I am inspired by Spike Jonze

Standard

Ogni giorno parlo una lingua diversa, ed ogni giorno non vengo capita. Ogni giorno cerco di spiegare, di parlare, di far comprendere come vedo la realtà, ma niente, questi non capiscono. Ho il terzo occhio, faccio parte della massoneria, mi metto un cappuccio in testa e celebro un rito iniziatico, mi guardo allo specchio e vedo la mia immagine capovolta, l’ho girata io, ho studiato in Messico come Aleister Crowley. Mi immagino su di un piccolo palco a conferire ad un pubblico inesistente. Prendo in giro, sciarade, ironia, doppi sensi, frasi a metà, mezze verità. Recito. Su quel podio che mi sono ritagliata; e pensare che ho anche acquistato da me la medaglia d’oro. Mi illudo di conoscere tutte le righe nelle quali voglio perdermi, ma alla fine leggo bene tutto quello che c’è scritto sopra quel quaderno, scorro le righe, che sono banali, divoro parole risapute, il solito brodo con carne trita e ritrita. Sono seduta, guardo i gatti dei vicini, provo a chiamarne qualcuno, sono superbi e non concedono nulla, mi accendo una sigaretta, dandomi un tono, alla ricerca di un po’ di carattere, terrorizzata dalla paura, dalla solitudine, dalla mancanza di un uomo al mio fianco 24h. Studio ancora la grammatica di una nuova lingua, la sintassi, il lessico, la morfologia, ma adesso queste regole non vogliono entrare nel mio cervello, ho pagato il conto, ceduto le armi, ho fatto fin troppo la troietta, lo so, Luca si è sposato, sì, mi ha chiesto di scopare part time, ma gli ho detto di no, non sono il fottuto coperchio di nessuno, poi c’è Robi che mi tiene in un limbo di aspettative, di progetti, dei “faremo ma non posso”, Robi che con me ha esaurito la sua carica, Robi, con il quale ho condiviso ansie e paure, Robi con il quale pensavo di ritenermi “salva” nel focolare della sua famiglia, dove era importante apparecchiare una bella tavola: forchette, piatti, bicchieri, acqua minerale e intorno tutto si sgretolava, e le pareti erano prive di intonaco, e dove ho perfino trovato qualche pezzetto di muro nella minestra, un po’ di cemento che ho mangiato, buttandolo giù con un po’ di vino rosso sangue. Con Robi, sembrava di stare in uno stagno, con mille ninfee che non prenderanno mai una piega, e che saranno sempre scomposte sull’acqua, e con lui che mi tiene per mano, ma che in realtà me la lascia quando vuole, in un tacito consenso, senza sbattimenti e tragedie, in silenzio, seguendo il principio che la vita scorre lenta e siamo chiamati a sostenere prove quotidianamente, che le prove non fanno gli eventi, ma che il sale di tutto è resistere, accarezzati dall’acqua del fiume. Non vuoi avere figli per il momento, non vuoi sposarti, conviviamo insieme come due amici di stanza, che vivono sotto lo stesso tetto. Basta. Mi serve una dose, forte, massiccia, che salga velocemente.
Sono andata al forno, stavi lì che preparavi i panetti con il lievito madre. Il negozietto era pieno di gente, intenta a prendere il numero e svignarsela, tu hai alzato giusto un attimo la testa per vedere chi fosse entrato. Mi hai visto, hai chiuso gli occhi per un tempo indefinito, respirando forte e continuando ad impastare, ti sei fermato, hai bevuto un sorso d’acqua e hai continuato il tuo lavoro. Era il primo giorno dell’estate, quel giorno parlavo la mia lingua, la nostra lingua, quel giorno, io parlavo e tu, panettiere isolano mi capivi, ed esaudisti ancora una volta i miei desideri, senza domande e senza spiegazioni.
– Sei ancora da sola alla Tonnara? Perché ti do retta?
– Vieni un po’ da me stasera?
– Dipende, se sono stanco o meno
– Non insisto
Aspettai il mio turno, nell’angolino con i miei shorts di jeans, gli anfibi, la magliettina scomposta verde acido con su scritto “Nirvana”, il bikini che mi irritava l’interno coscia, e la bretella che mi segava il collo.
