C’ È DELL’ACQUA SOTTO LA FIAMMA

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Fine di una storia. Fine di un storia mai cominciata. Fine di una storia che è stata solo vissuta, respirata, impregnata di un profumo indelebile. Cerco di lavarlo via. Fine di una storia che sembrava infinita, e che invece si è dissolta nel peggiore degli acidi a buon mercato e che si è sgretolata nelle mie mani, come la cenere di un cerino, scemata in sordina, senza dare nell’occhio, senza avere neanche il tempo di pronunciare la parola: fine. Una storia che andava alla deriva senza soluzione di continuità, e forse senza fine.

Non mi prendo mai sul serio, non la smetto di fare battute stronze a ripetizione, non riesco a non essere polemica, a volte vorrei uscire di casa e concedermi un giorno di ordinaria follia, ciò non vuol dire che non abbia rispetto delle cose importanti della vita, rispetto tutti, amo tutti, adoro l’intero creato, ma a volte ho bisogno di star sola, chiusa nell’eremo della Tonnara a scopare, bere, fumare e mangiare: con il Panettiere milanese, con Luca, Robi e Yannick. I quattro cavalieri della mia apocalisse. Gli accompagnatori del mio baratro. Ormai è un lustro che stai dietro a questi tipi, stai in un fosso e non riesci a risalire, stai mangiando solo terreno, tra poco verrà un uragano che ti seppellirà lì sotto, nel fango. Fiamma, più volte ti ho mostrato la scale, ma tu hai fatto finta di non vederle, stai ancora fingendo di essere cieca?

La mia bussola si è smagnetizzata, ma poi a cosa serve una bussola se poi crepiamo tutti, se tutti finiamo nel fosso come i topi del pifferaio magico, mah, io non lo so, non so rispondere, non voglio rispondere, posso rimanere in questo limbo? In silenzio? Quando vedo troppa gente, non vedo l’ora di tornare a casa, odio le persone, non le sopporto, ho un problema con le voci stridule, con quelli che parlano, parlano e parlano. Desidero il silenzio, la tranquillità, la natura, il verde e il mare. Ho l’impressione di camminare fluttuando e di guardarmi intorno e decifrare un linguaggio che è visibile solo a me. Hey, sono una cazzo di macchina enigma! Mi sveglio da un incubo, oppure sto assistendo ad un incubo? Troppo facile, sarebbe una strada spianata, in discesa, liscia, da percorrere senza svoltare l’angolo, tanto alla fine c’è l’aurora, c’è il sole, e invece no, dobbiamo guardare, e io mi fingo cieca e guido, sono cieca e guido la macchina, poi però devo prendermi una pausa, devo chiudermi nel castello del gobbo di Notre Dame a riflettere. Non parlo mai di te? Non è vero, ho i piedi ben saldati a terra, sono piantati tipo radici da sotto il cemento, e ho bisogno di regole e punti di riferimento, perché sai che non sono una tosta, no, Panettiere milanese, non lo sono e so che tu mi lascerai da sola spesso e questo non lo tollero, ed io da sola non ci so stare. La prima volta siamo stati al lago, quello dei fenicotteri, un lago illuminato solo dalla luna e dalle lucciole che sostavano a pelo dell’acqua. Non c’era nessuno solo la natura, che discreta e silenziosa faceva da voyeur. Non ero sicura, non mi andava, ma è stata una mia decisione portarti lì, forse perché avevo troppo desiderio accumulato che mi contorceva lo stomaco. Mi hai baciato a tradimento mentre blateravo ancora perplessità. Mi hai dato un bacio spontaneo, puro che sapeva di rinascita e di genesi e di inizio di una storia. Un bacio da capitolo primo. Scavalcammo la piccola staccionata che dava su una terrazza ricoperta di travi di legno, era tutto così onirico. Io mi sentivo sdoppiata, come mi capita spesso, da un lato la mia vitalità prorompente che mi fa fare cazzate, dall’altra la voce della coscienza che mi addita la retta via da seguire, e io che leggo anche il cartello: “retta via”. Ora, sarà stato il chiarore della luna, il laghetto salmastro, l’aria calda corrermi su per la schiena, il tepore delle tue mani, ma ero davvero su di giri, avrei indossato solo i raggi pallidi della luna per te, raggi che avresti scostato per stringere il mio seno, scostarmi i capelli e bagnarmi le labbra, come una ninfa, che esce dall’acqua, un essere spirituale e puro. Avevo un vestitino lungo grigio che seguiva le mie curve, curve che conosci perfettamente, e che spesso riaffiorano alla tua memoria. Ci sedemmo su una panchina, mi alzai il vestito, mi abbassai le mutandine, mi sedetti sul gilet di jeans che avevo messo apposta, iniziai a toccarmi, mentre mi scoprii i seni, non sapevi da dove cominciare, eri confuso, i tuoi gesti erano concitati. Iniziai io, abbassandoti i pantaloni, sentendo la tua voglia di me, assecondandola, senza fretta, e la mia bocca era il tuo sedativo, e le mie labbra il tuo lenitivo, e la mia suzione la tua medicina, e la saliva l’unguento da applicare, un tormento, l’eccitazione è un tormento, si insinua languida, Voglio che mi accarezzi, voglio che mi prendi per i capelli, voglio essere la tua regina e la tua puttana, voglio tutto e subito, ti voglio tutta la notte, tutto il giorno, non per sempre, non domani, ma in un tempo indefinito, dove ci siamo solo noi e dove lasciamo fuori chiusi a chiave i rumori e le voci. Voglio vivere su un letto o sul divano blu, voglio che ci spogliamo, ci annusiamo, ci lecchiamo, voglio quel sapore particolare che la nostra saliva assume quando siamo eccitati, voglio il tuo corpo su di me, voglio muovermi su di te, farti sentire la mi acqua, acqua che nasce dal fuoco.

