LA PAROLA DI F.

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L’anno era il millenovecentonovantasei, il terzo delle superiori e  l’ultimo dell’innocenza, che era già stata perduta, forse, quasi, probabilmente, boh! Tranquilli non l’aveva ancora data, anche se, quotidianamente, (grazie anche a Miss Fiamma, suo amante formidabile) assecondava e portava al culmine quei brividi pruriginosi tra le cosce. Ancora tu Esserino ignobile e viscido? Sparisci dal mio orecchio destro. Fiamma visse l’anno che chiudeva il triennio delle superiori, raccogliendone frutti e cibi sacri, come la manna dal cielo.

I numeri, quanta magia possono contenere, quanti misteri possono celare. Fiamma, sentiva il bisogno di dire a tutti che aveva sedici anni, lo diceva con fierezza e gioia. Aveva sempre creduto di essere grande, matura, consapevole, caparbia e sicura. Viveva negli anni novanta, eppure si impregnava di patchouli e collanine, e andava in giro senza mutande, perché faceva molto anni settanta. Aveva già fatto impazzire i suoi genitori quando per un mese scappò di casa con Carola, e insieme seguirono un gruppetto di Hare Krishna, il mese in realtà era agosto e i suoi non se ne preoccuparono affatto, forse sbagliò, doveva rasarsi i capelli a zero, forse così l’avrebbero notata. Dicevo, che nel bene e nel male accettava i suoi sbagli, senza farne un dramma, gustava lentamente, come una tazzina calda di caffè tutte le novità, prendendosi anche i granelli amarognoli sul fondo, i progressi e gli sviluppi del suo corpo e della sua mente. Registrava tutti i cambiamenti sul libro mastro della sua identità di donna.

Era continuamente preda di uno stream of consciousness perenne, questo perché il prof. di inglese le disse che il suo modo di scrivere assomigliava alla prosa di Joyce, ma poi voleva anche essere come Virginia Woolf e come Topolino. Ogni dicembre cadeva il compleanno di Anna, una delle più grandi amiche di Fiamma, insieme a Carola, ovviamente, ed ogni anno accadeva sempre qualcosa di nuovo e inaspettato, poi era da protocollo che una sedicenne dovesse circondarsi di novità, esperienze, e conoscenze. L’adolescenza è una categoria classica e un contenitore di ritualità. C’è un numero poi, che non puoi evitare: il numero 1. Strano, perché in quegli anni ci si sente sempre a -1, -2, -3. Il primo bacio, la prima volta, la prima cotta, la prima delusione. Quanti numeri primi si susseguiranno; riflettendoci la nostra intera esistenza è composta da numeri primi, in successione: a una cifra, a due cifre, a tre cifre, a quattro cifre. Lui era F. e aveva ventitré anni (altro numero primo) andava di moda la Techno, non che a Fiamma le dispiacesse, anzi una scarica di adrenalina a volte era necessaria, ma la accantonò quasi subito, non poteva, andare in giro con fiori tra i capelli e spararsi diecimila decibel nelle orecchie, e forse anche qualcosa altro. Ma il ragazzino era fanatico, e lei per accalappiarselo finse che le piaceva questo genere. Le si avvicinò alla festa di Anna, con un CD di Carl Craig: Landcruising, e siccome Fiamma era sempre aperta a nuove contaminazioni, si lasciò contaminare dalla Detroit Tecno.

– Ti dirò preferisco più il dirottamento Trance, o per lo meno per essere ascoltabile deve avere una qualche melodia o ritmo

– La musica Techno non è ascoltabile, lo sai che sei proprio carina? Hai un viso particolare, non sembri italiana

– Perché se ti dicessi che provenissi, che ne so, dall’ Andhra Pradesh sarei più fica?

– Le indiane hanno una bellezza estrema, da estremo Oriente

Fiamma aveva fatto finta di non prestare attenzione, all’ultima battuta, uffa voleva tornare ai suoi gattini, ai suoi fiori e alla sua aria da poetessa maledetta

– Che scuola fai?

