Pulse state

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Luca stava facendo finta di leggere, faceva finta perfino di stare seduto, lì,  al solito tavolino del solito bar a piazza Bellini, in quel pullulare di gente, profumi e caos che la vita gli faceva vedere ogni santo giorno, come quel pensatore di Rodin, schiacciato dai sensi di colpa. Una vocina costante gli sussurrava quanto quella volta avesse esagerato, quanto fosse andato oltre. Luca era un habitué del punto di non ritorno, gli piaceva invadere quella zona d’ombra e poi tornare indietro, provava una perversa beatitudine nello smantellare quelle colonne cui Sansone, con tutta la sua rabbia si era poggiato, sbagliava e faceva dietrofront, piangeva e si lavava il viso, peccava e veniva perdonato. In bagno quella mattina, guardandosi allo specchio, si era sputato in faccia dopo esservi deterso con quel sapone alla lavanda che Fiamma gli aveva regalato per il suo onomastico: Fiamma, il suo bruciore, la sua luce, i suoi capelli e la sua forza. Aveva esagerato stavolta, si dannava, ipnotizzato da quella tazzina di caffé sorseggiata a scatti.

Luca aveva un negozio di antiquariato, lì proprio in quella piazza, che quella mattina di dicembre gli parlava dei suoi sbagli a voce talmente alta da doversi  tappare le orecchie e canticchiare una sciocca melodia pur di non sentire. Luca ripensò a quando la vide per la prima volta a casa di sua sorella Silvia, avvolta in jeans strettissimi e camicetta bianca. Ripensò alla Fiamma che non aveva ancora acceso, illibata, bianca e evanescente.

Quella sera parlarono del mondo e di Lev Trockij, dei decumani e d’o pere e ‘o musso. Fiamma splendeva e bruciava, ma si muoveva ancora disconnessa, forse c’era un po’di vento.

Gli spilli dell’inverno trafiggevano Luca, che adesso divorava una graffa. I suoi occhi erano quelli di uno squalo, plumbei e acquosi. I suoi capelli erano spettinati e sporchi, le sue dita ripassavano le tempie vorticosamente. Fiamma era distesa a terra su quelle maioliche fauves e lepidottere, striata di sangue, umori e lacrime. Luca aprì la porta lasciandola riversa lì, assicurandosi che respirasse ancora e chiuse a doppia mandata. Doveva convincersi Luca, che non era stato lui, non poteva averla ridotta in quello stato, doveva lenire il suo male, doveva saziare il suo dolore, doveva sentirsi meglio. Quel colore vergine e immacolato ora riempiva la sua mente. La botta salì velocemente e lui adesso aveva mille propositi di cambiamento, le comprò la colazione, il cappuccino, aveva comprato un pacchetto di fiammiferi per riaccenderla, Fiamma, la sua donna, la sua vita, la sua ossessione.

 

L’indomani Luca l’aspettava all’uscita dell’Accademia. Lei scendeva le scale, sembrava stesse sfilando, nel suo abitino lilla e i capelli raccolti a chignon, tanto da conferirle quell’aspetto da Holly Hobbie dolce ed etereo. Luca era cotto a puntino. Ma faceva ancora il timido, le mani gli sudavano, il cuore pulsava, e non trovava le parole e non voleva sembrare stupido e non voleva essere disadattato, e allora recitava la parte del duro del Roadhouse.

-L’esame è andato male, volevo darti una buona notizia, ma dromos e tholos non mi hanno dato scampo

Luca aveva visto le amiche di Silvia, piccole e insignificanti, c’erano pur sempre un lustro e tre anni di differenza, ma quando stava con Fiamma, brillava d luce riflessa.

-Sai, il lavoro al negozio mi annienta, sono chiuso lì dentro tutto il giorno e alla fine mi rendo conto di parlare con quella statuetta di Gemito che mi scruta tutto il tempo

-Qualche volta potremmo chiacchierare insieme a lui se ti va?

Smpre meglio che restare intrappolata nella tomba di Atreo, pensò.

Ogni giorno Luca e Fiamma s’incontravano a piazza Bellini, tra quadretti di strada e chitarristi improvvisati, perdendosi in conversazioni impegnate e finto pop! Luca l’ascoltava quando ripeteva storia dell’arte e la ammirava quando ricopiava corpi nudi in pose plastiche, le sembrava che dipingesse le vergogne maschili a memoria, tanto che un pò di gelosia le si rigonfiava sotto il collo, ma si distraeva subito da quel frivolo pensiero quando i suoi occhi si poggiavano su quel neo posto tra l’incavo delle sue labbra.

Luca le fa un sorriso rilassante e pacifico, come se lei avesse trovato la giusta soluzione senza farlo sentire un coglione. Era uno dei motivi per i quali voleva trascorrere la maggior parte del suo tempo con lei. Fiamma gli donava, tutte le volte, un caldo tepore e Luca, più passavano i giorni e più non poteva farne a meno. Un caldo di Fiamma che lo avvolgeva e lo teneva protetto e si immaginava cullato dalle sue braccia e accarezzato dal suo seno. Seno che non aveva avuto il coraggio di sfiorare, pelle di cui evitava il profumo ambrato, cosce che avrebbe voluto mordere, ma non osava e tremava nella sua Fiamma, e bruciava alla sua vicinanza, fuoco sacro che lo chiamava nel baratro del desiderio e della passione, ogni giorno, ogni istante con la sua presenza. Fiamma brillante e purificatrice.

Luca la guardava, voleva toccarla, lei a volte gli sfiorava la mano. Una scarica elettrica si allargava a macchia d’olio su tutto il suo corpo, ebbe il coraggio le prese quella ciocca e gliela sistemò dietro l’orecchio, accarezzandola con piccoli cerchietti concentrici, lei capì il suo disagio, la sua timidezza. Gli si avvicinò e lo baciò in un bacio lungo, profondo, dove la lingua esplorava la sua bocca, il suo tremore e la sua anima.

Luca aveva un problema con le donne, questo era chiaro come il sole, era vissuto senza un padre e con una madre ossessionata dalla pulizia e dal peccato, fortuna che la sorella aveva mandato, con un fragoroso “vaffanculo”, quasi tutti salvandosi così giusto in tempo, ma Luca no, Luca aveva dovuto fare i conti con le sue paure irrazionali, e con gli acari che vedeva dappertutto senza bisogno del telescopio. Se ne stava tutto il giorno in negozio spolverando statue, bronzi, lucidando argenteria e passando aspirapolveri su tappeti damascati,  aggiustando gingilli e pettinando parrucche settecentesche.

Luca, chiuse gli occhi ascoltando solo la voce di Fiamma che gli sussurrava di rilassarsi.

Arrivarono al negozio, a via Costantinopoli, in quella strada brulicante di medioriente, bazar, incensi e percezioni visive. Luca aprì il portone, Fiamma fu invasa da un profumo di patchouli e sandalo. Luca la abbracciò da dietro, stringendola fortissimo, come fosse un essere fluttuante pronto a spiccare il volo, ma Fiamma ricambiò, girandosi e baciandolo e amandolo quella sera come non avesse mai fatto con nessun altro uomo. Luca tremava, la toccava come se fosse irreale. Fiamma con decisione gli prese la mano e la poggiò sul suo seno, scoprendolo dalla camicetta di organza bianca.

Mentre succhiava il suo seno, Fiamma gli baciava la nuca, era caldissimo, ansimava. Forse aveva intuito qualcosa, ma non disse nulla, e quel qualcosa le provocò un fremito, una sensazione irrefrenabile di prenderlo, leccarlo, gustarlo. Forse Luca era vergine, forse.

Luca mani, un fiore che stava per sbocciare con lei. Con cura lo spogliò, prima il maglione, poi i jeans, i boxer, giù senza fretta, con calma. Il suo sesso era di pietra, dritto si innalzava ai suoi occhi.

Per un tempo lunghissimo lo guardò soltanto senza toccare, sfiorandolo con le sue labbra, poi iniziò a toccarlo, delicatamente dal basso, leccando quelle protuberanze poste alla sua base, prendendole in bocca e succhiandole come il più gustoso dei gelati, prima una, poi l’altra, prima l’uno e poi l’altra ancora. Luca, tremava ancora ed emetteva gemiti di dolore e quasi paura. Poi Fiamma, con una leccata energica risalì di colpo e se lo introdusse in bocca, in gola, per iniziare quella danza con la lingua, le labbra, facendo rumore volutamente. Riprese fiato Fiamma,e un fiòtto caldo le bagnò il viso, sporcò i suoi seni.

Luca and in bagno, prese della carta igienica, la ripulì con cura, scoppiò in lacrime.

Fiamma, si asciugò, si rivestì frettolosamente e se ne andò, gli occhi pieni di lacrime, le prime per lui. Per strada quel sapore, salato e acido si mescolava al patchouli, si accovacciò improvvisamente e vomitò, un po’ di dolore.

 

E così ce ne stiamo soli,  io e te in questa auto, la cui puzza di plastica e arbre magic ci dà la nausea a urlarci contro e a dirci: “va bene”, “basta”, “lasciamo stare”. Le parole che non riusciamo a pronunciare sono chiuse in uno scrigno, giù, in fondo al nostro cuore; anzi sono lasciate lì in un sarcofago a imputridire, perché non si possono dire, perché non le vogliamo tirar fuori. Come in una delle migliori canzoni di Baglioni, dove lei va via e non dice nulla, dove il silenzio è più alto di mille voci messe insieme, dove lo sconforto asciuga le nostre lacrime, seccando il vitreo degli occhi e dove l’ira sale senza avere intenzione di calare. Perché? L’infelicità è una condizione insopportabile e insostenibile, ti logora ogni secondo di più e ti ritrovi a combattere contro i mulini a vento, cercando un gancio in quelle tele un appiglio o un approdo. Ci crogioliamo nel nostro malessere, fin quando non lo accettiamo, diventando i più grandi bugiardi di noi stessi. Perché? Dopotutto la vita è una sola, e quel tempo trascorso a litigare è solo lerciume dato in pasto al nostro invecchiare, che divora, divora insaziabile come in uno dei Goya di nicchia, dove Saturno divora i suoi figli. Concime per terreni già morti. Il tempo influenza l’amore e modifica  il sesso. Fiamma, stava per spegnersi definitivamente in quella macchina dal tanfo vanigliato che le dava il voltastomaco. Si sentiva vecchia e in ritardo su molti treni della sua vita, ma non rinunciava ad ardere e, nonostante il lento declino, riusciva sempre a ravvivarsi. Fiamma non poteva morire. Nomen Omen da rispettare e onorare sempre il suo. Epitaffio sacro e inviolabile. Luca con uno scarpello, ogni santo giorno lo vandalizzava e  lo umiliava. C’erano notti che trascorreva chiusa a riccio in un angolo, c’erano giornate dove facevano l’amore ininterrottamente, c’erano momenti in cui Fiamma non riusciva neanche a camminare dal dolore, lacerata, trafitta e umiliata al suo volere. Perché? Fiamma amava Luca di una passione e di un amore ingestibili.

Luca per via della “bianca” aveva attimi di esaltazione e precipitosi countdown nel baratro, a letto quando prendeva la “bianca” Luca era un treno, la portò ad avere quattro orgasmi consecutivi il giorno del suo compleanno, Luca era la sua “bianca” e sì sa le droghe fanno male, ma ti fanno vedere il paradiso. Luca diventava il suo carnefice, il suo angelo, colui che le dava piacere e dolore insieme. In quel albergo alle terme, fu dolcissimo. Carezze lente e pigre si adagiavano sui fianchi di Fiamma, dita desiderose di affondare nel suo ventre, Fiamma che vibrava ad ogni suo tocco e poi la lingua, lì, con la lingua Luca era il non plus ultra, la faceva venire sempre così, prima con la lingua, con le labbra, con i baci, con i denti affondati sofficemente nella sua fica gonfia e rosa, piena di voglia di lui, piena di amore per lui.

Era un periodo buono per Luca, ero felice, stava cambiando era più calmo, tranquillo in pace con se stesso. La madre lo tormentava di meno, al negozio avevo venduto un Giò Pomodoro ad un mercante francese e aveva appena acquistato una centrifuga. Luca era un bambino piccolo, sentiva sempre il bisogno di avere feedback positivi su tutto ciò che faceva, doveva essere continuamente incoraggiato, Fiamma era sempre lì a riscaldarlo, anche se faceva cilecca, non faceva niente, Fiamma accettava anche questo, accettava un amore che dava il top, quando era malsano e contaminato. Luca nel periodo “buono” viveva in una bolla, come se facesse il morto a galla in un mare d’olio, Fiamma l’orgogliosa, Fiamma l’ambiziosa, Fiamma la femminista, Fiamma la tosta colava a picco in questo acquitrino. Accettava in silenzio, per amore , per le sensazioni che le faceva provare, per gli orgasmi che nessun uomo gli aveva mai donato, per quegli occhi, Fiamma voleva donargli i suoi di occhi, voleva annientarsi in lui in un lento e inesorabile declino, ma quella giornata alle terme Fiamma scoprì due lineette su quel oggetto e di colpo il vento cambiò.

 

Mi piace arrivare alla conclusione, ai fatti, al clou del discorso, al nocciolo della questione; perché è vero, le parole fanno tanti giri, ma alla fine, bisogna sempre metterci un punto. Il pretesto? Uno di quei tanti labirinti mentali che iniziavo e non portavo mai a termine, quando nel silenzio totale della sera, mi metto davanti allo specchio e parlo da sola. Inizio con una serie di domande a raffica: che fine ha fatto il femminismo? Che fine hanno fatto quelle streghe che in tante erano tornate alla ribalta! Che fine hanno fatto quei cortei, quelle lotte, quei sabba? E il cameratismo tra donne, la complicità? Adesso io, Fiamma, vedevo solo donne che soccombevano ai loro uomini: nel fisico, nella psiche e nel sesso. Ha ancora senso parlare di emancipazione, indipendenza e femminismo?

O sono parole distratte che ci fanno sentire più cool davanti un Aperol Spritz? I rapporti di coppia sono migliorati o peggiorati? Perché stiamo soccombendo al sesso forte? Perché ogni giorno continuano a morire donne, vittime consenzienti, di un qualche meccanismo che piano piano le sta torchiando, schiacciandole. E Il sesso? Deve ritornare alla sua dimensione più pura e più genuina? O è solo lo specchietto delle allodole di relazioni tossiche. Basta con il sesso fatto a metà e non vissuto a 360°! Basta col compiacere gli uomini, perché siete terrorizzate dal rimanere sole. Basta con l’ipocrisia diffusa, con le apparenze, col mantenere gli equilibri, col fingere…e tutto per elemosinare un po’ di attenzione. Ah specchio. Specchio.

 

Lo specchio del bagno si appannò dell’aria calda e umida della doccia, e un pensiero desolante le invase il cervello: anche il sesso era diventato una moda, un trend, una tendenza, il contentino di una vita monotona e accidiosa. Tutto ciò era molto triste, quasi come la morte, ma senza una liberazione.

Protezione, sicurezza e bisogno di sentirsi desiderate chiedete questo? Allora? Se lo lascio che fine faccio? Chi mi mantiene? No, e i figli? Eccolo, il succo del racconto è proprio questo: il dare e il ricevere. Cerco di seguire il filo logico organizzato nell’intro: i soldi. Avete venduto l’anima al diavolo, avete perduto la capacità di rigenerarvi, di voltare pagina. Avete perduto quella indipendenza, prima di tutto da noi stesse. Ci sentiamo sole, sperdute, cerchiamo una bussola, un approdo, un giaciglio per la nostra fragilità. Io parlo di carattere, cazzo! Di carisma. Le donne devono riprendere in mano lo scettro, non nascondersi dietro…lo scettro! Perdonate il nonsense! Fiamma si rivolse alla piccola platea di intellettualoidi part-time, che vedeva riflessi nello specchio del bagno.

 

Cosa abbiamo venduto e cosa abbiamo acquistato? Statistiche, femminicidi, morte. Perché? Avere il dono della sintesi. Credo che l’amore, sia confuso con la possessione, con gli interessi, con i soldi, e ancora con gli interessi. Perché pensò che la parola femminicidi abbia una certa attinenza con la parola pesticidi? Forse siamo insetti? ?Ci hanno declassato a stato di larve? Bozzoli di farfalle mai nate? Quante parole a quello specchio appannato, quanti discorsi da oratrice ad un pubblico assente.

 

A Fiamma non le erano mai piaciuti gli uomini che si fermavano “alla prima”. Prima di mettersi in gioco, quelli che tornavano sui propri passi, quelli che non rischiavano le palle! Quelli che si fermavano alle apparenze, tanto per dire una frase fatta! A Fiamma le piaceva sempre dire, che se mai fosse stata un uomo, sarebbe stato tra i più romantici, gentili, oltre che amante formidabile e attento. Ma Fiamma ragionava così perché era una donna, e quindi non valevano queste congetture astruse. Per intenderci, Fiamma,  non andava alla ricerca del principe azzurro delle fiabe, ma voleva un uomo che non avesse paura a perdere la faccia, stop quindi con rapporti edipici e gare intellettuali del cavolo! Bisognava tirare le somme, fare due conti, stendere una linea insomma!

 

Vago per casa a piedi nudi, ho i capelli bagnati, Sexy Sadie alla radio e ancora Luca al telefono, ancora lui:  il suo fallimento di donna e di femmina.  Era stanca, stanca delle sue violenze, stanca dei suoi baci inesistenti, stanca, perché era una mendicante del suo cazzo in fin dei conti, stanca perché non sapeva dirgli di no, stanca perché con la coda tra le gambe ritornava sempre da lui, e lei lo perdonava sempre, come se l’universo maschile si esaurisse con lui, come se lei non avesse altra possibilità, altra via d’uscita.