– Per me è difficile smettere di essere innamorato di te, ti penso ogni giorno,  non credere che dopo tutto questo tempo riesca a dimenticare in fretta

– Ma questo che c’entra, adesso, me lo spieghi?

E bastato appena poggiare le mie labbra al tuo cazzo che sei venuto subito, non mi hai avvertito,  hai dato la colpa al calore della mia bocca.

– Scusami

– Di cosa? Che mi sei venuto in bocca?

Sono terrorizzata da qualsiasi forma di possessione, di appartenenza, di conflitto, voglio vivere serena, senza menzogne, voglio vivere con uomini intelligenti che rispettano il mio carattere e le mie decisioni. Non sono fatta per vivere storie parallele, non riesco a mentire, a dire bugie. Panettiere fai tanto il timido, mi chiami puttana, ma chi tradisce la moglie decennale? Chi lascia la figlia a casa per stare con me? Tu. Io non ti accuso di nulla, non ti giudico, tante volte ti ho detto che non era il caso che ci vedevamo, che dovevamo lasciar stare, che stavamo giocando col fuoco. Basta. La devi smettere con la vita che avresti voluto avere, con le persone che avresti voluto incontrare, hai un disagio, comunicalo, liberati da questo peso. Perché? Scopare con me è un peso? Ma no, nel maschio italico la donna è appartenenza, possessione, proprietà. Io non so rispondere a tutto ciò, non so gestirti, poi piangi, mi implori di starti vicino. Sai che scopo anche con Luca, Robi e quando torna da Atene, con Yannick, so che fai il geloso, che sbraiti e che qualche volta ho preso anche un ceffone. Qual è il problema? Non sono una bella persona, ma mi comporto in modo leale, sono tutti informati, io sono fatta così, non voglio tragedie, non voglio allarmismi, non voglio sentire la tua voce urlarmi contro cattiverie inaudite. Io proverò a risolvere i miei problemi, affrontando le mie paure e le mie ansie senza xanax, ma tu, almeno tu resta lucido. Ti prego. Non sono neanche il tipo che aspetta l’uomo della vita per sistemarsi, figliare, non aspetto un cazzo di uomo che mi mantenga, ho un lavoro, una casetta e la mia indipendenza. Sì, ci sono zone d’ombra, ma le tengo sempre illuminate, non ho bisogno di conferme, non ho bisogno che qualcuno mi voglia bene, non cerco questo. Cerco solo la pace nel mondo, senza stress, poi, per il resto, sai che ti amo, che ti voglio bene, che sei importante. Poi, siete tutti uguali, pieni di insicurezze, intolleranti alle responsabilità, bisognosi di una mamma, temerari, ma anche vigliacchi. Panettiere, tu entravi nella categoria degli uomini amici delle donne, di quelli comprensivi del mondo e delle dinamiche femminili, dove Dio è unico, ma ha solo nomi diversi, e dove la bellezza interiore non corrisponde a quella esteriore. Sto andando in tilt, dico cose senza senso, poste alla rinfusa nella mia testa. La colpa è solo mia, è mia perché ho voluto rivederti, perché ho voluto stare ancora con te, non dovevo cercarti, non avrei dovuto, ma l’ho fatto, il dado è tratto. Ma sono serena in confronto a te, non me la prendo con il mondo intero, non do calci al divano, sono serafica, appagata, questo a te non va a genio, lo so,ma è lo status quo e non possiamo farci nulla, del resto tu non muovi di una virgola la tua vita per me, e allora per quale assurdo motivo dovrei farlo io? E ci incontriamo qui al laghetto, nel retro bottega, alla Tonnara, non voglio che parli male della tua compagna, mi dici sempre che la odi, che è insulsa, di basso profilo, che non ti è mai piaciuta, ma che non puoi smantellare tutto, che sei in prigione, chi ti chiede di uscirne? Ok, d’accordo, io voglio stare con te, ma non voglio scopare in quella cazzo di prigione, devi uscire fuori, non puoi prendertela con me, non puoi e non voglio entrare.

