Avete capito? At least?

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Ci sono situazioni alle quali è difficile rinunciare, ci sono meccanismi che si azionano solo in un dato momento e in un preciso contesto, la molla che scatta, l’iniezione che si irrora nelle vene, la temperatura che sale, la frenesia che ti avvinghia e non ti lascia, la difficoltà a dire di no. Mi chiedo se si possa vivere il sesso liberamente, facilmente, senza giochi di sottomissione, prevaricazioni, compromessi economici, mi chiedo se la sua purezza possa essere autentica e restare immune dai risvolti sociali. In questo caso andrebbero a farsi benedire parole come matrimonio, proprietà, mutuo, fedeltà, focolare, nido, sacralità, decoro, perbenismo, contegno, normalità. Di sicuro ha preso una “brutta piega”, il sesso vissuto adesso è solo appannaggio di reietti e reiette che stanchi della loro daily routine, migrano verso altri lidi, tradendo una vita normale, liscia e modulata, con qualche scappatella qua e là. Tutto questo non è leale, l’amplesso invece è leale, il coito è leale, non le doppie vite, perché tanto random il desiderio verrà a bussare alla porta, perché tanto la noia accumulata reclamerà il conto, perché tanto la vita è lunga e fa tanti giri, e non si può star seduti nello stesso vagone. Fiamma aveva un disperato bisogno di giustificazione, di redenzione, di purificazione, e attingeva a tutto il suo bagaglio “freak”, perché così facendo era protetta da esempi di vita alternativa e anticonformista! Come quella volta che trascorse l’estate agli “Elfi di Gran Burrone”, per poi scappare a gambe levate quando si accorse che erano tutti radical chic miliardari, che volevano spillarle contributi di partecipazione a go go, e anche lì, attaccò la predica sulla mercificazione del beatnik e sull’aver venduto il culo al Dio denaro. Deliri. Da un lato ammetteva la sua vita sentimentale altalenante in nome della magia che provava copulando con i vari Yannick e co., dall’altro lato ammetteva i suoi sbagli e soprattutto vedeva zoomata la parola “solitudine” scritta a caratteri cubitali, che si avvicinava sempre più decisa in quel caleidoscopio in cui si era ficcata. Non poteva fare la prosopopea della vita hippie negli anni ’10, non funzionava più la vita nel bosco, il sesso tantrico, raccogliere i frutti della terra, la camporella tra le ortiche (aglia!) , Fiamma parlava di genuinità, spontaneità, libertà dell’orgasmo, e della sua risoluzione, non le andava a genio l’ipocrisia, l’incoerenza, e soprattutto il nascondersi dietro i paraventi, ma era consapevole che il tempo biologico stava per scadere: stopping fucking around!
-Hai trentadue anni, smettila di sparare cazzate tantrico-hippie-vegane-che nessuno-se-le-caga-più!
Quante persone di plastica vedo intorno a me, tante persone di plastica che si muovono come se cercassero qualcuno che le plasmi, dandogli forma, persone senza sale e senza vita, preoccupate che il loro deretano sia ben fotografato sui social, e molto attente a non perderlo, terrorizzate dalla “gogna” e incuranti della vita che gli frana sotto i piedi, persone che fingono, persone mascherate di qualcos’altro, persone tristi che non fanno l’amore da millenni, che sono morte da tempo immemore. Zombie. Quando rividi Luca, dopo il matrimonio in quel caffè letterario del centro, perché lui doveva sempre mantenere la pantomima dell’intellettuale del cazzo, e la salumeria de’ sora Gina, sotto casa mia, per dire, non gli andava bene, no, mi doveva far prendere la metro con la pioggia, il freddo e il vento, ecco, premesso ciò, mi sembrò invecchiato, quando ci sedemmo era giovane, poi attaccò a parlare e invecchiava, ed io mi sentivo come Indiana Jones che aveva scoperchiato l’Arca dell’Alleanza, la cui forza sprigionata ne accelerava l’invecchiamento! Da film dell’orrore insomma, mi chiedo se un uomo debba ridursi in quello stato. Era la vita che voleva? Conoscevo la moglie, critiche a parte, era una donna ordinaria, fissata con la famiglia, protettiva, gli auguri di buon onomastico, il cenone di Capodanno, la buona domenica, onora il padre e la madre, il pensierino ai colleghi dopo le vacanze, e le scopate senza orgasmo il sabato mattina. Perché sì, Luca era bravo, ma con una insicura e inibita, non aveva “presa”, diciamo che, doveva essere un po’ “guidato”, per giungere poi ad un dialogo all’unisono, ma con miss-donnina-anni-cinquanta era difficile! Almeno glielo succhiava bene, a detta di lui! Comunque sia avrebbe imparato e si sarebbe finalmente“sciolta”. Mi faceva pena Luca, tentavo in tutti i modi che sul mio volto non apparisse la scritta “compassione”, ma non per la famiglia, i figli, ecc. che sono nel bene e nel male lo spartito dell’esistenza umana, ma perché non era un uomo felice, per lo meno un 60% di felicità doveva apparire da qualche parte, e invece nulla.
