Pulse state

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Luca stava facendo finta di leggere, faceva finta perfino di stare seduto, lì,  al solito tavolino del solito bar a piazza Bellini, in quel pullulare di gente, profumi e caos che la vita gli faceva vedere ogni santo giorno, come quel pensatore di Rodin, schiacciato dai sensi di colpa. Una vocina costante gli sussurrava quanto quella volta avesse esagerato, quanto fosse andato oltre. Luca era un habitué del punto di non ritorno, gli piaceva invadere quella zona d’ombra e poi tornare indietro, provava una perversa beatitudine nello smantellare quelle colonne cui Sansone, con tutta la sua rabbia si era poggiato, sbagliava e faceva dietrofront, piangeva e si lavava il viso, peccava e veniva perdonato. In bagno quella mattina, guardandosi allo specchio, si era sputato in faccia dopo esservi deterso con quel sapone alla lavanda che Fiamma gli aveva regalato per il suo onomastico: Fiamma, il suo bruciore, la sua luce, i suoi capelli e la sua forza. Aveva esagerato stavolta, si dannava, ipnotizzato da quella tazzina di caffé sorseggiata a scatti.

Luca aveva un negozio di antiquariato, lì proprio in quella piazza, che quella mattina di dicembre gli parlava dei suoi sbagli a voce talmente alta da doversi  tappare le orecchie e canticchiare una sciocca melodia pur di non sentire. Luca ripensò a quando la vide per la prima volta a casa di sua sorella Silvia, avvolta in jeans strettissimi e camicetta bianca. Ripensò alla Fiamma che non aveva ancora acceso, illibata, bianca e evanescente.

Quella sera parlarono del mondo e di Lev Trockij, dei decumani e d’o pere e ‘o musso. Fiamma splendeva e bruciava, ma si muoveva ancora disconnessa, forse c’era un po’di vento.

Gli spilli dell’inverno trafiggevano Luca, che adesso divorava una graffa. I suoi occhi erano quelli di uno squalo, plumbei e acquosi. I suoi capelli erano spettinati e sporchi, le sue dita ripassavano le tempie vorticosamente. Fiamma era distesa a terra su quelle maioliche fauves e lepidottere, striata di sangue, umori e lacrime. Luca aprì la porta lasciandola riversa lì, assicurandosi che respirasse ancora e chiuse a doppia mandata. Doveva convincersi Luca, che non era stato lui, non poteva averla ridotta in quello stato, doveva lenire il suo male, doveva saziare il suo dolore, doveva sentirsi meglio. Quel colore vergine e immacolato ora riempiva la sua mente. La botta salì velocemente e lui adesso aveva mille propositi di cambiamento, le comprò la colazione, il cappuccino, aveva comprato un pacchetto di fiammiferi per riaccenderla, Fiamma, la sua donna, la sua vita, la sua ossessione.

 

L’indomani Luca l’aspettava all’uscita dell’Accademia. Lei scendeva le scale, sembrava stesse sfilando, nel suo abitino lilla e i capelli raccolti a chignon, tanto da conferirle quell’aspetto da Holly Hobbie dolce ed etereo. Luca era cotto a puntino. Ma faceva ancora il timido, le mani gli sudavano, il cuore pulsava, e non trovava le parole e non voleva sembrare stupido e non voleva essere disadattato, e allora recitava la parte del duro del Roadhouse.

-L’esame è andato male, volevo darti una buona notizia, ma dromos e tholos non mi hanno dato scampo

Luca aveva visto le amiche di Silvia, piccole e insignificanti, c’erano pur sempre un lustro e tre anni di differenza, ma quando stava con Fiamma, brillava d luce riflessa.

-Sai, il lavoro al negozio mi annienta, sono chiuso lì dentro tutto il giorno e alla fine mi rendo conto di parlare con quella statuetta di Gemito che mi scruta tutto il tempo

-Qualche volta potremmo chiacchierare insieme a lui se ti va?

Smpre meglio che restare intrappolata nella tomba di Atreo, pensò.

Ogni giorno Luca e Fiamma s’incontravano a piazza Bellini, tra quadretti di strada e chitarristi improvvisati, perdendosi in conversazioni impegnate e finto pop! Luca l’ascoltava quando ripeteva storia dell’arte e la ammirava quando ricopiava corpi nudi in pose plastiche, le sembrava che dipingesse le vergogne maschili a memoria, tanto che un pò di gelosia le si rigonfiava sotto il collo, ma si distraeva subito da quel frivolo pensiero quando i suoi occhi si poggiavano su quel neo posto tra l’incavo delle sue labbra.

