Pulse state

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Luca stava facendo finta di leggere, faceva finta perfino di stare seduto, lì,  al solito tavolino del solito bar a piazza Bellini, in quel pullulare di gente, profumi e caos che la vita gli faceva vedere ogni santo giorno, come quel pensatore di Rodin, schiacciato dai sensi di colpa. Una vocina costante gli sussurrava quanto quella volta avesse esagerato, quanto fosse andato oltre. Luca era un habitué del punto di non ritorno, gli piaceva invadere quella zona d’ombra e poi tornare indietro, provava una perversa beatitudine nello smantellare quelle colonne cui Sansone, con tutta la sua rabbia si era poggiato, sbagliava e faceva dietrofront, piangeva e si lavava il viso, peccava e veniva perdonato. In bagno quella mattina, guardandosi allo specchio, si era sputato in faccia dopo esservi deterso con quel sapone alla lavanda che Fiamma gli aveva regalato per il suo onomastico: Fiamma, il suo bruciore, la sua luce, i suoi capelli e la sua forza. Aveva esagerato stavolta, si dannava, ipnotizzato da quella tazzina di caffé sorseggiata a scatti.

Luca aveva un negozio di antiquariato, lì proprio in quella piazza, che quella mattina di dicembre gli parlava dei suoi sbagli a voce talmente alta da doversi  tappare le orecchie e canticchiare una sciocca melodia pur di non sentire. Luca ripensò a quando la vide per la prima volta a casa di sua sorella Silvia, avvolta in jeans strettissimi e camicetta bianca. Ripensò alla Fiamma che non aveva ancora acceso, illibata, bianca e evanescente.

Quella sera parlarono del mondo e di Lev Trockij, dei decumani e d’o pere e ‘o musso. Fiamma splendeva e bruciava, ma si muoveva ancora disconnessa, forse c’era un po’di vento.

Gli spilli dell’inverno trafiggevano Luca, che adesso divorava una graffa. I suoi occhi erano quelli di uno squalo, plumbei e acquosi. I suoi capelli erano spettinati e sporchi, le sue dita ripassavano le tempie vorticosamente. Fiamma era distesa a terra su quelle maioliche fauves e lepidottere, striata di sangue, umori e lacrime. Luca aprì la porta lasciandola riversa lì, assicurandosi che respirasse ancora e chiuse a doppia mandata. Doveva convincersi Luca, che non era stato lui, non poteva averla ridotta in quello stato, doveva lenire il suo male, doveva saziare il suo dolore, doveva sentirsi meglio. Quel colore vergine e immacolato ora riempiva la sua mente. La botta salì velocemente e lui adesso aveva mille propositi di cambiamento, le comprò la colazione, il cappuccino, aveva comprato un pacchetto di fiammiferi per riaccenderla, Fiamma, la sua donna, la sua vita, la sua ossessione.

 

L’indomani Luca l’aspettava all’uscita dell’Accademia. Lei scendeva le scale, sembrava stesse sfilando, nel suo abitino lilla e i capelli raccolti a chignon, tanto da conferirle quell’aspetto da Holly Hobbie dolce ed etereo. Luca era cotto a puntino. Ma faceva ancora il timido, le mani gli sudavano, il cuore pulsava, e non trovava le parole e non voleva sembrare stupido e non voleva essere disadattato, e allora recitava la parte del duro del Roadhouse.

-L’esame è andato male, volevo darti una buona notizia, ma dromos e tholos non mi hanno dato scampo

Luca aveva visto le amiche di Silvia, piccole e insignificanti, c’erano pur sempre un lustro e tre anni di differenza, ma quando stava con Fiamma, brillava d luce riflessa.

-Sai, il lavoro al negozio mi annienta, sono chiuso lì dentro tutto il giorno e alla fine mi rendo conto di parlare con quella statuetta di Gemito che mi scruta tutto il tempo

-Qualche volta potremmo chiacchierare insieme a lui se ti va?

Smpre meglio che restare intrappolata nella tomba di Atreo, pensò.

Ogni giorno Luca e Fiamma s’incontravano a piazza Bellini, tra quadretti di strada e chitarristi improvvisati, perdendosi in conversazioni impegnate e finto pop! Luca l’ascoltava quando ripeteva storia dell’arte e la ammirava quando ricopiava corpi nudi in pose plastiche, le sembrava che dipingesse le vergogne maschili a memoria, tanto che un pò di gelosia le si rigonfiava sotto il collo, ma si distraeva subito da quel frivolo pensiero quando i suoi occhi si poggiavano su quel neo posto tra l’incavo delle sue labbra.

Luca le fa un sorriso rilassante e pacifico, come se lei avesse trovato la giusta soluzione senza farlo sentire un coglione. Era uno dei motivi per i quali voleva trascorrere la maggior parte del suo tempo con lei. Fiamma gli donava, tutte le volte, un caldo tepore e Luca, più passavano i giorni e più non poteva farne a meno. Un caldo di Fiamma che lo avvolgeva e lo teneva protetto e si immaginava cullato dalle sue braccia e accarezzato dal suo seno. Seno che non aveva avuto il coraggio di sfiorare, pelle di cui evitava il profumo ambrato, cosce che avrebbe voluto mordere, ma non osava e tremava nella sua Fiamma, e bruciava alla sua vicinanza, fuoco sacro che lo chiamava nel baratro del desiderio e della passione, ogni giorno, ogni istante con la sua presenza. Fiamma brillante e purificatrice.

Luca la guardava, voleva toccarla, lei a volte gli sfiorava la mano. Una scarica elettrica si allargava a macchia d’olio su tutto il suo corpo, ebbe il coraggio le prese quella ciocca e gliela sistemò dietro l’orecchio, accarezzandola con piccoli cerchietti concentrici, lei capì il suo disagio, la sua timidezza. Gli si avvicinò e lo baciò in un bacio lungo, profondo, dove la lingua esplorava la sua bocca, il suo tremore e la sua anima.