 ©viviennelanuit

Beach House, Silver Soul, Teen Dream, Sub Pop, Bella Union, 2010

Solo un po’

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C’è sempre una festa alla base di tutto. La perdita di orientamento quando si entra in un locale e guidi tu la fila avete presente? Quella sensazione di dirigersi verso un precipizio. Lo stordimento di quando si tenta di parlare all’orecchio di qualcuno quando la musica è “a palla” o quella di urlare da una montagna, senza che nessuno riesca mai a sentirti. Riconoscere i propri limiti e superarli, andare oltre i colori leciti, rischiare senza aver timore di rendersi ridicole. Frasi fatte, cose dette e mai attuate, sensazioni sospese, che ti lasciano l’amaro in bocca. Vietato lasciare l’amaro in bocca, soprattutto ad una donna! C’è sempre una festa alla base di tutto, l’energia che si sprigiona quando si è allegri, la convivialità, il cicchetto di troppo, il buon vinello, la musica e le risate dovute. Che fossero tutte strumentalizzazioni occulte? Fiamma farfugliava pensieri sconnessi in quel pub, davanti un piatto di salamini, e davanti ai suoi trent’anni e più.
Si chiedeva se fosse mai esistito, un fine ultimo nel sesso, così, come ad una festa. Dopotutto una festa è una cosa inutile pensava. Le vennero in mente, irrompendo quasi di forza, dei pomeriggi trascorsi a casa della sua amica Carola. Lì, tra quelle mura capitava sempre qualcosa di insolito, quando varcava la porta, si ritrovava catapultata in un torpore diffuso e ovattato, i maligni avrebbero bisbigliato da festa stupefacente, beh, nulla di più vero, sicuramente fluttuava in atmosfere quasi oniriche, come quando era preda di un Orfeo generoso che le faceva dono dei sogni più dolci e delle fantasie più audaci. Un bordello direste voi? Con toni meno grezzi, sì! Capitava di tutto, e sempre in occasione di qualche festa totalmente inutile e civettuola.
A diciassette anni hai un coraggio da leone, ma, piuttosto, sei come “Daniele nella fossa dei leoni” accerchiata, sorvegliata speciale dal non fare passi falsi, se poi avevi avuto la fortuna di sperimentare i primi ardori di trovarti nella condizione ideale di poter fare qualsiasi cosa, rispettando quella esaltante espressione che: “da giovani si è immortali” eri nel ventre della vacca! No, cazzo, non avevo paura di mettermi il collirio negli occhi, o di ingoiare una pillola, non avevo paura di bussare alla porta di qualcuno che temevo, i miei occhi erano spalancati, e la pillola la ingoiavo di colpo e sapevo cosa dire a quello che stava al di là della porta. L’amichetto di adesso, le chiese perché stesse ridendo, pizzicandole la mano, lei continuò a mangiare il suo piatto di salamini piccanti.
Le venne in mente, Fiamma, giovane donna, consapevole delle sue scelte, sicura di sé, dei propri gusti, dei propri piaceri, che non cercava conferme da nessun uomo, che si sentiva bella, femmina e provocante. Pericolosissima.
-Ci vediamo oggi pomeriggio alle tre, portate chimica giusto per far vedere
Le scrisse Carola con un secco sms. Valentina l’aspettava puntuale, era la sua migliore amica, aveva condiviso compiti, interrogazioni, lacrime, tutti i pomeriggi o quasi di quegli anni molli, lenti e infiniti. Aveva condiviso anche Luca con lei! Carola abitava alla fine di una strada di campagna, una strada costiera immersa nel verde di pini mediterranei, edere e ortensie, in una villa dal gusto decadente con un panorama mozzafiato. Fiamma si ricorda di come, a quel tempo, associasse strade e case ai romanzi che aveva letto, ebbene, casa di Carola aveva quel sapore tardo ottocentesco da Marchese di Roccaverdina. Una aura naturalistica alterata ad una vegetazione insana e pesticida, groviglio di peccaminosi incontri con fattori di basso rango e contadinelle disinibite e senza mutande!
-Ci vediamo un film?
Carola, adolescente disadattata e completamente outsider, era una ragazza fuori dagli schemi, fuori da qualsiasi convenzione o struttura. Per Fiamma era la follia fatta donna. Fiamma l’adorava, già a quella età aveva un carisma ed una sagacia degne di una over quaranta, ma soprattutto quello che le piaceva di lei era lo spiccato femminismo, l’appoggiare sempre la causa femminile, il non tradire mai lei o Valentina per beneficiarsi della compagnia di un uomo. Il film in questione era un film erotico di tale Aristide Massacesi. Carola lo aveva sgraffignato al fratello trentenne, (del quale Fiamma era segretamente innamorata, tanto per cambiare) lo videro in camera sua.
L’eccitazione era altissima, l’idea che di lì a poco sarebbe venuta sul suo letto le provocava un brivido. Fiamma ricorda ancora di quando, Manolo, si tuffò in piscina per recuperarle un anello cadutole sul fondo e di come estasiata lo guardasse con occhi da Lolita. Ah, se solo le avesse fatto un qualsiasi ed impercettibile, cenno di adesione, Fiamma gli avrebbe dato tutta se stessa all’istante! Ma purtroppo per lei, non accadde nulla! L’amaro in bocca, insieme all’asciutto bagnato della piscina!
Fiamma sul letto, Valentina su una sedia a dondolo e Carola a terra sul tappeto. Che amplessi favolosi quel pomeriggio di fine anno scolastico. Il film era ambientato in campagna, una scenografia che intrigava Fiamma, quel vedo non vedo, il coito penetrato scostando le mutandine, un fienile, l’essere presa con sorpresa, immagini visualizzate e subito tradotte in piacere. I loro pomeriggi qualche volta trascorrevano così, nessuno sapeva di quello che facevano, il mondo era chiuso fuori la porta, in quel giardino fatato di Carola, solo folletti ed innocui esserini fiabeschi!
– Stasera vengono anche Omar e Toni, faccio venire anche Luca?
– Carola sai come la penso, Luca è deleterio per il mio sistema nervoso
– Sì, come vuoi tu, ma non voglio che resti sola, ci mangiamo una pizza e poi già sai!
– Poi cosa mi resta Carola? Un pugno di mosche in mano!
– Prendila così, sicuramente, qualcosa di più ti resterà in mano! Ma non ho dubbi sulla tua perseveranza! E poi è lo stesso per me, cioè Toni, mi fa star bene, ma è un passatempo, un delizioso giochino, un sollazzo pomeridiano, un sex toy! E poi, si era detto fin dal principio: se si gode, niente rimorsi! Perché Luca ti fa godere e questo l’ho visto con i miei occhi, quindi zitta e non rompere.
Atmosfere bucoliche riecheggiavano sulla sua pelle, paesaggi silvani rinfrescavano il piacere che sentiva salire, echi D’Annunziani si facevano largo prepotentemente, trascinandola in quel trou di godimento, che le sue dita sollecitavano, sempre più velocemente. Indice e medio che si alternavano freneticamente, pollice e indice che le strizzavano i capezzoli, gambe tese, piedi ripiegati. Risoluzione.
– Andiamo a comprare il beveraggio
Carola si portò le dita alla bocca asciugandosele
-Tu farai una brutta fine, Carola, ogni giorno che passa ne sono sempre più convinta
-Come sei pessimista, qualsiasi fine farò voglio che mi accompagni tu, promettimelo
-Sì, ti accompagno io, adesso ricomponiamoci, che il supermercato chiude, sennò
Fiamma non aveva nessuna voglia di vedere Luca, ne tanto meno di spassarsela con lui. L’ultimo loro incontro risaliva a due settimane prima, era stato uno stronzo, come al solito, per intenderci, Luca la faceva godere, godere come nessun altro, e Fiamma era lucida nelle sue conclusioni verso di lui, ma se stasera da Carola avessero scopato, dopo sarebbe stata male per altre due settimane. Luca non era l’uomo per lei, però la prendeva in un modo, e il suo profumo addosso, Fiamma, non riusciva a lavarlo via.
– Non posso farlo, Luca non insistere
-Sai che mi fai morire quando hai…
-A me non va, mi fa male
-Ma se ti faccio urlare il triplo
-Ho bisogno di te, ho bisogno di sentire quel calore che è ancora più intenso, ho bisogno di averti in tutti i modi
Ebbene sì, anche in quel modo; stavano insieme anche quando c’era il divieto rosso!
Che cos’è un ossessione? L’ossessione è una cosa che Fiamma non augura a nessuno, neanche al più acerrimo dei nemici, ma non era la morte quella? La gola le si stringe, non riesce a respirare, ha un groppo che non si districa, non riesce a trovare pace, forse la morte sarebbe una liberazione, e Fiamma l’aveva provata in più di un occasione, l’ossessione, non la morte! Al sonno eterno aveva dato forfait a più di un appuntamento.
Fiamma riusciva a provare piacere solo con un uomo. Un uomo che non era il suo, che non frequentava mai, eccetto che per scopare, un uomo che la faceva raggiungere le estremità più impervie del piacere, un uomo che era anche la sua prigione e la sua condanna a morte. Fiamma era segregata in una Rocca di San Leo, ma a differenza del furbo Cagliostro era priva del potere dell’invisibilità e camminava in cerchio in quella stanza, sentiva il bisogno di toccarsi, ma voleva le sue dita, cercava disperatamente il suo umore, ma non lo trovava, e quel profumo, Roma Uomo. Un pomeriggio di rota altissima, fece il giro di tutte le profumerie, fin quando finalmente lo trovò, e come in crisi di astinenza, si chiuse a chiave nella sua stanzetta, scartò la confezione con cura, assicurandosi di non essere vista e, come il più prezioso degli elisir, se lo spruzzò addosso ed ebbe così, uno degli orgasmi più forti, senza aver bisogno di lui.-
– Dove sei?
-Sto ancora allo studio
-Io non ce la faccio, ho speso più di cinquanta euro solo per sentirti
-Stai ricominciando a dare i numeri?
-Luca io ti voglio troppo, non riesco ad acquietarmi, mi sono toccata tre volte e solo dopo che ho comprato il tuo profumo, perché mi lasci sola?
-Ma ti rendi conto che non possiamo passare tutto il giorno a scopare?
-Perché no?
-Perché, non reggo i tuoi ritmi
-Non depone a tuo favore questo, lo sai? E poi, dillo a quella secca biondina coi denti storti, che hai al tuo fianco, quanto ne hai abbastanza, sei volte di “abbastanza” mi hai dato l’altra sera
-Basta, devo andare
-Aspetta, scusami, scusa davvero, non volevo, sai che non sono gelosa, ma lei ti ha lì, tutto per sé ed io devo elemosinare e raccogliere le briciole
-Ma perché, perché voglio fare l’amore con te, ore, minuti e quarti d’ora? Perché mi concedo a te in modo pieno, appagante e totalizzante? Perché sono una femmina che vuole pulsare, mica come quella frigida che hai per fidanzata! Che rimane paralizzata a letto o aspetta che la tocchi, perché non ha ancora passato la fase dell’adolescenza?
-Sei tu l’adolescente, ti ricordo
-Sono colpevole, lo so, sono colpevole di vivere e di ribollire d’amore
Erano le undici passate, mi ero appisolata sul divano, la casa era deserta, i miei erano fuori e potevo fare quello che volevo, avevo bevuto un pochino e la stanzetta murata mi girava intorno, girava tutto, ma scattai subito dal divano e mi precipitai alla porta, era lui, era Luca. Presi le chiavi, tolsi le mandate, strattonai il chiavistello, Luca era lì, con un mazzo di orchidee in mano.
-Mi hai fatto avere un erezione, mentre stavo a telefono con te lo sai? Non devi parlare quando siamo lontani, non riesco a gestirlo, è così da quando ho attaccato, dalle quattro di oggi pomeriggio. Luca le afferrò la mano per farglielo sentire, ma Fiamma già stava su di lui e si inginocchiò al suo cospetto, quasi venerandolo, quasi ringraziandolo, per essere lì, soccorso in suo aiuto, a lenire il suo dolore. Luca stava ancora lì, tra le porte dell’ascensore, non gli aveva dato un minuto, gli abbassò i pantaloni, Luca si mantenne, le orchidee le caddero sul viso, quasi omaggiandola di tanto ardore, fin quando la sua bocca non lasciò nessuna traccia. Con cura, Fiamma gli sistemò i boxer, raccolse qualche orchidea da terra e se la fissò ai capelli.
Luca, prese la sua faccia, le strinse le guance.
-Hai il mio sapore in bocca, lo sai?
La prese in braccio, la portò in casa, chiuse la porta. Fiamma era in estasi, estasi perché era venuto a cercarla di nuovo, estasi, perché glielo aveva dato ancora una volta, estasi perché lui era il più potente degli oppiacei e non poteva farne a meno. Questo aveva raccontato a Carola, ecco perché, voleva restare da sola, senza di lui, in quella solitudine che a volte la faceva stare bene e altre volte la avvinghiava in una morsa stretta e la lasciava senza respiro. Fiamma si era interrogata più volte sul fine ultimo della loro relazione, e la parola magica era il sesso. Il sesso fatto a tutte le ore, in tutte le condizioni (mie per lo più), il sesso fatto come se non ci fosse un domani, come se l’Apocalisse venisse a trascinarli in un black hole infinito. Alla fine dei conti, Fiamma sapeva ben poco di lui, era più grande di lei, per fidanzata aveva una secca biondina coi denti storti, i genitori divorziati e forse gli piacevano anche gli uomini. Non conosceva altro, o meglio non voleva conoscere la sua quotidianità, la sua routine, non voleva che le raccontasse le sue paure, ansie e aspettative per il futuro ecc., voleva solo che la scopasse, come lui sapeva fare, in quel modo stop and go che rallentava il suo orgasmo, e che la obbligava a non controllarlo più. A Luca, avrebbe voluto dire tante cose, ma Fiamma aveva comunicato con lui, attraverso il suo corpo, e attraverso la sua carne, e attraverso quella elettricità che si innescava quando i loro corpi si sfioravano. Non potevano dirsi: per sempre, non potevano dirsi nulla, ma poteva dirgli che in un modo essenziale, reale, empirico, sul quel presente, su quell’oggi, su quegli anni, su quel tempo preciso e dettagliato l’ aveva amato, e adesso che non era più tra le sue braccia, sentiva la sua voce che le diceva di seguirlo al mare, e lei si perdeva in quella spuma chiara, bianca e densa.

viviennelanuit©

Mina, E poi, Frutta e Verdura, 1973.