Luca le fa un sorriso rilassante e pacifico, come se lei avesse trovato la giusta soluzione senza farlo sentire un coglione. Era uno dei motivi per i quali voleva trascorrere la maggior parte del suo tempo con lei. Fiamma gli donava, tutte le volte, un caldo tepore e Luca, più passavano i giorni e più non poteva farne a meno. Un caldo di Fiamma che lo avvolgeva e lo teneva protetto e si immaginava cullato dalle sue braccia e accarezzato dal suo seno. Seno che non aveva avuto il coraggio di sfiorare, pelle di cui evitava il profumo ambrato, cosce che avrebbe voluto mordere, ma non osava e tremava nella sua Fiamma, e bruciava alla sua vicinanza, fuoco sacro che lo chiamava nel baratro del desiderio e della passione, ogni giorno, ogni istante con la sua presenza. Fiamma brillante e purificatrice.

Luca la guardava, voleva toccarla, lei a volte gli sfiorava la mano. Una scarica elettrica si allargava a macchia d’olio su tutto il suo corpo, ebbe il coraggio le prese quella ciocca e gliela sistemò dietro l’orecchio, accarezzandola con piccoli cerchietti concentrici, lei capì il suo disagio, la sua timidezza. Gli si avvicinò e lo baciò in un bacio lungo, profondo, dove la lingua esplorava la sua bocca, il suo tremore e la sua anima.

Luca aveva un problema con le donne, questo era chiaro come il sole, era vissuto senza un padre e con una madre ossessionata dalla pulizia e dal peccato, fortuna che la sorella aveva mandato, con un fragoroso “vaffanculo”, quasi tutti salvandosi così giusto in tempo, ma Luca no, Luca aveva dovuto fare i conti con le sue paure irrazionali, e con gli acari che vedeva dappertutto senza bisogno del telescopio. Se ne stava tutto il giorno in negozio spolverando statue, bronzi, lucidando argenteria e passando aspirapolveri su tappeti damascati,  aggiustando gingilli e pettinando parrucche settecentesche.

Luca, chiuse gli occhi ascoltando solo la voce di Fiamma che gli sussurrava di rilassarsi.

Arrivarono al negozio, a via Costantinopoli, in quella strada brulicante di medioriente, bazar, incensi e percezioni visive. Luca aprì il portone, Fiamma fu invasa da un profumo di patchouli e sandalo. Luca la abbracciò da dietro, stringendola fortissimo, come fosse un essere fluttuante pronto a spiccare il volo, ma Fiamma ricambiò, girandosi e baciandolo e amandolo quella sera come non avesse mai fatto con nessun altro uomo. Luca tremava, la toccava come se fosse irreale. Fiamma con decisione gli prese la mano e la poggiò sul suo seno, scoprendolo dalla camicetta di organza bianca.

Mentre succhiava il suo seno, Fiamma gli baciava la nuca, era caldissimo, ansimava. Forse aveva intuito qualcosa, ma non disse nulla, e quel qualcosa le provocò un fremito, una sensazione irrefrenabile di prenderlo, leccarlo, gustarlo. Forse Luca era vergine, forse.

Luca mani, un fiore che stava per sbocciare con lei. Con cura lo spogliò, prima il maglione, poi i jeans, i boxer, giù senza fretta, con calma. Il suo sesso era di pietra, dritto si innalzava ai suoi occhi.

Per un tempo lunghissimo lo guardò soltanto senza toccare, sfiorandolo con le sue labbra, poi iniziò a toccarlo, delicatamente dal basso, leccando quelle protuberanze poste alla sua base, prendendole in bocca e succhiandole come il più gustoso dei gelati, prima una, poi l’altra, prima l’uno e poi l’altra ancora. Luca, tremava ancora ed emetteva gemiti di dolore e quasi paura. Poi Fiamma, con una leccata energica risalì di colpo e se lo introdusse in bocca, in gola, per iniziare quella danza con la lingua, le labbra, facendo rumore volutamente. Riprese fiato Fiamma,e un fiòtto caldo le bagnò il viso, sporcò i suoi seni.

Luca and in bagno, prese della carta igienica, la ripulì con cura, scoppiò in lacrime.

Fiamma, si asciugò, si rivestì frettolosamente e se ne andò, gli occhi pieni di lacrime, le prime per lui. Per strada quel sapore, salato e acido si mescolava al patchouli, si accovacciò improvvisamente e vomitò, un po’ di dolore.