Luca aveva un problema con le donne, questo era chiaro come il sole, era vissuto senza un padre e con una madre ossessionata dalla pulizia e dal peccato, fortuna che la sorella aveva mandato, con un fragoroso “vaffanculo”, quasi tutti salvandosi così giusto in tempo, ma Luca no, Luca aveva dovuto fare i conti con le sue paure irrazionali, e con gli acari che vedeva dappertutto senza bisogno del telescopio. Se ne stava tutto il giorno in negozio spolverando statue, bronzi, lucidando argenteria e passando aspirapolveri su tappeti damascati,  aggiustando gingilli e pettinando parrucche settecentesche.

Luca, chiuse gli occhi ascoltando solo la voce di Fiamma che gli sussurrava di rilassarsi.

Arrivarono al negozio, a via Costantinopoli, in quella strada brulicante di medioriente, bazar, incensi e percezioni visive. Luca aprì il portone, Fiamma fu invasa da un profumo di patchouli e sandalo. Luca la abbracciò da dietro, stringendola fortissimo, come fosse un essere fluttuante pronto a spiccare il volo, ma Fiamma ricambiò, girandosi e baciandolo e amandolo quella sera come non avesse mai fatto con nessun altro uomo. Luca tremava, la toccava come se fosse irreale. Fiamma con decisione gli prese la mano e la poggiò sul suo seno, scoprendolo dalla camicetta di organza bianca.

Mentre succhiava il suo seno, Fiamma gli baciava la nuca, era caldissimo, ansimava. Forse aveva intuito qualcosa, ma non disse nulla, e quel qualcosa le provocò un fremito, una sensazione irrefrenabile di prenderlo, leccarlo, gustarlo. Forse Luca era vergine, forse.

Luca mani, un fiore che stava per sbocciare con lei. Con cura lo spogliò, prima il maglione, poi i jeans, i boxer, giù senza fretta, con calma. Il suo sesso era di pietra, dritto si innalzava ai suoi occhi.

Per un tempo lunghissimo lo guardò soltanto senza toccare, sfiorandolo con le sue labbra, poi iniziò a toccarlo, delicatamente dal basso, leccando quelle protuberanze poste alla sua base, prendendole in bocca e succhiandole come il più gustoso dei gelati, prima una, poi l’altra, prima l’uno e poi l’altra ancora. Luca, tremava ancora ed emetteva gemiti di dolore e quasi paura. Poi Fiamma, con una leccata energica risalì di colpo e se lo introdusse in bocca, in gola, per iniziare quella danza con la lingua, le labbra, facendo rumore volutamente. Riprese fiato Fiamma,e un fiòtto caldo le bagnò il viso, sporcò i suoi seni.

Luca and in bagno, prese della carta igienica, la ripulì con cura, scoppiò in lacrime.

Fiamma, si asciugò, si rivestì frettolosamente e se ne andò, gli occhi pieni di lacrime, le prime per lui. Per strada quel sapore, salato e acido si mescolava al patchouli, si accovacciò improvvisamente e vomitò, un po’ di dolore.

 

E così ce ne stiamo soli,  io e te in questa auto, la cui puzza di plastica e arbre magic ci dà la nausea a urlarci contro e a dirci: “va bene”, “basta”, “lasciamo stare”. Le parole che non riusciamo a pronunciare sono chiuse in uno scrigno, giù, in fondo al nostro cuore; anzi sono lasciate lì in un sarcofago a imputridire, perché non si possono dire, perché non le vogliamo tirar fuori. Come in una delle migliori canzoni di Baglioni, dove lei va via e non dice nulla, dove il silenzio è più alto di mille voci messe insieme, dove lo sconforto asciuga le nostre lacrime, seccando il vitreo degli occhi e dove l’ira sale senza avere intenzione di calare. Perché? L’infelicità è una condizione insopportabile e insostenibile, ti logora ogni secondo di più e ti ritrovi a combattere contro i mulini a vento, cercando un gancio in quelle tele un appiglio o un approdo. Ci crogioliamo nel nostro malessere, fin quando non lo accettiamo, diventando i più grandi bugiardi di noi stessi. Perché? Dopotutto la vita è una sola, e quel tempo trascorso a litigare è solo lerciume dato in pasto al nostro invecchiare, che divora, divora insaziabile come in uno dei Goya di nicchia, dove Saturno divora i suoi figli. Concime per terreni già morti. Il tempo influenza l’amore e modifica  il sesso. Fiamma, stava per spegnersi definitivamente in quella macchina dal tanfo vanigliato che le dava il voltastomaco. Si sentiva vecchia e in ritardo su molti treni della sua vita, ma non rinunciava ad ardere e, nonostante il lento declino, riusciva sempre a ravvivarsi. Fiamma non poteva morire. Nomen Omen da rispettare e onorare sempre il suo. Epitaffio sacro e inviolabile. Luca con uno scarpello, ogni santo giorno lo vandalizzava e  lo umiliava. C’erano notti che trascorreva chiusa a riccio in un angolo, c’erano giornate dove facevano l’amore ininterrottamente, c’erano momenti in cui Fiamma non riusciva neanche a camminare dal dolore, lacerata, trafitta e umiliata al suo volere. Perché? Fiamma amava Luca di una passione e di un amore ingestibili.

Luca per via della “bianca” aveva attimi di esaltazione e precipitosi countdown nel baratro, a letto quando prendeva la “bianca” Luca era un treno, la portò ad avere quattro orgasmi consecutivi il giorno del suo compleanno, Luca era la sua “bianca” e sì sa le droghe fanno male, ma ti fanno vedere il paradiso. Luca diventava il suo carnefice, il suo angelo, colui che le dava piacere e dolore insieme. In quel albergo alle terme, fu dolcissimo. Carezze lente e pigre si adagiavano sui fianchi di Fiamma, dita desiderose di affondare nel suo ventre, Fiamma che vibrava ad ogni suo tocco e poi la lingua, lì, con la lingua Luca era il non plus ultra, la faceva venire sempre così, prima con la lingua, con le labbra, con i baci, con i denti affondati sofficemente nella sua fica gonfia e rosa, piena di voglia di lui, piena di amore per lui.

