non lo avresti mai fatto, che mi avresti sposata con l’abito bianco, i confetti e le bomboniere, ma io adesso volevo solo che tu, panettiere isolano, facessi l’amore con me, perché mi conoscevi da quando avevo quindici anni, perché mi conoscevi nei miei periodi rosa e nei miei periodi neri, perché avevamo fatto il bagno a mezzanotte, perché mi avevi visto piangere e mi avevi abbracciata, perché da te volevo solo questo: protezione, amore, carezze, lingua, volevo solo che mi facessi venire velocemente, senza se e senza ma, senza un oggi e senza un domani, volevo venire respirando quell’aria famigliare, accogliente, volevo venire toccando i tuoi bicipiti caldi di forno e la tua pelle che profumava di farina doppio zero e lievito. Ti chiesi di venirmi dentro, perché ti eccitava quando te lo sussurravo all’orecchio, e sapevo che mi avresti sempre aspettata in quel retro bottega umido e rumoroso.

– Non ti sembra che sia un pensiero troppo audace forse? Frena Fiamma chi ti credi di essere, adesso riprendi la bici e vattene!

Era sera, lui le chiese di restare, ma lei preferì tornarsene alla Tonnara da sola, guardando solo la strada che era sempre davanti a lei, solo un po’ più buia.

Quando camminava su quel sentiero che dal paese portava alla Tonnara, Fiamma si sentiva rinata. Era un po’ in salita e, anche se la bicicletta si faceva sentire, lei non accusava il fiatone e tirava dritta, protetta dalla mano del vento che le accarezzava i capelli lunghi e neri e che la rassicurava alitandogli all’orecchio che andava tutto bene e che non doveva sentirsi in colpa e che non doveva avere rimorsi. Così, Fiamma tornava a casa, respirando a pieni polmoni il profumo del Limonio greco e delle Seseli di Padre Bocconi che, dalle Falesie di Capo Sandalo, il maestrale spingeva verso casa. Il mirto e il rosmarino tenevano per mano il vento, e così, insieme, in un abbraccio corale la proteggevano confondendosi con il profumo della sua pelle, che emanava ancora farina, lievito e pane, Fiamma sul viso aveva ancora stampato un sorriso a cinquantacinque denti!
– Eh già! Sarà stata colpa del panettiere e del suo “personalissimo” modo di impastare le tue carni! –
Esserino era dotato di una verve e di una perspicacia che la facevano rabbrividire a volte!

Quando tornava a casa canticchiava sempre Battiato, ora, sul perché le venisse in mente Battiato quando rientrava a casa non se l’era mai riuscito a spiegare! Sarà stata la Prospettiva Nevsij della strada forse!

– Ma se era una via sterrata? – Fiamma comunque era capace di cantarsi “la voce del padrone!” Tutto d’un fiato!

Passò davanti la casa dei vicini detta anche “la gattara” per via delle statuine di gatti sornioni e biricchini che la sovrastavano, salutò il solito “gattone” che era appollaiato alla finestra tipo Buddha. I proprietari erano due ex freakettoni, ormai architetti pensionati, avevano lavorato con Arata Isozaki, e del Giappone avevano ereditato il rito del tè e il ricordo di centinaia di gatti dell’ isola di Aoshima, un ricordo che, ahimé però, li aveva trasformati in argilla, gesso e marmi colorati, non loro, i gatti! Anche se Fiamma nutriva seri dubbi sul fatto che appartenessero o meno a questo sistema solare! A volte la rifornivano di erba, forse era un tantino forte.