 

E così ce ne stiamo soli,  io e te in questa auto, la cui puzza di plastica e arbre magic ci dà la nausea a urlarci contro e a dirci: “va bene”, “basta”, “lasciamo stare”. Le parole che non riusciamo a pronunciare sono chiuse in uno scrigno, giù, in fondo al nostro cuore; anzi sono lasciate lì in un sarcofago a imputridire, perché non si possono dire, perché non le vogliamo tirar fuori. Come in una delle migliori canzoni di Baglioni, dove lei va via e non dice nulla, dove il silenzio è più alto di mille voci messe insieme, dove lo sconforto asciuga le nostre lacrime, seccando il vitreo degli occhi e dove l’ira sale senza avere intenzione di calare. Perché? L’infelicità è una condizione insopportabile e insostenibile, ti logora ogni secondo di più e ti ritrovi a combattere contro i mulini a vento, cercando un gancio in quelle tele un appiglio o un approdo. Ci crogioliamo nel nostro malessere, fin quando non lo accettiamo, diventando i più grandi bugiardi di noi stessi. Perché? Dopotutto la vita è una sola, e quel tempo trascorso a litigare è solo lerciume dato in pasto al nostro invecchiare, che divora, divora insaziabile come in uno dei Goya di nicchia, dove Saturno divora i suoi figli. Concime per terreni già morti. Il tempo influenza l’amore e modifica  il sesso. Fiamma, stava per spegnersi definitivamente in quella macchina dal tanfo vanigliato che le dava il voltastomaco. Si sentiva vecchia e in ritardo su molti treni della sua vita, ma non rinunciava ad ardere e, nonostante il lento declino, riusciva sempre a ravvivarsi. Fiamma non poteva morire. Nomen Omen da rispettare e onorare sempre il suo. Epitaffio sacro e inviolabile. Luca con uno scarpello, ogni santo giorno lo vandalizzava e  lo umiliava. C’erano notti che trascorreva chiusa a riccio in un angolo, c’erano giornate dove facevano l’amore ininterrottamente, c’erano momenti in cui Fiamma non riusciva neanche a camminare dal dolore, lacerata, trafitta e umiliata al suo volere. Perché? Fiamma amava Luca di una passione e di un amore ingestibili.

Luca per via della “bianca” aveva attimi di esaltazione e precipitosi countdown nel baratro, a letto quando prendeva la “bianca” Luca era un treno, la portò ad avere quattro orgasmi consecutivi il giorno del suo compleanno, Luca era la sua “bianca” e sì sa le droghe fanno male, ma ti fanno vedere il paradiso. Luca diventava il suo carnefice, il suo angelo, colui che le dava piacere e dolore insieme. In quel albergo alle terme, fu dolcissimo. Carezze lente e pigre si adagiavano sui fianchi di Fiamma, dita desiderose di affondare nel suo ventre, Fiamma che vibrava ad ogni suo tocco e poi la lingua, lì, con la lingua Luca era il non plus ultra, la faceva venire sempre così, prima con la lingua, con le labbra, con i baci, con i denti affondati sofficemente nella sua fica gonfia e rosa, piena di voglia di lui, piena di amore per lui.

Era un periodo buono per Luca, ero felice, stava cambiando era più calmo, tranquillo in pace con se stesso. La madre lo tormentava di meno, al negozio avevo venduto un Giò Pomodoro ad un mercante francese e aveva appena acquistato una centrifuga. Luca era un bambino piccolo, sentiva sempre il bisogno di avere feedback positivi su tutto ciò che faceva, doveva essere continuamente incoraggiato, Fiamma era sempre lì a riscaldarlo, anche se faceva cilecca, non faceva niente, Fiamma accettava anche questo, accettava un amore che dava il top, quando era malsano e contaminato. Luca nel periodo “buono” viveva in una bolla, come se facesse il morto a galla in un mare d’olio, Fiamma l’orgogliosa, Fiamma l’ambiziosa, Fiamma la femminista, Fiamma la tosta colava a picco in questo acquitrino. Accettava in silenzio, per amore , per le sensazioni che le faceva provare, per gli orgasmi che nessun uomo gli aveva mai donato, per quegli occhi, Fiamma voleva donargli i suoi di occhi, voleva annientarsi in lui in un lento e inesorabile declino, ma quella giornata alle terme Fiamma scoprì due lineette su quel oggetto e di colpo il vento cambiò.