Più niente assomigliava a niente

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“Siamo adulti”, quanto volte ho sentito questa frase, come se l’essere adulti implicasse la salvezza dell’umanità, la giustificazione di adottare certi comportamenti, la convinzione di fare la scelta giusta e quell’insopportabile sensazione di “pararsi il culo”. “Siamo adulti”, quindi cerchiamo di non essere ridicoli, riusciamo a gestire relazioni di sesso senza caderci, non siamo più rock’n’roll, (semmai, lo siamo part time, con l’ansia del lunedì che ci alita sul collo), non diciamo parolacce, siamo standardizzati, non facciamo gli ingenui, moderiamo i toni, abbiamo un a plomb da dermatite atopica, e camminiamo su un pavimento pieno di uova, con qualcuno dietro che ci spinge avanti con un forchettone. Quando finisce la giovinezza e inizia l’età adulta? Perché, a volte, voglio fare ancora l’adolescente? Perché non riesco ancora a vedermi adulta, perché non riesco ad immaginarmi mamma e moglie? Perché?
La mostra era stato solo un pretesto, un sottile pretesto, una scusa, una piccola zona franca per salutarci, un modo per sussurrarci a bassa voce: siamo salvi! Siamo amici, è solo un pomeriggio con un amico.
–Dio, perché mi hai fatto vedere la luce? Non potevo vivere all’ombra dei miei orgasmi solitari? – Non potevo fare come quella mia amica che dopo l’amplesso si chiudeva nel cesso per sgrillettarsi totally alone? Secondo me, sono po’ troietta perché ho calpestato il terreno del paradiso e sono tornata indietro, perché ho visto Sodoma e Gomorra bruciare e voltandomi non mi sono polverizzata, perché ho aperto il vaso di Pandora senza esserne travolta, anzi, mi ci sono chiusa apposta in quel vaso maledetto, e anche a doppia mandata. In centro facevano 36°, o almeno così avevo letto sul display della farmacia, ero uscita di casa a volo, gonna di lino lunga verde militare, magliettina beige, bracciali tipo gipsy, capelli sciolti, sandali che esaltavano il pedicure appena fatto, pelle profumata di olio di Argan. – Fiamma, non sei l’unica fighetta in giro che vuole fare la minimal chic, quindi evita di descrivere come eri abbigliata, la rivoluzione adesso è essere normali senza dare nell’occhio, come quando una tavolata di venti persone si alza senza pagare e si disperde in gruppi di due senza dare nell’occhio, capito cosa intendo?-
–Sì, si chiama svignarsela e non pagare il conto!-
-Normalità, comportati come “se il fatto non fosse il tuo”, scattati una foto alle cascate del Niagara, o mentre stai precipitando, che ne so,  dal Monte Rosa, e pensa: ops, ma tu guarda che ci faccio qui? L’ovvietà che si fa tendenza, l’ordinario che diventa straordinario, calma e rilassata, non è figo mostrarsi in ansia e in balia delle emozioni, ricorda: “il fatto non il tuo.”-
-Esserino, ma che cazzo hai voluto dire? Ti sei fatto un cannone di due metri?-
-Sapevo che avresti indossato quei bracciali.
-Ti ricordi a Ponza? Al Frontone? Quando ero innamorata di te?
-Ed anche questa frase:”ti ricordi al Frontone?” Ma dai! Te lo volevi scopare, perché non ce la facevi più, perché stavi in crisi d’astinenza, non impacchettare tutto con nastrini, perline e gingilli!-
Camminavamo lungo i corridoi del museo in silenzio, scambiandoci qualche occhiatina di tanto in tanto, mettendo a fuoco qualche etichetta messa sotto un fumetto, così per ingannare noi stessi, per distrarci, da quel vortice di passione che di lì a poco ci avrebbe inondato, per illuderci che eravamo salvi, perché stavamo ad una mostra, vedevamo quadri, leggevamo, ci informavamo; date, tecniche utilizzate, non stavamo scopando come dannati in qualche angolino nascosto. Eravamo normali!
-Potevi scegliere un’altra mostra, però?
-Non ti piace Milo Manara?
-Il problema è che ce l’ho duro adesso, perché mi fai impazzire.
-Non sono io, è Miele a cosce aperte che ti fa impazzire
-Beh anche, allora, vi immagino tutte e due mentre state avvinghiate, sudate, e accaldate, meglio così?
Tutte le tavole dell’Uomo Invisibile mi sussurravano: -Tieni Fiamma, usa anche tu la pomata dell’invisibilità, così potrai scoparti Luca senza sentirti una pezza dopo. L’ombra del sesso cade su di noi come una sciagura, perché? Il sesso è il punto di partenza, è la ruota che traina il carrozzone, è quel microchip dal quale è nato il computer, cavolo! è quella sensazione di appagamento, che ne so, dopo che hai pulito da cima a fondo tutta la casa e sprofondi sul divano, soddisfatta, piena, e consapevole di dedicare del tempo a te stessa, di coccolarti. Il sesso, io lo vivo come una valvola di sfogo, senza contaminazioni sociali, del tipo troietta-mangiauomini-panterona-porcella, il sesso dovrebbe essere patrimonio dell’UNESCO, roccaforte delle frustrazioni, “gettoniera”delle giornate di merda, ma una gettoniera pulita, cristallina, non relegata a cose squallide, peccaminose, nascoste e infime. Mi viene voglia di proporre una petizione change.org, per epurarlo dal grigiume, ed elevarlo a pratica nobile e pura, mi piace l’dea di fare sesso come se non ci fosse un domani, come se l’oggi fosse soppiantato all’eterno, come se quell’attimo di trasporto, di formicolio, di adrenalina, di saliva che scende dalla bocca fosse in continuo rewind! In perpetuo rewind.
Luca faceva parte della mia vita, ne era entrato prepotentemente, a voce grossa, senza chiedere il permesso di stravolgermela, di attorcigliarmela, di incasinarmela. Ogni volta che lui mi cercava, io mi facevo sempre trovare, ero sempre lì, dietro l’uscio della porta di casa sua, sempre lì a rispondere a un suo messaggio, con il cuore che batteva fortissimo, perché mi aveva scritto.
Come la mettiamo con i sentimenti? Ma il sesso è sentimento, e condivisione mentale, è trasporto in movimento e parcheggio di macchine che stanno per scagliarsi a tutta velocità, è distruzione e rigenerazione. Sì lo so, quando “funziona” è la catarsi, e lì so’ cazzi, ma di quelli amari! Luca era un concentrato di ingredienti, era la formula perfetta di quello che volevo, di quello che cercavo. Senza se, senza ma, senza è giusto, senza sbagliato, senza sempre, ma solo oggi, perché ero sicura che quell’oggi con lui sarebbe stato comunque il mio sempre. Lui è stato in grado di cancellare tutte le mie insicurezze di ragazzina che si vedeva bruttina, invisibile, che si rintanava nell’Indie, perché odiava il resto del mondo; Fiamma vs il resto del mondo, Fiamma che sembrava una macchina a cui arrivava la benzina all’improvviso e aveva lo sprint, per poi perdere i giri….capite cosa intendo? Luca è stato l’uomo che mi ha “messo a punto!”
Quante volte mi sono seduta sul divano blu, guardando il telefono, facendo il pari e dispari se chiamarlo o meno, quante volte ho percorso il corridoio del dubbio e dell’indecisione se scopare o meno con lui. Sì, è stata la scelta giusta, e quei momenti di vita, di passione, di oblio, di catarsi, di passione, di sesso puro e semplice, io lì terrò sempre chiusi dentro di me, come in una scatola magica che andrò ad aprire nei momenti difficili, quando la nostalgia incombe, e all’orizzonte vedo solo un balcone dal quale voglio buttarmici, altro che Giulietta, voglio fare una fine, di gran lunga, più pulp di Giulietta!
-Grazie per gli auguri di compleanno-
Erano due mesi che non si faceva sentire, mi telefonò, ed io non risposi, lo vidi anche sotto casa mia, ed io feci il giro lungo per non beccarlo. Stavo cercando di disintossicarmi, ebbene sì, non avevamo più vent’anni, e la nostra relazione “solo sesso”, stava finendo per uccidermi, tanto non andavamo d’accordo, ci avevamo provato a stare insieme, ad avere una relazione normale, standard, mano nella mano, occhi a fiorellini, e baci perugina, ma entrambi eravamo consapevoli di non riuscire a portarla avanti, perché il sesso occupava tutto lo spazio, occupava tutto il tempo, tutta la normalità, e non collimava con la vita standard. Come quando bevi, e all’inizio senti quel calduccio correrti dietro la schiena, quel tepore che si fa gradualmente sempre più violento, fino a farti vomitare. La nostra relazione aveva tutti i contorni di una storia di droga, eravamo come due tossicodipendenti che toccavano il cielo con un dito, e che venivano scaraventati nella più fredda delle cantine, che si crogiolavano su un divano damascato, con una lunga pipetta d’oppio, e che si alimentavano di nuovi propositi, di “up” perpetui, e di “ fasi-rota”. Per poi ricominciare a loop, a refrain, a iosa, a cerchio e tutto daccapo.
Ricordo ancora quell’incontro, dopo appena una settimana “di rota”,e dopo un tripudio di messaggini roventi, di conversazioni piccanti e di orgasmi solitari. Casa sua, arrampicata a Materdei, mi sembrava ancora più grande, con quell’immensa scalinata seicentesca, tra archi e volte a botte. La bella’mbriana mi guardava compiaciuta da dietro una colonna, con i capelli biondi, lunghi e setosi, come la matrona di un bordello d’antan, come una fata incantata, quasi come se mi volesse dire: “sì turnata, t’aspettav”. Io con un espressione di rassegnazione e al contempo di impellente bisogno di soddisfazione, le rispondevo: “c’aggia fà!” Le mattonelle delle scale erano scomposte, ogni passo un rumore, ogni passo che facevo avevo la sensazione di cadere. L’appartamento era all’ultimo piano, la prima volta con lui non riuscì a varcarne la soglia, tale era il bisogno di amarci, di divorarci. Dovevamo andare al concerto dei Subsonica, avevamo fatto tardi, Luca aprì la porta, mi corse incontro, mi aprì le gambe con forza, mi fece poggiare un piede sulla ringhiera, che in quel punto era bassa, e solida, mi alzò la gonna, mi scostò le mutandine ricamate verde petrolio, che avevo messo su per il dopo concerto, (anzi, facciamo per la mattina dopo), alla sua prima leccata, ebbi un cedimento, cercavo di fermarlo, avevo paura ci vedessero, ma chi voleva che passasse in quel palazzo decaduto, pieno di pensionati delle poste e della Banca d’Italia.
-Siediti sulla mia faccia-
Diventai leggerissima per lui, mi prese per il sedere mentre leccava senza fermarsi, deciso e con veemenza come piace a me, stavo per irrigidirmi, puntando un piede a terra e l’altro sulla ringhiera.
Mi afferrai alla ringhiera, perché rischiavo di capitolare nella tromba delle scale, di colare a picco come il Titanic, di demolirmi come un grattacielo minato di bombe.
La mia mano afferrava i suoi capelli, l’altra l’avevo poggiata sulla mia bocca, volevo urlare, cazzo, volevo urlare, adesso mi muovevo da sola sulla sua lingua, sulle sue dita, con le mie unghie che affondavano nelle sue spalle, in quella impalcatura del piacere. Stavo per venire, solo con le dita, istintivamente mi stavo allontanando, lui mi prese per i fianchi e mi risistemò sulla bocca, sulle sue labbra, sui suoi denti, sulle sue dita. Stavo ancora tremando, l’elettricità correva ancora sull’epidermide, Luca mi baciò, che avevo ancora gli spasmi in corpo, mi si annebbia sempre la vista dopo l’orgasmo, perché? Per un paio di secondi vedo tutto offuscato. Gli sbottonai i jeans, avidamente, ma con una calma apparente, mi piaceva, lo volevo, volevo farlo venire più di ogni altra cosa al mondo, dell’universo, dell’intera galassia interstellare, ora era lui che si appoggiò alla ringhiera, che si manteneva a quell’àncora di piacere, a quella boa in mezzo all’oceano, la mia mano lo circondò, lo afferrò, cominciò a ruotare, andando su e giù, senza perdere di vista la sua espressione, era un po’ umido, avvicinai le labbra, cominciai a succhiare, eccitandomi ancora, bagnandomi ancora, lo chiusi, afferrando con una mano la ringhiera, nel modo più profondo che potevo senza fermarmi, con dolcezza, con calma, Luca iniziò a respirare profondamente, abbandonandosi a me, alla mia bocca, lo amavo, questo era amore, era passione, era ardore, era vita. Mi asciugò con un bacio lunghissimo.
Adesso in quel pomeriggio caldo, di sudore, di echi passati, di ricordi e di amplessi furtivi nell’androne del palazzo a Materdei, Fiamma vedeva Luca, ma non era più lui, era riflesso in uno specchio, l’immagine sinistra del ragazzo che era stato, la foto di quelle sensazioni, il sogno meraviglioso che al risveglio cerchi di ricomporre e che ti procura fastidio, perché non riesci a ricostruirlo, no, non era più lui, erano passati gli anni, e la carica si era esaurita, in mille e più scopate senza un domani, game over!
Lì, davanti quella pizza, ridemmo di noi e di quello che c’era stato, come due vecchi amici, come due conoscenti, come due persone, come due amanti, come un uomo e una donna che avevano condiviso l’amore allo stato puro, cristallino e immacolato.
-Sabato prossimo mi sposo-
Fiamma tagliò quella pizza margherita, come se non avesse sentito nulla, o come se avesse ingoiato d’improvviso una bolla d’aria.
-Chi è lei? –
– Sta vicino a me, mi sono affezionato, ormai ci sto dentro, che devo fare?-
-Che devi fare? Non hai mai fatto niente, continua a soccombere a tutto, continua a nascondere la testa sotto la sabbia, ingoia il rospo e tira avanti, sposati la tipina giusta, perché ti sta vicino e ti accudisce e chiudiamola qui, ok?-
-Com’è la pizza?-
-L’impasto lo sento gommoso, mi si sta bloccando tutto in gola-
-Bevi un po’-
-Io non la finisco qui, Fiamma-
Fiamma si alzò, e andò a pagare il conto con quel domani, che adesso le si era materializzato davanti, le tendeva la mano e l’aiutò ad aprire la macchina e ad ingranare la prima marcia, la prima di una lunga serie.

Vivienne La Nuit ©

Les Amants Régulier, Philippe Garrell, Francia, 2005

La chanson des vieux amants, Jacques Brel

 

MIDNIGHT IN SAMOTHRAKI

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Noleggiammo un pulmino piccolo e partimmo. Luca passò puntuale sotto casa, scese e mi raggiunse al portone aiutandomi con lo zaino. Portai con me poche cose: qualche jeans, due magliettine, un paio di sandali con un tacco vertiginoso e due gonne, era chiaro che il “poche cose” fosse ironico, lo spazio se lo mangiava tutto il beauty case, tra creme solari, spazzole e asciugacapelli, e soprattutto l’intimo, come qualche completino sexy afferrato in fretta e furia, che mi ricordava che ero una donna! In quel pulmino non si respirava, faceva un caldo asfissiante. Vidi da lontano Robi, vestito come un samurai dello shogunato Kamakurai: capelli legati a chignon, sandali alla schiava, camicia lunga a scollo marocchino, con un numero imprecisabile di collanine di perline, aggrovigliate al collo.
– Ma tu guarda come si è conciato! –
– Per me è un dio greco! –
– Io fino a Samothraki non lo porto! Ti avverto! –
– Carina la minigonna! Ti si vede il culo lo sai? Nell’attesa di quello, afferro un po’di carne, però!-
Robi, mi salutò con il suo personalissimo “saperci fare marpione!”, agguantando in una morsa il mio interno coscia sinistro.
La nave sarebbe salpata alle venti da Brindisi, dovevamo farci un attimo mezza Italia, e stavamo già in ritardo mostruoso sulla tabella di marcia. Per forza! Dovevamo raccogliere in giro per Roma “a mo’ di sacchi di patate” tutti gli altri partecipanti al “voyage”, non come la sottoscritta, che con uno zaino di trenta chili, si era presa l’Inter City da Napoli! Ed era partita il giorno prima per casa di nonna! Carola, entrò borbottando e inveendo contro il caldo, cominciò a parlare di quel maledetto esame di filosofia teoretica, e non la smise almeno fino a Canosa, Valentina aveva le mestruazioni e doveva fermarsi ogni mezz’ora in autogrill, per fare scorta di caramelle alla menta e Gatorade, mentre Paolo, collassò sul sediolino reduce da una 72h di Rolemaster no stop! Io e Robi, avevamo la fase rosa, avevamo ripreso a frequentarci, lui era in modalità super-romanticone-che-vuole-scopare, mentre io ero nel periodo dolcezza-e-bisogno-di-stabilità-affettiva-cercasi! La destinazione era il festival Trance Music più importante d’Europa, ai piedi del Santuario dei grandi dèi di Samotracia, proprio sotto il monte Fengari. Io non ero-tanto-per-la-quale, e dal momento che non facevo parte delle schiera delle divinità Ctonie, non mi andava di ballare per 48h di fila, sicuramente avrei preferito una vacanza più tranquilla, magari alle terme, bevendo succhi di frutta! Avrei voluto svegliarmi all’alba in una stanza che seguiva i principi del Feng Shui, e non in una tenda a 40°, avrei voluto essere avvolta da accappatoi bianchi e profumati al sapone di Marsiglia, fare colazione con brioche alla marmellata di mirtilli, essere illuminata da candele alla vaniglia, e morire su di un lettino facendomi massaggiare con olio di mandorle.
L’idea di sballarmi non era nei miei piani, e neanche in quelli di Robi, ma Luca e Carola erano agguerritissimi! Come in un libro, di cui già sapevamo il finale, Paolo si sarebbe rinchiuso in un internet point a giocare a EveOnline, Valentina avrebbe copulato tutto il tempo con l’olandese conosciuto l’estate scorsa a Rotterdam, e i “due dello zoo di Berlino”, beh, sapevamo che “trance” gli si prospettasse, restavamo quindi, solo io e Robi, unici depositari di quell’agosto del 2000, e in effetti ci caricammo di responsabilità. Giungemmo al porto di Igoumenitsa, dopo una “traversata” di otto ore e mare forza 9, tra vomiti, rigurgiti di gyros, l’umidità a mille, cervicali e mal di testa, sacchi a pelo volati in mare e il miglior cunnilingus che Robi mi avesse mai fatto provare! Arrivammo ad Hellas, la bandiera greca ci accoglieva, mentre noi da lontano la salutammo con un delizioso Kataifi.
Voglio Parlare degli uomini timidi, delle loro pulsioni sessuali, della loro gestione, del loro modo di godere e delle loro inibizioni. Anche gli uomini diventano rossi in viso, anche loro hanno mille ansie e inibizioni, mezze parole e frasi a metà, “vorrei ma non posso”, anche loro ti sfiorano la mano per sbaglio, e ti parlano del tempo ballerino.
– Fiamma, che ansia! –
Quante volte me l’hanno detto! Non ho mai preteso che fosse il contrario, non ho mai cercato di nascondere la mia “voglia matta”, non mi sono mai mostrata inibita, seppur discretamente abbia cercato le tue dita, o la tua lingua, o il tuo cazzo. Non si tratta di fare la gatta morta, la santarellina, l’ochetta o la svampita, no! Diciamo che fiuto la situazione, studio l’atmosfera, i profumi, la tua espressione, il tuo grado di eccitazione, io non faccio nulla, sono solo sguardi, bocche, labbra, umori che si mescolano per l’amplesso. Niente prevaricazioni, solo amore.
Fiamma è irruente, di una irruenza maliziosa, dolce e sexy; è intelligente nel suo modo di approcciare, di carpire il momento, l’attimo giusto e i famosi “tempi dell’amore”. Robi era un ragazzo timido, me ne accorsi quando mi comprò il secondo kataifi sulla nave, e notai il suo imbarazzo, un disagio che trasmise anche a me, perché mi guardò tutto rosso, e io allora pensai subito a me stessa, e alla posa plastica che avevo assunto un secondo prima nella cabina degli outsider Carola e Luca, ( i nobili decaduti come loro, mica dormivano come profughi come noi! Eh!) seduta sul letto, a cosce aperte e con le gambe poggiate sulle sue spalle. Entrammo di nascosto, come due ladri, ladri di amore, senza parlare. Mi stesi sul letto minuscolo della cabina, spostai gli asciugamani freschi di bucato, quelle saponette piccoline che ti danno negli alberghi, restai senza fiato, mentre aveva i miei seni in bocca, mentre li leccava, mentre con il palmo della mano me li stuzzicava senza andarci troppo pesante.
– Perché mi stai fissando? –
– Perché mi eccita-
Mi prese allora i seni violentemente, cingendo il capezzolo con il pollice e il medio, guardandomi, senza mai smettere.
– Ho bisogno di te –
Non riuscivo a dire nulla, mi aiutò a spogliarmi, perché c’era troppo desiderio, avrei voluto rallentare quel momento all’infinito, eh già l’arte del rallentare, del raffreddare per poi ricominciare, l’arte di portarti sul precipizio e tirarti indietro, godere di quegli attimi eterni. A volte vorrei non venire per rimanere sempre in quell’Eden di piacere.
– Allora, avevo un buon sapore? –
Glielo chiesi di punto in bianco, mentre mangiavo il secondo baklava, e con il miele che mi colava sulla camicetta scomposta.
– Non posso fare a meno di quel sapore! –
Robi mostrava la sua timidezza solo quando non scopavamo, quando stavamo insieme ruggiva di passione, di ardore, ma quando non fornicavamo aveva questo aplomb da lord che mi dava sui nervi.
– Non riesco a dormire perché il mio letto è di fuoco –
– Ed io sarò la tua psyco killer, allora! –
Sbarcammo sani e appagati (almeno io), Robi si mise alla guida per Salonicco, dove ci aspettava Yannick.
– Tranquillo pubblico si era fatta anche l’anglo-greco, durante l’Erasmus a Basildon! –
– Sempre molto arguto e senza veli nelle tue conclusioni vero Esserino? Perché non ti suicidi gettandoti dal canale di Corinto, o da una Meteora? –
– Viene anche lui? E come farai con Robi? mi sa che glielo dovrai dire! –
Yannick era cambiato, era più cresciuto, maturo, aveva la barbetta lunga, i suoi occhi verdi erano sempre due piccoli fari luccicanti, il suo corpo era lo stesso di due anni fa, spalle larghe e muscolose, quello che bastava per far perdere la testa a Fiamma: spalle larghe, punto! Luca lo aveva invitato a trascorrere l’estate con noi, anche perché era greco e gli serviva un interprete per il festival.
– Ma che si era messo in testa? Di calarsi tutto l’Olimpo? –
Fiamma era perplessa, la vacanza stava prendendo una piega insolita e ambigua. Yannick abitava proprio nei pressi della grande Torre Bianca, e ci ospitò tutti, nel suo modestissimo attico da hippie de noantri! Non la smise di guardarmi per tutta la sera, lo vedevo da lontano seduto sulla poltrona, a cosce aperte bersi una birra e guardarmi, mi ricordo perfettamente a cosa fosse servita quella birra qualche anno prima, e lui stava esattamente su quella poltrona, ed io “concentrata” su di lui, ebbi bisogno di un sorso di birra gelata per l’occasione!
– Perché non ti sei fatta più sentire? –
– Sono tornata in Italia Yannick, come facevamo, lo sai che io da sola non ci so stare –
– Sì, lo so è il tuo “marchio di fabbrica”, “accendete Fiamma che al buio non ci sa stare!”–
– Perché non dormi con me stanotte? –
– Perché non sono sola –
– Non mi dire che ti stai scopando Robi? –
– Sì, ci sto scopando! –
Yannick non era timido, ma sfacciato, franco, fiero. Un tipico leone ascendente leone. Non dava se non riceveva, il rapporto con lui era del tipo dominatore-succube (in senso lato, ovviamente!) Io dovevo stare ferma, zitta, non potevo muovermi, una bambola gonfiabile, un trastullo e un giochino, geloso all’inverosimile non potevo mettermi una gonna, non potevo truccarmi, ci mancasse poco che mi facesse mettere il burka! Era un po’ pesante a dire il vero, ma l’idea di questa “possessione” seppur bonaria e gestibile mi eccitava, e lui recitava la parte. Io era la donnina di facili costumi, e lui il marito geloso (cornificato!).
– Chiudi gli occhi, e non aprirli fin quando non te lo dico io –
Era una sera fredda, la sciarpa mi avvolgeva tipo passamontagna, avevo un vestitino cortissimo sotto il parka e mi stavo congelando le gambe a Waterloo Road. Yannick mi fece entrare in una sorta di boudoir tappezzato di rosso, al centro dell’ingresso c’era un tavolino in stile Liberty, con dei pavoni stilizzati che lo sostenevano.
– Ancora pavoni, questo era un brutto segno! – pensai tra i denti.
– Hey, non mi avrai portato mica in un bordello? –
Era serissimo, non lo avevo mai visto così, in genere una risata se la faceva, anche se era un maniaco del controllo e voleva fare sempre il protagonista di ogni cosa, mi spiegò che era un club “particolare”, dove molte coppie andavano lì, per distrarsi e trascorrere una serata in piacevole compagnia. Una cosa normale, una semplice “divagazione su tema”. Si accedeva su invito, e la fauna che c’era lì, era tutt’altro che composta da casalinghe e casalinghi disperati! Erano tutti vestiti bene per cominciare, poi musica jazz di sottofondo, luci soffuse e alcol di calsse.
– Ho capito, stiamo sul set di Eyes Wide Shut! –
– Se fai ancora una battuta del genere ti accompagno a casa, non capisci che mi fai scendere tutto quando fai così? –
– Non credevo fossi così suscettibile alle mie battute! –
– Un’altra parola e ti riaccompagno! –
– Al limite me ne vado da sola! –
Ci dividemmo, ed io esplorai la Maison Rouge, non avevo la minima intenzione di farmi toccare da qualche sconosciuto, anche se l’idea mi riscaldava un pochino, ma non potevo, dopo Fiamma avrebbe davvero bruciato da qualche parte all’inferno, divorata come i figli di Cronos dai sensi di colpa. Uscii fuori la terrazza che dava su un giardinetto all’inglese, piccolo e curatissimo, sembrava un boschetto in miniatura. Mi stavo accendendo una sigaretta, non feci in tempo a prendere l’accendino che mi si piazzò davanti un uomo, credo sulla quarantina, non molto alto, vestito con una camicia bianca e un paio di jeans, mi resi conto di stare in quel luogo fisicamente, ma la mia mente era altrove, persa in un labirinto di rose appuntite, pensavo a tutti i film sul tema che avevo visto, e chiedevo a me stessa se non era il caso di prendere la borsetta e andare via a gambe levate!
– Sei nuova! Come mai alla Maison?-
– Sto con un mio amico, che non riesco a trovare, ma stavo per andar via. –
– Dicono tutti così! –
Con un sorrisino compiaciuto e ottimista per l’immediato futuro, diede un’occhiata al mio culo. Avevo “une petite robe noire”, aperta sulla schiena, con una collana di perline che scendeva fino alle natiche, scarpe alla schiava con supertacco, peccato che il parka rovinasse tutto, ma il signorino non aveva detto di portarmi alle “folli notti di Caligola!”, quindi non avevo “lucidato l’argenteria per bene!”
L’uomo misterioso mi offrì il suo accendino, avvicinandosi percepii il suo alito, che sapeva di menta fresca, aveva messo anche un dopobarba al sandalo! Aveva i capelli biondi, le lentiggini, e l’aria di un mezzadro del Kent!
– Sono mossa dalla curiosità, volevo bere e guardare una pecorina dal vivo, c’è qualcosa di sbagliato in questo? –
L’uomo scoppiò a ridere, io volevo solo che quello stronzo di Yannick mi riportasse a casa. Allungò una mano sui fianchi, ed io scivolai dalla parte opposta.
– Scusa mi aspettano –
Finalmente ritrovo Yannick, si stava abbottonando i pantaloni.
– Ti sei fatto fare un pompino? –
– Ma no che dici? E’ che non ti trovavo, ti ho cercata dappertutto –
– E hai pensato bene di farti fare spompinare da qualcuno!-
– Ma lo sai che io amo solo te, solo che tu non c’eri –
Fuori il balconcino pieno di anemoni e ciclamini, Fiamma ripensò a quella sera, e al fatto che non se la sentì di spingersi così oltre, così fuori dalle convenzioni, pensò che in fin dei conti era una ragazza ordinaria, che era timida, introversa e standardizzata, e che recitava la parte della tuttologa del cazzo! Pensò che era fragile, delicata e timorosa.
No, non volevo che Yannick trascorresse le vacanze con noi, a lui erano legato troppi ricordi negativi, con lui mi vedevo una donnina ordinaria, lui, non lo avevo in pugno, e non mi piaceva fare la seconda in panchina!

