SPRING ON A SOLITARY BEACH

Standard

Fino a quando non vedrò alcune cose, per me non esisteranno, punto. Quindi non vedrò i capelli bianchi e le rughe, non mi renderò conto di avere qualche kiletto in più, e non mi porrò il problema se è presto o tardi per avere figli o per sposarsi. A volte guidando per strada, alzo gli occhi e vedo tanti palazzi e penso a come abbiano fatto a costruirli, quale metodo abbiano seguito, come sia possibile che vi “abitino” tante “cose e oggetti pesanti” e che, per giunta poi, non cadino! Come sono state edificate le città? I ponti? Dicesi ragionamento ingegneristico, forse? Mi piace che sia opera di qualche astruso e difficilissimo meccanismo svelato solo ad una piccolissima fetta di umanità! Non invidio per nulla i custodi di quelle verità! Dovevo cucinarmi qualcosa, mentre il vento mi importunava alla finestra, il vento voleva a tutti i costi entrare e , nonostante ci fossero tanti spifferi alla Tonnara, lui, preferiva sempre entrare con la voce grossa e fare “l’uomo di casa!”
Ho pensato bene di farmi una caponatina e bermi un bicchierozzo di buonissimo San Giovese, mi sono seduta sulla sedia a dondolo del patio, Mrs Maude è sempre a spolverare i suoi gatti, mi fa cenno di raggiungerla, ma oggi voglio stare per conto mio, le alzo il piatto facendole capire che sto mangiando e le mimo il gesto della nanna per dirle che dopo pranzo riposerò un pochino.
All’ultima cenetta in piedi avevo scopato con un mio vecchio amico, e dopo mi sono sentita una pezza, alla porta della mia coscienza si erano accalcati tutti i sensi di colpa, e ho fatto una faticaccia a domarli per non farli entrare, li ho dispersi, infatti, con tantissimo gas lacrimogeno. Prendere sonno sul grande lettone in ferro battuto era il non plus ultra del total relax, tirai giù la zanzariera, dalla finestra si scorgeva il mare, e intorno non c’era nulla, dietro la Tonnara solo un boschetto, dove, in un sonno eterno, se ne stava il letto di un vecchio fiume, la Tonnara era l’ultima villa, di un vialetto alberato. L’aria balsamica dei Pini D’Aleppo mi svegliò di soprassalto, e mi venne in mente Luca, e strinsi le cosce, come quando ti picchiettano il ginocchio per vedere se i tuoi sensi funzionano bene. Luca aveva questo, e altri mille poteri su di me. Mi buttai sotto la doccia in pietra collocata dietro la casa , presi il bagnoschiuma al sandalo, il mio preferito, la doccia era all’aperto e dietro di me c’era solo il bosco che mi guardava, come se mi stesse spiando dal buco della serratura. Non ne potevo più di maschere all’argilla, pediluvi ed erba cipollina, lasciai i capelli umidi, misi le scarpe da ginnastica e andai a comprare un bel gelato panna e nocciola. Camminando per il centro storico passai alla boutique di Franco, aveva creato un nuovo disegno per le cavigliere e decisi di farmi un regalo, pagai un botto, ma se li meritava tutti quegli Euro! Franco aveva fatto pratica presso uno sconosciuto maestro orafo parigino, che divenne poi il suo amante, ogni volta mi raccontava la sua triste storia d’amore, e ogni volta lo ascoltavo con rispetto e qualche lacrimuccia.
– Stavi lavorando non volevo disturbarti, sono venuta a comprarmi la cena! –
– Aspetta, il tuo turno! –
Gli sorrido maliziosamente e con fare ansiogeno, stiamo posizionati di fronte, tu davanti a me, ed io seduta sulla panca di legno, ci guardiamo con occhiate schive, veloci e ladre, siamo ladri di sguardi, ci ispezioniamo, non riesco a trovare delle imperfezioni su quel viso. Hai gli occhi verdi, la bocca piccola e una cicatrice sul labbro sinistro, i capelli di un castano chiaro e una faccia da schiaffi, sembri uno che la sa lunga: sulla vita, sull’amore e sul sesso. Non mi lascio abbindolare, ti osservo in silenzio. Inutile che mi ammicchi, e mi guardi dietro il bancone, perché tanto me ne accorgo, vedo il tuo riflesso dal vetro che mi scruta, di nascosto. Accavallo le gambe, mi scosto i capelli di lato, sai cosa ti dico: non ho più paura, non ho più paura di restare da sola, non temo più la solitudine e l’isolamento, riesco a gestire tutte le mie emozioni, non faccio più la pazza e non do i numeri, riesco concretamente a fare qualcosa di buono per la mia vita, non mi do più in pasto all’ira, non sono più vittima del “Gaslighting”, riesco a gestire tutte le situazioni con freddezza e piglio deciso, senza sofferenza, panico e crisi. Te la faccio intendere tutta la mia sicurezza. Mentre sei indaffarato tra il forno e il bancone, accavallo le gambe, sono inquieta e voglio la tua attenzione, scosto ancora i capelli di lato, che adesso sono indomabili, mi sistemo sulla scomodissima panca, portando le tette in avanti, ho una maglietta bianca, ma è trasparente e si vede il mio reggiseno a balconcino nero, col seno che fuoriesce, come piace a te. Mi reputo una bellezza che acquista punti quando è sicura e sfacciata, quando fa capire ad un uomo che vuole fare l’amore, che lo desidera, che non ha timore a chiedere, a osare, ma sono anche consapevole di inviarti segnali discreti e percepibili solo a te. Con semplicità e discrezione ti dico che ti voglio, attraverso un linguaggio del corpo, dei segni e dei profumi.