Io sono una donna libera che non vomita addosso ad altre persone le frustrazioni, la collera, i disagi accumulati negli anni passati, essere un donna intelligente, sexy, ironica, non è un fardello da portare di nascosto perché bisogna uniformarsi, per il quieto vivere, se tua moglie è una gallina alla quale hanno messo un tappo che neanche tu sei riuscito a togliere, non puoi comportarti da esaurito depresso, acido con me. Io voglio aiutarti, ma devi lasciarmi fuori.

Avete presente quando l’ira sale e non siete in grado di contenerla? Quando il  nichilismo più cupo vi stringe in una morsa e non siete in grado di liberarvi? Mi risulta difficile se non addirittura impossibile comunicare e allora resto in silenzio, non mi piace tenere banco e divento improvvisamente muta. Sto facendo la solita accozzaglia e non riesco a uscirne. La voce di Sting mi fa sempre un certo effetto, mi siedo in veranda, oltre i pini d’Aleppo c’è il mare d’inverno, stringo tra le mani una tisana bollente, stendo i piedi, mi rilasso nel caldo della coperta. Non so dove sto andando, mi immagino che cammino e cammino, ma non arrivo da nessuna parte, sono una fottuta eterna spettatrice di paesaggi. Stasera gran veglione dai vicini hippies e gattari, Panettiere si libera dopo la mezzanotte, può uscire, sgattaiolerà dalla finestra senza dare nell’occhio e verrà a prendermi con la carrozza e i topini, troverà la mia scarpetta, eviterà che mi punga col fuso dell’ago, si trasformerà in una bestia perché il tempo sarà scaduto e salirà su un tappeto volante e insieme voleremo verso il nuovo anno e così via. Perché mi sento come la voce fuori campo che narra le fiabe?

