HO DETTO CHE STIAMO AFFONDANDO MA LUI RIDE E MI DICE CHE VA BENE

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I profumi della cucina penetravano in quella casa fredda e deserta, i profumi si spargevano a macchia d’olio, come un secchio d’acqua rovesciato a terra o come un gas lacrimogeno. Mi mancava il sapore del pane caldo, della minestra coi ceci, del vino rosso sorseggiato insieme a te, mentre facevi finta di guardarmi, facevi finta di amarmi, facevi finta perfino di esserci, nella nostra casa a strapiombo sul mare. La nostra casa: è lei la nostra voyeur, è fatta di ciondoli, suppellettili, pentole, gingilli e libri, ha il parquet tirato a lucido, i tappeti con i pavoni e tante lampade colorate, i libri stanno pure nella salle de bain, sì, quella dove il cesso non ci sta.

La nostra casa ha tante mensole piene di storie, fotografie e libroni. Uno sulla Magnum, un altro sui Rolling Stones, la foto mia che cammino coi Naga Baba nudi, sta all’ingresso, incorniciata, quasi come un idolo, un feticcio, e poi quasi nascosto c’è l’oggetto del moto perpetuo, perché il tempo scorre sempre e dobbiamo sempre tenerlo a mente. I profumi ora, rendevano la casa calda e accogliente, gli odori della “preparazione” e gli “umori” dell’attesa, aumentavano la temperatura, goccioline di sudore mi cadevano nella scollatura, e il vestitino era attaccato ai miei capezzoli già turgidi. Adesso è estate e cucino un ricco cous cous vegetale, mentre tagliuzzo, impasto e bevo vino, ti sento respirare, non dici nulla, perché in realtà tu non esisti qui con me, non ci sei. Mi avevi regalato un ciondolo con uno scarabeo azzurro, mi avevi detto che portava fortuna. Perché? Ne avevo bisogno? Forse sì, dopotutto lì, in quella Tonnara malefica avevo bisogno di un po’di culo, adesso che non c’eri più.

In quel pomeriggio di pioggerella estiva, Fiamma avrebbe potuto scrivere tante cose. Avrebbe potuto scrivere di tutto, avrebbe parlato della Tonnara, di Luca, della sua lenta e molle vita, ma restò in silenzio a cucinare, restò in silenzio a pensare, non disse una parola. Fiamma voleva solo le sue mani, voleva solo il suo respiro su di lei, voleva solo sentire il suo battito aumentare, voleva solo lui, solo Luca.

Sapevo di voler ritornare alle origini, alla natura e a quell’erotismo bucolico che avevamo assaporato insieme, ma quando tornasti da Roma e mi prendesti sul prato del nostro giardino, era già tutto finito, io avevo ancora il grembiule della cucina e le pantofole, ma tu non resistevi, mi corresti incontro, mi stringesti le guance, avvicinandole per un bacio che non mi desti mai, mi mettesti una mano sulla fronte, con le dita che scivolarono subito sulla testa e tra i capelli, come una morsa, una tenaglia, un braccio meccanico che mi spinse giù, e che poi tirasti su, di fretta e furia, mi sentivo un burattino inerme, che elemosinava le movenze corrette, tu stavi su un altro pianeta, mi girasti quasi subito, mi adagiasti su quell’erba umida, ecco! Quel che restava di quella giornata “spesa” ad aspettarti alla finestra.

Voglio essere lucida, come lo specchio che ho di fronte, chiara come l’acqua che ti dono ogni volta, limpida come i pensieri del mattino, quando tu sei accanto a me. Ma non ci riesco, tu, adesso, sei solo frustrazione, assenza e solitudine. Scendo in paese a comprare delle focacce calde, lo sai, lo sai che il panettiere vuole portarmi a letto, ma te ne sei fregato, mi hai lasciato da sola, con il tuo profumo stampato sulla pelle, sola nel silenzio di quella casa e di quell’isola, governata dai tonni e dal pesto al basilico. Prendo la bicicletta, respiro il vento del mare, che tira dalla spiaggia della Bobba fino alle mie narici, è il tramonto. Mi sono detta che stiamo affondando, ma tu mi hai riso in faccia, mi sono detta che ci stiamo polverizzando, ma tu hai risposto dicendomi di quanto fossi teatrale, e che dovevo darci un taglio.

Mi sono appena fatta una doccia, sapevo di cipolla e curcuma e non volevo presentarmi a lui come una pietanza da cuocere o quasi! I miei shorts di jeans e la mia maglietta scollata volevano dirgli quanto fossi sexy, o per lo meno tentavano di comunicarglielo. Alla fine mi sentivo semplicemente sola e volevo un po’ di compagnia, poco importa se ai piedi avevo le Mephisto ed ero senza trucco, ma sotto sotto sapevo che non poteva resistermi, sapevo che avrebbe annusato i miei capelli lunghi fino al sedere, capelli neri, che avrei sciolto per lui, come in una danza rituale o come un siparietto improvvisato, sapevo che avrebbe gustato l’odore etereo dell’Eau de Rochas, sapevo che ci saremmo amati sul retro del negozio, mentre i clienti facevano la fila per taralli e panini caldi, sapevo che mi avresti chiesto di lui, del fatto che mi avesse lasciato da sola per l’ennesima volta, e che tu non lo avresti mai fatto, che mi avresti sposata con l’abito bianco, i confetti e le bomboniere, ma io adesso volevo solo che tu, panettiere isolano, facessi l’amore con me, perché mi conoscevi da quando avevo quindici anni, perché mi conoscevi nei miei periodi rosa e nei miei periodi neri, perché avevamo fatto il bagno a mezzanotte, perché mi avevi visto piangere e mi avevi abbracciata, perché da te volevo solo questo: protezione, amore, carezze, lingua, volevo solo che mi facessi venire velocemente, senza se e senza ma, senza un oggi e senza un domani, volevo venire respirando quell’aria famigliare, accogliente, volevo venire toccando i tuoi bicipiti caldi di forno e la tua pelle che profumava di farina doppio zero e lievito. Ti chiesi di venirmi dentro, perché ti eccitava quando te lo sussurravo all’orecchio, e sapevo che mi avresti sempre aspettata in quel retro bottega umido e rumoroso.