– Ma tu guarda se devo restare qui, chiusa, con quaranta gradi ad elemosinare il cazzo di sto tipo.
Fiamma, sei al capolinea della società e alla frutta, sono seduta dentro la fottuta Karma Police, e vado lenta, fuori è buio, senza sapere dove, ma consapevole che tutto scorre e scorrerà sempre, tutto ciò è quasi una dannazione, un marchio a fuoco, una bolla enorme che non esplode. Sono seduta su quella panchetta di legno, mi guardi come se fossi una bestia feroce dietro le sbarre dello zoo. Cerchi di controllarti, di moderarti, impastando freneticamente, usando convenevoli con i clienti.
– Vado al mare
Prendo la borsa, la panchetta di legno mi ha lasciato il segno sulle cosce. Me le guardi come un lupo, ti togli il grembiule, alzi il tavolaccio del bancone. Sei uno ordinario, per la famiglia, per la tavola apparecchiata, per i pranzi della domenica. Ma sei anche il tipo che sculaccia il mio culo, sulla sedia a dondolo della Tonnara, lo so.
-Aspetta ti accompagno a fumare
Appena fuori, mi prendi da dietro, per i fianchi, baciandomi il collo, stringendomi i seni, facendomelo sentire e annusandomi intensamente. Mi divincolo per prendere l’accendino.
– Sai di salsedine, di sabbia, di sole, di caldo, di caffè, di sale
– Già mi sto bagnando, ci vediamo stasera e porta qualche pizzetta e due birrette, io preparo l’erba.
Mi metto le cuffiette, i Green Day di Dookie sparati a mille, ho questa sindrome tardo adolescenziale che non va via, ho questa lineetta bloccata sui venticinque anni che non si muove più. Io di anni ne ho trentatrè, forse sono io quella che non vuole crescere, no i vari Luca, Robi, Yannick e Panettiere, no, loro sono coerenti, loro vogliono scopare, ma lo voglio anche io, no, loro vogliono divertirsi, ma lo voglio anch’io, no, loro vogliono me, senza impegni, senza conseguenze, senza futuro, ma lo voglio anch’io, cazzo, ma allora di cosa stiamo parlando? Delle fottute scadenze, dei fottuti pedaggi da pagare, della cazzo di dogana. La voglio anch’io la tavola imbandita, la voglio già apparecchiata, ma a volte voglio mangiare in piedi, come la mettiamo? Non so rispondere e in silenzio mi incammino verso il mare. Sulla spiaggia del Lucaise sembrava tutto fermo, l’acqua aveva cessato il suo moto perpetuo, le onde non si infrangevano più sugli scogli, il sole era immobile e non emanava più nessun calore, la sabbia era intrappolata dentro una clessidra gigante. Non c’era più colore, solo plastica, fredda e immobile plastica. Una cartolina sbiadita, un immagine di quello che furono, i tempi belli di una volta, i colori vivaci, senza grigi. Le storie d’amore, collaudate e invecchiate, assumono i connotati di quei grandi cartelloni pubblicitari: grandi, glaciali, pieni zeppi di nuovi propositi, di buone intenzioni e di appelli invitanti, poi le stagioni li rovinano, li stracciano, increspandoli, facendovi entrare l’acqua, deturpando e corrodendo e il guaio è che non c’è nessuno che li rincolla, nessuno che aggiusta quei vecchi cartelloni, nessuno che si preoccupi di recuperarli, riattaccarli, recuperarne i pezzettini, no, l’unica cosa che fanno è incollarne un altro sopra, nuovo, invitante e con sotto tanta colla, perché altrimenti non sta su.