viviennelanuit©

I am inspired by Spike Jonze

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Ogni giorno parlo una lingua diversa, ed ogni giorno non vengo capita. Ogni giorno cerco di spiegare, di parlare, di far comprendere come vedo la realtà, ma niente, questi non capiscono. Ho il terzo occhio, faccio parte della massoneria, mi metto un cappuccio in testa e celebro un rito iniziatico, mi guardo allo specchio e vedo la mia immagine capovolta, l’ho girata io, ho studiato in Messico come Aleister Crowley. Mi immagino su di un piccolo palco a conferire ad un pubblico inesistente. Prendo in giro, sciarade, ironia, doppi sensi, frasi a metà, mezze verità. Recito. Su quel podio che mi sono ritagliata; e pensare che ho anche acquistato da me la medaglia d’oro. Mi illudo di conoscere tutte le righe nelle quali voglio perdermi, ma alla fine leggo bene tutto quello che c’è scritto sopra quel quaderno, scorro le righe, che sono banali, divoro parole risapute, il solito brodo con carne trita e ritrita. Sono seduta, guardo i gatti dei vicini, provo a chiamarne qualcuno, sono superbi e non concedono nulla, mi accendo una sigaretta, dandomi un tono, alla ricerca di un po’ di carattere, terrorizzata dalla paura, dalla solitudine, dalla mancanza di un uomo al mio fianco 24h. Studio ancora la grammatica di una nuova lingua, la sintassi, il lessico, la morfologia, ma adesso queste regole non vogliono entrare nel mio cervello, ho pagato il conto, ceduto le armi, ho fatto fin troppo la troietta, lo so, Luca si è sposato, sì, mi ha chiesto di scopare part time, ma gli ho detto di no, non sono il fottuto coperchio di nessuno, poi c’è Robi che mi tiene in un limbo di aspettative, di progetti, dei “faremo ma non posso”, Robi che con me ha esaurito la sua carica, Robi, con il quale ho condiviso ansie e paure, Robi con il quale pensavo di ritenermi “salva” nel focolare della sua famiglia, dove era importante apparecchiare una bella tavola: forchette, piatti, bicchieri, acqua minerale e intorno tutto si sgretolava, e le pareti erano prive di intonaco, e dove ho perfino trovato qualche pezzetto di muro nella minestra, un po’ di cemento che ho mangiato, buttandolo giù con un po’ di vino rosso sangue. Con Robi, sembrava di stare in uno stagno, con mille ninfee che non prenderanno mai una piega, e che saranno sempre scomposte sull’acqua, e con lui che mi tiene per mano, ma che in realtà me la lascia quando vuole, in un tacito consenso, senza sbattimenti e tragedie, in silenzio, seguendo il principio che la vita scorre lenta e siamo chiamati a sostenere prove quotidianamente, che le prove non fanno gli eventi, ma che il sale di tutto è resistere, accarezzati dall’acqua del fiume. Non vuoi avere figli per il momento, non vuoi sposarti, conviviamo insieme come due amici di stanza, che vivono sotto lo stesso tetto. Basta. Mi serve una dose, forte, massiccia, che salga velocemente.
Sono andata al forno, stavi lì che preparavi i panetti con il lievito madre. Il negozietto era pieno di gente, intenta a prendere il numero e svignarsela, tu hai alzato giusto un attimo la testa per vedere chi fosse entrato. Mi hai visto, hai chiuso gli occhi per un tempo indefinito, respirando forte e continuando ad impastare, ti sei fermato, hai bevuto un sorso d’acqua e hai continuato il tuo lavoro. Era il primo giorno dell’estate, quel giorno parlavo la mia lingua, la nostra lingua, quel giorno, io parlavo e tu, panettiere isolano mi capivi, ed esaudisti ancora una volta i miei desideri, senza domande e senza spiegazioni.
– Sei ancora da sola alla Tonnara? Perché ti do retta?
– Vieni un po’ da me stasera?
– Dipende, se sono stanco o meno
– Non insisto
Aspettai il mio turno, nell’angolino con i miei shorts di jeans, gli anfibi, la magliettina scomposta verde acido con su scritto “Nirvana”, il bikini che mi irritava l’interno coscia, e la bretella che mi segava il collo.
– Ma tu guarda se devo restare qui, chiusa, con quaranta gradi ad elemosinare il cazzo di sto tipo.