– Però, porca miseria quanto era buona! –

La coltivavano dentro un vaso di terracotta, era una piantina piccola piccola, ma si dava da fare, e anche lì c’era un bel gatto posto a fare la guardia! Dopo, ti sentivi in pace col mondo, e lei da lontano riusciva perfino a vedere il cinghiale bianco che le sorrideva, insieme ai gatti, alle pagode e alle lampade cinesi! – Forse hai fatto un po’ di confusione! –

Una sera cenarono insieme sotto il patìo di legno, al quale si accedeva seguendo le indicazioni di una serie di micini buffi e simpatici posti tutti in fila. Un gatto vestito da usciere apriva un portoncino di legno, stile “vecchia Baviera”, saranno stati pure architetti di grido, ma agli occhi di Fiamma sembravano due tizi che si facevano le gite col CRAL! In ogni modo si sentiva tanto Alice che faceva visita al Cappellaio Matto! Luci soffuse, una tavola imbandita, erano tutti scalzi, alcuni erano già “partiti”, lei invece aveva passato tutta la giornata a stirare e a fare pulizie, non aveva risposto ai messaggi del panettiere, e aveva allontanato più volte la minaccia di una sua possibile “irruzione” alla Tonnara. Si sentiva sola as usual, e aveva voglia di cantare a squarciagola canzoni di Battisti e Baglioni, era inquieta e frenetica, insomma stava “su di giri” di nuovo!

Carola l’ aveva telefonata, avrebbe preso l’aereo per Cagliari lunedì.
– Ma dico io in “culonia” devi passare le vacanze tu? Vienimi a prendere all’aeroporto mi raccomando! – La principessa-(le-sarebbe-piaciuto)-sul-pisello non poteva farsi certo un ora e undici minuti di macchina, eh no! Pensò, allontanando il telefono dall’orecchio e scimmiottandole una linguaccia. Quindi lunedì sarebbe venuta Carola, doveva solo sopravvivere al week-end, per questo accettò ben volentieri l’invito di Harold & Maude, ah pardon! Lei era più grande di dieci anni! Ok non badate, ho esagerato col riferimento! Dopotutto aveva solo sessantadue anni la sua vicina!

Per la serata aveva scelto, un vestito in pizzo di San Gallo che esaltava l’abbronzatura, e le cui “prese d’aria” lasciavano intuire che non indossava né reggiseno e né mutande!
– Troietta all’arrembàggio! Cosa direbbe Luca, ma cazzo te lo sei mai chiesto? –
– Se avesse detto qualcosa non sarei così Esserino! Quindi sloggia che non ho tempo! –
Glielo disse mentre si spruzzava la sua Eau de Rochas! Ecco fatto, giusto in tempo per un po’ di smalto rouge sulle unghie e per allacciarsi la fibbietta dei suoi sandali Albano. Lasciò i capelli sciolti, aveva ancora bisogno della mano protettiva del vento che glieli accarezzava, e mise un filo di rossetto anch’esso red. Sapeva di vaniglia forse per via della crostata che fece il pomeriggio! Seguendo i gatti, entrò in un mondo parallelo dalle normali convinzioni comuni approvate!
– Eh Fiamma con due ex-hippie cosa volevi aspettarti i tortellini della domenica?-
– Ciao “diapason” come stai? Hai seguito gattaccio setaccio eh? Lui fa la guardia! Ma sa che sei un’amica cara! E ti ha lasciato passare senza miagolare!
Le si avvicinò Maude che buttandosi addosso le porse subito una canna di benvenuta.

– E chi si tira indietro nonnetta!- Pensò!

Aspirò quasi d’un colpo, mentre nell’altra mano le mise un bicchiere di Passito.

– Chi ben comincia…! –

Esserino era agguerritissimo quella sera, cominciò le sue ramanzine sulla strada verso casa, e le lanciava frecciatine velenose, parlandole a girotondo!
Dopo “na botta di droga e rock’n’roll”, era ancora lucida, tanto da intavolare una conversazione sul M5S! Disse a tutta la platea, alzando il bicchierozzo, che avrebbe voluto tessere una piacevole liaçon con Di Battista e Roberto Fico insieme!
Al quarto Passito di Fiamma erano tutti presi a parlare di Chagall e del perché nei sui quadri ci fosse sempre una capra, il più audace annuì che fosse una metafora della pecorina!
– Eh no per quella serve una pecora non una capra! Studiatevi gli ovini!-
Fiamma rise a crepapelle e cercò tra la folla del giardino chi fece questa battuta! anche se la voce le sembrava familiare.
Era Roberto, aveva preso la nave per Olbia e si era fatto tutta la Sardegna per arrivare su quell’isoletta dei tonni per vederla! Fiamma gli si aggrappò al collo, lui l’abbracciò respirando forte il suo profumo di griffe francese, di vaniglia e farina!