-Tu hai avuto il pieno controllo di tutto Luca, te la sei voluta sposare perché sapevi che ti sarebbe stata fedele, perché sapevi che sarebbe stata una facile da gestire.
– Io volevo sposare te
-Perché? Se mi avessi sposato avresti fatto di me una donna onesta? Tu scomparivi settimane intere, fregandotene di me, questo significava avere una relazione onesta? Ma non fare il coglione!
-Non mi sono preso cura di te abbastanza, dovevo starti vicino, coccolarti, invece ti ho trascurato
– Tutto quello che ho fatto aveva una chiara risposta, Luca, ti ho tradito perché mi lasciavi da sola. E adesso cosa vorresti fare? Scoparmi part time quando la mogliettina devota è dalla mamma? Ma ti sembro il tipo?
-No, non lo sei? Volevo vederti, sei sempre più bella, sexy, mi mancava questo visino fiero, pulito, disinvolto e questo sorriso.
Mi accarezzò la guancia, pizzicandomi il mento, intravidi una lacrima scendere sul suo viso, feci finta di niente, ero di pietra, non riuscivo a provare emozioni, eppure volevo piangere, eppure volevo disperarmi, fare una tragedia, prenderlo a schiaffi, perché aveva scelto quella donnina insulsa e senza sale, proprio lui che era stato il mio faro, la mia luce. Quante frasi fatte! Non riesco a dirne altre, forse attirava retorica e frasi fatte, attirava ordinario e monotonia, gli stava bene la sciacquetta, era come lui!
Il sesso vissuto con Luca è stato una droga, sono arrivata a questa conclusione. La scarica che mi dava aveva un valore altissimo, mi mandava in alto, in estasi, in paradiso, e la risoluzione era ancora più benefica, e poi alla fine cosa mi restava? Che ne volevo ancora, non di più ma ancora, come una fiamma che non volevo si spegnesse mai, tutto qui. Accompagnai Luca a casa, salimmo quelle scale che per tante volte erano state complici dei nostri orgasmi, quando dovevamo farlo in silenzio, quando non avevamo un posticino, quando avevamo voglia e dovevamo per forza godere, godere a discapito di tutti, attraverso un bisogno urgente, i nostri corpi spogliavano i punti giusti, li fermavamo con delle puntine, bastava sfiorare quelle zone da stuzzicare per essere felici con il cosmo intero, conoscevamo a memoria quella mappa, era tutto veloce, una botta che saliva fino al cervello, forte e decisa. La dose quotidiana. Era tutto finito. Ma quelle scale, quell’androne del palazzo, la puzza di muffa, gli spiritelli che mi sorridevano da dietro le colonne facevano riaffiorare i ricordi. Riabbracciarsi dopo un periodo di astinenza era liberatorio. Non ci vedevamo da quasi una settimana, e per l’occasione avevo indossato una minigonna aderente, tronchetti, e una magliettina che mi lasciava scoperta una spalla, se avevo il reggiseno? Certo che no, cazzo avevo ventrité anni, non ne avevo bisogno! La mia terza coppa C stava su da sola! Salivo le scale del palazzo a tre gradini alla volta, stavo per slogarmi una caviglia, no, nel palazzo del seicento non c’era l’ascensore, e non si erano preoccupati nemmeno di montarla quegli spilorci impiegati della Banca d’Italia che ci vivevano, arrivai alla porta di casa sua bagnata fradicia, si catapultò direttamente fra le mie braccia, non sapeva da dove cominciare, ero quasi mezza nuda, mi prese in braccio, spero chiuse la porta, ci spogliammo ognuno per conto suo, lui fu tra le mie cosce quasi subito, non riuscivo a gestirlo, era impazzito, leccava, baciava, succhiava, con le labbra, il mento, il naso, la faccia immersa in quel lago, la mia mano era sulla sua testa, gli tirava dolcemente i capelli, lo guidava, gli suggeriva le giuste movenze, le mie cosce erano poggiate sulle sue spalle, le sue mani erano sotto il mio culo, ed io inarcavo la schiena per offrirgliela, donargliela, porgergliela bagnata, e bisognosa della sua lingua, si staccò mentre stavo per