Fiamma, sei al capolinea della società e alla frutta, sono seduta dentro la fottuta Karma Police, e vado lenta, fuori è buio, senza sapere dove, ma consapevole che tutto scorre e scorrerà sempre, tutto ciò è quasi una dannazione, un marchio a fuoco, una bolla enorme che non esplode. Sono seduta su quella panchetta di legno, mi guardi come se fossi una bestia feroce dietro le sbarre dello zoo. Cerchi di controllarti, di moderarti, impastando freneticamente, usando convenevoli con i clienti.
– Vado al mare
Prendo la borsa, la panchetta di legno mi ha lasciato il segno sulle cosce. Me le guardi come un lupo, ti togli il grembiule, alzi il tavolaccio del bancone. Sei uno ordinario, per la famiglia, per la tavola apparecchiata, per i pranzi della domenica. Ma sei anche il tipo che sculaccia il mio culo, sulla sedia a dondolo della Tonnara, lo so.
-Aspetta ti accompagno a fumare
Appena fuori, mi prendi da dietro, per i fianchi, baciandomi il collo, stringendomi i seni, facendomelo sentire e annusandomi intensamente. Mi divincolo per prendere l’accendino.
– Sai di salsedine, di sabbia, di sole, di caldo, di caffè, di sale
– Già mi sto bagnando, ci vediamo stasera e porta qualche pizzetta e due birrette, io preparo l’erba.
Mi metto le cuffiette, i Green Day di Dookie sparati a mille, ho questa sindrome tardo adolescenziale che non va via, ho questa lineetta bloccata sui venticinque anni che non si muove più. Io di anni ne ho trentatrè, forse sono io quella che non vuole crescere, no i vari Luca, Robi, Yannick e Panettiere, no, loro sono coerenti, loro vogliono scopare, ma lo voglio anche io, no, loro vogliono divertirsi, ma lo voglio anch’io, no, loro vogliono me, senza impegni, senza conseguenze, senza futuro, ma lo voglio anch’io, cazzo, ma allora di cosa stiamo parlando? Delle fottute scadenze, dei fottuti pedaggi da pagare, della cazzo di dogana. La voglio anch’io la tavola imbandita, la voglio già apparecchiata, ma a volte voglio mangiare in piedi, come la mettiamo? Non so rispondere e in silenzio mi incammino verso il mare. Sulla spiaggia del Lucaise sembrava tutto fermo, l’acqua aveva cessato il suo moto perpetuo, le onde non si infrangevano più sugli scogli, il sole era immobile e non emanava più nessun calore, la sabbia era intrappolata dentro una clessidra gigante. Non c’era più colore, solo plastica, fredda e immobile plastica. Una cartolina sbiadita, un immagine di quello che furono, i tempi belli di una volta, i colori vivaci, senza grigi. Le storie d’amore, collaudate e invecchiate, assumono i connotati di quei grandi cartelloni pubblicitari: grandi, glaciali, pieni zeppi di nuovi propositi, di buone intenzioni e di appelli invitanti, poi le stagioni li rovinano, li stracciano, increspandoli, facendovi entrare l’acqua, deturpando e corrodendo e il guaio è che non c’è nessuno che li rincolla, nessuno che aggiusta quei vecchi cartelloni, nessuno che si preoccupi di recuperarli, riattaccarli, recuperarne i pezzettini, no, l’unica cosa che fanno è incollarne un altro sopra, nuovo, invitante e con sotto tanta colla, perché altrimenti non sta su.
Mi spoglio, scarpe, pantaloncino, maglietta, stendo l’asciugamano, da lontano vedo Carola e Vale con i bambini, io sto ancora a zero, sono ancora indietro e non riesco a correre, perché mi viene il fiatone e ho paura di non farcela. Mi rollo un grifo, con la musica ancora a palla nelle orecchie, mi stendo, voglio la botta, voglio l’eden e voglio raccoglierne i frutti senza sentirmi in colpa. Sento una mano accarezzarmi la pancia, una mano ruvida che con l’indice fa dei cerchi intorno al mio ombelico, che sale su stuzzicandomi la bocca, svegliandomi da quel torpore con le unghie che scivolano sui fianchi. Apro gli occhi. Eppure voglio tenerli serrati, come quando in una galleria becchi quelle luci accecanti e per un secondo con le mani sul volante chiudi gli occhi e le palpebre ti fanno male.
– Ho fatto prima, sono qui, perché ti do retta?
– Perché mi ami e perché ti amo
Glielo dissi mentre gli accarezzavo i capelli, visualizzandolo tra le mie cosce, mentre mi donava il miglior cunnilingus del pianeta.