– Non ti sembra che sia un pensiero troppo audace forse? Frena Fiamma chi ti credi di essere, adesso riprendi la bici e vattene!

Era sera, lui le chiese di restare, ma lei preferì tornarsene alla Tonnara da sola, guardando solo la strada che era sempre davanti a lei, solo un po’ più buia.

Quando camminava su quel sentiero che dal paese portava alla Tonnara, Fiamma si sentiva rinata. Era un po’ in salita e, anche se la bicicletta si faceva sentire, lei non accusava il fiatone e tirava dritta, protetta dalla mano del vento che le accarezzava i capelli lunghi e neri e che la rassicurava alitandogli all’orecchio che andava tutto bene e che non doveva sentirsi in colpa e che non doveva avere rimorsi. Così, Fiamma tornava a casa, respirando a pieni polmoni il profumo del Limonio greco e delle Seseli di Padre Bocconi che, dalle Falesie di Capo Sandalo, il maestrale spingeva verso casa. Il mirto e il rosmarino tenevano per mano il vento, e così, insieme, in un abbraccio corale la proteggevano confondendosi con il profumo della sua pelle, che emanava ancora farina, lievito e pane, Fiamma sul viso aveva ancora stampato un sorriso a cinquantacinque denti!
– Eh già! Sarà stata colpa del panettiere e del suo “personalissimo” modo di impastare le tue carni! –
Esserino era dotato di una verve e di una perspicacia che la facevano rabbrividire a volte!

Quando tornava a casa canticchiava sempre Battiato, ora, sul perché le venisse in mente Battiato quando rientrava a casa non se l’era mai riuscito a spiegare! Sarà stata la Prospettiva Nevsij della strada forse!

– Ma se era una via sterrata? – Fiamma comunque era capace di cantarsi “la voce del padrone!” Tutto d’un fiato!

Passò davanti la casa dei vicini detta anche “la gattara” per via delle statuine di gatti sornioni e biricchini che la sovrastavano, salutò il solito “gattone” che era appollaiato alla finestra tipo Buddha. I proprietari erano due ex freakettoni, ormai architetti pensionati, avevano lavorato con Arata Isozaki, e del Giappone avevano ereditato il rito del tè e il ricordo di centinaia di gatti dell’ isola di Aoshima, un ricordo che, ahimé però, li aveva trasformati in argilla, gesso e marmi colorati, non loro, i gatti! Anche se Fiamma nutriva seri dubbi sul fatto che appartenessero o meno a questo sistema solare! A volte la rifornivano di erba, forse era un tantino forte.

– Però, porca miseria quanto era buona! –

La coltivavano dentro un vaso di terracotta, era una piantina piccola piccola, ma si dava da fare, e anche lì c’era un bel gatto posto a fare la guardia! Dopo, ti sentivi in pace col mondo, e lei da lontano riusciva perfino a vedere il cinghiale bianco che le sorrideva, insieme ai gatti, alle pagode e alle lampade cinesi! – Forse hai fatto un po’ di confusione! –

Una sera cenarono insieme sotto il patìo di legno, al quale si accedeva seguendo le indicazioni di una serie di micini buffi e simpatici posti tutti in fila. Un gatto vestito da usciere apriva un portoncino di legno, stile “vecchia Baviera”, saranno stati pure architetti di grido, ma agli occhi di Fiamma sembravano due tizi che si facevano le gite col CRAL! In ogni modo si sentiva tanto Alice che faceva visita al Cappellaio Matto! Luci soffuse, una tavola imbandita, erano tutti scalzi, alcuni erano già “partiti”, lei invece aveva passato tutta la giornata a stirare e a fare pulizie, non aveva risposto ai messaggi del panettiere, e aveva allontanato più volte la minaccia di una sua possibile “irruzione” alla Tonnara. Si sentiva sola as usual, e aveva voglia di cantare a squarciagola canzoni di Battisti e Baglioni, era inquieta e frenetica, insomma stava “su di giri” di nuovo!

Carola l’ aveva telefonata, avrebbe preso l’aereo per Cagliari lunedì.
– Ma dico io in “culonia” devi passare le vacanze tu? Vienimi a prendere all’aeroporto mi raccomando! – La principessa-(le-sarebbe-piaciuto)-sul-pisello non poteva farsi certo un ora e undici minuti di macchina, eh no! Pensò, allontanando il telefono dall’orecchio e scimmiottandole una linguaccia. Quindi lunedì sarebbe venuta Carola, doveva solo sopravvivere al week-end, per questo accettò ben volentieri l’invito di Harold & Maude, ah pardon! Lei era più grande di dieci anni! Ok non badate, ho esagerato col riferimento! Dopotutto aveva solo sessantadue anni la sua vicina!