Era un periodo buono per Luca, ero felice, stava cambiando era più calmo, tranquillo in pace con se stesso. La madre lo tormentava di meno, al negozio avevo venduto un Giò Pomodoro ad un mercante francese e aveva appena acquistato una centrifuga. Luca era un bambino piccolo, sentiva sempre il bisogno di avere feedback positivi su tutto ciò che faceva, doveva essere continuamente incoraggiato, Fiamma era sempre lì a riscaldarlo, anche se faceva cilecca, non faceva niente, Fiamma accettava anche questo, accettava un amore che dava il top, quando era malsano e contaminato. Luca nel periodo “buono” viveva in una bolla, come se facesse il morto a galla in un mare d’olio, Fiamma l’orgogliosa, Fiamma l’ambiziosa, Fiamma la femminista, Fiamma la tosta colava a picco in questo acquitrino. Accettava in silenzio, per amore , per le sensazioni che le faceva provare, per gli orgasmi che nessun uomo gli aveva mai donato, per quegli occhi, Fiamma voleva donargli i suoi di occhi, voleva annientarsi in lui in un lento e inesorabile declino, ma quella giornata alle terme Fiamma scoprì due lineette su quel oggetto e di colpo il vento cambiò.

 

Mi piace arrivare alla conclusione, ai fatti, al clou del discorso, al nocciolo della questione; perché è vero, le parole fanno tanti giri, ma alla fine, bisogna sempre metterci un punto. Il pretesto? Uno di quei tanti labirinti mentali che iniziavo e non portavo mai a termine, quando nel silenzio totale della sera, mi metto davanti allo specchio e parlo da sola. Inizio con una serie di domande a raffica: che fine ha fatto il femminismo? Che fine hanno fatto quelle streghe che in tante erano tornate alla ribalta! Che fine hanno fatto quei cortei, quelle lotte, quei sabba? E il cameratismo tra donne, la complicità? Adesso io, Fiamma, vedevo solo donne che soccombevano ai loro uomini: nel fisico, nella psiche e nel sesso. Ha ancora senso parlare di emancipazione, indipendenza e femminismo?

O sono parole distratte che ci fanno sentire più cool davanti un Aperol Spritz? I rapporti di coppia sono migliorati o peggiorati? Perché stiamo soccombendo al sesso forte? Perché ogni giorno continuano a morire donne, vittime consenzienti, di un qualche meccanismo che piano piano le sta torchiando, schiacciandole. E Il sesso? Deve ritornare alla sua dimensione più pura e più genuina? O è solo lo specchietto delle allodole di relazioni tossiche. Basta con il sesso fatto a metà e non vissuto a 360°! Basta col compiacere gli uomini, perché siete terrorizzate dal rimanere sole. Basta con l’ipocrisia diffusa, con le apparenze, col mantenere gli equilibri, col fingere…e tutto per elemosinare un po’ di attenzione. Ah specchio. Specchio.

 

Lo specchio del bagno si appannò dell’aria calda e umida della doccia, e un pensiero desolante le invase il cervello: anche il sesso era diventato una moda, un trend, una tendenza, il contentino di una vita monotona e accidiosa. Tutto ciò era molto triste, quasi come la morte, ma senza una liberazione.

Protezione, sicurezza e bisogno di sentirsi desiderate chiedete questo? Allora? Se lo lascio che fine faccio? Chi mi mantiene? No, e i figli? Eccolo, il succo del racconto è proprio questo: il dare e il ricevere. Cerco di seguire il filo logico organizzato nell’intro: i soldi. Avete venduto l’anima al diavolo, avete perduto la capacità di rigenerarvi, di voltare pagina. Avete perduto quella indipendenza, prima di tutto da noi stesse. Ci sentiamo sole, sperdute, cerchiamo una bussola, un approdo, un giaciglio per la nostra fragilità. Io parlo di carattere, cazzo! Di carisma. Le donne devono riprendere in mano lo scettro, non nascondersi dietro…lo scettro! Perdonate il nonsense! Fiamma si rivolse alla piccola platea di intellettualoidi part-time, che vedeva riflessi nello specchio del bagno.

 

Cosa abbiamo venduto e cosa abbiamo acquistato? Statistiche, femminicidi, morte. Perché? Avere il dono della sintesi. Credo che l’amore, sia confuso con la possessione, con gli interessi, con i soldi, e ancora con gli interessi. Perché pensò che la parola femminicidi abbia una certa attinenza con la parola pesticidi? Forse siamo insetti? ?Ci hanno declassato a stato di larve? Bozzoli di farfalle mai nate? Quante parole a quello specchio appannato, quanti discorsi da oratrice ad un pubblico assente.

 

A Fiamma non le erano mai piaciuti gli uomini che si fermavano “alla prima”. Prima di mettersi in gioco, quelli che tornavano sui propri passi, quelli che non rischiavano le palle! Quelli che si fermavano alle apparenze, tanto per dire una frase fatta! A Fiamma le piaceva sempre dire, che se mai fosse stata un uomo, sarebbe stato tra i più romantici, gentili, oltre che amante formidabile e attento. Ma Fiamma ragionava così perché era una donna, e quindi non valevano queste congetture astruse. Per intenderci, Fiamma,  non andava alla ricerca del principe azzurro delle fiabe, ma voleva un uomo che non avesse paura a perdere la faccia, stop quindi con rapporti edipici e gare intellettuali del cavolo! Bisognava tirare le somme, fare due conti, stendere una linea insomma!

 

Vago per casa a piedi nudi, ho i capelli bagnati, Sexy Sadie alla radio e ancora Luca al telefono, ancora lui:  il suo fallimento di donna e di femmina.  Era stanca, stanca delle sue violenze, stanca dei suoi baci inesistenti, stanca, perché era una mendicante del suo cazzo in fin dei conti, stanca perché non sapeva dirgli di no, stanca perché con la coda tra le gambe ritornava sempre da lui, e lei lo perdonava sempre, come se l’universo maschile si esaurisse con lui, come se lei non avesse altra possibilità, altra via d’uscita.