 

Mi piace arrivare alla conclusione, ai fatti, al clou del discorso, al nocciolo della questione; perché è vero, le parole fanno tanti giri, ma alla fine, bisogna sempre metterci un punto. Il pretesto? Uno di quei tanti labirinti mentali che iniziavo e non portavo mai a termine, quando nel silenzio totale della sera, mi metto davanti allo specchio e parlo da sola. Inizio con una serie di domande a raffica: che fine ha fatto il femminismo? Che fine hanno fatto quelle streghe che in tante erano tornate alla ribalta! Che fine hanno fatto quei cortei, quelle lotte, quei sabba? E il cameratismo tra donne, la complicità? Adesso io, Fiamma, vedevo solo donne che soccombevano ai loro uomini: nel fisico, nella psiche e nel sesso. Ha ancora senso parlare di emancipazione, indipendenza e femminismo?

O sono parole distratte che ci fanno sentire più cool davanti un Aperol Spritz? I rapporti di coppia sono migliorati o peggiorati? Perché stiamo soccombendo al sesso forte? Perché ogni giorno continuano a morire donne, vittime consenzienti, di un qualche meccanismo che piano piano le sta torchiando, schiacciandole. E Il sesso? Deve ritornare alla sua dimensione più pura e più genuina? O è solo lo specchietto delle allodole di relazioni tossiche. Basta con il sesso fatto a metà e non vissuto a 360°! Basta col compiacere gli uomini, perché siete terrorizzate dal rimanere sole. Basta con l’ipocrisia diffusa, con le apparenze, col mantenere gli equilibri, col fingere…e tutto per elemosinare un po’ di attenzione. Ah specchio. Specchio.

 

Lo specchio del bagno si appannò dell’aria calda e umida della doccia, e un pensiero desolante le invase il cervello: anche il sesso era diventato una moda, un trend, una tendenza, il contentino di una vita monotona e accidiosa. Tutto ciò era molto triste, quasi come la morte, ma senza una liberazione.

Protezione, sicurezza e bisogno di sentirsi desiderate chiedete questo? Allora? Se lo lascio che fine faccio? Chi mi mantiene? No, e i figli? Eccolo, il succo del racconto è proprio questo: il dare e il ricevere. Cerco di seguire il filo logico organizzato nell’intro: i soldi. Avete venduto l’anima al diavolo, avete perduto la capacità di rigenerarvi, di voltare pagina. Avete perduto quella indipendenza, prima di tutto da noi stesse. Ci sentiamo sole, sperdute, cerchiamo una bussola, un approdo, un giaciglio per la nostra fragilità. Io parlo di carattere, cazzo! Di carisma. Le donne devono riprendere in mano lo scettro, non nascondersi dietro…lo scettro! Perdonate il nonsense! Fiamma si rivolse alla piccola platea di intellettualoidi part-time, che vedeva riflessi nello specchio del bagno.

 

Cosa abbiamo venduto e cosa abbiamo acquistato? Statistiche, femminicidi, morte. Perché? Avere il dono della sintesi. Credo che l’amore, sia confuso con la possessione, con gli interessi, con i soldi, e ancora con gli interessi. Perché pensò che la parola femminicidi abbia una certa attinenza con la parola pesticidi? Forse siamo insetti? ?Ci hanno declassato a stato di larve? Bozzoli di farfalle mai nate? Quante parole a quello specchio appannato, quanti discorsi da oratrice ad un pubblico assente.

 

A Fiamma non le erano mai piaciuti gli uomini che si fermavano “alla prima”. Prima di mettersi in gioco, quelli che tornavano sui propri passi, quelli che non rischiavano le palle! Quelli che si fermavano alle apparenze, tanto per dire una frase fatta! A Fiamma le piaceva sempre dire, che se mai fosse stata un uomo, sarebbe stato tra i più romantici, gentili, oltre che amante formidabile e attento. Ma Fiamma ragionava così perché era una donna, e quindi non valevano queste congetture astruse. Per intenderci, Fiamma,  non andava alla ricerca del principe azzurro delle fiabe, ma voleva un uomo che non avesse paura a perdere la faccia, stop quindi con rapporti edipici e gare intellettuali del cavolo! Bisognava tirare le somme, fare due conti, stendere una linea insomma!