Per la serata aveva scelto, un vestito in pizzo di San Gallo che esaltava l’abbronzatura, e le cui “prese d’aria” lasciavano intuire che non indossava né reggiseno e né mutande!
– Troietta all’arrembàggio! Cosa direbbe Luca, ma cazzo te lo sei mai chiesto? –
– Se avesse detto qualcosa non sarei così Esserino! Quindi sloggia che non ho tempo! –
Glielo disse mentre si spruzzava la sua Eau de Rochas! Ecco fatto, giusto in tempo per un po’ di smalto rouge sulle unghie e per allacciarsi la fibbietta dei suoi sandali Albano. Lasciò i capelli sciolti, aveva ancora bisogno della mano protettiva del vento che glieli accarezzava, e mise un filo di rossetto anch’esso red. Sapeva di vaniglia forse per via della crostata che fece il pomeriggio! Seguendo i gatti, entrò in un mondo parallelo dalle normali convinzioni comuni approvate!
– Eh Fiamma con due ex-hippie cosa volevi aspettarti i tortellini della domenica?-
– Ciao “diapason” come stai? Hai seguito gattaccio setaccio eh? Lui fa la guardia! Ma sa che sei un’amica cara! E ti ha lasciato passare senza miagolare!
Le si avvicinò Maude che buttandosi addosso le porse subito una canna di benvenuta.

– E chi si tira indietro nonnetta!- Pensò!

Aspirò quasi d’un colpo, mentre nell’altra mano le mise un bicchiere di Passito.

– Chi ben comincia…! –

Esserino era agguerritissimo quella sera, cominciò le sue ramanzine sulla strada verso casa, e le lanciava frecciatine velenose, parlandole a girotondo!
Dopo “na botta di droga e rock’n’roll”, era ancora lucida, tanto da intavolare una conversazione sul M5S! Disse a tutta la platea, alzando il bicchierozzo, che avrebbe voluto tessere una piacevole liaçon con Di Battista e Roberto Fico insieme!
Al quarto Passito di Fiamma erano tutti presi a parlare di Chagall e del perché nei sui quadri ci fosse sempre una capra, il più audace annuì che fosse una metafora della pecorina!
– Eh no per quella serve una pecora non una capra! Studiatevi gli ovini!-
Fiamma rise a crepapelle e cercò tra la folla del giardino chi fece questa battuta! anche se la voce le sembrava familiare.
Era Roberto, aveva preso la nave per Olbia e si era fatto tutta la Sardegna per arrivare su quell’isoletta dei tonni per vederla! Fiamma gli si aggrappò al collo, lui l’abbracciò respirando forte il suo profumo di griffe francese, di vaniglia e farina!

– Perché hai preso la nave? –
– Sai che io e la macchina siamo tutt’uno! –
– Sono contenta di vederti, Robi, mi sei mancato!-
– Hai fatto la brava?-
Fiamma sorrise maliziosa e imbarazzata.
– Con Luca come va? –
– Va, come una barca alla deriva che sta per schiantarsi sugli scogli! Ma come li conosci Harold & Maude? –
– Curai la grafica di vari bollettini di architettura e un loro testo di Architettura Radicale, gli diedi un paio di dritte di social media marketing! Robetta da yuppies resuscitati! –
– Ma perché non mi hai chiamato? –
– Lo sai che mi piace l’effetto sorpresa! –

Non fece in tempo a mettere le chiavi nella serratura che Robi cominciò a baciarle il collo, a prenderle i seni a pieni mani, a torturarle i capezzoli, che spuntavano dalla maglia in pizzo di San Gallo. Col bacino non stava fermo, la spingeva prendendole i fianchi, tirando quei lunghi capelli neri, che il vento adesso aveva ceduto a lui.
– Non posso, Robi –
Glielo disse con una voce bassa e suadente sopraffatta dal desiderio e dall’ardore, respirando il suo profumo Roma Uomo, come se la colpa fosse del mandarino, dell’alloro, del muschio di quercia, del legno di cedro e del patchouli. Era colpa loro se ogni volta cedeva a Robi, alle sue mani e a tutto il resto. Anche lui era un vecchio amico, erano stati insieme a venti anni, beh, in una situazione un po’ particolare. Dove gli ingredienti erano: Luca, Robi, Fiamma, un Capodanno, una veranda e un lettone degli anni Cinquanta! Tutti e tre insieme per sessanta fantastici rintocchi, ma questa è un’altra storia! Fiamma finalmente riuscì ad aprire la porta, gettò la borsetta a terra, non riusciva a tenere le gambe chiuse. Andò in cucina a prepararsi una tisana, o meglio Esserino la costrinse letteralmente a isolarsi un secondo, non fece in tempo a mettere l’acqua sul fuoco che Robi le alzò il vestito, le abbassò le mutandine, la fece sedere sulla sedia a dondolo della veranda.
– Sei una droga Fiamma, andresti bandita, io cerco di disintossicarmi, ma nada! –
Robi affondò la testa tra le cosce di Fiamma, leccandogliela, dissetandosi del suo succo, la sedia li cullava e andava avanti e indietro dolcemente.
– Robi lo voglio! –
Insieme salirono in camera da letto, Fiamma lo condusse in quella degli ospiti però, volle assaggiare subito il suo sapore, prima che si seccasse, lo sfiorava con le mani, gli succhiava il pomo di Adamo, si spingeva contro di lui, si sedette sul letto, gli abbassò i pantaloni e se lo mise in bocca, come un dono, il suo dono, il suo regalo, il suo passatempo, la sua pienezza alle frustrazioni, la sua risposta. – Sì, ma a quali domande? – Fiamma era vittima del desiderio, incontrollabile e ingestibile. I maligni diranno una ninfomane.