Yannick le cinse i fianchi e avvicinò le labbra al collo, se non fosse stato uno stronzo, quell’immagine di loro due, in rilievo, sullo sfondo dell’imponente Torre Bianca, poteva essere davvero la fotografia di un film in bianco e nero degli anni Quaranta. Un film dove Lauren Bacall abbracciava appassionatamente il suo Humphrey, vestita di un bellissimo abito lungo perlato che gli lasciava la schiena scoperta, con la sua immancabile sigaretta, serrata tra quelle superbe labbra rouge Chanel! Che gli sussurrava: – sono io che ti tengo in pugno, my dear! –

– Ma non ti manco neanche un pochino? –

Conosceva quella voce da brivido, conosceva le sue mani, che stavano facendosi largo sotto la minigonna, conosceva quel venir meno, quel “deporre le armi”, quella resa che il suo corpo dava, ogni volta che un uomo la toccava.

– Non farmi fare la troia, ti prego!-

– Voglio vedere la bandiera bianca, Fiamma! –

Fiamma si staccò di colpo, non voleva ricascarci, non voleva, punto. Yannick, si mise a braccia incrociate sul davanzale, si accese una sigaretta, imprecava in greco. Vedevo il suo cazzo duro dai pantaloncini da boxeur che si era messo, in quell’istante entrò Robi, era scalzo e in mutande, era tardi, mi chiese a che ora avessi intenzione di venire e letto.

– Non ti va, se vi raggiungo? –

– Sì, così ti becchi un pugno e perdi il tuo sorrisino da efebo! –

– Può capitare, non sarebbe la prima volta! A Basildon, non facevi così la puritana! Che ti è successo, eri una Fiamma viva, splendente, calda e accecante! –

Me ne andai a letto, bevendo il mio succo d’ananas. Mi sdraiai di fianco, Robi mi mise una mano sul culo e strinse, gli dissi di no, che avevo il ciclo, che non stavo bene. Non riuscivo a dormire, Carola e Luca scopavano come conigli, Paolo parlava in giapponese, con uno azzeccato di giochi on line, Yannick, era alla ricerca di un buco e lo trovò in Valentina. Neanche il tempo di rialzarmi dal letto, prendere Memorie di una Geisha, che già gli stava a toccare Miss Pat! Mentre sfogliavo le pagine, chiusi gli occhi, portai la testa all’indietro, respirai a fondo quell’aria salmastra, mi immaginavo seminuda a ballare sulla spiaggia di Stavros con Yannick che tentava di coprirmi con un accappatoio.

– Un altro fallimento, Fiamma, un’altra delusione, un altro uomo da tenere alla larga –

Io li ho amati tutti quegli uomini, tutti, nelle loro manie, nelle loro depressioni, nei loro complessi edipici, nelle loro costernazioni di fede, e nei loro amplessi liberatori. Li ho amati tutti nelle sere freddo d’inverno davanti al camino, quando mi vedevo brutta, quando ero giù di corda, quando mi dicevano che mi amavano, quando non riuscivo a stare da sola e mi bastava fare l’amore per ritornare come nuova, una Fiamma scintillante!

A Yannick piacevano anche gli uomini, non riuscivo ad accettarlo, avevo messo in conto il dovermi confrontare con il mondo femminile che se lo contendeva a suon di messaggini, telefonate e scopate che gli facevo credere essere clandestine, così lo stronzo si ricamava il quadretto hard da appendere, e gli veniva più duro! Lo avevo perdonato, ci eravamo perdonati, ma io ero troppo giovane, e confrontarmi, anche, con il mondo maschile era troppo, rischiavo di andare in tilt. La trasgressione, l’accettazione di certi Status Quo all’interno di una coppia sono difficili da gestire, si rischia il tracollo, la capitolazione. Ripetevo a me stessa di essere una stupida, di volere all’interno del mio mondo perfetto quel pizzico di sale che rendeva la vita meno noiosa, senza compromettermi. cazzo, con Yannick l’avevo vissuta sulla pellaccia la trasgressione, ma poi non mi andava a genio, ero insofferente, e lo vedevo come un deviato e un pervertito, che la sottoscritta chiamava nei periodi off!

Respirai a fondo, stendendo le gambe sulla sdraio, ascoltando l’eco del mare e seguendo il richiamo del sale. I ricordi era affacciati a quella Torre immacolata, mi chiamavano, urlavano il mio nome.

La pietà cosa può offrirti? Cosa può darti? Può renderti più ricca, più piena? Perché proviamo pietà?

Come nella sala d’attesa dal dentista. Quanto possono essere rivelatrici quelle ore. Fiamma stai ricominciando a farneticare? Mi guardavo assopita, e allo stesso tempo ben sveglia, un poster del Colosseo, Ora, il motivo sul perché negli studi medici ci fossero poster raffiguranti Capri, La Venere di Botticelli e la Laguna Veneta mi è sempre stato ignoto! E ripensai a quella frase, che lessi poco più che ventenne: Vos mea mentula deseruit, dolete, puellae, pedicat culum. Cunne superbe, vale. (Piangete ragazze, il mio cazzo vi ha abbandonato, ora incula culi. Fica superba, addio.)

No, non ho pietà per uno come te, che ha rubato il mio tempo, tempo che gli ho dedicato, tempo che pazientemente è stato scandito per te, in me, assecondando le tue inclinazioni, lasciandoti i tuoi spazi, anche se ti ho sempre visto, dietro le sbarre, come quella Pantera di Rilke, nera e riluttante ai soccorsi. Non ho più parole da versarti, ne sangue, solo veleno. Il trapano scolpiva i miei denti, e quel suono metallico e graffiante mi dava un nervoso, che avrei preso ben volentieri la cannula di quell’acquetta, per ficcargliela in gola, a quella specie di “apparato del Golgi” che mi teneva la bocca aperta! Che incubo del cavolo! I ricordi adesso stendevano i panni con le mollette da quella Torre Bianca.

Era il periodo in cui chiedevo la tesi all’università.

– Non puoi scegliere John Keats, è morto troppo giovane-

– Professore mi scusi, ma che sta dicendo? –

– Non puoi scegliere John Keats, è morto a venticinque anni, ventisei li avrebbe compiuti il trentuno ottobre del 1821, e lui è passato a miglior vita solo il 23 febbraio! –

Scesi le scale dell’ex convento seicentesco lentamente, erano di quelle scale lunghe, dove non potevi gestirne il ritmo, avete presente quando per scendere un gradino c’è bisogno di fare due passi? E tu ti scoordini? E rischi di inciampare e rotolarti? Però, cazzo, volevo correre su quelle scale, ma non potevo farlo, sennò rischiavo di cadere. Le scale della facoltà di Lettere erano così: ingestibili, rinchiuse nel tufo e nel granito, nel marmo e nei sampietrini. In qualche anfratto ci trovavi qualcuno a pomiciare, a fumare, a studiare. Quando mi addentravo in quei cunicoli il pomeriggio tardi, canticchiavo sempre The Rain Song, quel cortile era perfetto per Lady Goodiva, e per qualche bivacco di Hobbit!

Incontrai Yannick, camminava con Luca sottobraccio, e gli baciava l’orecchio.

– Ciao Fiamma, come stai? –

– La donna del mistero, scompari non ti fai più viva, e poi mi chiami per leccartela? Eh? Non si fa così! –

– Sei impegnato ad occupare la bocca con qualcos’altro, non voglio interferire, sai quanto sia discreta –

– Lo sappiamo, lo sappiamo – Mi canticchiarono in coro.

– Stasera ci sei? –

– Stasera ci sono-

Volevo stare con lui, sapevo che c’era anche Luca.

Per l’occasione misi una gonna cortissima, un po’aderente e con motivi tribali bianchi e neri, una maglietta larga che mi lasciava una spalla scoperta, scarpe basse, tipo espadrilles. Non misi il reggiseno, che tempi quando la mia terza coppa C stava su da sola! Capelli sciolti fino al sedere, lisci, una ciondolo con un gufetto e solo un po’ di rossetto. Yannick mi venne a prendere col motorino.

– Come faccio a salire! –

– Mi piace quando per strada ti vedono il culo! E io li ammicco!-

Fiamma ogni azione che hai compiuto, anche questa che stai accingendo a fare ha una spiegazione, che è chiara davanti a te, non è annebbiata e dettata dall’incoscienza, no, è diafana ai tuoi occhi, limpida al tatto, melodiosa nei tuoi timpani, ambrata alle tue narici e speziata sulla tua lingua. Stavo vaneggiando, sarà stato il cicchetto di rum e pera bevuto d’un colpo prima di uscire. Devo smetterla con l’alcol, cazzo! E poi, quello che mi dice che non posso fare la tesi su John Keats, perché è morto troppo presto, queste affermazioni minano le mie sicurezze e i miei punti fermi, e io ho un disperato bisogno di qualche paletto piantato a terra!

Yannick abitava in un palazzotto neoclassico, con tanto di timpani e frontoni e fregi mitologici. Era un po’ in rovina a dire il vero e non era tutto accessibile, non era neanche tanto grande, quanto basta per renderlo suggestivo e accogliente.

– Hai chiesto poi la tesi? –

-Lasciamo perdere! –

-Giornataccia as usual?-

Saluto Luca, stava sul divano guardando una puntata di South Park, una delle tante dove Kenny muore.

– Mi avvicino per salutarlo, mi fermo davanti a lui, si alza pigro per accarezzarmi affettuosamente il retro ginocchio.

– Sempre più carina! –

Prende il magic box dell’erba, mi siedo anche io, gli passo le cartine. Yannick stava chiudendo i gatti sennò scappavano. Faccio un tiro lungo, mi sale una botta nelle tempie, come se il mio cranio venisse inondato di acqua, di un’acqua calda. Mi stendo accompagnata dall’onda lunga, tra le braccia di Luca, sento il suo profumo, sempre il solito che è accentuato, amplificato, moltiplicato all’inverosimile, gli abbassai i jeans, quasi in automatico, era già duro.

– Stai buono, non gli do il permesso di entrare da nessuna parte! –

– Cominciai a toccarlo sopra i boxer, accarezzandolo, coccolandolo, guardandolo, ammirandolo.

-Sono lusingata! –

Lo sapevo che Yannick stava dietro la porta.

Lo presi in mano, mentre gli baciavo il collo, mentre lo annusavo, mentre strusciavo le guance sulla sua barba che cominciava a pizzicare, con un movimento lento, pigro, senza fretta. Gli facevo capire, con tutta me stessa, che mi piaceva, che volevo farlo venire, che volevo idolatrarlo, che volevo il suo piacere, che volevo il suo liquido iridescente. Mi piaceva da morire il rumore che faceva la mia mano mentre andava su e giù. La canna non mi faceva concentrare abbastanza, era una lotta impari contro l’estasi di quell’atto e di quel momento. Cercavo di trasmettergli con la mano tutte quelle sensazioni, come se la mano fosse stata un’antenna o un radar.

-Yannick ci sta spiando, sta guardando il tuo cazzo e si sta masturbando lo sai? –

-Quanto ti piace Yannick?

– Tantissimo! –

-Piace anche a me lo sai? –

Allungò una mano, per sentire quanto fossi bagnata, e se la portò alla bocca e al naso, per sentirmi, e per farmi sentire.

I miei capezzoli, in rilievo, dalla maglietta chiamavano la sua bocca, ero trasportata verso di lui, verso il suo godimento, le sue dita si insinuarono dentro di me, il pollice era fermo sul bottoncino magico, la mia mano scivolava su di lui. Ancora rumore e nessun dolore.

Il rumore dei miei bracciali, il rumore del suo cazzo, di quello di Yannick, i rumori della casa, del vento fuori, dei gatti che graffiavano la porta, il rumore delle voci soffocate, dello stantuffo azionato dalle dita e dall’ acqua dentro Miss Pat, del piacere rincorso, della concentrazione, dell’impegno.

Venimmo insieme, così era facile, non implicava tante cose, solo le nostre mani avevano “peccato”, così era tutto privo di responsabilità, perché Yannick aveva solo “guardato”, e noi eravamo salvi e puri e felici.

I panni erano asciutti, adesso, e qualcuno li aveva ritirati dallo stenditoio, e mi svegliai di colpo, tutta sudata, perché su quelle dannate scale dal ritmo ingestibile mi ero messa a correre, cercandomi da sola quell’accappatoio per buttarmi sotto la doccia. But hey where have you been?