 ©viviennelanuit

Beach House, Silver Soul, Teen Dream, Sub Pop, Bella Union, 2010

Più niente assomigliava a niente

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“Siamo adulti”, quanto volte ho sentito questa frase, come se l’essere adulti implicasse la salvezza dell’umanità, la giustificazione di adottare certi comportamenti, la convinzione di fare la scelta giusta e quell’insopportabile sensazione di “pararsi il culo”. “Siamo adulti”, quindi cerchiamo di non essere ridicoli, riusciamo a gestire relazioni di sesso senza caderci, non siamo più rock’n’roll, (semmai, lo siamo part time, con l’ansia del lunedì che ci alita sul collo), non diciamo parolacce, siamo standardizzati, non facciamo gli ingenui, moderiamo i toni, abbiamo un a plomb da dermatite atopica, e camminiamo su un pavimento pieno di uova, con qualcuno dietro che ci spinge avanti con un forchettone. Quando finisce la giovinezza e inizia l’età adulta? Perché, a volte, voglio fare ancora l’adolescente? Perché non riesco ancora a vedermi adulta, perché non riesco ad immaginarmi mamma e moglie? Perché?
La mostra era stato solo un pretesto, un sottile pretesto, una scusa, una piccola zona franca per salutarci, un modo per sussurrarci a bassa voce: siamo salvi! Siamo amici, è solo un pomeriggio con un amico.
–Dio, perché mi hai fatto vedere la luce? Non potevo vivere all’ombra dei miei orgasmi solitari? – Non potevo fare come quella mia amica che dopo l’amplesso si chiudeva nel cesso per sgrillettarsi totally alone? Secondo me, sono po’ troietta perché ho calpestato il terreno del paradiso e sono tornata indietro, perché ho visto Sodoma e Gomorra bruciare e voltandomi non mi sono polverizzata, perché ho aperto il vaso di Pandora senza esserne travolta, anzi, mi ci sono chiusa apposta in quel vaso maledetto, e anche a doppia mandata. In centro facevano 36°, o almeno così avevo letto sul display della farmacia, ero uscita di casa a volo, gonna di lino lunga verde militare, magliettina beige, bracciali tipo gipsy, capelli sciolti, sandali che esaltavano il pedicure appena fatto, pelle profumata di olio di Argan. – Fiamma, non sei l’unica fighetta in giro che vuole fare la minimal chic, quindi evita di descrivere come eri abbigliata, la rivoluzione adesso è essere normali senza dare nell’occhio, come quando una tavolata di venti persone si alza senza pagare e si disperde in gruppi di due senza dare nell’occhio, capito cosa intendo?-
–Sì, si chiama svignarsela e non pagare il conto!-
-Normalità, comportati come “se il fatto non fosse il tuo”, scattati una foto alle cascate del Niagara, o mentre stai precipitando, che ne so,  dal Monte Rosa, e pensa: ops, ma tu guarda che ci faccio qui? L’ovvietà che si fa tendenza, l’ordinario che diventa straordinario, calma e rilassata, non è figo mostrarsi in ansia e in balia delle emozioni, ricorda: “il fatto non il tuo.”-
-Esserino, ma che cazzo hai voluto dire? Ti sei fatto un cannone di due metri?-
-Sapevo che avresti indossato quei bracciali.
-Ti ricordi a Ponza? Al Frontone? Quando ero innamorata di te?
-Ed anche questa frase:”ti ricordi al Frontone?” Ma dai! Te lo volevi scopare, perché non ce la facevi più, perché stavi in crisi d’astinenza, non impacchettare tutto con nastrini, perline e gingilli!-
Camminavamo lungo i corridoi del museo in silenzio, scambiandoci qualche occhiatina di tanto in tanto, mettendo a fuoco qualche etichetta messa sotto un fumetto, così per ingannare noi stessi, per distrarci, da quel vortice di passione che di lì a poco ci avrebbe inondato, per illuderci che eravamo salvi, perché stavamo ad una mostra, vedevamo quadri, leggevamo, ci informavamo; date, tecniche utilizzate, non stavamo scopando come dannati in qualche angolino nascosto. Eravamo normali!
-Potevi scegliere un’altra mostra, però?
-Non ti piace Milo Manara?
-Il problema è che ce l’ho duro adesso, perché mi fai impazzire.
-Non sono io, è Miele a cosce aperte che ti fa impazzire
-Beh anche, allora, vi immagino tutte e due mentre state avvinghiate, sudate, e accaldate, meglio così?
Tutte le tavole dell’Uomo Invisibile mi sussurravano: -Tieni Fiamma, usa anche tu la pomata dell’invisibilità, così potrai scoparti Luca senza sentirti una pezza dopo. L’ombra del sesso cade su di noi come una sciagura, perché? Il sesso è il punto di partenza, è la ruota che traina il carrozzone, è quel microchip dal quale è nato il computer, cavolo! è quella sensazione di appagamento, che ne so, dopo che hai pulito da cima a fondo tutta la casa e sprofondi sul divano, soddisfatta, piena, e consapevole di dedicare del tempo a te stessa, di coccolarti. Il sesso, io lo vivo come una valvola di sfogo, senza contaminazioni sociali, del tipo troietta-mangiauomini-panterona-porcella, il sesso dovrebbe essere patrimonio dell’UNESCO, roccaforte delle frustrazioni, “gettoniera”delle giornate di merda, ma una gettoniera pulita, cristallina, non relegata a cose squallide, peccaminose, nascoste e infime. Mi viene voglia di proporre una petizione change.org, per epurarlo dal grigiume, ed elevarlo a pratica nobile e pura, mi piace l’dea di fare sesso come se non ci fosse un domani, come se l’oggi fosse soppiantato all’eterno, come se quell’attimo di trasporto, di formicolio, di adrenalina, di saliva che scende dalla bocca fosse in continuo rewind! In perpetuo rewind.
Luca faceva parte della mia vita, ne era entrato prepotentemente, a voce grossa, senza chiedere il permesso di stravolgermela, di attorcigliarmela, di incasinarmela. Ogni volta che lui mi cercava, io mi facevo sempre trovare, ero sempre lì, dietro l’uscio della porta di casa sua, sempre lì a rispondere a un suo messaggio, con il cuore che batteva fortissimo, perché mi aveva scritto.
Come la mettiamo con i sentimenti? Ma il sesso è sentimento, e condivisione mentale, è trasporto in movimento e parcheggio di macchine che stanno per scagliarsi a tutta velocità, è distruzione e rigenerazione. Sì lo so, quando “funziona” è la catarsi, e lì so’ cazzi, ma di quelli amari! Luca era un concentrato di ingredienti, era la formula perfetta di quello che volevo, di quello che cercavo. Senza se, senza ma, senza è giusto, senza sbagliato, senza sempre, ma solo oggi, perché ero sicura che quell’oggi con lui sarebbe stato comunque il mio sempre. Lui è stato in grado di cancellare tutte le mie insicurezze di ragazzina che si vedeva bruttina, invisibile, che si rintanava nell’Indie, perché odiava il resto del mondo; Fiamma vs il resto del mondo, Fiamma che sembrava una macchina a cui arrivava la benzina all’improvviso e aveva lo sprint, per poi perdere i giri….capite cosa intendo? Luca è stato l’uomo che mi ha “messo a punto!”