– Perché hai preso la nave? –
– Sai che io e la macchina siamo tutt’uno! –
– Sono contenta di vederti, Robi, mi sei mancato!-
– Hai fatto la brava?-
Fiamma sorrise maliziosa e imbarazzata.
– Con Luca come va? –
– Va, come una barca alla deriva che sta per schiantarsi sugli scogli! Ma come li conosci Harold & Maude? –
– Curai la grafica di vari bollettini di architettura e un loro testo di Architettura Radicale, gli diedi un paio di dritte di social media marketing! Robetta da yuppies resuscitati! –
– Ma perché non mi hai chiamato? –
– Lo sai che mi piace l’effetto sorpresa! –

Non fece in tempo a mettere le chiavi nella serratura che Robi cominciò a baciarle il collo, a prenderle i seni a pieni mani, a torturarle i capezzoli, che spuntavano dalla maglia in pizzo di San Gallo. Col bacino non stava fermo, la spingeva prendendole i fianchi, tirando quei lunghi capelli neri, che il vento adesso aveva ceduto a lui.
– Non posso, Robi –
Glielo disse con una voce bassa e suadente sopraffatta dal desiderio e dall’ardore, respirando il suo profumo Roma Uomo, come se la colpa fosse del mandarino, dell’alloro, del muschio di quercia, del legno di cedro e del patchouli. Era colpa loro se ogni volta cedeva a Robi, alle sue mani e a tutto il resto. Anche lui era un vecchio amico, erano stati insieme a venti anni, beh, in una situazione un po’ particolare. Dove gli ingredienti erano: Luca, Robi, Fiamma, un Capodanno, una veranda e un lettone degli anni Cinquanta! Tutti e tre insieme per sessanta fantastici rintocchi, ma questa è un’altra storia! Fiamma finalmente riuscì ad aprire la porta, gettò la borsetta a terra, non riusciva a tenere le gambe chiuse. Andò in cucina a prepararsi una tisana, o meglio Esserino la costrinse letteralmente a isolarsi un secondo, non fece in tempo a mettere l’acqua sul fuoco che Robi le alzò il vestito, le abbassò le mutandine, la fece sedere sulla sedia a dondolo della veranda.
– Sei una droga Fiamma, andresti bandita, io cerco di disintossicarmi, ma nada! –
Robi affondò la testa tra le cosce di Fiamma, leccandogliela, dissetandosi del suo succo, la sedia li cullava e andava avanti e indietro dolcemente.
– Robi lo voglio! –
Insieme salirono in camera da letto, Fiamma lo condusse in quella degli ospiti però, volle assaggiare subito il suo sapore, prima che si seccasse, lo sfiorava con le mani, gli succhiava il pomo di Adamo, si spingeva contro di lui, si sedette sul letto, gli abbassò i pantaloni e se lo mise in bocca, come un dono, il suo dono, il suo regalo, il suo passatempo, la sua pienezza alle frustrazioni, la sua risposta. – Sì, ma a quali domande? – Fiamma era vittima del desiderio, incontrollabile e ingestibile. I maligni diranno una ninfomane.

– Ancora con questo termine coniato da D’Annunzio? Dovrebbe essere messo al bando come l’isteria! Povera Fiamma? –
Robi la fece alzare immediatamente, la girò, la mise a pecora sul letto, la penetrò piano, con tre colpi lenti e profondi per poi aumentare: il ritmo, la coordinazione e la completezza.

– Non te ne andare Robi –
-Voglio vivere per sempre dentro di te Fiamma –

Fiamma, riuscì ad avere i suoi due orgasmi e il suo solito pianto post coito, ma se ne andò in punta di piedi in bagno, senza farsi vedere, e, a cavalcioni sul bidet, e con una mano poggiata al muro si chiamò puttana.