Mi spoglio, scarpe, pantaloncino, maglietta, stendo l’asciugamano, da lontano vedo Carola e Vale con i bambini, io sto ancora a zero, sono ancora indietro e non riesco a correre, perché mi viene il fiatone e ho paura di non farcela. Mi rollo un grifo, con la musica ancora a palla nelle orecchie, mi stendo, voglio la botta, voglio l’eden e voglio raccoglierne i frutti senza sentirmi in colpa. Sento una mano accarezzarmi la pancia, una mano ruvida che con l’indice fa dei cerchi intorno al mio ombelico, che sale su stuzzicandomi la bocca, svegliandomi da quel torpore con le unghie che scivolano sui fianchi. Apro gli occhi. Eppure voglio tenerli serrati, come quando in una galleria becchi quelle luci accecanti e per un secondo con le mani sul volante chiudi gli occhi e le palpebre ti fanno male.
– Ho fatto prima, sono qui, perché ti do retta?
– Perché mi ami e perché ti amo
Glielo dissi mentre gli accarezzavo i capelli, visualizzandolo tra le mie cosce, mentre mi donava il miglior cunnilingus del pianeta.
– Panettiere, voglio solo la tua lingua, in questo momento
Lo dissi, in uno stato confusionale, pieno di rovi
– Vado a fare un bagno
Mi riprendo un pochino, non mi va che mi vede così, poi mi scarica tutte le colpe, dice che faccio la troietta, che i casini me li cerco con il lanternino. Io volevo solo farmi una canna in santa pace. Io volevo solo venire in santa pace. Io volevo ascoltare Welcome to Paradise senza nessuno che mi richiamasse nell’inferno. Ma mi serve la tua lingua, e il tuo cazzo, e le tue attenzioni, e i tuoi complimenti, e la tua dedizione, e il tuo ardore, mi serve tutto. Ho una cazzo di dipendenza, soffro della sindrome dell’abbandono, ho il decifit dell’attenzione, ho un bisogno disperato di scopare con te panettiere e tu mi giudichi, no, non se ne esce. Mi porgi l’asciugamano, mi abbracci.
– Non sei cambiata di una virgola, da quando avevi sedici anni, per te non è cambiato nulla
– Panettiere, torno a casa, mi vado ad impacchettare con tanto di fiocco per te, non fare tardi e porta da bere
L’aspettavo sull’uscio della porta, scalza, la sera era fresca, il profumo del mirto fortissimo, ero rilassata, super ricettiva, apertissima.
– Non voglio stare da sola, sono sincera panettiere, ma qual è il problema? Bella camicia, mi piacciono le belle camicie, annuso il tuo profumo
Mi prende il viso a piene mani, gli mantengo le mani, mi dà un bacio che sa di dolore, di frustrazione, di fine della storia
– Non così, panettiere, non capisco nulla se fai così, devo immettermi sul binario, così fai solo confusione
– Quanto rompi!
– Faccio un po’ io
Mi avvicino ancora di più, ti bacio il collo, ti sbottono la camicia, ti bacio il petto con un po’ di lingua, la saliva inizia a scendermi dagli angoli della bocca, risalgo su, lo sento già pronto, evito di toccartelo, mi siedo sul divano mi tolgo le mutandine, resto solo con la gonna, mi giro e ti faccio vedere un po’ il culo, solo un po’ come piace a me, gli do una sonora pacchetta, lo so che ti piace il rumore, piace anche a me. Sei sempre dietro, inarco il bacino, mi stuzzichi i capezzoli
– Non ti sento ancora, aiutami
Mi tiri forte il capezzolo sinistro, quello più sensibile, te lo porti alla bocca, lo lecchi, tanta saliva, baci, la lingua veloce quanto basta, con le dita scendi sotto la gonna, me la alzi, mi fa piegare sul divano, cominci a leccare da dietro, con le dita che mi accarezzano dentro, mi aiuto dondolando i fianchi, porgendotela il più possibile, voglio che ti comporti come un ventosa, ecco cosa mi sta facendo venire, l’immagine della tua bocca, come una ventosa sulla mia patata. Lo so è assurdo. Eppure funziona, cazzo se funziona! La senti che è pronta, comincia a stringere ritmicamente intorno alle tue dita, cerco di respirare, così si raffredda, adesso me lo metto un po’ in bocca, poco poco, sennò mi vieni subito, lentamente, facendoti sentire la punta della lingua che va a colpetti sulla sua punta, mentre te lo stringo a cerchio con la mano, e con l’altra mi tocco una tetta, guardandoti, sempre. Ricominciamo, mi accomodo meglio sul divano, alzo le ginocchia, ti metti le mie gambe sulle spalle, così ti sento tantissimo, ti sento preciso, non posso distogliere l’eccitazione, che adesso ha preso la sua via, le tue spinte sono chiare, lente, profonde, illuminate dalla mia vergognosa voglia del tuo cazzo. Oh, l’ho detto! Calmi. Esci, continui con la lingua e le dita a uncino, mi tocchi sempre i seni, la mia mano sulla tua testa, ti stacchi un secondo per mordermi l’interno coscia sinistro, continui a leccare, a infilare dita. Ci siamo, puoi rientrare, neanche il tempo di infilarlo tutto che gli spasmi si fanno automatici, ripetuti, intermittenti, lo spingi più dentro per sentirli tutti, mi afferri il mento, mi stringi le guance, mi baci per sentirmi ansimare di te, e veniamo così, tra saliva, alito profumato di rosolio e la ventosa più fantastica dell’universo intero. Dai, Fiamma, la ventosa no, dì che non è così, please!