– Ancora con questo termine coniato da D’Annunzio? Dovrebbe essere messo al bando come l’isteria! Povera Fiamma? –
Robi la fece alzare immediatamente, la girò, la mise a pecora sul letto, la penetrò piano, con tre colpi lenti e profondi per poi aumentare: il ritmo, la coordinazione e la completezza.

– Non te ne andare Robi –
-Voglio vivere per sempre dentro di te Fiamma –

Fiamma, riuscì ad avere i suoi due orgasmi e il suo solito pianto post coito, ma se ne andò in punta di piedi in bagno, senza farsi vedere, e, a cavalcioni sul bidet, e con una mano poggiata al muro si chiamò puttana.

DOGMA#32

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A maggio il profumo delle rose è intenso. Fiamma sentiva sulla sua pelle ambrata la trasformazione di quella leggera brezza, che da fresca, si faceva sempre più tiepida e calda. A maggio ripensandoci erano nati tutti i suoi “amichetti”, tutti nati sotto il segno del Toro, e credetemi, ogni riferimento è puramente casuale. Maggio n° 5 è l’anticamera dell’estate e delle fantasie che la infiocchettavano, le sembrava di andare a letto con questo mese e mettersi sulla pelle solo cinque gocce della sua migliore rugiada. La sua stanzetta profumava ancora di vetiver e sandalo e piano piano stava abbandonando quella insolita abitudine di accendere candele, e vestirsi da Guru del cavolo. Preferiva starsene chiusa lì dentro ad ascoltare i Rolling Stones o i Cocteau Twins, questa pratica, infatti, le aveva salvato la vita in più di un’occasione.Quella mattina, però, si era svegliata tutta sudata e con una strana oppressione in petto: aveva bisogno di aiuto. Aveva sognato, infatti, i suoi professori messi in cerchio che le dicevano: i problemi sono i tuoi e devi risolverli da sola, aveva sognato i suoi genitori che scuotevano la testa in segno di disapprovazione: l’hai combinata grossa, Fiamma e stavolta davvero non possiamo aiutarti, sognò perfino il cane che alzava la zampetta e le pisciava sulla gamba,  e, cosa più brutta di tutte, Fiamma urlava e nessuno riusciva a sentirla. Cercava di comunicare, ma niente, nessuna risposta, nessun cenno, il silenzio,  le sembrava di essere stata catapultata in uno di quei film di Lars Von Trier o di Cronenberg, dove, ad un certo punto nel bel mezzo di un labirinto, ti cuci le labbra con ago e spago, o peggio ancora ti trasformi in una mosca, tutta pelosa e con un siero che fuoriesce da chissà dove. Fiamma aveva un pessimo rapporto con i sensi di colpa, per lei, semplicemente non esistevano, ma loro, come dire, “so de coccio!” e a volte entravano a gamba tesa, perfino nei suoi sogni. Ah Tony, detto“il nazareno”, quanto dovrai ancora tormentarmi?
Certo è che il nomignolo era proprio in pieno “goodfellas style”, ma echi da “Nino Rota” a parte, il soprannome le venne in mente, quando lo vide per la prima volta; il signorino aveva una barba lunga, sandali ai piedi e una camicia sahariana aperta sul collo con tante e tante collanine, “coup de foudre?”
Tony era stato un suo “amichetto” si erano conosciuti fuori scuola l’ultimo anno, e lui subito “attaccò bottone!”
– Carola, stasera su Raitre danno “Cera una volta in America”, ce lo vediamo insieme? –
– Ah ti piace questo film? Ma non sei un po’ piccola per vederlo? –
Fiamma, era in modalità dolce-ingenua-che-vuole-incoraggiare-gli-uomini!
– Beh, è un po’ forte, però credo ne valga la pena non trovi? –
– Ti piace, De Niro? –
– Abbastanza, anche se per esempio, ne “Il Cacciatore” mi è piaciuto di più Christopher Walken –
– Ah ma lui ha vinto l’Oscar per quel ruolo! –
– Ah sì? Non lo sapevo! –
Ochetta-che-cade-dalle-nuvole-in-azione!
Iniziarono la loro relazione al McDonald, davanti un mega cheeseburger, innaffiato di patatine e cominciarono di rito tutti i pomeriggi insieme, le passeggiate mano nella mano, gli amplessi furtivi a casa sua o da lei, e le vacanze al mare. Due vacanze al mare.
Qualcuno, un giorno le disse che in una relazione c’è sempre quello più preso, quello che sta più avanti, quello che dà di più e quello che dà di meno, quello lento e quello veloce, quello che corre e quello che va piano. Fiamma non aveva mai capito quelle dinamiche, perché lei correva veloce verso la passione, passione che avvertiva nascere in modo compulsivo, violento, forte, deciso. La passione non l’ha mai tradita, come il suo istinto e questi ragionamenti rallentavano la passione, la tenevano alla larga, erano un repellente antisesso.
Per carità, la vita è fatta anche di queste cose: scegliere il corredo, i mobili, la cerimonia, ma a Fiamma queste cose non interessavano, vedeva tutto lontano, vedeva la sua intera esistenza dentro un caleidoscopio, ma era sempre lei a muoverlo e comporlo. Un sabato sera, rimasero a casa, Tony le preparò il riso al curry, misero su un vecchio film degli anni Settanta chiamato Fragole e Sangue, Fiamma già l’aveva visto, ma preferì non dirglielo
– Stiamo insieme da un po’