Quante volte mi sono seduta sul divano blu, guardando il telefono, facendo il pari e dispari se chiamarlo o meno, quante volte ho percorso il corridoio del dubbio e dell’indecisione se scopare o meno con lui. Sì, è stata la scelta giusta, e quei momenti di vita, di passione, di oblio, di catarsi, di passione, di sesso puro e semplice, io lì terrò sempre chiusi dentro di me, come in una scatola magica che andrò ad aprire nei momenti difficili, quando la nostalgia incombe, e all’orizzonte vedo solo un balcone dal quale voglio buttarmici, altro che Giulietta, voglio fare una fine, di gran lunga, più pulp di Giulietta!
-Grazie per gli auguri di compleanno-
Erano due mesi che non si faceva sentire, mi telefonò, ed io non risposi, lo vidi anche sotto casa mia, ed io feci il giro lungo per non beccarlo. Stavo cercando di disintossicarmi, ebbene sì, non avevamo più vent’anni, e la nostra relazione “solo sesso”, stava finendo per uccidermi, tanto non andavamo d’accordo, ci avevamo provato a stare insieme, ad avere una relazione normale, standard, mano nella mano, occhi a fiorellini, e baci perugina, ma entrambi eravamo consapevoli di non riuscire a portarla avanti, perché il sesso occupava tutto lo spazio, occupava tutto il tempo, tutta la normalità, e non collimava con la vita standard. Come quando bevi, e all’inizio senti quel calduccio correrti dietro la schiena, quel tepore che si fa gradualmente sempre più violento, fino a farti vomitare. La nostra relazione aveva tutti i contorni di una storia di droga, eravamo come due tossicodipendenti che toccavano il cielo con un dito, e che venivano scaraventati nella più fredda delle cantine, che si crogiolavano su un divano damascato, con una lunga pipetta d’oppio, e che si alimentavano di nuovi propositi, di “up” perpetui, e di “ fasi-rota”. Per poi ricominciare a loop, a refrain, a iosa, a cerchio e tutto daccapo.
Ricordo ancora quell’incontro, dopo appena una settimana “di rota”,e dopo un tripudio di messaggini roventi, di conversazioni piccanti e di orgasmi solitari. Casa sua, arrampicata a Materdei, mi sembrava ancora più grande, con quell’immensa scalinata seicentesca, tra archi e volte a botte. La bella’mbriana mi guardava compiaciuta da dietro una colonna, con i capelli biondi, lunghi e setosi, come la matrona di un bordello d’antan, come una fata incantata, quasi come se mi volesse dire: “sì turnata, t’aspettav”. Io con un espressione di rassegnazione e al contempo di impellente bisogno di soddisfazione, le rispondevo: “c’aggia fà!” Le mattonelle delle scale erano scomposte, ogni passo un rumore, ogni passo che facevo avevo la sensazione di cadere. L’appartamento era all’ultimo piano, la prima volta con lui non riuscì a varcarne la soglia, tale era il bisogno di amarci, di divorarci. Dovevamo andare al concerto dei Subsonica, avevamo fatto tardi, Luca aprì la porta, mi corse incontro, mi aprì le gambe con forza, mi fece poggiare un piede sulla ringhiera, che in quel punto era bassa, e solida, mi alzò la gonna, mi scostò le mutandine ricamate verde petrolio, che avevo messo su per il dopo concerto, (anzi, facciamo per la mattina dopo), alla sua prima leccata, ebbi un cedimento, cercavo di fermarlo, avevo paura ci vedessero, ma chi voleva che passasse in quel palazzo decaduto, pieno di pensionati delle poste e della Banca d’Italia.
-Siediti sulla mia faccia-
Diventai leggerissima per lui, mi prese per il sedere mentre leccava senza fermarsi, deciso e con veemenza come piace a me, stavo per irrigidirmi, puntando un piede a terra e l’altro sulla ringhiera.
Mi afferrai alla ringhiera, perché rischiavo di capitolare nella tromba delle scale, di colare a picco come il Titanic, di demolirmi come un grattacielo minato di bombe.
La mia mano afferrava i suoi capelli, l’altra l’avevo poggiata sulla mia bocca, volevo urlare, cazzo, volevo urlare, adesso mi muovevo da sola sulla sua lingua, sulle sue dita, con le mie unghie che affondavano nelle sue spalle, in quella impalcatura del piacere. Stavo per venire, solo con le dita, istintivamente mi stavo allontanando, lui mi prese per i fianchi e mi risistemò sulla bocca, sulle sue labbra, sui suoi denti, sulle sue dita. Stavo ancora tremando, l’elettricità correva ancora sull’epidermide, Luca mi baciò, che avevo ancora gli spasmi in corpo, mi si annebbia sempre la vista dopo l’orgasmo, perché? Per un paio di secondi vedo tutto offuscato. Gli sbottonai i jeans, avidamente, ma con una calma apparente, mi piaceva, lo volevo, volevo farlo venire più di ogni altra cosa al mondo, dell’universo, dell’intera galassia interstellare, ora era lui che si appoggiò alla ringhiera, che si manteneva a quell’àncora di piacere, a quella boa in mezzo all’oceano, la mia mano lo circondò, lo afferrò, cominciò a ruotare, andando su e giù, senza perdere di vista la sua espressione, era un po’ umido, avvicinai le labbra, cominciai a succhiare, eccitandomi ancora, bagnandomi ancora, lo chiusi, afferrando con una mano la ringhiera, nel modo più profondo che potevo senza fermarmi, con dolcezza, con calma, Luca iniziò a respirare profondamente, abbandonandosi a me, alla mia bocca, lo amavo, questo era amore, era passione, era ardore, era vita. Mi asciugò con un bacio lunghissimo.
Adesso in quel pomeriggio caldo, di sudore, di echi passati, di ricordi e di amplessi furtivi nell’androne del palazzo a Materdei, Fiamma vedeva Luca, ma non era più lui, era riflesso in uno specchio, l’immagine sinistra del ragazzo che era stato, la foto di quelle sensazioni, il sogno meraviglioso che al risveglio cerchi di ricomporre e che ti procura fastidio, perché non riesci a ricostruirlo, no, non era più lui, erano passati gli anni, e la carica si era esaurita, in mille e più scopate senza un domani, game over!
Lì, davanti quella pizza, ridemmo di noi e di quello che c’era stato, come due vecchi amici, come due conoscenti, come due persone, come due amanti, come un uomo e una donna che avevano condiviso l’amore allo stato puro, cristallino e immacolato.
-Sabato prossimo mi sposo-
Fiamma tagliò quella pizza margherita, come se non avesse sentito nulla, o come se avesse ingoiato d’improvviso una bolla d’aria.
-Chi è lei? –
– Sta vicino a me, mi sono affezionato, ormai ci sto dentro, che devo fare?-
-Che devi fare? Non hai mai fatto niente, continua a soccombere a tutto, continua a nascondere la testa sotto la sabbia, ingoia il rospo e tira avanti, sposati la tipina giusta, perché ti sta vicino e ti accudisce e chiudiamola qui, ok?-
-Com’è la pizza?-
-L’impasto lo sento gommoso, mi si sta bloccando tutto in gola-
-Bevi un po’-
-Io non la finisco qui, Fiamma-
Fiamma si alzò, e andò a pagare il conto con quel domani, che adesso le si era materializzato davanti, le tendeva la mano e l’aiutò ad aprire la macchina e ad ingranare la prima marcia, la prima di una lunga serie.