viviennelanuit©

Say ain’t so, The Weezer, The Blue Album, DGC Records 1994.

Slow dance?

Standard

Camminavo scalza per il corridoio lunghissimo, fuori c’erano il ponente, il libeccio e il maestrale che sembravano esortarmi a seguirli, mi incatenavano al pino di aleppo, mi torturavano con i loro sìbili e fischi, spessissimo, stavo al loro giógo, altre volte mi nascondevo in un mobiletto dell’ingresso affinché non mi trovassero. La casa era nuova: infissi in legno/alluminio, parquet, la poltrona Belém nell’angolo, che pareva infilzasse chiunque tentasse di sedersi! Per essere una casa al mare aveva un tocco da loft newyorkese, aveva un’aura da appartamento di città. Era sola, in mezzo alla natura con un voglia prorompente di affermare la sua presenza, il suo carattere. Tutt’intorno nella pineta, arbusti di ginepro fenicio, arruffati, sembravano gatti sornioni e pelosi, che svegliavo la mattina quando aprivo le finestre blu, loro mi guardavano pigri e indispettiti, ed io respiravo forte quell’aria balsamica e pungente di mediterraneo, piena d’acqua, acqua dappertutto, blu dappertutto: come il divano, come le persiane. L’avevo ristrutturata da poco, non la riconoscevo più, mi sembrava una nemica adesso, era come se, non riuscisse più a proteggermi dal mondo esterno, chiudevo le finestre, sbarravo le porte, accompagnavo le tende pesanti di chiffon, ma nulla, la Tonnara era diventata minacciosa, insopportabile, pettegola, aveva fatto un patto coi venti per seviziarmi, non potevo più fidarmi di lei, dei suoi anfratti, della sua cucina, della libreria, del lettone in ferro battuto, tutti gli oggetti erano contro di me, mi spiavano dall’occhiello della serratura, mi sentivo come un improbabile Alice trentenne, che cerca di fuggire da quel mondo di meraviglie assurde, come in una casa di bambole, dove tutti sono inermi e morti e tu traffichi con padelle e qualche mestolo, in una cucina, dove tu sola sai, non mangerà nessuno, ma dove tu prepari lo stesso e apparecchi la tavola: piatti, bicchieri, fazzoletti, posate, acqua, già l’acqua, aspetti quegli invitati che non si siederanno mai, e allora alzi quel cucchiaio e lo affondi in quella minestra. Dentro è inverno, ma fuori è estate, alcuni sconosciuti tentano di varcarne la soglia, io mi sento impaurita, timorosa e ansiosa, sono come Eva Braun segregata nella prigione di Moloch, sono come il Silvio Pellico dello Spielberg, come il Cagliostro della Rocca di San Leo. Ho bevuto troppo ieri sera, oggi doveva iniziare la dieta detox, da qui non se ne esce. No escape. Avevo i RATM sparati a mille, c’erano almeno 41 °, il sole batteva a picco proprio sul terrazzino del bagno, dalla vasca ne vedevo i raggi fieri, ostinati e affilati della tarda controra, prima che mi immergessi in quell’acqua fresca e profumata di sandalo e fiori di loto, mi sentivo come un pollo infilzato nello spiedo, tutto oleato, con tanto di rosmarino e paprika.