Alessandropoli, la città dedicata ad Alessandro Magno, a metà strada tra l’Europa e l’Asia, vicino allo stretto dei Dardanelli, nel mezzo della Periegesi della Grecia e il Bignami della bancarella. Mi piace “fare l’uomo”, lo ammetto, mi piace prendere l’iniziativa, pilotare la serata, la mattinata, l’alba, il tramonto e il tardo pomeriggio verso il mio continente nero, farmi fare quello che voglio, e perché no, far perdere il Sig. Freud in quel continente nero!
Mi piace “fare l’uomo”, ammiccare ai bei ragazzi, dirgli: – ehi sculetta un po’, fammi divertire! – Anche se, gli faccio credere che a guidare sono sempre loro, gli faccio credere tante cose, sono anche in grado di farmi dire quello che voglio. In un nanosecondo sono capace di fargli lo screening della loro personalità, di disegnare la loro mappa astrale, se hanno o meno le costellazioni contro, se l’ascendente influisce sul loro orgasmo o se gli piace il curry, i raggi X della loro anima, la TAC del loro deretano, ok, no, quello no, dai! Non è presunzione, è entrare in contatto, stabilire energie, sintonizzarsi, diciamo che, con fare altezzoso e glaciale, becco sempre il giusto! E quanto mi secca avere sempre ragione! Come capita spesso di mandare a fanculo qualcuno a volte! C’est la vie! Mi piace fare anche la gattina bisognosa di coccole, la fredda calcolatrice, l’impavida avventuriera, la femme fatale e la bambina ingenua, la cagna fedele, l’intellettuale-so-tutto-io, la donna in carriera e la grunge girl. Qui posso rivelarlo, in questo luogo sospeso tra l’Eldorado e Waterloo! L’ iCloud della mia vita! Perché? C’è qualcosa di sbagliato?
Tranquilli non detronizzo nessuno, lo scettro c’è l’avete sempre Voi, e no, non è neanche la manfrina sulla dialettica dominatrice/slave, no quelle cose non le reggo. E’ una confessione, è una lotta continua tra le proprie sicurezze, fragilità, è un gioco per sdrammatizzare, una piacevolissima corrispondenza di amorosi sensi tra i vivi, su quello che vorrei ricevere da un uomo e su quello che vorrei dargli: sesso, amore, vita prorompente. Parlo così, perché mi sono scottata a volte, e il bruciore è insopportabile, i segni poi restano e le cicatrici non vanno più via, e bla bla bla, non faccio neanche una gerarchia, del tipo, se fai solo sesso vuol dire che non ami, o che se fai solo l’amore vuol dire che non fai sesso! Precisamente cosa significa? Sono scettica su quelli che affermano: – io scopo, faccio sesso, nessun coinvolgimento! Ma sono solo io la donna che, su questa faccia della terra, ci mette ogni centimetro quadrato di epidermide mentre scopa? Non sono mai riuscita a scindere le due cose, sesso-amore, ho amato tutti, sto premendo il bottoncino verde dell’iCloud, perché voglio che tutte queste parole si depositino lassù, in un luogo imprecisato, su un groviglio di fili elettrici o sulla cazzo di nuvoletta paffuta del cielo azzurro! Ho amato tutti, ho dedicato loro del tempo, li ho ascoltati, mi hanno ascoltata, se mi hanno messo a pecorina, non è perché volevo che mi scopassero nel modo rude e da porca, è perché così sento di più, è perché mi piace, se ho fatto un pompino e perché mi piaceva, è un dare e ricevere, quello sempre, ma è anche un piacere, far sentire le stesse tue sensazioni al tuo uomo, amarlo, accoglierlo, stringerlo forte e non lasciarlo più, ed io vengo così, se lui è sintonizzato su di me! NB: tutto questo, non si “ricava” certo da una “botta e via”, e da una “wham bam thank u mam”, sono venuta anche con una sveltina alla discoteca del campeggio a diciassette anni se per questo, ma ripeto non faccio testo. Li ho amati tutti.
Yannick aveva fatto impazzire Fiamma, aveva reso Fiamma sua schiava, lei tentava di liberarsi da quelle catene, ma niente, non ci riusciva. Quando entrava in quel vortice: o-il-cazzo-di-Yannick-o-la-morte, erano davvero cavoli amari, tutto iniziava con un prurito alle cosce, con una frenesia che lentamente saliva fino alle tempie, con l’inquietudine che la prendeva, con il Deficit Di Attenzione a mille, con la concentrazione sfalsata, la crisi d’identità, le parole a vanvera, e Miss Pat che nuotava in un mare di gioia, arrivò perfino a parlare greco, perché il suo telefono un giorno era irraggiungibile e dovette chiamare casa sua a Monastiraki e parlare con sua nonna che sputava e faceva i rutti! Ne valeva la pena, Fiamma avrebbe rifatto tutto. Esserino ne era convinto, e con un megafono sponsorizzava Fiamma a Yannick, gli urlava: -non lasciarla sola, stai vicino a lei, non fare lo stronzo con le altre, lei non può seguirti, non lo vuole, lei vuole una roba ordinaria, vuole che le apri lo sportello della macchina, che le porti i fiori, che cucini per lei, lei vuole essere solo tua!-
Al porto li aspettava la nave per Samothraki, Yannick era felice guardava Fiamma come per dire: stai ancora in tempo, unisciti a noi! E da lontano vedeva la sua mano sul culo di Vale. Robi aveva capito tutto, Fiamma non faceva neanche molta fatica a nasconderlo, ma Robi da uomo intelligente, o quasi, stava zitto e le assicurava la sua presenza, la sua dose di sicurezza, il suo cazzo (almeno per quella vacanza anno duemila!) e a lei andava bene così. Appena scesi dalla nave, si vedeva solo una montagna enorme, che si ergeva, tipo capezzolo appuntito dall’Egeo. La Grecia era in fissa con le tette, pensò Fiamma. Dall’Acropoli di  Atene, per esempio,  il quartiere del Licabetto, sembrava una enorme “boop” appuntita, ebbravi! Ecco spiegato perché c’erano i lupi anticamente lì! Affittarono una casetta nel bosco, con le finestre blu! (tanto pe’ cagnà!).
– Ma da quanto tempo è chiusa sta casa? Sa di fosso, di terreno, di erba bagnata! Voglio la Tonnaraaa!-
– Ti lamenti sempre, tu? Eh? In questo non sei cambiata-
-Yannick mi lamento, perché non mi dai più il tuo cazzo 24h, lo sai!-
Glielo disse all’orecchio con una voce roca e graffiante, dandogli una pacchetta su quel culo perfetto.
– Ma perché ci sono i mobili in vimini, mi ricorda casa dei nonni, ma cazzo, porta male il vimini!
Mi fa venire il prurito, sto tanfo di chiuso, che m’evoca scarafaggi e morte!-
Robi si diresse immediatamente in camera, appoggiò gli zaini sul letto, venne da me a passo spedito, mi prese in braccio, con una mano tra le cosce.
– E’ da Samothraki che ti voglio-
-Anche io ti volevo, ma poi ho visto Yannick, ma questo non ci toglie nulla, tranquillo!-
– Ma non puoi dirmelo così, sbattermelo, così, in faccia, c’è la più lungo di me? Mi è sceso tutto Fiamma-
-No, vabbè, non ci credo che l’hai detto! Ancora con le ansie, con le paure, ma dovrebbero averle le donne, lo sai? Le dovrei avere io, ecco perché: è colpa tua, del tuo fare da insicuro che le donne sono diventate delle troiette che la danno senza sentire nulla, è per colpa tua, per fare la carità al tuo cazzo che si sente escluso e solo, che sono diventate le “gettoniere dei tempi nostri”, così poi pensano, ah siamo salve me l’ha dato, gli piaccio, sono bella! Evviva! E intorno c’è il vuoto! C’è l’insetticida per le blatte!
E ti vengo vicino, e ti sussurro all’orecchio che ho una voglia matta, e non va bene, perché devo recitare la parte della remissiva-che-viene-sedotta, e faccio la parte della timorata-di-Dio, che così puoi portare sulla strada del peccato, e non va bene perché poi sto troppo immobile, e non ti do sfizio! E mi metto un completino sexy in pizzo nero (perché-si-sa-col-nero-non-si-sbaglia-mai-e-poi-voglio-dì-è-un-must-dell’erotismo-evergreen!) e non va bene! Perché poi non ti piace quando faccio la parte della puttanella, perché diventi geloso, ti ripiombano le insicurezze e fai i confronti con le misure falliche! Dei maschioni che mi sono fatta! Ma dico io, si può fare della sana copulazione tra persone adulte consenzienti?-
-Hai finito di dare sfogo alla tua parlantina? Di fare questi ghirigori che ti ascolti solo tu?-
-Hai ragione sono una stronza, solo che pensavo di ricostruire tutte le tue certezze e rifarti daccapo? Ed io ho un bisogno disperato di ascoltarmi! Di smontare le persone, e rimontarle come dico io, perché ho una paura folle di mostrarmi debole ed esposta.
-Andiamo al mare va! Ma già ti sei calata? Ti ha coinvolto Paolo, lo sapevo, sulla nave l’ho visto camminare sul ponte a parlare coreano!-
-Era giapponese, scusami non volevo-
– Ne riparliamo dopo cena-
-Non tenermi il broncio, faccio la brava, non mi lasciare da sola su questa isola deserta!- Fiamma gli faceva le fusa e il musetto triste, attorcigliando le labbra e chiudendo gli occhi.
-Hai visto ti ho fatto ridere!-
-Ti sei messa il costume, verde smeraldo? Quello per cui la tua terza coppa C, è diventata una quarta abbondante?-
-Sono le mie tette in questa fase del mese, scemo-
-Che bel periodo: “il periodo tette”, facciamo un quadro!-
Presi solo il pareo, mi è sempre stato un po’ antipatico il pareo, l’ho sempre trovato stupido, insulso, insignificante, detto inter nos!
Arrivati alla spiaggia decisi di fare la femmina. Ero già abbronzata e i miei capelli lunghi nascondevano il topless che volutamente portai, gli slip del costume erano invisibili, i laccetti scendevano si lato e mi facevano il solletico sui fianchi, scendemmo i gradini che ci aprirono le porte di una spiaggia deserta con una sabbia bianca tipo borotalco, na cartolina stile “wish you were here” insomma, il sole delle cinque batteva ancora, anche se si stava abbastanza freschi, avevo voglia di tuffarmi subito, come quando da piccola mi prendeva quel raptus di cercare il mare a tutti i costi, a discapito delle mamme che prendevano il sole, dei castelli che abbattevo, delle cicche di sigarette accese che beccavo sotto i piedi, e correndo come una forsennata (perché la sabbia scottava) mi lanciavo in acqua. No, stavolta non l’ho fatto, ho risparmiato a Robi, la visione di una otaria che si tuffava! Io invece uscì dall’acqua, come una Ursula Andress versione mora, una Bo Dereck dell’unico film andato in porto. Mi stesi a pancia sotto sull’asciugamano, Robi arrivò con un Mocaccino freddo, prese un cubetto di ghiaccio leccò via il sapore e me lo passò tra le scapole, nell’incavo della schiena, passando per i lombi, scostò il bikini, mi pizzicò il sedere, lo accarezzò, gli diede una pacchetta forte e ne addentò la carne.
-Ahi, però mi piace il rumore, fallo di nuovo!-
-Perché non mi ami?-
-Non è vero-
-Non vuoi avere una relazione con me, perché? Stiamo bene insieme, voglio essere il tuo compagno, non mi va di scopare solo, lo sai!
Yannick aveva destabilizzato tutto, quella vacanza, quell’isola, quell’equilibrio tra me e Robi, io non mi sentivo di dare risposte in quel momento, mi girai per zittirlo con un bacio, lungo appassionato, profondo, uno di quei baci dove sei alla ricerca di qualcosa, di qualcosa che ti apra, che ti illumini, un segno, un segnale, un simbolo.
Robi, mi toccava dappertutto, io lo toccavo dappertutto, sapeva di salsedine, di caffè, di sabbia bagnata, di tutto e niente. Io aprì le gambe subito, fui subito sopra di lui, senza togliere il pezzo di sotto del costume, senza spostare i capelli che coprivano i miei seni, succhiò i miei capezzoli con i capelli, inziò la danza, l’onda, il dondolìo, l’andamento in avanti, il risucchio e la discesa, e ancora l’andamento in avanti, il risucchio e la discesa, come quel mare che sentivo dietro la mia schiena, come il Meltemi che mi distraeva, come i miei pensieri confusi, mixati, assetati di ordine, un mare assetato di ordine, pensieri che cercavo di sgrovigliare lentamente in quell’amplesso marino, concentrati su Robi e sul migliore Yannick d’annata! Il sesso di quella giornata fu come un’onda mutilata, c’è ne tornammo a casa, e Robi mi cucinò il riso al curry.

La sabbia assomigliava ad una poltiglia grigiastra e nera, meglio conosciuta col nome di “fango”, mescolata a vomito e non so a cos’altro! Intorno gli alberi sembravano gridare: andatevene! E riuscivo perfino a vederne i rami che spingevano quell’orda di zombie che si muoveva a scatti. La puzza di fumo si annidava in gola, la puzza di sudore ti circondava in una morsa talmente stretta che dovevi alzare il viso al cielo per respirare, o dovevi attendere mister meltemi che ti soffiava un pochino, dandoti così, un secondo di ossigeno, la puzza di alcol era stagnante e insistente, mi trovavo in una risacca! Mi trovavo in una fottuta bolgia dantesca, anzi mi trovavo nel nono cerchio dell’inferno ed ero prossima alla Natural Burella. Dal palco due deejay assomigliavano a Belzebù, divoravano quintali e quintali di ovatta! Avevo bevuto troppo, mi ero fatta otto rum e pera nell’arco di mezz’ora, e tutto questo, prima di uscire di casa! Perché avevo questa bizzarra abitudine? Retaggio, forse di quella volta che andai a fare l’esame di maturità con un bicchierozzo di Cointreau in corpo? Da allora non ne ho potuto più fare a meno, avevo bisogno di qualcosa di dolce che mi svegliasse un po’ (diciamo!) e dovevo scegliere tra il Cointreau e il Vov. Il Vov lo bevevo sempre a casa dei nonni davanti alla tv, una sera a nove anni riuscì addirittura a sedermi alle poltroncine di Tribuna Politica, e a parlare con Craxi e Occhetto, ma il non plus ultra era berlo davanti a Galaxy Express 999, quella sigla è stata la colonna sonora di tutta la mia infanzia, (non mi piaceva granché la storia, non si baciavano, non c’era una storia d’amore, nessun tipo di approccio e quindi era scartato a priori!) ma il Vov rendeva l’ascolto quasi mistico, il buio di quell’universo mi dava i brividi, avrei voluto salire sul quel treno a tutti i costi, mi sarei venduta tutte le case di Barbie, compresa quella di città con la Famiglia Cuore, segregata apposta per pagarmi il biglietto! Mi sentivo la casellante dello spazio, la Maetel mora, fatta di carne, ossa e sangue che salvava Tetsuro Hoshino, e che una volta giunti su Andromeda se lo sposava pure! Non ho mai perso l’abitudine di cambiare il finale alle storie, di modificarle a mio piacimento. Ecco, perché, il Vov era “funzionale”, mi rendeva creativa!

Adesso su quell’isola adibita a culti misterici e luogo di transumanza di “fattoni” di mezza Europa, ero cotta! Come da canovaccio, come da routine, come volevasi dimostrare. Mi sentivo immobilizzata dall’ovatta, mi rendo conto di dover spiegare il concetto di “ovatta”, ma ogni volta che mi sballavo, io pensavo all’ovatta, che usciva tipo blob dal sacchetto di plastica e aumentava, e aumentava fino a bloccarsi in gola, una scena splatter insomma, avevo la sensazione di essere bloccata dalla gommapiuma, immobilizzata dalla gelatina, come se il pallone di un enorme big babol mi fosse esploso in faccia impedendomi di respirare.

-Hey patata, sei croccante al punto giusto!-

Robi era piuttosto “lanciato!” Mi stampò un bacio sul collo, spostandomi i capelli e toccandomi il culo.

–Ti ricordo che gliela hai data in meno di 24h dal vostro arrivo a Samothraki, che pretendi? Il ragazzino si sente proiettato nello spazio! –

-Non voglio che mi tocchi! Con quelle manacce! –

-Ricorriamo anche alle frasi fatte: “le manacce!” E se arrivasse a casa, mentre tu stai scopando con Yannick, dirai: “o cielo mio marito!”-

-Esserino hai qualche problema con me? Il fatto che ti abbia concesso di essere la mia coscienza, e di averti dato una suite nel mio orecchio destro non ti giustifica dall’essere un grande rompiscatole! Vai un po’ a berti una birretta col grillo parlante! E vedete se riuscite a scoparvi la fata turchina! E non mi annoiare!-

Incredibile, il mio essere umorale e volubile, in Italia non vedevo l’ora di stare nuovamente con Robi, mi vedevo con lui nel fermo immagine di una lunga estate calda, in un amore rinnovato e dolce, e invece mi ritrovavo con uno sconosciuto che ballava come l’uomo di latta del Mago di Oz!

-Voglio tornare a casa!-

-Che hai detto?-

-Non mi sento bene, ho bisogno di tornare a casa!-

Robi mi teneva i polsi, cominciava a farmi male, prese un braccio, mi strattonò! Voleva portarmi in pista, tra i dannati -apri la bocca!- aveva una pasticca, non riuscivo a parlare, ancora quella sensazione di soffocamento, come se in gola mi avessero conficcato dell’ovatta. Improvvisamente Yannick sbucò dalla folla, prese Robi alla gola e gli diede uno spintone che lo fece rotolare tra quegli ammassi umani, io stavo zitta, non riuscivo a dire nulla, vedevo la scena come se avessero messo Pause al videoregistratore e il nastro andava a rallentatore, a scatti, tipo approdo dell’uomo sulla luna. Riuscì soltanto a dire –non farlo male- e crollai.

Mi svegliai la sera seguente, nella casetta azzurra, Valentina si era portata un turco, lo trovai in cucina che camminava solo con la maglietta. Non vedevo nulla, il pavimento era ancora un po’ instabile e avevo uno di quei qual di testa formidabili, da Oscar!

-Buongiorno!-

– Ti preparo la cena?-

– Ieri hai fatto la monella-

-Non parliamo ok?-

-Ti ho tenuto la fronte tutta la giornata-

Quando mi affligge qualcosa, cerco di non ricordare cosa mi torturi, quindi se non riaffiora alla memoria, quel problema per me non esiste, anche se resta la sensazione di chiodo piantato nel cranio! Quella sera avevo tipo una vite a doppia intelaiatura fissata con tanto di cacciavite, all’altezza precisa del terzo occhio, e in più dovevo sorbirmi Yannick, che stava in modalità salvatore-della-mia-vita-nonché-di-Miss-Pat-nonché-uomo-in-vena-di-pettegolezzi!

-Dov’è Robi?-

-In spiaggia, non è mai tornato, ho mandato Paolo per assicurarci che fosse ancora vivo, purtroppo lo era, è rimasto a dormire sotto il chiosco dei gelati, aveva le gambe al sole però, spero riporti un ustione di terzo grado! –

Nel frattempo, Robi varcò l’uscio di casa.

-Abbiamo un po’ di Aloe?-

-C’è l’ho io, non me la consumare tutta che è bio! Sta nel mobiletto in bagno.

Gli gridò Valentina dal giardino, mentre il turco le massaggiava i piedi.