– Il liceo linguistico! Ma volevo iscrivermi al liceo artistico

– Ma infatti, tipa come sei, ti vedevo più all’artistico

– Sì, che peccato che non mi sia iscritta, dopotutto, siamo sempre catturati dall’Arte, abbiamo sempre un disperato bisogno di esprimerci, di liberarci, L’art pour l’art, Théophile Gautier aveva ragione

F. mi guardava perplesso, forse avevo sbagliato qualcosa, perché mi guardava come se fossi Yoda! Meglio che ascoltavo Esserino e stavo zitta!

– Sei nervosa?

Dovevo rimettermi il kajal, si era tutto sbavato, Anna mi seguì, nonostante la festa fosse stata preceduta da una tre ore (altro numeretto primo) di preparazione e agghindamenti vari.Fiamma si sentiva un simpatico servizio igienico  provvisto di piedi che se ne andava in giro per tutta la casa.

– Che ti ha detto?

– Ma niente, devo dire a Carola che dobbiamo ripetere gli accordi di My sweet lord

-Fiamma, che ti ha detto?

– Che gli piace la musica Techno, io per un po’ gli ho retto il moccolo, poi basta, lo sai devo accendere qualche candela a quest’ora

F. si affacciò sull’uscio del bagno con l’espressione di chi la sa lungae anche per dire: quanto tempo dovrò aspettare per un bacio? See magari! Quello aveva stampato a caratteri cubitali sulla fronte: voglio un pompino e francamente desideravo con tutta me stessa che anche lui leggesse sulla mia fronte, col-cazzo-che-te-lo-faccio-alla-prima-sera-senza-che-me-l’hai-leccata-facendomi-venire. Detto questo ritornai in pista come se mi fossi fatta due Red Bull, F. adesso era più agguerrito e caparbio.

– Non ti lascio in pace

– Eh cosa posso dirti, facciamoci un po’ di compagnia, andiamo fuori al balcone? Porta un piattino di rustici e una Coca con ghiaccio e limone

– F. era spiazzato, adesso era lui quello intimidito, e il mio termometro cattura-imbarazzi.degli-uomini era caldissimo, sapevo come metterlo a disagio, mi piaceva mettere a disagio gli uomini. Era una cosa così facile, però poi mi facevano pena

F. ci provò la prima volta a baciarmi, ma si tirò indietro, aspettava il momento opportuno, il secondo magico.

Il bacio fu lunghissimo, prima di lui ci respirammo entrambi, la sua pelle di barba appena fatta mi piaceva da morire, ma sentivo che stava crescendo, perché un po’ pungeva. La barba eh? Che cosa avete capito! Mi piaceva il suo collo, toccavo le sue spalle, era alto 1,87 e mi ci arrampicavo,  sopra a quell’impalcatura di corpo di uomo. Mi prese in braccio, e mi appoggiò sul davanzale della finestra del bagno che dava sul balcone, in quell’angolino non c’era nessuno, ma se ci avessero visti sarebbe stato ancora più adrenalinico, ed io gli sussurrai nell’orecchio qualcosa. F. senza esitare, mi alzò la minigonna di jeans, mi cadde uno stivaletto a terra, fece un rumore incredibile, o forse ero soltanto sovrappensiero. F. mantenne la parola e la lasciò fare, la lasciò muoversi sulle sue due dita, (ultimo numero primo della storiella), due dita che andavano contro le pareti interne della sua intimità e la lasciò danzare tra umori e liquidi, mentre con le mani si manteneva su quel freddo davanzale e si spingeva avanti verso di lui. Le gambe tese, erano piegate e si facevano forza contro di lui e  F. la accompagnava per mano al suo piacere, in silenzio, come un servitore fedele le offriva il suo aiuto, anticipando i suoi voleri e Fiamma si aggrappò al suo collo, perché altrimenti gli sarebbe caduta sul pisello, e a Fiamma non andava proprio di fare la principessa.

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