 

Vago per casa a piedi nudi, ho i capelli bagnati, Sexy Sadie alla radio e ancora Luca al telefono, ancora lui:  il suo fallimento di donna e di femmina.  Era stanca, stanca delle sue violenze, stanca dei suoi baci inesistenti, stanca, perché era una mendicante del suo cazzo in fin dei conti, stanca perché non sapeva dirgli di no, stanca perché con la coda tra le gambe ritornava sempre da lui, e lei lo perdonava sempre, come se l’universo maschile si esaurisse con lui, come se lei non avesse altra possibilità, altra via d’uscita.

 ©viviennelanuit

Beach House, Silver Soul, Teen Dream, Sub Pop, Bella Union, 2010

MELASSA

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Fiamma aveva la voce roca quella sera, la sua voce,  rotta dal pianto riecheggiava in quel grande salone tappezzato di quadri e paccottiglia art decò. Era inquieta Fiamma, con le mani non riusciva a stare ferma, mani nei capelli, mani sul suo viso rotondo e tempestato di lentiggini. Piangeva Fiamma, ma le lacrime non le uscivano, il dolore non le usciva e tutto questo era insopportabile, insostenibile.

Alla ventiquattresima telefonata a Piero, affondò sul divano, esausta, affranta, spossata.

“Perché non mi risponde? Perché ha staccato il telefono?”.

Va sotto casa sua ha deciso. Si infilò presto il cappotto in quella fredda giornata di marzo, raggiunse l’auto, guidò veloce, bussò al citofono come una forsennata, non era lei è la Mrs Hyde che la possedeva, Piero si precipitò per le scale, le urlò contro, le disse parole di ghiaccio, scese pure la fidanzata di Piero, una secca biondina con i denti storti…

“Sai cosa piace a questo pervertito?” Fiamma si alzò la gonna, si mise piegata sulle ginocchia…

“Ecco cosa gli piace”.

Piero la prese, la strattonò, le diede uno schiaffo; ora piange Fiamma, lacrime amare, lacrime di dolore, lacrime di disperazione. Entrò in macchina, chiuse forte la portiera, accelerò di colpo, scappò via veloce, per scomparire.

Perché le chiese di fare quella cosa? Perché le piacque così tanto? Si colpevolizzava, aveva esagerato, si era spinta oltre, oltre il muro, oltre il portone, oltre il dicibile. Si sentiva sporca. Avrebbe voluto prendere quella biondina secca e coi denti storti e vomitarle addosso tutto il marcio, tutto lo schifo, tutto ciò che quel porco che le aveva fatto. Non si sentiva una donnaccia, si sentiva come una donna maltrattata, usata, sporcata, e soprattutto era rimasta sola adesso, senza più il suo trastullo personale.

“Sappi che quando vengo, lo faccio nel culo, per me questo significa orgasmo!”.

Accettò, volle sottomettersi, assecondarlo senza chiedere spiegazioni, quasi elemosinando la sua voglia, la sua voglia di lei e del suo culo. Le scrisse una lettera, piena d’amore per lei , piena zeppa di normalità, quella normalità, che Fiamma sapeva benissimo essere fittizia. Menzogne. La verità, detta a lei stessa, a bassa voce, era che Piero era sessualmente deviato, sessualmente represso, sessualmente prigioniero. Prigioniero di un solo godimento, se solo Fiamma si azzardava a girarsi, a toccarsi, ad ansimare, a muoversi, il suo piacere si bloccava, diventava violento e inconsapevole delle sue azioni.

Piero cercava disperatamente “le grand O”, a volte lo trovava, a volte no, a volte stava lì per lì per afferrarlo ed altre volte gli sfuggiva. Piageva Piero, sempre, contro di lei , contro il suo seno, che addentava, quasi dandogli la colpa, la colpa delle sue frustrazioni. Con i suoi movimenti massaggiava  l’ interno di quella Fiamma, la luce di Fiamma gli faceva vedere solo le sue sue ombre, i suoi fantasmi. Fiamma gli avevo dato il mezzo per osservarli. La sua melassa la avvolgeva, una melassa che colava lentamente, e che la lasciava attaccata e incapace di ripulirsi.

“Piegati, dimmi cosa sei”.