SPRING ON A SOLITARY BEACH

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Fino a quando non vedrò alcune cose, per me non esisteranno, punto. Quindi non vedrò i capelli bianchi e le rughe, non mi renderò conto di avere qualche kiletto in più, e non mi porrò il problema se è presto o tardi per avere figli o per sposarsi. A volte guidando per strada, alzo gli occhi e vedo tanti palazzi e penso a come abbiano fatto a costruirli, quale metodo abbiano seguito, come sia possibile che vi “abitino” tante “cose e oggetti pesanti” e che, per giunta poi, non cadino! Come sono state edificate le città? I ponti? Dicesi ragionamento ingegneristico, forse? Mi piace che sia opera di qualche astruso e difficilissimo meccanismo svelato solo ad una piccolissima fetta di umanità! Non invidio per nulla i custodi di quelle verità! Dovevo cucinarmi qualcosa, mentre il vento mi importunava alla finestra, il vento voleva a tutti i costi entrare e , nonostante ci fossero tanti spifferi alla Tonnara, lui, preferiva sempre entrare con la voce grossa e fare “l’uomo di casa!”
Ho pensato bene di farmi una caponatina e bermi un bicchierozzo di buonissimo San Giovese, mi sono seduta sulla sedia a dondolo del patio, Mrs Maude è sempre a spolverare i suoi gatti, mi fa cenno di raggiungerla, ma oggi voglio stare per conto mio, le alzo il piatto facendole capire che sto mangiando e le mimo il gesto della nanna per dirle che dopo pranzo riposerò un pochino.
All’ultima cenetta in piedi avevo scopato con un mio vecchio amico, e dopo mi sono sentita una pezza, alla porta della mia coscienza si erano accalcati tutti i sensi di colpa, e ho fatto una faticaccia a domarli per non farli entrare, li ho dispersi, infatti, con tantissimo gas lacrimogeno. Prendere sonno sul grande lettone in ferro battuto era il non plus ultra del total relax, tirai giù la zanzariera, dalla finestra si scorgeva il mare, e intorno non c’era nulla, dietro la Tonnara solo un boschetto, dove, in un sonno eterno, se ne stava il letto di un vecchio fiume, la Tonnara era l’ultima villa, di un vialetto alberato. L’aria balsamica dei Pini D’Aleppo mi svegliò di soprassalto, e mi venne in mente Luca, e strinsi le cosce, come quando ti picchiettano il ginocchio per vedere se i tuoi sensi funzionano bene. Luca aveva questo, e altri mille poteri su di me. Mi buttai sotto la doccia in pietra collocata dietro la casa , presi il bagnoschiuma al sandalo, il mio preferito, la doccia era all’aperto e dietro di me c’era solo il bosco che mi guardava, come se mi stesse spiando dal buco della serratura. Non ne potevo più di maschere all’argilla, pediluvi ed erba cipollina, lasciai i capelli umidi, misi le scarpe da ginnastica e andai a comprare un bel gelato panna e nocciola. Camminando per il centro storico passai alla boutique di Franco, aveva creato un nuovo disegno per le cavigliere e decisi di farmi un regalo, pagai un botto, ma se li meritava tutti quegli Euro! Franco aveva fatto pratica presso uno sconosciuto maestro orafo parigino, che divenne poi il suo amante, ogni volta mi raccontava la sua triste storia d’amore, e ogni volta lo ascoltavo con rispetto e qualche lacrimuccia.
– Stavi lavorando non volevo disturbarti, sono venuta a comprarmi la cena! –
– Aspetta, il tuo turno! –
Gli sorrido maliziosamente e con fare ansiogeno, stiamo posizionati di fronte, tu davanti a me, ed io seduta sulla panca di legno, ci guardiamo con occhiate schive, veloci e ladre, siamo ladri di sguardi, ci ispezioniamo, non riesco a trovare delle imperfezioni su quel viso. Hai gli occhi verdi, la bocca piccola e una cicatrice sul labbro sinistro, i capelli di un castano chiaro e una faccia da schiaffi, sembri uno che la sa lunga: sulla vita, sull’amore e sul sesso. Non mi lascio abbindolare, ti osservo in silenzio. Inutile che mi ammicchi, e mi guardi dietro il bancone, perché tanto me ne accorgo, vedo il tuo riflesso dal vetro che mi scruta, di nascosto. Accavallo le gambe, mi scosto i capelli di lato, sai cosa ti dico: non ho più paura, non ho più paura di restare da sola, non temo più la solitudine e l’isolamento, riesco a gestire tutte le mie emozioni, non faccio più la pazza e non do i numeri, riesco concretamente a fare qualcosa di buono per la mia vita, non mi do più in pasto all’ira, non sono più vittima del “Gaslighting”, riesco a gestire tutte le situazioni con freddezza e piglio deciso, senza sofferenza, panico e crisi. Te la faccio intendere tutta la mia sicurezza. Mentre sei indaffarato tra il forno e il bancone, accavallo le gambe, sono inquieta e voglio la tua attenzione, scosto ancora i capelli di lato, che adesso sono indomabili, mi sistemo sulla scomodissima panca, portando le tette in avanti, ho una maglietta bianca, ma è trasparente e si vede il mio reggiseno a balconcino nero, col seno che fuoriesce, come piace a te. Mi reputo una bellezza che acquista punti quando è sicura e sfacciata, quando fa capire ad un uomo che vuole fare l’amore, che lo desidera, che non ha timore a chiedere, a osare, ma sono anche consapevole di inviarti segnali discreti e percepibili solo a te. Con semplicità e discrezione ti dico che ti voglio, attraverso un linguaggio del corpo, dei segni e dei profumi.
– Prego –
– Due focacce al pesto e basilico, grazie –
– La seconda è per me? Mi aspetti, che chiudo e faccio una doccia? –
– Ti aspetto a casa –
– Ti conosco, va a finire che mi lasci fuori la porta! –
– Stasera ti aspetto fuori il vialetto, per come sto…! –
Preparo un cenetta frugale, fatta di verdurine e insalata, e focacce. Il vino non manca mai, scorre lento nelle nostre vene ed ha un effetto sedante così efficace, sono molto rilassata con lui, forse perché non lo amo, forse perché lo reputo brutto, o per lo meno non bello, perché sì, alla fine, lo reputo “inferiore” e così riesco a gestirlo e ad essere una “panterona”, però poi deve esserci il romanticismo, il rispetto delle regole del corteggiamento, il rispetto delle pause, la delicatezza dei movimenti, che diventano decisi, forti e veloci quando sono io a chiederli. Sono esigente lo so, sul dare e ricevere piacere sono categorica, il sesso è orgasmo, è inclinazione al proprio carattere, è assecondare i propri desideri. Non mi piace quando il sesso è pantomima, è finzione, è atmosfera senza risoluzione. NO. Agli uomini piace ricorrere a quadretti hard per far alzare la mazza! Anche alle donne, per carità, ma diciamo pure che per noi, non è il caso di “appenderli” quei quadretti!
– Fa la cosa giusta Fiamma! –
Sembra dirmi Esserino/ Spike Lee. Non riesco più a distinguere la realtà dall’immaginazione e addirittura dagli incubi! Devi operare delle scelte, non hai più ventanni, le scelte devono essere “cool”, “azzeccate”, imperativamente “efficaci” e stimolanti, altrimenti si rischia la gogna pubblica, e, cosa peggiore di tutte, c’è il rischio di esporsi e di sembrare ridicola.
– Esporsi…già! Abbiamo tutta l’umanità che fa le stesse cose, con gli stessi intenti: sopraffare, arrivare primi, essere i migliori.
No, non voglio “attaccare la mina”, come direbbe un mio “amichetto” romano sulla decadenza dell’umanità, e sulla fenomenologia del “farsi le scarpe!, e non credo neppure di essere una santa, la verità è che mi piace vivere e amare e venire.
– Ho bisogno di te, lo sai? Ho bisogno di questa bocca, di questa lingua, di queste labbra, di questi denti –
Sono sopra di te vestita, bollente, con la pelle che brucia per via del sole del primo mattino, mi tolgo il reggiseno, la maglietta bianca “da muratore” evidenzia i miei capezzoli turgidi che subito mordi, insieme alla stoffa. Mi alzo in piedi, mi voglio spogliare davanti a te, mi tolgo gli shorts, la maglietta e le mutande, sono nuda, coperta solo dai capelli neri e dalla mia abbronzatura. Ti guardo e mi bagno, ti inginocchi e te la faccio annusare, riesci solo a darle una piccola leccata, perché ti scosti subito e ti spogli anche tu, ti aiuto sei nudo coperto solo dal tatuaggio e da quelle mani che io vedo ancora che impastano farina e acqua.
– Le tua labbra sono così rosse e questo neo di lato ne vogliamo parlare? E questi occhi neri allungati all’inverosimile, e questo culo, e la tua pelle esotica, aromatica, piccante, piena di sapore e di amore e di tepore, voglio succhiare i tuoi seni, sprofondarti tra le cosce, perdermi in te amandoti, sempre… –
Salgo sopra di te, te lo prendo in mano e lo infilo, vedo l’espressione di profonda distensione sul tuo viso scendo piano, ti riprendi improvvisamente, mi afferri il sedere, mi dici che questi siamo noi due, abbracciati, avvolti, fusi insieme, come due liquidi, un solo elisir. Le spinte le decidi tu, io ti assecondo, anche se il tuo profumo e il tuo viso mi fanno venire quasi subito, e respiro lentamente adesso per beneficiare dell’ onda lunga dell’orgasmo, e ricomincio a respirare perché avevo trattenuto il fiato, e riapro gli occhi che si erano chiusi un secondo dai tuoi. Mi tiri i capelli per stamparmi un bacio, mi dici che sono meravigliosa quando vengo, e mi fai sempre la solita domanda, banale e da canovaccio:
– Hai pensato un pochino a me? –
Come al solito non ti rispondo, ti blocchi, mi dici che vorresti prendermi a schiaffi, che non potrò continuare a comportarmi così a oltranza, che prima o poi dovrò fissare le tende, mettere i paletti e issare le vele.
– Dio mio che ansia! Ricordati che devi morire! Ma chi sei Savonarola?
Ti rollo una sigaretta, ti senti meglio, mi odi un po’ meno, ti faccio venire con la mano, velocemente, ti chiedo di venirmi sul seno e tu non ce la fai più, urli il mio nome sporcando solo te stesso.

Vivienne la Nuit ©

 

DOGMA#32

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A maggio il profumo delle rose è intenso. Fiamma sentiva sulla sua pelle ambrata la trasformazione di quella leggera brezza, che da fresca, si faceva sempre più tiepida e calda. A maggio ripensandoci erano nati tutti i suoi “amichetti”, tutti nati sotto il segno del Toro, e credetemi, ogni riferimento è puramente casuale. Maggio n° 5 è l’anticamera dell’estate e delle fantasie che la infiocchettavano, le sembrava di andare a letto con questo mese e mettersi sulla pelle solo cinque gocce della sua migliore rugiada. La sua stanzetta profumava ancora di vetiver e sandalo e piano piano stava abbandonando quella insolita abitudine di accendere candele, e vestirsi da Guru del cavolo. Preferiva starsene chiusa lì dentro ad ascoltare i Rolling Stones o i Cocteau Twins, questa pratica, infatti, le aveva salvato la vita in più di un’occasione.Quella mattina, però, si era svegliata tutta sudata e con una strana oppressione in petto: aveva bisogno di aiuto. Aveva sognato, infatti, i suoi professori messi in cerchio che le dicevano: i problemi sono i tuoi e devi risolverli da sola, aveva sognato i suoi genitori che scuotevano la testa in segno di disapprovazione: l’hai combinata grossa, Fiamma e stavolta davvero non possiamo aiutarti, sognò perfino il cane che alzava la zampetta e le pisciava sulla gamba,  e, cosa più brutta di tutte, Fiamma urlava e nessuno riusciva a sentirla. Cercava di comunicare, ma niente, nessuna risposta, nessun cenno, il silenzio,  le sembrava di essere stata catapultata in uno di quei film di Lars Von Trier o di Cronenberg, dove, ad un certo punto nel bel mezzo di un labirinto, ti cuci le labbra con ago e spago, o peggio ancora ti trasformi in una mosca, tutta pelosa e con un siero che fuoriesce da chissà dove. Fiamma aveva un pessimo rapporto con i sensi di colpa, per lei, semplicemente non esistevano, ma loro, come dire, “so de coccio!” e a volte entravano a gamba tesa, perfino nei suoi sogni. Ah Tony, detto“il nazareno”, quanto dovrai ancora tormentarmi?
Certo è che il nomignolo era proprio in pieno “goodfellas style”, ma echi da “Nino Rota” a parte, il soprannome le venne in mente, quando lo vide per la prima volta; il signorino aveva una barba lunga, sandali ai piedi e una camicia sahariana aperta sul collo con tante e tante collanine, “coup de foudre?”
Tony era stato un suo “amichetto” si erano conosciuti fuori scuola l’ultimo anno, e lui subito “attaccò bottone!”
– Carola, stasera su Raitre danno “Cera una volta in America”, ce lo vediamo insieme? –
– Ah ti piace questo film? Ma non sei un po’ piccola per vederlo? –
Fiamma, era in modalità dolce-ingenua-che-vuole-incoraggiare-gli-uomini!
– Beh, è un po’ forte, però credo ne valga la pena non trovi? –
– Ti piace, De Niro? –
– Abbastanza, anche se per esempio, ne “Il Cacciatore” mi è piaciuto di più Christopher Walken –
– Ah ma lui ha vinto l’Oscar per quel ruolo! –
– Ah sì? Non lo sapevo! –
Ochetta-che-cade-dalle-nuvole-in-azione!
Iniziarono la loro relazione al McDonald, davanti un mega cheeseburger, innaffiato di patatine e cominciarono di rito tutti i pomeriggi insieme, le passeggiate mano nella mano, gli amplessi furtivi a casa sua o da lei, e le vacanze al mare. Due vacanze al mare.
Qualcuno, un giorno le disse che in una relazione c’è sempre quello più preso, quello che sta più avanti, quello che dà di più e quello che dà di meno, quello lento e quello veloce, quello che corre e quello che va piano. Fiamma non aveva mai capito quelle dinamiche, perché lei correva veloce verso la passione, passione che avvertiva nascere in modo compulsivo, violento, forte, deciso. La passione non l’ha mai tradita, come il suo istinto e questi ragionamenti rallentavano la passione, la tenevano alla larga, erano un repellente antisesso.
Per carità, la vita è fatta anche di queste cose: scegliere il corredo, i mobili, la cerimonia, ma a Fiamma queste cose non interessavano, vedeva tutto lontano, vedeva la sua intera esistenza dentro un caleidoscopio, ma era sempre lei a muoverlo e comporlo. Un sabato sera, rimasero a casa, Tony le preparò il riso al curry, misero su un vecchio film degli anni Settanta chiamato Fragole e Sangue, Fiamma già l’aveva visto, ma preferì non dirglielo
– Stiamo insieme da un po’

Le sue dita intrecciavano i suoi capelli neri, quella sera Fiamma era su di giri e dopo il film aveva alzato un po’ il gomito, sarà stato il vinello rosso, ma si sentiva strana, e lui aveva voglia di parlare della vita a due e delle promesse e dei quadretti del futuro.
– L’importante è stare vicini Tony, io sono qui lo sai.
– Io vorrei di più da te
– Di più? Perché non ti dò abbastanza? Quanto vuoi, 1 kg di tette? Ti bastano?
– Cosa c’è le vendi a peso ribassato? Mi sa che sono un tantino di più
Tra risatine, doppi sensi e adrenalina, Tony parti in quarta, e catapultò una domanda che sapeva di ghiaccio bollente
– E cosa vorresti?
– Io ti voglio sposare, Fiamma
– Siamo giovani Tony
Lui la abbracciò fortissimo, la tenne stretta, come se volasse via da un momento all’altro. Non sapeva neanche lui cosa stesse dicendo, e una ventata di gelo e imbarazzò calò su di loro. Furono distratti solo dal rumore della videocassetta che si riavvolgeva.
– Vuoi due pistacchi? –
In cucina Fiamma, aprì il frigorifero e mise la testa dentro.
– Era serio, porca misera! Perfino io me ne sono accorto
– Ognuno anticipa i tempi, lui ha questa capacità, prendi i Pixies con Surfer Rosa, cavolo era un disco degli anni Ottanta, ma il sound apparteneva tutto alla decade successiva! Non trovi che questo sia profetico?
– Fiamma, hai ricominciato con i voli
– Ok, Esserino lasciami un po’in pace qui dentro va bene?
Ragazza-che-cerca-di-sdrammatizzare-chiedendo-cosa-hai-mangiato?-O-che-dice-ma-che-umidità all’attacco!
-Tony assaggia questi pistacchi sono bio, li ha portati Carola da Bronte! –
– Pensavo avessi messo la testa nel congelatore
– Ma no i pistacchi stavano nella credenza
– Basta Fiamma, atterra ti prego
– Ok, ok, alzo le mani
Fiamma sentiva l’impulso di gestire la situazione anche quando si sentiva bloccata, ecco perché poggiò solo una gamba sulla sua spalla, mentre si faceva leva sull’altra per andare incontro a Mr O Ad ogni spinta Fiamma doveva irrigidirsi altrimenti non riusciva a venire, doveva mantenersi adesso al suo collo, adesso al lenzuolo, adesso alla maniglia della porta chiusa a chiave della sua stanza, era come negarsi, concedersi al Sig. Desire, che la voleva tutta per lui e completamente per lui. Tony ora le baciò il seno, le morse il mento, adesso il suo respiro era accelerato, come il suoi battiti, e il suo corpo iniziava a pulsare come un diapason, come una eco vibrante, come un’onda lunga . Lui sapeva che doveva succhiarle i seni, prima uno e poi l’altro, questa era la ricetta segreta, e così Fiamma tremò, sillabando il suo nome a bassa voce.
Seppe che si sposò con C. un’amica casa-chiesa-e-scopate-clandestine, una santarella che sniffava coca a Capodanno. E pensare che Fiamma, si mise con Tony per dimostrargli che non fosse lesbica.
Ma lui le confessò, che gli sarebbe piaciuto il contrario.
A distanza di parecchio tempo, Fiamma si svegliò ancora con quella sensazione di “cose non dette”
del “forse le cose sarebbero andate in maniera diversa”, “dell’approdo sicuro” e “delle spalle coperte”, del focolare e delle feste comandate. Fatto sta che si svegliò ancora desiderosa di aiuto e nessuno continuava a muovere un dito. Mise allora Where Is My Mind, e le salì la nostalgia di persone incontrate e non riviste più, di treni persi e partenze fasulle, di speranze e nuovi propositi, perché ognuno aspetta la fortuna si sa, ma lei era ferma sul ciglio del bosco come se tutto dovesse ancora avere inizio, come se muovesse un caleidoscopio in bianco e nero stavolta.

viviennelanuit©

Immagine: Will Barnet, Atalanta from 27 Master Prints, 1979, USA.

LA PAROLA DI F.

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L’anno era il millenovecentonovantasei, il terzo delle superiori e  l’ultimo dell’innocenza, che era già stata perduta, forse, quasi, probabilmente, boh! Tranquilli non l’aveva ancora data, anche se, quotidianamente, (grazie anche a Miss Fiamma, suo amante formidabile) assecondava e portava al culmine quei brividi pruriginosi tra le cosce. Ancora tu Esserino ignobile e viscido? Sparisci dal mio orecchio destro. Fiamma visse l’anno che chiudeva il triennio delle superiori, raccogliendone frutti e cibi sacri, come la manna dal cielo.

I numeri, quanta magia possono contenere, quanti misteri possono celare. Fiamma, sentiva il bisogno di dire a tutti che aveva sedici anni, lo diceva con fierezza e gioia. Aveva sempre creduto di essere grande, matura, consapevole, caparbia e sicura. Viveva negli anni novanta, eppure si impregnava di patchouli e collanine, e andava in giro senza mutande, perché faceva molto anni settanta. Aveva già fatto impazzire i suoi genitori quando per un mese scappò di casa con Carola, e insieme seguirono un gruppetto di Hare Krishna, il mese in realtà era agosto e i suoi non se ne preoccuparono affatto, forse sbagliò, doveva rasarsi i capelli a zero, forse così l’avrebbero notata. Dicevo, che nel bene e nel male accettava i suoi sbagli, senza farne un dramma, gustava lentamente, come una tazzina calda di caffè tutte le novità, prendendosi anche i granelli amarognoli sul fondo, i progressi e gli sviluppi del suo corpo e della sua mente. Registrava tutti i cambiamenti sul libro mastro della sua identità di donna.

Era continuamente preda di uno stream of consciousness perenne, questo perché il prof. di inglese le disse che il suo modo di scrivere assomigliava alla prosa di Joyce, ma poi voleva anche essere come Virginia Woolf e come Topolino. Ogni dicembre cadeva il compleanno di Anna, una delle più grandi amiche di Fiamma, insieme a Carola, ovviamente, ed ogni anno accadeva sempre qualcosa di nuovo e inaspettato, poi era da protocollo che una sedicenne dovesse circondarsi di novità, esperienze, e conoscenze. L’adolescenza è una categoria classica e un contenitore di ritualità. C’è un numero poi, che non puoi evitare: il numero 1. Strano, perché in quegli anni ci si sente sempre a -1, -2, -3. Il primo bacio, la prima volta, la prima cotta, la prima delusione. Quanti numeri primi si susseguiranno; riflettendoci la nostra intera esistenza è composta da numeri primi, in successione: a una cifra, a due cifre, a tre cifre, a quattro cifre. Lui era F. e aveva ventitré anni (altro numero primo) andava di moda la Techno, non che a Fiamma le dispiacesse, anzi una scarica di adrenalina a volte era necessaria, ma la accantonò quasi subito, non poteva, andare in giro con fiori tra i capelli e spararsi diecimila decibel nelle orecchie, e forse anche qualcosa altro. Ma il ragazzino era fanatico, e lei per accalappiarselo finse che le piaceva questo genere. Le si avvicinò alla festa di Anna, con un CD di Carl Craig: Landcruising, e siccome Fiamma era sempre aperta a nuove contaminazioni, si lasciò contaminare dalla Detroit Tecno.

– Ti dirò preferisco più il dirottamento Trance, o per lo meno per essere ascoltabile deve avere una qualche melodia o ritmo

– La musica Techno non è ascoltabile, lo sai che sei proprio carina? Hai un viso particolare, non sembri italiana

– Perché se ti dicessi che provenissi, che ne so, dall’ Andhra Pradesh sarei più fica?

– Le indiane hanno una bellezza estrema, da estremo Oriente

Fiamma aveva fatto finta di non prestare attenzione, all’ultima battuta, uffa voleva tornare ai suoi gattini, ai suoi fiori e alla sua aria da poetessa maledetta

– Che scuola fai?

– Il liceo linguistico! Ma volevo iscrivermi al liceo artistico

– Ma infatti, tipa come sei, ti vedevo più all’artistico

– Sì, che peccato che non mi sia iscritta, dopotutto, siamo sempre catturati dall’Arte, abbiamo sempre un disperato bisogno di esprimerci, di liberarci, L’art pour l’art, Théophile Gautier aveva ragione

F. mi guardava perplesso, forse avevo sbagliato qualcosa, perché mi guardava come se fossi Yoda! Meglio che ascoltavo Esserino e stavo zitta!

– Sei nervosa?

Dovevo rimettermi il kajal, si era tutto sbavato, Anna mi seguì, nonostante la festa fosse stata preceduta da una tre ore (altro numeretto primo) di preparazione e agghindamenti vari.Fiamma si sentiva un simpatico servizio igienico  provvisto di piedi che se ne andava in giro per tutta la casa.

– Che ti ha detto?

– Ma niente, devo dire a Carola che dobbiamo ripetere gli accordi di My sweet lord

-Fiamma, che ti ha detto?