– Panettiere, voglio solo la tua lingua, in questo momento
Lo dissi, in uno stato confusionale, pieno di rovi
– Vado a fare un bagno
Mi riprendo un pochino, non mi va che mi vede così, poi mi scarica tutte le colpe, dice che faccio la troietta, che i casini me li cerco con il lanternino. Io volevo solo farmi una canna in santa pace. Io volevo solo venire in santa pace. Io volevo ascoltare Welcome to Paradise senza nessuno che mi richiamasse nell’inferno. Ma mi serve la tua lingua, e il tuo cazzo, e le tue attenzioni, e i tuoi complimenti, e la tua dedizione, e il tuo ardore, mi serve tutto. Ho una cazzo di dipendenza, soffro della sindrome dell’abbandono, ho il decifit dell’attenzione, ho un bisogno disperato di scopare con te panettiere e tu mi giudichi, no, non se ne esce. Mi porgi l’asciugamano, mi abbracci.
– Non sei cambiata di una virgola, da quando avevi sedici anni, per te non è cambiato nulla
– Panettiere, torno a casa, mi vado ad impacchettare con tanto di fiocco per te, non fare tardi e porta da bere
L’aspettavo sull’uscio della porta, scalza, la sera era fresca, il profumo del mirto fortissimo, ero rilassata, super ricettiva, apertissima.
– Non voglio stare da sola, sono sincera panettiere, ma qual è il problema? Bella camicia, mi piacciono le belle camicie, annuso il tuo profumo
Mi prende il viso a piene mani, gli mantengo le mani, mi dà un bacio che sa di dolore, di frustrazione, di fine della storia
– Non così, panettiere, non capisco nulla se fai così, devo immettermi sul binario, così fai solo confusione
– Quanto rompi!
– Faccio un po’ io
Mi avvicino ancora di più, ti bacio il collo, ti sbottono la camicia, ti bacio il petto con un po’ di lingua, la saliva inizia a scendermi dagli angoli della bocca, risalgo su, lo sento già pronto, evito di toccartelo, mi siedo sul divano mi tolgo le mutandine, resto solo con la gonna, mi giro e ti faccio vedere un po’ il culo, solo un po’ come piace a me, gli do una sonora pacchetta, lo so che ti piace il rumore, piace anche a me. Sei sempre dietro, inarco il bacino, mi stuzzichi i capezzoli
– Non ti sento ancora, aiutami
Mi tiri forte il capezzolo sinistro, quello più sensibile, te lo porti alla bocca, lo lecchi, tanta saliva, baci, la lingua veloce quanto basta, con le dita scendi sotto la gonna, me la alzi, mi fa piegare sul divano, cominci a leccare da dietro, con le dita che mi accarezzano dentro, mi aiuto dondolando i fianchi, porgendotela il più possibile, voglio che ti comporti come un ventosa, ecco cosa mi sta facendo venire, l’immagine della tua bocca, come una ventosa sulla mia patata. Lo so è assurdo. Eppure funziona, cazzo se funziona! La senti che è pronta, comincia a stringere ritmicamente intorno alle tue dita, cerco di respirare, così si raffredda, adesso me lo metto un po’ in bocca, poco poco, sennò mi vieni subito, lentamente, facendoti sentire la punta della lingua che va a colpetti sulla sua punta, mentre te lo stringo a cerchio con la mano, e con l’altra mi tocco una tetta, guardandoti, sempre. Ricominciamo, mi accomodo meglio sul divano, alzo le ginocchia, ti metti le mie gambe sulle spalle, così ti sento tantissimo, ti sento preciso, non posso distogliere l’eccitazione, che adesso ha preso la sua via, le tue spinte sono chiare, lente, profonde, illuminate dalla mia vergognosa voglia del tuo cazzo. Oh, l’ho detto! Calmi. Esci, continui con la lingua e le dita a uncino, mi tocchi sempre i seni, la mia mano sulla tua testa, ti stacchi un secondo per mordermi l’interno coscia sinistro, continui a leccare, a infilare dita. Ci siamo, puoi rientrare, neanche il tempo di infilarlo tutto che gli spasmi si fanno automatici, ripetuti, intermittenti, lo spingi più dentro per sentirli tutti, mi afferri il mento, mi stringi le guance, mi baci per sentirmi ansimare di te, e veniamo così, tra saliva, alito profumato di rosolio e la ventosa più fantastica dell’universo intero. Dai, Fiamma, la ventosa no, dì che non è così, please!

viviennelanuit©

Say ain’t so, The Weezer, The Blue Album, DGC Records 1994.