In lacrime Fiamma, glielo urlava, e più urlava, e più lui godeva, si contorceva e veniva quasi subito. A volte rallentava quel momento, per lei stessa, per quella piccola fetta di femmina che ancora voleva essere, quella femmina che urlava il suo nome quando veniva, che urlava quell’orgasmo perverso e “rubato” con rimorso. Andava sempre lei a prenderselo. La prima volta che si baciarono, fu colta di sorpresa, si sentì invasa improvvisamente. Fiamma fu felice, felice perché le piaceva, felice perché così si sentiva appagata, felice perché così aveva la conferma che era bella. Quanto era stupida! Piero studiava per diventare infermiere, tutti trenta e lode, padre medico, madre insegnante, bilocale tutto per sé in centro. Un buon partito, un essere spregevole. Come aveva potuto Fiamma perdere la testa per uno così, per un deviato, un uomo che odiava le donne? Un uomo che quando godeva lo faceva solo in due modi. Sottomissione e potere, mortificazione ed esaltazione per lui, avvilimento e sensi di colpa per lei. Doveva vederla pisciare o doveva venirle nel culo. Eccoli i due modi, unici e soli di piacere per lui.

“Ti prenderai cura di me? Mi vuoi bene? Sono il tuo bambino?”.

Fiamma si chiedeva se mai ci fosse stato un nesso tra tutto ciò, un significato nascosto e rivelato solo a qualcuno, a qualche adepto della psiche di Piero. Fiamma, piangeva e non riusciva più a smettere, aveva una tossicità nel sangue talmente elevata, da infettarle la ragione, e imputridirle la mente. Come un corpo lasciato a macerare nell’acqua, dove il verde acido rispecchiava il suo declino di donna e di femmina. Donna e femmina riemerse e rigenerate grazie alle lacrime e all’accettazione di essere annegata in un acquitrino . Lacrime e acqua, umido e bagnato principi purificatori della sua espiazione.

viviennelanuit©
Francesca Woodman, I was inventing a language for people to see, 1981

UNA GIORNATA PARTICOLARE

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Diego la aspettava all’ingresso principale, lei sbagliò uscita e si ritrovò dall’altro lato dove passavano i pullman. Fiamma era emozionata, confusa, eccitata all’idea di incontrarlo, di rivederlo, di toccarlo, di annusarlo.

-Ma proprio dove stanno i rumeni, dovevi scendere?

Mentre gli farfugliava delle risposte, sentiva la sua voce che tremava, era quella di una quindicenne alle prese con il suo primo appuntamento. Non stava esagerando? Aveva ventitrè anni, lei trentacinque, era  carino, dolce, tenero, inaspettatamente eccitante, ma era anche responsabile e deciso, che ispirava sicurezza e una certa dose di caparbietà per la sua giovane età.

Fiamma sapeva solo che gli piaceva punto! Era una cosa che sapeva solo lei. Era sua. Gli apparteneva e non faceva nulla di male.

-Ora ti porto in giro per Roma, una Roma che nessuno vede mai
Via dei Cotronei, bar del Fico, caffè, Sant’Eustachio, Caravaggio, il Pantheon. Fiamma si aggrappò a lui, e sentì subito Roma negli occhi.

-Ma non mi avevi detto che era una Roma privata e introspettiva? Qua i turisti ci stanno scamazzando

Il loro ultimo incontro risaliva all’estate, conobbe Diego a casa di una amica trasferitasi da poco nella capitale. Una sera durante un apricena, si avvicinò lui: non troppo alto, capelli neri cortissimi, un po’ stempiato, occhi castani, naso pronunciato, carnagione chiara lentiggini, bocca carnosa, espressione seria, e scrutatrice, un fisico asciutto, forse un po’magro, maglietta stropicciata color malva, jeans e sneackers ai piedi. Diego era un tipico ventenne senza troppe pretese, orgoglioso e fiero di essere studente di filosofia alla Sapienza, fumava una sigaretta, lei se ne stava rollando una.

La sua ingenuità lo rendeva estremamente fragilie e vulnerabile. In altri tempi Fiamma avrebbe controribbattuto cinicamente a quella sua premessa, così dannatamente scontata e banale. In altri tempi, però! Adesso, Fiamma sentiva il bisogno di proteggerlo, di curarlo come una mamma. Dopotutto la stava rimorchiando un ventitreenne, le era andata di lusso e non poteva fare la stronza.

-Ma come hai fatto a indovinare il mio status? E’ così evidente che sono in modalità beatnik?“

-Beh ti sto osservando da una mezz’oretta, te ne vai in giro con questa aria stralunata, ti avvicini ai gelsomini e li annusi, fumi tabacco, hai tanti bracciali, collane, non hai in mano uno smartphone, ti stai annoiando forse? E scommetto che non sei iscritta a nessun social network”. Rispose con una voce stridula modificata dalla timidezza.