Le sue dita intrecciavano i suoi capelli neri, quella sera Fiamma era su di giri e dopo il film aveva alzato un po’ il gomito, sarà stato il vinello rosso, ma si sentiva strana, e lui aveva voglia di parlare della vita a due e delle promesse e dei quadretti del futuro.
– L’importante è stare vicini Tony, io sono qui lo sai.
– Io vorrei di più da te
– Di più? Perché non ti dò abbastanza? Quanto vuoi, 1 kg di tette? Ti bastano?
– Cosa c’è le vendi a peso ribassato? Mi sa che sono un tantino di più
Tra risatine, doppi sensi e adrenalina, Tony parti in quarta, e catapultò una domanda che sapeva di ghiaccio bollente
– E cosa vorresti?
– Io ti voglio sposare, Fiamma
– Siamo giovani Tony
Lui la abbracciò fortissimo, la tenne stretta, come se volasse via da un momento all’altro. Non sapeva neanche lui cosa stesse dicendo, e una ventata di gelo e imbarazzò calò su di loro. Furono distratti solo dal rumore della videocassetta che si riavvolgeva.
– Vuoi due pistacchi? –
In cucina Fiamma, aprì il frigorifero e mise la testa dentro.
– Era serio, porca misera! Perfino io me ne sono accorto
– Ognuno anticipa i tempi, lui ha questa capacità, prendi i Pixies con Surfer Rosa, cavolo era un disco degli anni Ottanta, ma il sound apparteneva tutto alla decade successiva! Non trovi che questo sia profetico?
– Fiamma, hai ricominciato con i voli
– Ok, Esserino lasciami un po’in pace qui dentro va bene?
Ragazza-che-cerca-di-sdrammatizzare-chiedendo-cosa-hai-mangiato?-O-che-dice-ma-che-umidità all’attacco!
-Tony assaggia questi pistacchi sono bio, li ha portati Carola da Bronte! –
– Pensavo avessi messo la testa nel congelatore
– Ma no i pistacchi stavano nella credenza
– Basta Fiamma, atterra ti prego
– Ok, ok, alzo le mani
Fiamma sentiva l’impulso di gestire la situazione anche quando si sentiva bloccata, ecco perché poggiò solo una gamba sulla sua spalla, mentre si faceva leva sull’altra per andare incontro a Mr O Ad ogni spinta Fiamma doveva irrigidirsi altrimenti non riusciva a venire, doveva mantenersi adesso al suo collo, adesso al lenzuolo, adesso alla maniglia della porta chiusa a chiave della sua stanza, era come negarsi, concedersi al Sig. Desire, che la voleva tutta per lui e completamente per lui. Tony ora le baciò il seno, le morse il mento, adesso il suo respiro era accelerato, come il suoi battiti, e il suo corpo iniziava a pulsare come un diapason, come una eco vibrante, come un’onda lunga . Lui sapeva che doveva succhiarle i seni, prima uno e poi l’altro, questa era la ricetta segreta, e così Fiamma tremò, sillabando il suo nome a bassa voce.
Seppe che si sposò con C. un’amica casa-chiesa-e-scopate-clandestine, una santarella che sniffava coca a Capodanno. E pensare che Fiamma, si mise con Tony per dimostrargli che non fosse lesbica.
Ma lui le confessò, che gli sarebbe piaciuto il contrario.
A distanza di parecchio tempo, Fiamma si svegliò ancora con quella sensazione di “cose non dette”
del “forse le cose sarebbero andate in maniera diversa”, “dell’approdo sicuro” e “delle spalle coperte”, del focolare e delle feste comandate. Fatto sta che si svegliò ancora desiderosa di aiuto e nessuno continuava a muovere un dito. Mise allora Where Is My Mind, e le salì la nostalgia di persone incontrate e non riviste più, di treni persi e partenze fasulle, di speranze e nuovi propositi, perché ognuno aspetta la fortuna si sa, ma lei era ferma sul ciglio del bosco come se tutto dovesse ancora avere inizio, come se muovesse un caleidoscopio in bianco e nero stavolta.

viviennelanuit©

Immagine: Will Barnet, Atalanta from 27 Master Prints, 1979, USA.

LA PAROLA DI F.

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L’anno era il millenovecentonovantasei, il terzo delle superiori e  l’ultimo dell’innocenza, che era già stata perduta, forse, quasi, probabilmente, boh! Tranquilli non l’aveva ancora data, anche se, quotidianamente, (grazie anche a Miss Fiamma, suo amante formidabile) assecondava e portava al culmine quei brividi pruriginosi tra le cosce. Ancora tu Esserino ignobile e viscido? Sparisci dal mio orecchio destro. Fiamma visse l’anno che chiudeva il triennio delle superiori, raccogliendone frutti e cibi sacri, come la manna dal cielo.