– Che gli piace la musica Techno, io per un po’ gli ho retto il moccolo, poi basta, lo sai devo accendere qualche candela a quest’ora

F. si affacciò sull’uscio del bagno con l’espressione di chi la sa lungae anche per dire: quanto tempo dovrò aspettare per un bacio? See magari! Quello aveva stampato a caratteri cubitali sulla fronte: voglio un pompino e francamente desideravo con tutta me stessa che anche lui leggesse sulla mia fronte, col-cazzo-che-te-lo-faccio-alla-prima-sera-senza-che-me-l’hai-leccata-facendomi-venire. Detto questo ritornai in pista come se mi fossi fatta due Red Bull, F. adesso era più agguerrito e caparbio.

– Non ti lascio in pace

– Eh cosa posso dirti, facciamoci un po’ di compagnia, andiamo fuori al balcone? Porta un piattino di rustici e una Coca con ghiaccio e limone

– F. era spiazzato, adesso era lui quello intimidito, e il mio termometro cattura-imbarazzi.degli-uomini era caldissimo, sapevo come metterlo a disagio, mi piaceva mettere a disagio gli uomini. Era una cosa così facile, però poi mi facevano pena

F. ci provò la prima volta a baciarmi, ma si tirò indietro, aspettava il momento opportuno, il secondo magico.

Il bacio fu lunghissimo, prima di lui ci respirammo entrambi, la sua pelle di barba appena fatta mi piaceva da morire, ma sentivo che stava crescendo, perché un po’ pungeva. La barba eh? Che cosa avete capito! Mi piaceva il suo collo, toccavo le sue spalle, era alto 1,87 e mi ci arrampicavo,  sopra a quell’impalcatura di corpo di uomo. Mi prese in braccio, e mi appoggiò sul davanzale della finestra del bagno che dava sul balcone, in quell’angolino non c’era nessuno, ma se ci avessero visti sarebbe stato ancora più adrenalinico, ed io gli sussurrai nell’orecchio qualcosa. F. senza esitare, mi alzò la minigonna di jeans, mi cadde uno stivaletto a terra, fece un rumore incredibile, o forse ero soltanto sovrappensiero. F. mantenne la parola e la lasciò fare, la lasciò muoversi sulle sue due dita, (ultimo numero primo della storiella), due dita che andavano contro le pareti interne della sua intimità e la lasciò danzare tra umori e liquidi, mentre con le mani si manteneva su quel freddo davanzale e si spingeva avanti verso di lui. Le gambe tese, erano piegate e si facevano forza contro di lui e  F. la accompagnava per mano al suo piacere, in silenzio, come un servitore fedele le offriva il suo aiuto, anticipando i suoi voleri e Fiamma si aggrappò al suo collo, perché altrimenti gli sarebbe caduta sul pisello, e a Fiamma non andava proprio di fare la principessa.

viviennelanuit©

 

 

 

 

LA MIA DROGA SI CHIAMA FIAMMA

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Lo so è da scribacchini improvvisati citare Hemingway attraverso Woody Allen, ma l’altra sera guardando Midnight in Paris, ho riflettuto sulle parole di Papa: la scrittura deve essere onesta, e vera, e coraggiosa e leale. Come quando hai davanti un cervo e devi spararlo con un colpo solo, il cervo non può difendersi, e allora non è leale bersagliarlo di colpi, non è giusto, non si fa. Ho parafrasato anche Cimino, e qualche volta mi sento anche io come una cacciatrice, ma chissà perché al femminile, la parola assumi connotati maliziosi, furbetti e volpini. Sai quanti racconti da cacciatrice potrei tirar fuori dal cilindro? E allora mi sono messa a scrivere, su questo foglio bianco, citandoli, riprendendo i loro passi e le loro riflessioni, alla disperata ricerca dell’estro. È in questo dedalo di viuzze e labirinti che di tanto in tanto cerco la mia ispirazione e comincio a scrivere, partendo da una frase, da un ricordo, perfino da un profumo, ma lasciamo perdere i profumi, sono ingannatori e portano sempre su sentieri sbagliati.

Cerco di tessere una tela, di comporre un puzzle, non so ancora dove mi stia portando questo filo, ma voglio seguirlo, e roba così. È stata una settimana pesante, scrittura vera e onesta. Annaspo sul divano blu, non riesco a trovare i suoi cuscini, la stanchezza è tanta che mi sembra di scalare una montagna, c’è poco ossigeno, mi sto solo stendendo, eppure non riesco a farlo. Un senso di inquietudine mi assale, con una mano mi allungo verso il cellulare: niente, neppure un messaggio, una faccina, un piccolo cenno del tipo: sai esisto.

Nessun dolore aveva provato Fiamma quel sabato sera. Il sabato è una giornata particolare, ti aspetti chissà che cosa, chissà quale evento e mutazione, invece te ne stai lì a prepararti, ad agghindarti, a farti bella, per poi non fare nulla; quando ti riaccompagna a casa ti senti ancora più sola, con la domenica che ti fiata sul collo e ti ricorda che hai solo una manciata di ore d’aria al mattino, prima di sprofondare in quegli insopportabili e fastidiosissimi pomeriggi domenicali, delle tavolate, delle partite e delle cinture allentate dei pantaloni. Giornate inutili. L’evasione? Luca era un po’ che non si faceva sentire. Due settimane erano troppe senza di lui, troppe. Si, l’aveva incontrato a piazza Bellini, ma avevano bevuto solo un caffé, lui era troppo indaffarato con il lavoro e poi era in compagnia della secca biondina e coi denti storti, che rideva in modo sincopato, ad ogni sua cazzata. Lui aveva bisogno di una donna così, di una cagnolina, piccola e tenera da accarezzare quando gli andava! Ma aveva bisogno anche di una gatta, indipendente e  schiva, che si faceva viva quando le andava. Fiamma stava dando di matto per l’ennesima volta, perché lui spariva, perché lei accettava le sue scopate clandestine, perché sembrava asettico ogni volta che gli rivelava una sua avventura. Aria del sabato sera.

Cerco di districare la matassa ogni volta che lo rivedo, come un rituale, come una Penelope al contrario, dove Ulisse è già a Itaca, e dove i Proci aspettano fuori la porta. Una Penelope perpetua.  Giochiamo alla roulette russa, ogni volta, ed ogni volta becco il colpo. A volte, credo di essere come la maggior parte delle donne: fragile, insicura, bisognosa di affetto, di complimenti, di attenzioni. A volte, mi viene voglia di togliermi la maschera della: tosta-che-non-ha-bisogno-degli-uomini. Di quella che sa tutto. Tutto di musica, tutto di narrativa, tutto ci cinema. La verità è che tento di nascondere il mio essere di cristallo, civettuola, sempliciotta, che va in panico se si vede brutta, che va in panico se non ha un orgasmo, che va in panico se Luca o Robi, o qualsiasi altro uomo X non la guarda con occhi da leone. Che noia. Mi chiedo se bisogna sempre dare il massimo? Non rivoltare la frittata al qualunquismo, Fiamma, hai detto che ti senti scontata a volte? E ammettilo.

Dicono che lo scorpione possa suicidarsi, e addirittura lo faccia per sbaglio. Il suo lungo pungiglione gli si inarca verso la schiena e muore, così, per errore, in silenzio, esce di scena, senza avere intenzione di morire. Sfoglio pigramente  l’oroscopo di qualche rivista patinata, chiassosa e colorata, sono dal parrucchiere e leggo, cercando ardentemente quale sia la chiave del successo nella vita, la pietra filosofale, la fonte dell’eterna giovinezza e l’Eldorado, e così via, tutto il repertorio. Mentre leggo, mi immagino come una cartomante, negromante, zingara, ma sì, anche un po’ fattucchiera. Sono alla continua ricerca di pozioni e di elisir d’amore. Sono una fan dell’avanscoperta di mondi paralleli, alternativi alla vita, migliori forse, ma sicuramente vergini, incontaminati e meritevoli di essere esplorati. Sfogliando quelle pagine volgari, goderecce e grottesche mi ritrovo catapultata in un orizzonte costellato di successi, di amori estivi e saturno contro, di quattrini racimolati per caso e colpi di fortuna. Ricordo del Millennium Bug, i più audaci asserivano di vedere la fine del mondo, di assistere al countdown della storia; non capitò nulla e posso dire che ci rimasi molto male. Ho sempre una certa sensibilità verso le evoluzioni, i cambiamenti, sono una studiosa attenta dei giri di boa,  inconsciamente sono come quello scorpione che senza neppure saperlo si dà la morte, senza volerlo, ecco, licenziamolo così, ma in realtà, lui, non lo fa apposta, lui, non vuole morire. Sono autodistruttiva a volte, quando mi sento “accerchiata” faccio harakiri e passo a miglior vita. Muoia Sansone con tutti i Filistei dico a me stessa. Non riesco ad essere ipocrita con lei, non con quella Fiamma di luce e calore che abita dentro di me, non posso, non voglio.

Non apprezzo le mezze paroline, le frasi dette a metà, i giri e i giretti. Sono chiara e trasparente, di una lealtà ironica, però, che sa trovare il punto debole di ogni suo interlocutore in meno di una manciata di minuti. Come la migliore delle veggenti riesco a prevedere cosa accadrà, come si comporterà, io guido, ed io gli tengo la mano, come una Circe o come una Didone, ma senza sensi di colpa, senza soccombergli, a prescindere, se poi finisco i miei giorni in modo pulp, punta per caso dal veleno del pungiglione, beh, vuol dire che sono stata sconfitta dal più acerrimo dei miei nemici: la sfiga. L’ultimo sabato sera con lui è stato tremendo, mi mancava l’aria, non per la sua compagnia, alla fine l’avevo chiamato io, faccio sempre tutto io, io lo cerco, ed io lo scopo, in un mea culpa costante, mi ritrovo ad assumermi tutte le responsabilità del nostro strampalato rapporto.

Il desiderio è sempre fortissimo tra noi, ma siamo due sconosciuti in fondo. Ripenso sempre a Ultimo tango a Parigi: due persone anonime, due perfetti sconosciuti, che si incontrano per caso in un appartamento e decidono di intrattenere una liaçon sessuale, così, senza neppure conoscere il proprio nome. Metti una pietra sopra, stop, chiudi la porta e getta la chiave a mare, insomma prendi una decisione. Sono di nuovo intrappolata, accerchiata, non riesco a darmi una risposta, il tempo mi aiuterà, deve aiutarci. Sono in preda ad un disturbo borderline della personalità, sono partita con uno scorpione e me ne ritorno a casa da sola. Amore che vieni e amore che vai, perduto in novembre o col vento d’estate. Voglio un cambiamento, eppure sto sempre qui, ho manie di grandezza parlando dell’onestà intellettuale, della lealtà, del mio essere franca, eppure mi comporto in modo fragile e insicuro. Sì, ho paura dell’abbandono, ma penso anche che semmai Luca dovesse comportarsi come Paul, sarei pronta a ballare ancora con lui, ma per l’ultima volta.

Camminavo verso casa, nel pomeriggio umido, infreddolita e stanca. Camminavo a passo svelto, non volevo beccare nessuno, non mi andava di parlare con nessuno. Avevo le labbra screpolate dal freddo, i capelli sconvolti dal vento e il trucco inesistente, volevo il mio divano blu, il mio bagnoschiuma al sandalo e le mie erbe. Le mie insicurezze mi afferravano per le braccia e mi tiravano indietro, ma io caparbiamente le strattonavo e tiravo dritta, per quel vialone immenso del tramonto, veloce, fino alla metro. Da un po’ era ritornato l’esserino, aveva montato una tendina, con tanto di frigo e zanzariera, lo stronzetto. Adesso lo vedevo da lontano seduto su una sdraio a bere Coca Cola ghiacciata, sorridermi e dirmi: “toh, guarda chi si rivede, la troietta incartapecorita mollata ancora da Luca. Adesso sostava in pianta stabile nel mio orecchio destro. Io non gli davo corda.

Non vedevo l’ora di sentire il clak della serratura, e gettare tutte le cianfrusaglie accumulate della giornata sul mobile in tek dell’ingresso. E invece ti vedo, come un fantasma, un riflesso in uno specchio, una proiezione di me. Te ne stavi a sfoderare quel tuo cinico sorriso, con l’ennesima biondina slavata e insipida, nell’insopportabile baretto dell’happy hour. Una lama mi trafigge. Come un flashback rivedo la nostra storia e tu sei accanto a me, e mi tieni la mano, oppure io e te siamo affacciati ad un finestra qualsiasi e guardiamo il nostro appartamento da lontano, riconoscendoci nella nostra routine. Conoscevo quello sguardo da lupo e da leone, da iena e da gattone.

Lo conoscevo fin troppo bene; era il tuo periodo rosa, stavi cavalcando l’onda giusta, insieme a quel bianco immacolato, avevo visto il rosso e il nero, avevo visto caderci a gocce, come lacrime, le mie lacrime. Ti vedevo dietro il vetro, come una mendicante, appiccicata ad una vetrina ricolma di dolci. La vetrina è quella di una pasticceria parigina, e i dolcetti sono confezionati con merletti e nastrini di perline. Ricordai di quando tu, eri confezionato per me, ricordai di quando io ti scartavo, velocemente, altrimenti mi passava la voglia, quando il sabato mattina mi passavi a prendere e iniziavamo in macchina, per finire il lunedì mattina.

Cosa iniziavamo e cosa finivamo? Sembrava una cosa facile, sembrava facile avere dei figli. Li facevano tutti: due, tre, io non ci riuscivo, mi sembrava una cosa lontana, distante da me, un pensiero straniante. Come se se fossi condannata a trascorrere il miei giorni da spettatrice, e nel frattempo le attrici delle pubblicità prèmaman, mi avevano raggiunto con l’età. Ed io che mi sentivo ancora piccola, ancora giovane, c’è tempo, mi ripetevo come una litania. Nascondo la testa sotto la sabbia e nego l’evidenza.

Finalmente raggiungo il portone, metto la chiave nella serratura, il mio istinto di sopravvivenza mi imponeva di reagire, avevo di nuovo il controllo su me stessa, mi sentivo disinvolta, sicura, e avevo sbattuto dentro il cazzo di sgabuzzino tutti i problemi. Volevo divertirmi, darmi, avevo bisogno di una dose, della mia dose di Robi, adesso. Finalmente a casa, corro in bagno, accendo qualche candela, apro il rubinetto della vasca, mi spoglio velocemente, getto tutto all’aria, mi immergo nell’acqua calda, ripenso a quel mio modo di reagire con te, a quel mio modo di risponderti pilotando il discorso sul banale e sul sempliciotto, facendo l’ochetta a volte, e pregandoti di risolvere qualche problema al mio pc. Poi litigavamo, scomparivi per qualche settimana, ma tu sapevi che senza un uomo la sottoscritta non ci sapeva stare. Basta pensare, Fiamma! E allora prendo il telefono, cerco Robi sulla rubrica, lo chiamo devo sentire la sua voce, non riesco a stare ferma, stringo le gambe. Non risponde. Mi sono rilassata, l’accappatoio caldo prolunga la sensazione di calore, mi preparo una tisana, non so perché ricorra a questo modo di fare New Age, forse perché devo essere originale anche quando mi preparo la matricaria chamomilla.

Mi slegò il laccio dell’accappatoio, mi cinse a sé, facendomi sentire le sue unghie sui fianchi, unghie che muoveva à flor da pele, su e giù. Sapeva come fare, bastava così poco per farmi andare su di giri. Le sue mani pian piano si facevano spazio sul mio corpo, ancora umido, ancora caldo. Strofinai le mie labbra sul suo collo ruvido di barba, profumato di Roma, di uomo, di sesso. Aspiro, piccoli bacetti risalgono ora verso il retro dell’orecchio, gli piace, lo sento già duro, duro per me, duro grazie a me, e che spinge verso di me. Con le mani gli accarezzo la nuca, lo tiro indietro afferrando qualche capello tra le mie dita, voglio la sua bocca, lo bacio, avidamente, sempre, come se non ci fosse un domani, sempre, come se quello fosse l’ultimo bacio.

Non so, ma questi pensieri apocalittici mi fanno sentire più sicura e più ricettiva al piacere, predisposta a lasciarmi andare. Robi, è avvinghiato, ora mi prende i seni, io non riesco a non muovere il bacino, che vuole le sue mani, la sua lingua e il suo cazzo. Sento la sua bocca piena di loro, succhia il capezzolo sinistro, quello più sensibile, lui lo sa, e mi eccita questa conoscenza, mi fa eccitare più dell’atto in sé, Robi conosceva la mappa, e riusciva sempre a trovare la X. Ma se mai ci fosse stato qualche intoppo, l’avrei guidato io. Non so come, mi ritrovo a terra, a gambe aperte e i piedi poggiati ai lati della porta della cucina, Robi mi prende le braccia, me le mantiene lunghe sopra la mia testa e mi guarda negli occhi, l’accappatoio aperto, io completamente nuda, riprende a succhiare il seno, quello destro adesso, voglio fargli anche io qualcosa, ma non riesco a muovermi, non faccio altro che alzare la testa, elemosinando la sua bocca.