Fiamma doveva stare buona, tutte quelle cazzate, le stavano solleticando il sistema nervoso primario, erano troppo un terreno fertile per mandarlo a fanculo!

-Tu, invece lasciami indovinare sei uno studentello che vuole rimorchiare forse non me necessariamente, ma diciamo che getta l’amo e fa leva sulla sua cultura alternativa di riferimento per far cadere nella sua trappola le sue prede, mmm ci stai quasi riuscendo!  Manca solo che tiri dal cilindro il nome di una band indie rock che conoscono in tre e mi dici che hai visto Querelle de Brest e sono tutta tua.

Dopo due mesi ricordava ancora il suo profumo, aveva messo del tempo ad andar via dalla sua patata, il suo profumo, confuso con i gelsomini di quel giardino e di quella sera.

-Sei stata con un ventenne alla camporella”, rimurginava a lavoro, mangiucchiandosi l’ultimo pezzetto di unghia che le era rimasto.

In quell’occasione non fecero molto, si trattava comunque di un luogo all’aperto, anche se non si risparmiarono delle tenere effusioni orali en pleine air e lui fu molto paziente e dolce, e lei? Lei si lasciò andare fin troppo, gli anni in più remavano dalla sua parte e lei da questa avventura non poteva che prendersi il meglio del meglio. Ebbe un classico climax da cunnilingus, ma questa volta era diverso a Roma doveva dargli di più. Gli aveva promesso il culo. Ebbene si, nel senso letterale del termine. Fiamma non aveva mai praticato prima d’ora il sesso anale e la cosa le metteva un po’ di apprensione.

”Dai il culo ad un ventenne?” Ma ti rendi conto?”
“Ne ha ventitrè, Carola, e poi sono cazzi miei”

“Sì sì ok, ma perché lui e non il tuo ex marito? O gli altri ancora prima spiegami!”

“Perché non mi piacevano fino a questo punto, con lui sento di potermi spingere più in là, fino ad averlo dentro di me, in un’altra parte di me.”

La conversazione con la sua amica aveva contribuito ancora di più a dare la sua coscienza in pasto ai sensi di colpa, tutto questo prima ancora che il suo deretano fosse compromesso!

“Ho casa libera, così stiamo più comodi e raccolti”

“Per fortuna! L’altra volta sul prato mi sono sbucciata le ginocchia, mentre mi leccavi la patata lo sai?”

“E il tuo bellissimo culo, non dimenticarlo, mentre parlava le afferrò il mento: “Il buco del tuo culo sarà solo mio!”

Dolcemente gli tolse le mani dal viso, lo guardò fisso negli occhi, ardenti di desiderio, sentì un delizioso tormento al basso ventre, lasciò che le sue dita sfiorassero le sue labbra, cominciò a succhiargli un dito, lui la guardò estasiato, lentamente le sbottonò la camicetta, la aprì velocemente tirò fuori i suoi seni, li baciò avidamente, li prese a piene mani, strinse così forte i capezzoli, che fiamma ebbe un sussulto.

“Piano, con calma”

“Scusa, scusa ma non mi controllo, non riesco a credere che sei qui, devo fare il pieno di te, devo prenderti in tutti i modi che conosco,voglio stare dentro di te e non uscire più, posso?”Le succhiò i capezzoli con tale energia, che le fitte al basso ventre si intensificarono sempre di più.

“Sei parecchio sensibile” , annuisce compiaciuto e soddisfatto,

Mentre continuava ad insinuarsi tra i suoi seni, la sua mano scese giù su di lui fino a sbottonargli i pantaloni e a tirargli fuori il suo membro: duro, caldo, umidiccio, pronto. A Fiamma non le era mai piaciuto guardare il cazzo degli uomini, l’aveva sempre trovato troppo teatrale, vistoso, uno strumento di godimento scontato, facile da usare. Fiamma aveva sempre goduto, e non perché ci sapessero fare, o l’avessero lungo, ma solo perché lei conosceva a fondo la mappa dell’isola del suo tesoro! bastava dire: “Tocca qui, lecca qui, muoviti così su quel punto” e lei veniva, sempre.