I numeri, quanta magia possono contenere, quanti misteri possono celare. Fiamma, sentiva il bisogno di dire a tutti che aveva sedici anni, lo diceva con fierezza e gioia. Aveva sempre creduto di essere grande, matura, consapevole, caparbia e sicura. Viveva negli anni novanta, eppure si impregnava di patchouli e collanine, e andava in giro senza mutande, perché faceva molto anni settanta. Aveva già fatto impazzire i suoi genitori quando per un mese scappò di casa con Carola, e insieme seguirono un gruppetto di Hare Krishna, il mese in realtà era agosto e i suoi non se ne preoccuparono affatto, forse sbagliò, doveva rasarsi i capelli a zero, forse così l’avrebbero notata. Dicevo, che nel bene e nel male accettava i suoi sbagli, senza farne un dramma, gustava lentamente, come una tazzina calda di caffè tutte le novità, prendendosi anche i granelli amarognoli sul fondo, i progressi e gli sviluppi del suo corpo e della sua mente. Registrava tutti i cambiamenti sul libro mastro della sua identità di donna.

Era continuamente preda di uno stream of consciousness perenne, questo perché il prof. di inglese le disse che il suo modo di scrivere assomigliava alla prosa di Joyce, ma poi voleva anche essere come Virginia Woolf e come Topolino. Ogni dicembre cadeva il compleanno di Anna, una delle più grandi amiche di Fiamma, insieme a Carola, ovviamente, ed ogni anno accadeva sempre qualcosa di nuovo e inaspettato, poi era da protocollo che una sedicenne dovesse circondarsi di novità, esperienze, e conoscenze. L’adolescenza è una categoria classica e un contenitore di ritualità. C’è un numero poi, che non puoi evitare: il numero 1. Strano, perché in quegli anni ci si sente sempre a -1, -2, -3. Il primo bacio, la prima volta, la prima cotta, la prima delusione. Quanti numeri primi si susseguiranno; riflettendoci la nostra intera esistenza è composta da numeri primi, in successione: a una cifra, a due cifre, a tre cifre, a quattro cifre. Lui era F. e aveva ventitré anni (altro numero primo) andava di moda la Techno, non che a Fiamma le dispiacesse, anzi una scarica di adrenalina a volte era necessaria, ma la accantonò quasi subito, non poteva, andare in giro con fiori tra i capelli e spararsi diecimila decibel nelle orecchie, e forse anche qualcosa altro. Ma il ragazzino era fanatico, e lei per accalappiarselo finse che le piaceva questo genere. Le si avvicinò alla festa di Anna, con un CD di Carl Craig: Landcruising, e siccome Fiamma era sempre aperta a nuove contaminazioni, si lasciò contaminare dalla Detroit Tecno.

– Ti dirò preferisco più il dirottamento Trance, o per lo meno per essere ascoltabile deve avere una qualche melodia o ritmo

– La musica Techno non è ascoltabile, lo sai che sei proprio carina? Hai un viso particolare, non sembri italiana

– Perché se ti dicessi che provenissi, che ne so, dall’ Andhra Pradesh sarei più fica?

– Le indiane hanno una bellezza estrema, da estremo Oriente

Fiamma aveva fatto finta di non prestare attenzione, all’ultima battuta, uffa voleva tornare ai suoi gattini, ai suoi fiori e alla sua aria da poetessa maledetta

– Che scuola fai?

– Il liceo linguistico! Ma volevo iscrivermi al liceo artistico

– Ma infatti, tipa come sei, ti vedevo più all’artistico

– Sì, che peccato che non mi sia iscritta, dopotutto, siamo sempre catturati dall’Arte, abbiamo sempre un disperato bisogno di esprimerci, di liberarci, L’art pour l’art, Théophile Gautier aveva ragione

F. mi guardava perplesso, forse avevo sbagliato qualcosa, perché mi guardava come se fossi Yoda! Meglio che ascoltavo Esserino e stavo zitta!

– Sei nervosa?

Dovevo rimettermi il kajal, si era tutto sbavato, Anna mi seguì, nonostante la festa fosse stata preceduta da una tre ore (altro numeretto primo) di preparazione e agghindamenti vari.Fiamma si sentiva un simpatico servizio igienico  provvisto di piedi che se ne andava in giro per tutta la casa.

– Che ti ha detto?

– Ma niente, devo dire a Carola che dobbiamo ripetere gli accordi di My sweet lord

-Fiamma, che ti ha detto?

– Che gli piace la musica Techno, io per un po’ gli ho retto il moccolo, poi basta, lo sai devo accendere qualche candela a quest’ora

F. si affacciò sull’uscio del bagno con l’espressione di chi la sa lungae anche per dire: quanto tempo dovrò aspettare per un bacio? See magari! Quello aveva stampato a caratteri cubitali sulla fronte: voglio un pompino e francamente desideravo con tutta me stessa che anche lui leggesse sulla mia fronte, col-cazzo-che-te-lo-faccio-alla-prima-sera-senza-che-me-l’hai-leccata-facendomi-venire. Detto questo ritornai in pista come se mi fossi fatta due Red Bull, F. adesso era più agguerrito e caparbio.