Vivienne La Nuit ©

Les Amants Régulier, Philippe Garrell, Francia, 2005

La chanson des vieux amants, Jacques Brel

 

LA MIA DROGA SI CHIAMA FIAMMA

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Lo so è da scribacchini improvvisati citare Hemingway attraverso Woody Allen, ma l’altra sera guardando Midnight in Paris, ho riflettuto sulle parole di Papa: la scrittura deve essere onesta, e vera, e coraggiosa e leale. Come quando hai davanti un cervo e devi spararlo con un colpo solo, il cervo non può difendersi, e allora non è leale bersagliarlo di colpi, non è giusto, non si fa. Ho parafrasato anche Cimino, e qualche volta mi sento anche io come una cacciatrice, ma chissà perché al femminile, la parola assumi connotati maliziosi, furbetti e volpini. Sai quanti racconti da cacciatrice potrei tirar fuori dal cilindro? E allora mi sono messa a scrivere, su questo foglio bianco, citandoli, riprendendo i loro passi e le loro riflessioni, alla disperata ricerca dell’estro. È in questo dedalo di viuzze e labirinti che di tanto in tanto cerco la mia ispirazione e comincio a scrivere, partendo da una frase, da un ricordo, perfino da un profumo, ma lasciamo perdere i profumi, sono ingannatori e portano sempre su sentieri sbagliati.

Cerco di tessere una tela, di comporre un puzzle, non so ancora dove mi stia portando questo filo, ma voglio seguirlo, e roba così. È stata una settimana pesante, scrittura vera e onesta. Annaspo sul divano blu, non riesco a trovare i suoi cuscini, la stanchezza è tanta che mi sembra di scalare una montagna, c’è poco ossigeno, mi sto solo stendendo, eppure non riesco a farlo. Un senso di inquietudine mi assale, con una mano mi allungo verso il cellulare: niente, neppure un messaggio, una faccina, un piccolo cenno del tipo: sai esisto.

Nessun dolore aveva provato Fiamma quel sabato sera. Il sabato è una giornata particolare, ti aspetti chissà che cosa, chissà quale evento e mutazione, invece te ne stai lì a prepararti, ad agghindarti, a farti bella, per poi non fare nulla; quando ti riaccompagna a casa ti senti ancora più sola, con la domenica che ti fiata sul collo e ti ricorda che hai solo una manciata di ore d’aria al mattino, prima di sprofondare in quegli insopportabili e fastidiosissimi pomeriggi domenicali, delle tavolate, delle partite e delle cinture allentate dei pantaloni. Giornate inutili. L’evasione? Luca era un po’ che non si faceva sentire. Due settimane erano troppe senza di lui, troppe. Si, l’aveva incontrato a piazza Bellini, ma avevano bevuto solo un caffé, lui era troppo indaffarato con il lavoro e poi era in compagnia della secca biondina e coi denti storti, che rideva in modo sincopato, ad ogni sua cazzata. Lui aveva bisogno di una donna così, di una cagnolina, piccola e tenera da accarezzare quando gli andava! Ma aveva bisogno anche di una gatta, indipendente e  schiva, che si faceva viva quando le andava. Fiamma stava dando di matto per l’ennesima volta, perché lui spariva, perché lei accettava le sue scopate clandestine, perché sembrava asettico ogni volta che gli rivelava una sua avventura. Aria del sabato sera.