Non nega che a volte sia stato un problema; qualche suo ex ha perfino insinuato che fosse una potenziale ninfomane solo perché godeva, per Fiamma era una cosa così facile, naturale, pura. Sì, si era sempre lasciata andare parecchio, e questa cosa non era andata a genio a qualcuno, forse per gelosia o forse perché credeva che le stesse sensazioni/ emozioni che provava con quel “lui di turno” potesse averle facilmente con un altro.  Agli uomini piaceva avere l’esclusiva. Che stupidi! Gli staccò il seno dalla bocca, lo fece sedere su una sedia, erano talmente presi da non accorgersi di stare ancora sull’uscio dell’ ingresso. Fiamma allora lo fece accomodare, gli abbassò i pantaloni fino alle caviglie, gli abbassò i boxer, senza parlare e senza mai distogliere lo sguardo dai suoi occhi. Gli disse in silenzio di contarli tutti, ad uno, ad uno i loro dodici anni di differenza, perché ogni anno rappresentava un avanzamento “di carriera” delle sue arti amatorie e lui adesso ne stava solo beneficiando!

-Cosa fai?

-Lo voglio nella mia bocca, voglio assaggiare il suo sapore, voglio gustarlo.

Diego ansima pesantemente, chiude gli occhi e volge lo sguardo al soffitto, Fiamma è tra le sue gambe, i suoi capelli sono aggrovigliati tra le sue dita, li tiene forte non la lascia andare, vuole lambirlo in modo diverso, ma lui glielo impedisce spingendoglielo fino in gola, senza lasciarle il tempo di respirare.

Fiamma lo lasciò fare.

-II suono di te che stai per affogarti, mi manda in visibilio”.

Ha un conato, le prese dolcemente il viso tra le mani e la baciò ansimando, ebbe un brivido lungo la schiena, fece cadere un pò della sua saliva sopra, se lo rimise in bocca, si aiutò con la mano, lo leccò, lui le afferrò nuovamente i capelli. Gli fece sentire delicatamente i denti, aveva un profumo intenso, da maschio ancora acerbo, pulito, incontaminato”, continuò ancora con la lingua, con i denti, con la mano, le tirò un pò i capelli e Fiamma assaporò il caldo liquido iridescente scenderle in gola.

Diego la portò in camera sua, Fiamma notò poster manga e hentai appesi alle pareti, alcune foto e soprattutto un piccolissimo letto con un gigantesco plaid, timido cenno alla sua fede giallo rossa!”

-Avvicinati e girati

Si stese sul letto, lasciando la testa penzoloni fuori, le accarezzò l’interno del ginocchio sinistro, le alzò la minigonna di jeans.Si sedette sulla sua faccia, la sua bocca lì, che leccava. Adorava quando gliela leccavano, riusciva a lasciarsi andare completamente e senza troppi fronzoli e inibizioni”. Diego continuò senza fermarsi, le sue gambe iniziarono già a tremare, era una sensazione meravigliosa avere,lì, un uomo alla sua mercé, non si trattava di un gioco di poteri, non si trattava di dominare, di prevaricare, era solo libidine, era gola, era desiderio, era vizio, era ardore. A queste poche parole, Fiamma gli dette la sua resa, e venne mantenendogli la testa. Era stordita, non riesciva ad aprire gli occhi, aveva la vista annebbiata, lui stava ancora lì, si spostò  mollemente verso l’interno coscia, la bacia dolcemente, le diede il tempo di riprendersi. Diego stette lì non si mosse, le disse queste cose roventi con i denti affondati nella sua patata, era una visione troppo spinta,  Fiamma si tolse velocemente.

A tavola non parlarno, erano troppo imbarazzati, e il rumore del cibo nelle loro bocche era assordante, misero tutto in ordine, Diego la  fissò arrabbiato, cupo, plastificato, non poté fare a meno di metterla a disagio, Fiamma era intenta a mettere i piatti in lavastoviglie, lui la afferrò per i fianchi, la fece piegare sul piano della cucina, le alzò la gonna, era lì, nuda, esposta con solo la camicetta che le copriva di poco il sedere. Le gambe di lei tremarono, come se stesse perdendo l’equilibrio, la baciò voracemente, quasi prendendola a morsi. Fiamma sentì un rigolo della sua saliva sulla sua guancia, con i denti morse la sua spalla, lei lanciò un urlo. Si stava avvicinando lo sentiva, le tirò i capezzoli, ma non la stava toccando, Fiamma stava semplicemente godendo, senza sapere come, perché gli piaceva, gli piaceva da morire e sentì qualcosa di caldo scendere dalle sue cosce.

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Immagine: David Hemmings and Vanessa Redgrave, Blow-Up, Michelangelo Antonioni, GB, Italia, Stati Uniti 1966.