– Non ti lascio in pace

– Eh cosa posso dirti, facciamoci un po’ di compagnia, andiamo fuori al balcone? Porta un piattino di rustici e una Coca con ghiaccio e limone

– F. era spiazzato, adesso era lui quello intimidito, e il mio termometro cattura-imbarazzi.degli-uomini era caldissimo, sapevo come metterlo a disagio, mi piaceva mettere a disagio gli uomini. Era una cosa così facile, però poi mi facevano pena

F. ci provò la prima volta a baciarmi, ma si tirò indietro, aspettava il momento opportuno, il secondo magico.

Il bacio fu lunghissimo, prima di lui ci respirammo entrambi, la sua pelle di barba appena fatta mi piaceva da morire, ma sentivo che stava crescendo, perché un po’ pungeva. La barba eh? Che cosa avete capito! Mi piaceva il suo collo, toccavo le sue spalle, era alto 1,87 e mi ci arrampicavo,  sopra a quell’impalcatura di corpo di uomo. Mi prese in braccio, e mi appoggiò sul davanzale della finestra del bagno che dava sul balcone, in quell’angolino non c’era nessuno, ma se ci avessero visti sarebbe stato ancora più adrenalinico, ed io gli sussurrai nell’orecchio qualcosa. F. senza esitare, mi alzò la minigonna di jeans, mi cadde uno stivaletto a terra, fece un rumore incredibile, o forse ero soltanto sovrappensiero. F. mantenne la parola e la lasciò fare, la lasciò muoversi sulle sue due dita, (ultimo numero primo della storiella), due dita che andavano contro le pareti interne della sua intimità e la lasciò danzare tra umori e liquidi, mentre con le mani si manteneva su quel freddo davanzale e si spingeva avanti verso di lui. Le gambe tese, erano piegate e si facevano forza contro di lui e  F. la accompagnava per mano al suo piacere, in silenzio, come un servitore fedele le offriva il suo aiuto, anticipando i suoi voleri e Fiamma si aggrappò al suo collo, perché altrimenti gli sarebbe caduta sul pisello, e a Fiamma non andava proprio di fare la principessa.

viviennelanuit©

 

 

 

 

LA MIA DROGA SI CHIAMA FIAMMA

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Lo so è da scribacchini improvvisati citare Hemingway attraverso Woody Allen, ma l’altra sera guardando Midnight in Paris, ho riflettuto sulle parole di Papa: la scrittura deve essere onesta, e vera, e coraggiosa e leale. Come quando hai davanti un cervo e devi spararlo con un colpo solo, il cervo non può difendersi, e allora non è leale bersagliarlo di colpi, non è giusto, non si fa. Ho parafrasato anche Cimino, e qualche volta mi sento anche io come una cacciatrice, ma chissà perché al femminile, la parola assumi connotati maliziosi, furbetti e volpini. Sai quanti racconti da cacciatrice potrei tirar fuori dal cilindro? E allora mi sono messa a scrivere, su questo foglio bianco, citandoli, riprendendo i loro passi e le loro riflessioni, alla disperata ricerca dell’estro. È in questo dedalo di viuzze e labirinti che di tanto in tanto cerco la mia ispirazione e comincio a scrivere, partendo da una frase, da un ricordo, perfino da un profumo, ma lasciamo perdere i profumi, sono ingannatori e portano sempre su sentieri sbagliati.

Cerco di tessere una tela, di comporre un puzzle, non so ancora dove mi stia portando questo filo, ma voglio seguirlo, e roba così. È stata una settimana pesante, scrittura vera e onesta. Annaspo sul divano blu, non riesco a trovare i suoi cuscini, la stanchezza è tanta che mi sembra di scalare una montagna, c’è poco ossigeno, mi sto solo stendendo, eppure non riesco a farlo. Un senso di inquietudine mi assale, con una mano mi allungo verso il cellulare: niente, neppure un messaggio, una faccina, un piccolo cenno del tipo: sai esisto.

Nessun dolore aveva provato Fiamma quel sabato sera. Il sabato è una giornata particolare, ti aspetti chissà che cosa, chissà quale evento e mutazione, invece te ne stai lì a prepararti, ad agghindarti, a farti bella, per poi non fare nulla; quando ti riaccompagna a casa ti senti ancora più sola, con la domenica che ti fiata sul collo e ti ricorda che hai solo una manciata di ore d’aria al mattino, prima di sprofondare in quegli insopportabili e fastidiosissimi pomeriggi domenicali, delle tavolate, delle partite e delle cinture allentate dei pantaloni. Giornate inutili. L’evasione? Luca era un po’ che non si faceva sentire. Due settimane erano troppe senza di lui, troppe. Si, l’aveva incontrato a piazza Bellini, ma avevano bevuto solo un caffé, lui era troppo indaffarato con il lavoro e poi era in compagnia della secca biondina e coi denti storti, che rideva in modo sincopato, ad ogni sua cazzata. Lui aveva bisogno di una donna così, di una cagnolina, piccola e tenera da accarezzare quando gli andava! Ma aveva bisogno anche di una gatta, indipendente e  schiva, che si faceva viva quando le andava. Fiamma stava dando di matto per l’ennesima volta, perché lui spariva, perché lei accettava le sue scopate clandestine, perché sembrava asettico ogni volta che gli rivelava una sua avventura. Aria del sabato sera.