Cerco di districare la matassa ogni volta che lo rivedo, come un rituale, come una Penelope al contrario, dove Ulisse è già a Itaca, e dove i Proci aspettano fuori la porta. Una Penelope perpetua.  Giochiamo alla roulette russa, ogni volta, ed ogni volta becco il colpo. A volte, credo di essere come la maggior parte delle donne: fragile, insicura, bisognosa di affetto, di complimenti, di attenzioni. A volte, mi viene voglia di togliermi la maschera della: tosta-che-non-ha-bisogno-degli-uomini. Di quella che sa tutto. Tutto di musica, tutto di narrativa, tutto ci cinema. La verità è che tento di nascondere il mio essere di cristallo, civettuola, sempliciotta, che va in panico se si vede brutta, che va in panico se non ha un orgasmo, che va in panico se Luca o Robi, o qualsiasi altro uomo X non la guarda con occhi da leone. Che noia. Mi chiedo se bisogna sempre dare il massimo? Non rivoltare la frittata al qualunquismo, Fiamma, hai detto che ti senti scontata a volte? E ammettilo.

Dicono che lo scorpione possa suicidarsi, e addirittura lo faccia per sbaglio. Il suo lungo pungiglione gli si inarca verso la schiena e muore, così, per errore, in silenzio, esce di scena, senza avere intenzione di morire. Sfoglio pigramente  l’oroscopo di qualche rivista patinata, chiassosa e colorata, sono dal parrucchiere e leggo, cercando ardentemente quale sia la chiave del successo nella vita, la pietra filosofale, la fonte dell’eterna giovinezza e l’Eldorado, e così via, tutto il repertorio. Mentre leggo, mi immagino come una cartomante, negromante, zingara, ma sì, anche un po’ fattucchiera. Sono alla continua ricerca di pozioni e di elisir d’amore. Sono una fan dell’avanscoperta di mondi paralleli, alternativi alla vita, migliori forse, ma sicuramente vergini, incontaminati e meritevoli di essere esplorati. Sfogliando quelle pagine volgari, goderecce e grottesche mi ritrovo catapultata in un orizzonte costellato di successi, di amori estivi e saturno contro, di quattrini racimolati per caso e colpi di fortuna. Ricordo del Millennium Bug, i più audaci asserivano di vedere la fine del mondo, di assistere al countdown della storia; non capitò nulla e posso dire che ci rimasi molto male. Ho sempre una certa sensibilità verso le evoluzioni, i cambiamenti, sono una studiosa attenta dei giri di boa,  inconsciamente sono come quello scorpione che senza neppure saperlo si dà la morte, senza volerlo, ecco, licenziamolo così, ma in realtà, lui, non lo fa apposta, lui, non vuole morire. Sono autodistruttiva a volte, quando mi sento “accerchiata” faccio harakiri e passo a miglior vita. Muoia Sansone con tutti i Filistei dico a me stessa. Non riesco ad essere ipocrita con lei, non con quella Fiamma di luce e calore che abita dentro di me, non posso, non voglio.

Non apprezzo le mezze paroline, le frasi dette a metà, i giri e i giretti. Sono chiara e trasparente, di una lealtà ironica, però, che sa trovare il punto debole di ogni suo interlocutore in meno di una manciata di minuti. Come la migliore delle veggenti riesco a prevedere cosa accadrà, come si comporterà, io guido, ed io gli tengo la mano, come una Circe o come una Didone, ma senza sensi di colpa, senza soccombergli, a prescindere, se poi finisco i miei giorni in modo pulp, punta per caso dal veleno del pungiglione, beh, vuol dire che sono stata sconfitta dal più acerrimo dei miei nemici: la sfiga. L’ultimo sabato sera con lui è stato tremendo, mi mancava l’aria, non per la sua compagnia, alla fine l’avevo chiamato io, faccio sempre tutto io, io lo cerco, ed io lo scopo, in un mea culpa costante, mi ritrovo ad assumermi tutte le responsabilità del nostro strampalato rapporto.

Il desiderio è sempre fortissimo tra noi, ma siamo due sconosciuti in fondo. Ripenso sempre a Ultimo tango a Parigi: due persone anonime, due perfetti sconosciuti, che si incontrano per caso in un appartamento e decidono di intrattenere una liaçon sessuale, così, senza neppure conoscere il proprio nome. Metti una pietra sopra, stop, chiudi la porta e getta la chiave a mare, insomma prendi una decisione. Sono di nuovo intrappolata, accerchiata, non riesco a darmi una risposta, il tempo mi aiuterà, deve aiutarci. Sono in preda ad un disturbo borderline della personalità, sono partita con uno scorpione e me ne ritorno a casa da sola. Amore che vieni e amore che vai, perduto in novembre o col vento d’estate. Voglio un cambiamento, eppure sto sempre qui, ho manie di grandezza parlando dell’onestà intellettuale, della lealtà, del mio essere franca, eppure mi comporto in modo fragile e insicuro. Sì, ho paura dell’abbandono, ma penso anche che semmai Luca dovesse comportarsi come Paul, sarei pronta a ballare ancora con lui, ma per l’ultima volta.