-Stasera cenetta dai freakettoni-
-Mi raccomando, comportati bene, fai la brava-
Esserino aveva alzato bandiera bianca, aveva deposto le armi, si era fatto vecchio, gliene avevo fatte passare tante, troppe, adesso era un vecchio saggio coi baffi bianchi, sembrava Gandalf, anche se per me era Smigol, pensavo sempre che avesse la febbre addosso, e che non si lavasse.
-Tesoro, ma ti sei fatta magrissima!-
-Troppo sesso Mrs Maude, troppo sesso!-
-Beata te, qua, da decenni sono montate le ragnatele, anche se qualche preda riesco ancora a catturarla.
Il patio era addobbato come un bordello di Osaka, tra pagode, fiumiciattoli Feng Shui e un gruppetto appartato che faceva Tai Chi.
-Fiamma, stai facendo la solita accozzaglia di pensieri, mi sa che Pindaro è incappato,di nuovo, in uno sciame di gabbiani!-
Il mio vestitino era perfettamente in tema con il mood della serata: rosso, con fiorellini giallini, forse gelsomini stilizzati o margheritine, era abbottonato fino al collo, a giro maniche, aderente quanto basta, lungo fin sopra le ginocchia e con uno spacco di lato, tacco alto e capelli a chignon, mi sentivo come l’origami di una Geisha, la bozza di un cartone anni Ottanta, la baldracca di Goldrake boh, e avevo messo su troppo rossetto rosso, lo specchio rifletteva l’immagine di una Fiamma rovesciata, che stava per bruciarsi i bei piedini.
-Ahia!-
-Cos’hai in mente, in quella tua testolina piena di radici malate e ortiche pizzicanti?-
Non avevo voglia di cenare dai vicini, volevo starmene sul divano di casa, con l’aria condizionata e le bacche di Goji, e invece mi toccava fare visita al vicinato.Gli architetti filo-harumaki-ramen avevano chiuso un importante progetto su Tokio: la costruzione di un grande albergo e avevano organizzato questa soirée nipponica con tutto il corredo, mi ero portata il panettiere con me, ero consapevole di tenerlo da un po’ sulle spine, era una bomba ad orologeria, poveraccio, se quella sera non mi fossi concessa, credo mi sarebbe saltato addosso nel bel mezzo della portata Maki! Ma potevo anche rischiare un fragoroso: fanculo Fiamma! Un Fanculo che chiaramente avrei scongiurato in tutti i modi!
Mi rendo conto di avere un problema con il suono della voce di alcune persone. Cerco di rimanere calma e indifferente, ma quando quella voce stridula si pianta nelle orecchie, è davvero difficile restare impassibili, prenderei un fucile a pompa e farei saltare il cervello di quella voce di turno: antipatica, acida, e che si comporta un po’come un martello pneumatico, che quando arriva ai miei timpani, batto la testa come se ne fossi mitragliata! Questa è una delle ragioni per cui al mattino voglio il silenzio e per cui se accendo la tv tolgo il volume, sì, ad alcune persone vorrei togliere la voce, come posso fare? Gli eviro le corde vocali e le vendo al mercato degli organi? Come si fa in questi casi? Mrs Maude aveva esattamente la tonalità giusta per farmi partire l’embolo. Decisi di appartarmi un po’ con il panettiere, lui sì che aveva una bella voce: calda,suadente, profonda, da maschio in calore, in calore di me.
Eravamo nella stanza rossa della Tonnara, quella col camino, quella col disegno dei pavoni, non ci credevi che stavi con me, continuavi a blaterare conversazioni ai limiti dell’assurdo su Herzog, Ellroy (Hey, mica male per uno che impasta dall’alba al tramonto, ma quanto sono stronza?!) e la Milano degli anni Cinquanta. Mi hai braccato, mi hai fatto una corte spietata, e alla fine ho ceduto, forse per noia, per il bisogno di sentirmi idolatrata, per ammazzare il tempo. Lo ammetto ho fatto l’ochetta, sapevi del mio finto atteggiamento frivolo, mi reggevi la parte, forse eri più furbo di me, ti avevo sottovalutato. Parli troppo veloce, vai troppo veloce, quante volte ti ho chiesto di andare piano, lentamente, senza fretta.