 viviennelanuit©

John Wesley Tears?1993 Acrylic in colors, on Aquarelle Arches paper 

LA MACCHIA

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Nel sesso non esistono rapporti alla pari. Fiamma aveva un problema con i ragazzi belli, con gli uomini belli, con gli adoni, gli ammaliatori, con quelli che avevano un’aria attraente, gli avvenenti, i vetusti, i deliziosi, gli incantatori, i meravigliosi, quelli stupendi. Non conosceva spiegazione, ma riusciva a godere se lui non era bello, o meglio, se lui era collocato in quella zona franca della bellezza; in altri termini godeva, se lui non era niente di eccezionale! E lei, stava una spanna sopra di lui, maniaca del controllo del cazzo! Paolo era proprio così, un tipico uomo del mezzo, sfigato nella vita e nelle relazioni di coppia, era arrivato alla soglia dei trentanove anni vivendo da eterno quindicenne, frequentava lo stesso giro di amici, compresa la sottoscritta, da quando aveva dodici anni e si ciondolava tra Rolemaster, birrette ed heavy metal; vivendo la sua esistenza a partire dalle tre del pomeriggio e facendo bisbocce tutta la notte, anelando che tutta la settimana fosse un lungo interminabile week-end. Ecco, adesso posso respirare. Fiamma lo vedeva fragile, indifeso e timoroso di tutto, a cominciare dal confronto con gli altri, la ragione di tutto questo gli era oscura, anche se era facile ricollegarla al divorzio dei genitori e ad aver scopato tardi. Quanto a Fiamma, che dire, si era trasformata nella Wonder Woman dei poveri, nel Robin Hood in gonnella, rideva delle sue timidezze passate, si sentiva bella, intelligente, intrigante e sexy da morire: “na bomba!” Più avanzavano i suoi anni, più acquistava dei superpoteri contro ansie e paure. Fiamma si sentiva bene, e sentiva il bisogno di aiutarlo, di incoraggiarlo, di dirgli quale meraviglioso amante fosse stato con lei. Paolo era un friend with benefit di tutto rispetto, riusciva ad accenderla ogni qualvolta lei lo desiderasse senza troppe giustificazioni, o fronzoli, se a Fiamma capitava la giornata della solitudine, oppure gli ritornava il loop della vita di merda, lui c’era sempre! Le sue performance sessuali erano un piccante approdo per la fine delle sue solitudini. Fiamma ricordò la loro prima volta. Pomeriggio piovoso, noia infinita, autostima a meno uno e una versione di Tacito che gli salassava l’aorta, il calore della sua pelle, l’alito profumato di Mentos, i Blur di Country House alla radio.
– Hai voglia se facciamo qualcosa? Lo hai già fatto con qualcuno?
– Mi sono strusciata contro un peluche di Babbo Natale a casa dei nonni l’inverno scorso!
– Contro un peluche di Babbo Natale?
– Sì, con il getto della doccia, con le dita, e a cavalcioni sul bracciolo morbido del divano, e con il palmo della mano aperto massaggiando velocemente su e giù, mentre con l’altra mi tiro un capezzolo
– Ok, ti sei masturbata finora! Io intendevo dire con un uomo, lo hai mai fatto?
– Nella mia fantasia, aiutandomi con qualche filmatino
– Ti andrebbe di farlo?
– Solo se ti comporti come quel peluche di Babbo Natale
– Sì, signorina.
Paolo lo cacciò fuori dai jeans, Fiamma non aveva mai visto il sesso di un uomo (dal vivo) era scuro e la pelle sottilissima lasciava intravedere le vene, era orribile, si spaventò.
– Prendilo in mano e vai su e giù
Era durissimo, strano ma mentre lo osservava sentiva delle fitte piacevolissime
Fiamma capì subito come voleva essere toccato: la mano non doveva scoprire totalmente il glande, ma coprirlo e scoprirlo, lasciando il pollice, lì, un po’ in cima. Fiamma ebbe la sensazione di avere una memoria primordiale, era una cosa naturale, era la prima volta, eppure spontaneamente le veniva facile. Paolo la guardava con la bocca semiaperta e un’espressione oppiacea. Tutto questo durò una quindicina di minuti, finché Paolo si bloccò improvvisamente e dal suo cazzo, schizzò uno zampillo luminescente, che andò ad infrangersi sul suo torace scoperto e peloso.
– Sicura di non averlo fatto prima? E la trovata della saliva sulla mano come la sapevi?
– Porno! Le donne li guardano lo sai?
Fiamma lo adorava, dall’alto dei suoi diciotto anni, la faceva sentire libera, libera di parlare, libera di esprimere il suo impulso sessuale, che era fortissimo, libera di elencargli tutti i modi di autoerotismo che avesse sperimentato, senza essere derisa, senza essere presa alla leggera, senza giudizi.
Lui la ascoltava con rispetto e attenzione ecco perché il sesso con lui era stato amore a prima vista!
Lo eccitava la sua voglia di imparare. Fiamma voleva mettersi alla prova. Voleva rendersi conto fin dove poteva arrivare, sfidare a singolar tenzone ogni sua inibizione e tabù e fregarsene di quel motivetto che le canticchiava un esserino cattivello: “sei una troietta, sei una troietta…in effetti Fiamma sentiva le orecchie calde e le tempie che le battevano, qualche volta.
– Ora tocca a te
Paolo le si avvicinò lentamente, senza smettere di attorcigliare i suoi capezzoli sotto la maglietta, la guardava negli occhi, Fiamma non sapeva nulla sul fatto che la patata si bagnasse, sul formicolio al basso ventre, sulle contrazioni ripetute durante l’orgasmo, credeva fossero tutte cose naturali, non meccanismi e fasi precise del godimento! Prima di quel pomeriggio, Fiamma aveva provato solo orgasmi solitari, quale scaletta avrebbe dovuto adottare adesso? E l’immaginazione, come faceva? Cazzo doveva ricorrere all’immaginazione adesso, era impossibile per lei senza un porno! Quale schema doveva seguire, sedicianni e mezzo sono pochi per collegare amplesso da autoerotismo a orgasmo di coppia. Fiamma stai calma, respira, lasciati andare!
– Che stai dicendo, sssh non dire niente e lasciami fare
Fiamma sentiva la sua lingua invadergli prepotentemente la bocca, aveva già baciato qualcuno, ma per la prima volta, Fiamma sentì i denti e tutto ciò gli piaceva, gli piaceva il modo in cui li usava, mordicchiandole il labbro e il mento, ebbene si ebbe un sussulto mentre le mordeva il mento, nella mente di Fiamma prendeva forma un’immagine brutale e lussuriosa, la sua saliva calda sul suo collo era la melassa da mettere sulla preda, si sentiva realmente una pietanza che stava per essere divorata da un momento all’altro! Aveva una voglia matta di stringere le gambe e protrarre il bacino in avanti.
– Aspetta, stai buona
– Paolo ti desidero da morire
Con le dita le solleticava il pube incolto e non depilato sotto i jeans, Fiamma non riusciva a tenere ferme le gambe, con delicatezza le abbassò i pantaloni, rimase su solo con le mutande color verde acido e i calzini Reebook.
Senza facendole rendere conto la gira, la sua testa è più in basso del suo culo.
-Inarca leggermente la schiena
Fiamma sapeva come fare, lo avevo visto in un film porno dove lei veniva facendo fuoriuscire un liquido acquoso dalla cosina, sentiva le sue ginocchia instabili e pericolanti, non riusciva a tenersi era un misto di emozione, paura e lussuria, un mix che stava per farle scoppiare il cuore.
-Ti farà un po’ male, ma io sono qui e tu sei bellissima e non devi temere nulla ok?
Paolo con un movimento di bacino la lacerò.
E’ strano ma Fiamma non sentì nessun dolore, ma solo piacere. Si sentiva come una macchina lanciata a tutta velocità, che seguiva una precisa traiettoria. Lui era perfetto rallentava e accelerava, Fiamma ora era come se stesse da sola e si lasciava andare, mordeva la federa del letto e sbatteva la mano sul materasso. La prese per le cosce e le divaricò le gambe ancora di più, adesso il movimento era cambiato, le sue spinte partivano dal basso e salivano su
-Eccolo il tuo punto G! Ogni volta che tocco questa parte, la tua patata si avvolge ritmicamente al mio cazzo
Fiamma aveva una paura folle di venire, ma era troppo una sollecitazione continua e lei non ne potette più, il suo orgasmo lo spinse fuori, facendo fuoriuscire un’acqua iridescente che bagnò tutto il letto.
-Sei una meraviglia lo sai? E questa acqua era tutta per me.
La coperta era sporca di sangue e liquido trasparente. Fiamma scoppiò a piangere, lui la prese tra le braccia e la sistemò sulle sue ginocchia, le baciò la fronte e le disse che avrebbe ricordato quel pomeriggio per tutta la vita.

 

 © Vivienne La Nuit

Blur, Country House, The Great Escape, Food Records1996.

UNO, DUE E TRE

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Fiamma gli scrisse una lettera perché non poteva inviargli messaggi, avrebbe potuto chiamarlo, certo, aveva molti minuti. Minuti che avrebbe speso con lui, virtualmente, fisicamente, totalmente, ma Fiamma aveva paura, aveva paura che la respingesse, tremava all’idea che non rispondesse, e comprendeva anche questo suo tenerla a distanza.
Fiamma gli scrisse, perché aveva tante lettere e parole. Lettere e parole che si inseguivano le une con le altre, ed erano tante, tutte che spingevano nella sua mente e che facevano a gara ad uscire, frasi confuse, frasi ammassate, che qui, in questo luogo franco, bianco e infinito, si legavano fino a rendersi comprensibili, prima a lei stessa e poi a lui. Ventiquattro ore, dove lui e Venezia le avevano preso il cuore, il suo cuore che era un organo di fuoco, che gli sussurrò qualcosa a bassa voce quasi bisbigliando.
La stazione era gremita di gente, gente anonima, gente comune che in un vortice di fretta e velocità la percorrevano tutta, in modo disconnesso e agitato. Fiamma era catturata dalla velocità, una sensazione coinvolgente, ancora di più , perché Fiamma sapeva che in quella stazione avrebbe incontrato lui. Il Conte. Il Conte era il vento ed era il sole, era il calore ed era il freddo. Il Conte era un suo amico, o qualcosa di più. Capire quel di più, era una cosa difficile! Ma Fiamma cercava di definirlo, affannosamente nella sua mente, in quel luogo febbrile, dove orari, arrivi e partenze si intrecciavano in un moto perpetuo.
Fiamma scrive adesso, in modo concitato e febbrile, come la gente di quella stazione. Scrive per immaginarlo. Scrive, tutto quello che si erano detti, che avevano fatto, che avevano sentito, che avevano respirato. Scrive, per far tacere il suo cuore, organo di fuoco, che è caldo e lo reclamava ad ogni suo battito. Scrive, per non dimenticarlo e per imprimerlo nella memoria. Il Conte e Venezia, Venezia e il Conte. Lo aspettava. Lo vide da lontano. Era troppo il desiderio di correre e di abbracciarlo, incontenibile la voglia di baciarlo. Ma aveva paura, Fiamma aveva paura a lasciarsi andare, aveva paura a volergli bene. Il Conte, aveva sempre ventiquattro anni, era ancora uno studente, aveva un rapporto edipico con la madre. Fiamma chi era? Una donna che ormai aveva perduto i suoi punti cardinali, una donna senza bussola.
Fiamma era attanagliata ad un uomo che forse non amava più, ma del quale non poteva fare a meno, era avvinghiata ai figli piccoli, troppo piccoli, che ogni santo giorno, in coro, le gridavano che stava sbagliando, che li trascurava, che doveva fare solo la mamma, solo la mamma. Questa donna non aveva le palle di mandare tutto all’aria, di fottersene della micidiale monotonia, e delle responsabilità. Forse non riusciva più ad accettare in silenzio i suoi tradimenti, la sua vita a sé, i suoi silenzi. La routine, crea uno strano meccanismo di dipendenza, Fiamma a volte ne aveva bisogno, ed altre volte poteva farne tranquillamente a meno, ed è quando vengono a mancare gli stessi gesti, le stesse movenze, le stesse giornate che arriva la parte più brutta, dove riconosci che hai fatto una cazzata, una cazzata, a mollare la tua vita standard! Ma questo Fiamma non l’avrebbe mai potuto sapere, se non dava al tutto, un margine di rischio. Il rischio è una parola, una condizione, è anche un sentimento, la stordisce, la attira come una calamita, riusciva ora, a sentire il battito che le si faceva sempre più accelerato quando lo nominava. Rischio. Fiamma, rischia.
Fiamma lo saluta con due timidi baci, conteneva la voglia matta che aveva di stringerlo a lei e di non lasciarlo andare più, perché sì, la vita è breve, e il tempo è poco e frana sotto i piedi da un momento all’altro. Lo baciò su un occhio, sentì la palpebra mobile e un’infinita dolcezza nell’animo.
Fiamma adesso, urlava di calore per lui.
Attraversarono la piazza, quella dei colombi, del leone e dei Dogi, di corsa, come due adolescenti, evitando di stare troppo attaccati. Volevano ritardare quel momento, volevano assaporarsi lentamente, gustarsi, accarezzarsi senza fretta. Respirando la loro pelle, insieme.
E adesso Fiamma si mette a scrivere. Dopo essere tornata è strana, sconvolta e stanca. Strana perché doveva ritornare per forza di cose alla sua vita normale, perché doveva mettersi in macchina come un automa, e fare da tassista ai figli. Invidiava la loro spensieratezza. Detestava il suo essersi immolata per loro e per il marito, la assalirono pensieri strani e malsani. Li ignorò e tiro dritta nel parcheggio della scuola, tra mamme disperate, vestite male e con troppo trucco messo su.
Sconvolta. Perché tutto ciò aveva il sapore di un grosso errore, e di una vita che non aveva scelto, che si era stata trasformata in una busta di plastica attaccata al viso. La perseguitavano frasi come: “la vita che avresti voluto avere”, “non bastava una vita” e “wish you were here”. Era dissociata. Quando trascorreva del tempo con lui, il cervello le si annebbiava e le parole erano messe alla rinfusa nella sua mente e si confondevano con tante persone, e tante voci che le urlano contro e che le mettevano paura.
Stanca, perché la loro storia le lasciava una scia di spossatezza mai provata prima. Contava le ore, quando ci sarebbe stato il prossimo treno, contava i minuti che poteva toccare con le dita, contava i secondi, passeggeri e ingannatori. Vedeva lui, davanti ai suoi occhi, e ripeteva a lei stessa che voleva più tempo, più ore, più minuti e più secondi.
Dopo tre giorni, si sentiva come se fosse tornata da un lungo viaggio, un viaggio di passione, di carne, di umori, di lussuria e di amore. Un profumo, il suo che, furtivamente, spruzzò su di un batuffolo d’ovatta, per annusarlo, quando lui non ci sarebbe stato. Un profumo che, aspirava intensamente per farselo arrivare ovunque, un profumo che dalle narici, andava al cuore e alle cosce. Acqua che bagna e profuma, nettare che alimenta il desiderio per lui. Desiderio intenso che non andava via, acqua sul suo corpo che non si asciugava, corpo bagnato di lui, linfa.
Come sempre lo aspettava al solito posto, in quella città sospesa ed eterea. Facevano i conoscenti, si salutavano timidamente, anelando il profondo attimo in cui si sarebbero avvinghiati e leccati. Che delizia ritardare quel momento, che estasi il suo pensiero! La casa del Conte aveva un sapore d’altri tempi, quella Aura di tradizione, di spazio sospeso e curatissimo. Un ultimo piano a Calle del Paradiso e scale settecentesche che la portavano proprio lì. Un lampadario di pendenti di cristallo all’ingresso che brillava; prismi riflettevano luce e gioia. Fiamma si sentiva vitrea, desiderava essere tirata a lucido, proprio come quei calici riposti con cura nelle vetrinette, anche lei si sentiva trasparente, proprio come quando da piccola, si illudeva che l’acqua potesse passare attraverso i bicchieri e attraverso il palmo della mano, e che per ore lasciava scorrere giù. Voleva essere riempita della sua acqua. Il marmo di quella casa, il lungo corridoio e i parati le suggerirono una casa dove il passato regnava sovrano e il futuro era tenuto a debita distanza, sapore di storie passate e non raccontate più.
– Sai che non ci credo che sei qui? Oggi stavo spaccando il telefono a terra quando in biblioteca ho letto che non venivi più
– E pensare che volevo portare lo scherzo ad oltranza? Poi mi sono fermata, sentivo che mugolavi per il dispiacere
-Voglio farti mugolare in un altro modo lo sai?
– Piano piano, Conte. Vietato correre!
Conte, come lo chiamavano gli amici. Conte aveva i connotati più da amore cortese, che da titolo ottocentesco. Il Conte, le diede la sua stanza e la fece dormire nel suo letto, le fece usare la sua salle de bain, il suo dentifricio, e tutto ciò era intimo e privato, barriere trasparenti ora, erano tra loro, barriere visibili che trapassavano consapevolmente, ripetutamente e volutamente. Tende, che tiravano su ad ogni passo in quella casa dal sapore vissuto e di storie passate e non raccontate più.
Portò Fiamma a visitare un quartiere fatato, dove fate ed esserini si alternavano su fregi e portoni e che sembravano invitarla ad entrare. Era un quartiere magico e il Conte le tenne la mano talmente forte quasi da non poterle permettere di liberarsi, quasi come se volesse costringerla a restare in quel mondo magico, da storia infinita, dove il nulla non esisteva e dove tutto era possibile.
Fiamma voleva che la tenesse così, voleva la sua presenza, viva, accanto a lei, voleva che non la lasciasse più.
Cosa significa imprimere qualcuno nella memoria. Ricordarne il profumo forse? Le carezze? L’odore della pelle? Cosa vuol dire dimenticare qualcuno? Eliminarlo? Trasformarlo? Fiamma amava ancora il marito, perché faceva parte della sua vita, perché senza di lui non si sentiva completa, perché era difficile separarsi da qualcuno con il quale hai condiviso tutto. Fiamma questo lo sapeva bene. Perché Venezia allora? Perché il Conte? Fiamma era annoiata! Faceva le stesse cose tutti i santi giorni i compiti dei figli, la scuola, le camicie del marito; l’alienazione era la distruzione di tutto, e si sentiva come su di una barca alla deriva, dove prima o poi sapeva che le sarebbe venuta sete, e il mare era là, e Fiamma non poteva bere, perché altrimenti sarebbe diventata pazza, o almeno così le era parso di sentire in qualche vecchio film.
Ancora lui, in questa piazza grigia e umida, che le prende le guance e le dice che va tutto bene. Ancora lui, tra i piccioni messi all’ingrasso dai turisti, che le stringeva i fianchi e le diceva che era sua. Ancora lui, tra mille presentimenti, sensi di colpa e momenti off, che le diceva di voler fare subito l’amore, che le sussurrava all’orecchio con una voce roca e innaturale che gliela voleva leccare, fino a farla morire. Fiamma non poteva cedere anche questa volta, non poteva dargliela vinta!
-Conte, tu vuoi solo il mio corpo, mi escludi dal resto della tua vita, ed io, io non so fin dove posso reggere! Il fatto e che accetterei tutto ciò, anche in silenzio, pur di elemosinare un po’ del tuo cazzo
– Sei tu quella che mi esclude dalla sua vita, io non riesco a smettere di pensarti, di desiderarti tutti i giorni, sempre
-Sì, ma dopo? Alla Tonnara non puoi avvicinarti e sai che sono confinata lì per via dei miei figli, per colpa di mio marito e poi tua madre, ne vogliamo parlare? Non posso neanche telefonarti a casa che hai il terrore che possa sentirti
-Adesso siamo soli, a casa mia
Tra la folla di quella piazza sorniona le sbottonò il trench.
-Che bel vestitino corto
Si avvicinò ancora di più, sentii il suo alito caldo e profumato, la sua mano mi alzò la gonna.
-Ti avverto non porto le mutande
– Ma hai le autoreggenti, sento
Le sue dita, le sue dita ora erano dentro di me.
-Conte, il leone della piazza ci sta fissando arrabbiato, penso che a breve ci salterà addosso
Entrammo in un androne maestoso, vecchio, accogliente, sentimmo il rumore dell’acqua ovunque. Salimmo le scale, era difficile non toccarsi, io camminavo davanti.
-Hai il mio culo in faccia, ti rendi conto? La smetti di alzarmi il vestito?
-Fai poco la schizzinosa, a San Marco poco fa eri completamente bagnata! E le mie dita ti piacevano
Il Conte la fece poggiare sul portone di casa, un portone di legno nero. Le sbottonò di nuovo il trench, le prese i seni a piene mani, cominciò a succhiare i capezzoli, a bagnarli di saliva. Fiamma cercò la sua bocca, gli tirò i capelli per avvicinarlo alle labbra, si baciarono, e il loro bacio aveva un sapore di apocalisse, si baciarono come se dopo non avessero avuto altro tempo, si baciarono come se non avessero a disposizione un’altra volta, si baciarono per imprimersi in loro stessi. Il Conte le prese il viso, le strinse le labbra con le dita, con l’altra mano le tirò su il vestito, si inginocchiò, le aprì le gambe e così sull’uscio di casa, seminuda, iniziò a leccarla.
-Ti eri dimenticato che sapore avevo?
-Come potrei
Fiamma gli poggiò una gamba sulla spalla e la sua faccia ora, era immersa lì, si muoveva anche lei per cercare un ritmo, per sentirlo di più. Le mantenne il sedere, se la spingeva ancora di più sulle labbra, sentiva la lingua e le dita, insieme. I suoi capelli fra le sue dita.
– Che cos’hai in questa testa?
Gli chiese a bassa voce, con una voce che per il momento era fatta solo di eccitazione, una voce che non aveva ancora preso il binario del godimento.

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Foto: Alessandro Varini