Camminavo verso casa, nel pomeriggio umido, infreddolita e stanca. Camminavo a passo svelto, non volevo beccare nessuno, non mi andava di parlare con nessuno. Avevo le labbra screpolate dal freddo, i capelli sconvolti dal vento e il trucco inesistente, volevo il mio divano blu, il mio bagnoschiuma al sandalo e le mie erbe. Le mie insicurezze mi afferravano per le braccia e mi tiravano indietro, ma io caparbiamente le strattonavo e tiravo dritta, per quel vialone immenso del tramonto, veloce, fino alla metro. Da un po’ era ritornato l’esserino, aveva montato una tendina, con tanto di frigo e zanzariera, lo stronzetto. Adesso lo vedevo da lontano seduto su una sdraio a bere Coca Cola ghiacciata, sorridermi e dirmi: “toh, guarda chi si rivede, la troietta incartapecorita mollata ancora da Luca. Adesso sostava in pianta stabile nel mio orecchio destro. Io non gli davo corda.

Non vedevo l’ora di sentire il clak della serratura, e gettare tutte le cianfrusaglie accumulate della giornata sul mobile in tek dell’ingresso. E invece ti vedo, come un fantasma, un riflesso in uno specchio, una proiezione di me. Te ne stavi a sfoderare quel tuo cinico sorriso, con l’ennesima biondina slavata e insipida, nell’insopportabile baretto dell’happy hour. Una lama mi trafigge. Come un flashback rivedo la nostra storia e tu sei accanto a me, e mi tieni la mano, oppure io e te siamo affacciati ad un finestra qualsiasi e guardiamo il nostro appartamento da lontano, riconoscendoci nella nostra routine. Conoscevo quello sguardo da lupo e da leone, da iena e da gattone.

Lo conoscevo fin troppo bene; era il tuo periodo rosa, stavi cavalcando l’onda giusta, insieme a quel bianco immacolato, avevo visto il rosso e il nero, avevo visto caderci a gocce, come lacrime, le mie lacrime. Ti vedevo dietro il vetro, come una mendicante, appiccicata ad una vetrina ricolma di dolci. La vetrina è quella di una pasticceria parigina, e i dolcetti sono confezionati con merletti e nastrini di perline. Ricordai di quando tu, eri confezionato per me, ricordai di quando io ti scartavo, velocemente, altrimenti mi passava la voglia, quando il sabato mattina mi passavi a prendere e iniziavamo in macchina, per finire il lunedì mattina.

Cosa iniziavamo e cosa finivamo? Sembrava una cosa facile, sembrava facile avere dei figli. Li facevano tutti: due, tre, io non ci riuscivo, mi sembrava una cosa lontana, distante da me, un pensiero straniante. Come se se fossi condannata a trascorrere il miei giorni da spettatrice, e nel frattempo le attrici delle pubblicità prèmaman, mi avevano raggiunto con l’età. Ed io che mi sentivo ancora piccola, ancora giovane, c’è tempo, mi ripetevo come una litania. Nascondo la testa sotto la sabbia e nego l’evidenza.

Finalmente raggiungo il portone, metto la chiave nella serratura, il mio istinto di sopravvivenza mi imponeva di reagire, avevo di nuovo il controllo su me stessa, mi sentivo disinvolta, sicura, e avevo sbattuto dentro il cazzo di sgabuzzino tutti i problemi. Volevo divertirmi, darmi, avevo bisogno di una dose, della mia dose di Robi, adesso. Finalmente a casa, corro in bagno, accendo qualche candela, apro il rubinetto della vasca, mi spoglio velocemente, getto tutto all’aria, mi immergo nell’acqua calda, ripenso a quel mio modo di reagire con te, a quel mio modo di risponderti pilotando il discorso sul banale e sul sempliciotto, facendo l’ochetta a volte, e pregandoti di risolvere qualche problema al mio pc. Poi litigavamo, scomparivi per qualche settimana, ma tu sapevi che senza un uomo la sottoscritta non ci sapeva stare. Basta pensare, Fiamma! E allora prendo il telefono, cerco Robi sulla rubrica, lo chiamo devo sentire la sua voce, non riesco a stare ferma, stringo le gambe. Non risponde. Mi sono rilassata, l’accappatoio caldo prolunga la sensazione di calore, mi preparo una tisana, non so perché ricorra a questo modo di fare New Age, forse perché devo essere originale anche quando mi preparo la matricaria chamomilla.

Mi slegò il laccio dell’accappatoio, mi cinse a sé, facendomi sentire le sue unghie sui fianchi, unghie che muoveva à flor da pele, su e giù. Sapeva come fare, bastava così poco per farmi andare su di giri. Le sue mani pian piano si facevano spazio sul mio corpo, ancora umido, ancora caldo. Strofinai le mie labbra sul suo collo ruvido di barba, profumato di Roma, di uomo, di sesso. Aspiro, piccoli bacetti risalgono ora verso il retro dell’orecchio, gli piace, lo sento già duro, duro per me, duro grazie a me, e che spinge verso di me. Con le mani gli accarezzo la nuca, lo tiro indietro afferrando qualche capello tra le mie dita, voglio la sua bocca, lo bacio, avidamente, sempre, come se non ci fosse un domani, sempre, come se quello fosse l’ultimo bacio.

Non so, ma questi pensieri apocalittici mi fanno sentire più sicura e più ricettiva al piacere, predisposta a lasciarmi andare. Robi, è avvinghiato, ora mi prende i seni, io non riesco a non muovere il bacino, che vuole le sue mani, la sua lingua e il suo cazzo. Sento la sua bocca piena di loro, succhia il capezzolo sinistro, quello più sensibile, lui lo sa, e mi eccita questa conoscenza, mi fa eccitare più dell’atto in sé, Robi conosceva la mappa, e riusciva sempre a trovare la X. Ma se mai ci fosse stato qualche intoppo, l’avrei guidato io. Non so come, mi ritrovo a terra, a gambe aperte e i piedi poggiati ai lati della porta della cucina, Robi mi prende le braccia, me le mantiene lunghe sopra la mia testa e mi guarda negli occhi, l’accappatoio aperto, io completamente nuda, riprende a succhiare il seno, quello destro adesso, voglio fargli anche io qualcosa, ma non riesco a muovermi, non faccio altro che alzare la testa, elemosinando la sua bocca.

 viviennelanuit©

John Wesley Tears?1993 Acrylic in colors, on Aquarelle Arches paper