La voce in questione mi eccitava tremendamente, era la sua voce, la zona che reputavo più erogena, non il suo cazzo, la sua abilità “linguistica”, ma la sua voce.
Lo avevo rivisto a casa di Harold & Maude, o meglio decidemmo di incontrarci direttamente lì, da lontano non mi aveva fatto effetto, poi si avvicinò con qualcosa da bere e iniziò a proferire parola, mi bagnai all’istante, abbassai lo sguardo imbarazzata e feci un sospiro guardando quella notte stellata.
-Stasera evitiamo ok?-
-Non ti senti sola?-
-Panettiere, fai marcia indietro-
-Ok, fai il siparietto della sostenuta, vedi di chiuderlo subito, però-
-Certo che devo farlo, mi devo riscaldare?Panettiere!-
-Fammi vedere le dita-
Me le portai alla bocca, gli accarezzai la mano, forte, grande, e succhiai quelle dita avidamente, guardandolo, a lui non feci fare nulla, faceva parte del giochino, doveva stare immobile, dovevo stuzzicarlo, farlo impazzire e lui non doveva cedere. Non mi piace correre, mi piace andare piano, senza fretta, potrei rimanere in questo recinto di piacere per sempre, l’orgasmo ne è solo la risoluzione, e se pascoli bene in questo recinto, la risoluzione sarà una bomba, una scossa potentissima, roba da perderci i sensi. Il panettiere voleva sposarmi, voleva che lasciassi Luca, Robi, Yannick e che restassi con lui per il resto dei suoi giorni, mi sentivo confusa da tanta sicurezza, da tanta decisione, dopotutto mi piaceva crogiolarmi nelle questioni “sospese” e spilucchiare da queste solo il meglio, ma prima o poi sarei stata chiamata o a prendere una posizione (hey non ridete è per esprimere il concetto!) non risposi alle sue arringhe, come al solito preferii il silenzio, più comodo, meno compromettente.
-Ti prego panettiere, baciami soltanto, fai l’amore con me, senza pensare, senza parlare.
Mi girai verso la parete, mani sul muro, bacino inarcato, il panettiere stava per sbottonarsi, con uno sguardo ammonitore, gli chiedo di usare solo le dita, mi alza il vestito, mi abbassa le mutandine, inarco il bacino, inizia la danza, me la apre simulando il gesto delle forbici, apro le gambe ancora di più, perché le voglio sentire chiare dentro di me, non voglio un azione confusa, voglio un tocco deciso, lui mi prende anche davanti, premendo il bottoncino fatato, abbandono la testa all’indietro sulla sua spalla, mi prendo i seni, mi sento le ginocchia deboli, con le dita va più deciso, più lento, ma più profondo. Mi piace non amo la velocità, non è vero che bisogna andare veloci, cazzate, almeno non con me, perché devo sentire tutto, capire tutto, ogni centimetro di godimento devo decifrare, interpretare.
-Ah stai stringendo, vieni amore mio-
Adesso le sue dita sono ad uncino, mi prende per il collo, mentre sto per venire, dicendomi che sono meravigliosa. Cerco di ricompormi, mi accendo una sigaretta e mi affaccio alla finestra.
-Vuoi solo questo?
-Sì panettiere, scusa anche le donne si comportano da uomo di tanto in tanto.
-Io te lo faccio fare solo perché ti amo e ti rispetto
-Ti ringrazio per il rispetto
-Ma a volte Fiamma, ti prenderei e basta, e ti picchierei anche, perché mi fai incazzare da morire.
-Ci vediamo domani campione
Misi le chiavi nella serratura, e corsi a immergermi nel sandalo e nei fiori di loto, rimasi in acqua tutta la notte.

©VivienneLaNuit

The Housemartins, The Light is Always Green, The People Who Grinned Themselves to Death, Go! Discs 1987.