venire e con le gambe che ora circondavano la sua testa mi penetrò, afferrai il lenzuolo, la stoffa di qualcosa che stava sotto di me, la federa del divano, non lo so, ma mentre stava dentro di me sentii un calore invadermi fino alla fronte, sentii le contrazioni farsi largo prima lentamente e poi prepotentemente dentro di me, si bloccò ancora, glielo succhiai, in ginocchio, mi accarezzava la schiena, mi prese i capelli radunandoli a coda di cavallo, lo spinse in fondo alla gola, sapeva come fare, sapevo farglielo fare, continuavo a toccarmi il clitoride, i capezzoli, la fica che batteva, che dovevo raffreddare, salii a cavalcioni su di lui, il mio seno sinistro divorato dalle sue labbra, le spinte che coordinavo con le ginocchia, la mia saliva sul suo collo, i suoi occhi di fuoco mentre leccavano il mio seno, mi feci indietro poggiai il palmo delle mani sulle sue cosce, i miei capelli lunghi e neri al vento che lo solleticavano adesso era più nitido il piacere, adesso potevo anche morire e risorgere, e polverizzarmi, e rinascere dalle ceneri e volare via. Le pause avevano intensificato tutto, le soste avevano amplificato il mio orgasmo che adesso era indomabile, avevo paura quando era così, si tramutava in qualcosa di incontrollabile, feci in tempo a prendere il suo viso e a soffocare le mie urla nella sua bocca. Luca mi riportava alla vita con tanti baci sul viso, baci che percepivo come lenitivi, come un unguento messo dopo una battaglia, una battaglia di piacere e orgasmi, di rese e concessioni, di modulazioni di frequenza e ritmo.
Davvero non mi rendo conto della cecità di alcune persone, dell’indifferenza, della paura di esporsi, manifestare emozioni, confrontarsi, spingersi più al di là di quel buco del deretano di cui Madre Natura le ha fornite, era impossibile dimenticarlo, era insostenibile affrontare il tempo senza di lui, senza i nostri orgasmi, senza che i nostri corpi si unissero. Luca aveva fatto la scelta più prevedibile, se pensavo a loro due la sera, sotto lo stesso tetto, mi saliva un ansia insopportabile, il cuore mi batteva veloce, sudavo freddo e la gola mi si gonfiava fino a scoppiare, no, non riuscivo a vivere così, forse sono una Bukowski al femminile, che deve rintanarsi a casa sua, bere qualche bicchierino, fare sesso compulsivo con Yannick, Luca, Robi, fumare erba scalza sul patio della Tonnara, leggere Hemingway al calar del sole, beh, no Hemingway no, non sono tipa da descrizioni infinite alla Hemingway, mi piace andare al nocciolo subito, di fretta, senza aspettare. Con Luca era definitivamente finita, lo avevo lasciato, e questa volta per sempre, no, non ho voluto accettare le scopate clandestine, non ho voluto accettare i giorni feriali con me e i festivi con lei, sapevo che la biondina dai denti storti non ce l’avrebbe fatta senza di lui, mi sono fatta da parte, ho ceduto il posto, sono semplicemente sparita. Luca continuava a pregarmi di restare con lui, continuava a chiedermi se poteva telefonarmi, vedermi, anche senza scopare, mentre mi versava il tè, mi accarezzava il braccio, lo accarezzavo anch’io, come piaceva a lui, ma mi fermai di colpo, poggiai la tazza di tè bollente sul tavolo, mi alzai molto lentamente, rimisi le scarpe che mi ero tolta, presi la borsa, Luca continuava a parlare, ma io vedevo solo che muoveva le labbra, improvvisamente divenni sorda, rinnegai tutto quello che c’era stato, ero cresciuta, dovevo prendere una dannata posizione, dovevo decidere. Lo lasciai lì seduto, con le foglie di tè ancora da macerare, e con il peso degli anni, che come mattoncini si erano messi uno sopra l’altro sulle sue spalle, quelle spalle, alle quali più volte mi ero aggrappata.

©VivienneLaNuit

Frank Zappa and MOI, Go cry on somebody else’s shoulder, Freak Out, 1966, Verve Records.