– Prego –
– Due focacce al pesto e basilico, grazie –
– La seconda è per me? Mi aspetti, che chiudo e faccio una doccia? –
– Ti aspetto a casa –
– Ti conosco, va a finire che mi lasci fuori la porta! –
– Stasera ti aspetto fuori il vialetto, per come sto…! –
Preparo un cenetta frugale, fatta di verdurine e insalata, e focacce. Il vino non manca mai, scorre lento nelle nostre vene ed ha un effetto sedante così efficace, sono molto rilassata con lui, forse perché non lo amo, forse perché lo reputo brutto, o per lo meno non bello, perché sì, alla fine, lo reputo “inferiore” e così riesco a gestirlo e ad essere una “panterona”, però poi deve esserci il romanticismo, il rispetto delle regole del corteggiamento, il rispetto delle pause, la delicatezza dei movimenti, che diventano decisi, forti e veloci quando sono io a chiederli. Sono esigente lo so, sul dare e ricevere piacere sono categorica, il sesso è orgasmo, è inclinazione al proprio carattere, è assecondare i propri desideri. Non mi piace quando il sesso è pantomima, è finzione, è atmosfera senza risoluzione. NO. Agli uomini piace ricorrere a quadretti hard per far alzare la mazza! Anche alle donne, per carità, ma diciamo pure che per noi, non è il caso di “appenderli” quei quadretti!
– Fa la cosa giusta Fiamma! –
Sembra dirmi Esserino/ Spike Lee. Non riesco più a distinguere la realtà dall’immaginazione e addirittura dagli incubi! Devi operare delle scelte, non hai più ventanni, le scelte devono essere “cool”, “azzeccate”, imperativamente “efficaci” e stimolanti, altrimenti si rischia la gogna pubblica, e, cosa peggiore di tutte, c’è il rischio di esporsi e di sembrare ridicola.
– Esporsi…già! Abbiamo tutta l’umanità che fa le stesse cose, con gli stessi intenti: sopraffare, arrivare primi, essere i migliori.
No, non voglio “attaccare la mina”, come direbbe un mio “amichetto” romano sulla decadenza dell’umanità, e sulla fenomenologia del “farsi le scarpe!, e non credo neppure di essere una santa, la verità è che mi piace vivere e amare e venire.
– Ho bisogno di te, lo sai? Ho bisogno di questa bocca, di questa lingua, di queste labbra, di questi denti –
Sono sopra di te vestita, bollente, con la pelle che brucia per via del sole del primo mattino, mi tolgo il reggiseno, la maglietta bianca “da muratore” evidenzia i miei capezzoli turgidi che subito mordi, insieme alla stoffa. Mi alzo in piedi, mi voglio spogliare davanti a te, mi tolgo gli shorts, la maglietta e le mutande, sono nuda, coperta solo dai capelli neri e dalla mia abbronzatura. Ti guardo e mi bagno, ti inginocchi e te la faccio annusare, riesci solo a darle una piccola leccata, perché ti scosti subito e ti spogli anche tu, ti aiuto sei nudo coperto solo dal tatuaggio e da quelle mani che io vedo ancora che impastano farina e acqua.
– Le tua labbra sono così rosse e questo neo di lato ne vogliamo parlare? E questi occhi neri allungati all’inverosimile, e questo culo, e la tua pelle esotica, aromatica, piccante, piena di sapore e di amore e di tepore, voglio succhiare i tuoi seni, sprofondarti tra le cosce, perdermi in te amandoti, sempre… –
Salgo sopra di te, te lo prendo in mano e lo infilo, vedo l’espressione di profonda distensione sul tuo viso scendo piano, ti riprendi improvvisamente, mi afferri il sedere, mi dici che questi siamo noi due, abbracciati, avvolti, fusi insieme, come due liquidi, un solo elisir. Le spinte le decidi tu, io ti assecondo, anche se il tuo profumo e il tuo viso mi fanno venire quasi subito, e respiro lentamente adesso per beneficiare dell’ onda lunga dell’orgasmo, e ricomincio a respirare perché avevo trattenuto il fiato, e riapro gli occhi che si erano chiusi un secondo dai tuoi. Mi tiri i capelli per stamparmi un bacio, mi dici che sono meravigliosa quando vengo, e mi fai sempre la solita domanda, banale e da canovaccio:
– Hai pensato un pochino a me? –
Come al solito non ti rispondo, ti blocchi, mi dici che vorresti prendermi a schiaffi, che non potrò continuare a comportarmi così a oltranza, che prima o poi dovrò fissare le tende, mettere i paletti e issare le vele.
– Dio mio che ansia! Ricordati che devi morire! Ma chi sei Savonarola?
Ti rollo una sigaretta, ti senti meglio, mi odi un po’ meno, ti faccio venire con la mano, velocemente, ti chiedo di venirmi sul seno e tu non ce la fai più, urli il mio nome sporcando solo te stesso.

Vivienne la Nuit ©