Cerco di districare la matassa ogni volta che lo rivedo, come un rituale, come una Penelope al contrario, dove Ulisse è già a Itaca, e dove i Proci aspettano fuori la porta. Una Penelope perpetua.  Giochiamo alla roulette russa, ogni volta, ed ogni volta becco il colpo. A volte, credo di essere come la maggior parte delle donne: fragile, insicura, bisognosa di affetto, di complimenti, di attenzioni. A volte, mi viene voglia di togliermi la maschera della: tosta-che-non-ha-bisogno-degli-uomini. Di quella che sa tutto. Tutto di musica, tutto di narrativa, tutto ci cinema. La verità è che tento di nascondere il mio essere di cristallo, civettuola, sempliciotta, che va in panico se si vede brutta, che va in panico se non ha un orgasmo, che va in panico se Luca o Robi, o qualsiasi altro uomo X non la guarda con occhi da leone. Che noia. Mi chiedo se bisogna sempre dare il massimo? Non rivoltare la frittata al qualunquismo, Fiamma, hai detto che ti senti scontata a volte? E ammettilo.

Dicono che lo scorpione possa suicidarsi, e addirittura lo faccia per sbaglio. Il suo lungo pungiglione gli si inarca verso la schiena e muore, così, per errore, in silenzio, esce di scena, senza avere intenzione di morire. Sfoglio pigramente  l’oroscopo di qualche rivista patinata, chiassosa e colorata, sono dal parrucchiere e leggo, cercando ardentemente quale sia la chiave del successo nella vita, la pietra filosofale, la fonte dell’eterna giovinezza e l’Eldorado, e così via, tutto il repertorio. Mentre leggo, mi immagino come una cartomante, negromante, zingara, ma sì, anche un po’ fattucchiera. Sono alla continua ricerca di pozioni e di elisir d’amore. Sono una fan dell’avanscoperta di mondi paralleli, alternativi alla vita, migliori forse, ma sicuramente vergini, incontaminati e meritevoli di essere esplorati. Sfogliando quelle pagine volgari, goderecce e grottesche mi ritrovo catapultata in un orizzonte costellato di successi, di amori estivi e saturno contro, di quattrini racimolati per caso e colpi di fortuna. Ricordo del Millennium Bug, i più audaci asserivano di vedere la fine del mondo, di assistere al countdown della storia; non capitò nulla e posso dire che ci rimasi molto male. Ho sempre una certa sensibilità verso le evoluzioni, i cambiamenti, sono una studiosa attenta dei giri di boa,  inconsciamente sono come quello scorpione che senza neppure saperlo si dà la morte, senza volerlo, ecco, licenziamolo così, ma in realtà, lui, non lo fa apposta, lui, non vuole morire. Sono autodistruttiva a volte, quando mi sento “accerchiata” faccio harakiri e passo a miglior vita. Muoia Sansone con tutti i Filistei dico a me stessa. Non riesco ad essere ipocrita con lei, non con quella Fiamma di luce e calore che abita dentro di me, non posso, non voglio.

Non apprezzo le mezze paroline, le frasi dette a metà, i giri e i giretti. Sono chiara e trasparente, di una lealtà ironica, però, che sa trovare il punto debole di ogni suo interlocutore in meno di una manciata di minuti. Come la migliore delle veggenti riesco a prevedere cosa accadrà, come si comporterà, io guido, ed io gli tengo la mano, come una Circe o come una Didone, ma senza sensi di colpa, senza soccombergli, a prescindere, se poi finisco i miei giorni in modo pulp, punta per caso dal veleno del pungiglione, beh, vuol dire che sono stata sconfitta dal più acerrimo dei miei nemici: la sfiga. L’ultimo sabato sera con lui è stato tremendo, mi mancava l’aria, non per la sua compagnia, alla fine l’avevo chiamato io, faccio sempre tutto io, io lo cerco, ed io lo scopo, in un mea culpa costante, mi ritrovo ad assumermi tutte le responsabilità del nostro strampalato rapporto.

Il desiderio è sempre fortissimo tra noi, ma siamo due sconosciuti in fondo. Ripenso sempre a Ultimo tango a Parigi: due persone anonime, due perfetti sconosciuti, che si incontrano per caso in un appartamento e decidono di intrattenere una liaçon sessuale, così, senza neppure conoscere il proprio nome. Metti una pietra sopra, stop, chiudi la porta e getta la chiave a mare, insomma prendi una decisione. Sono di nuovo intrappolata, accerchiata, non riesco a darmi una risposta, il tempo mi aiuterà, deve aiutarci. Sono in preda ad un disturbo borderline della personalità, sono partita con uno scorpione e me ne ritorno a casa da sola. Amore che vieni e amore che vai, perduto in novembre o col vento d’estate. Voglio un cambiamento, eppure sto sempre qui, ho manie di grandezza parlando dell’onestà intellettuale, della lealtà, del mio essere franca, eppure mi comporto in modo fragile e insicuro. Sì, ho paura dell’abbandono, ma penso anche che semmai Luca dovesse comportarsi come Paul, sarei pronta a ballare ancora con lui, ma per l’ultima volta.

Camminavo verso casa, nel pomeriggio umido, infreddolita e stanca. Camminavo a passo svelto, non volevo beccare nessuno, non mi andava di parlare con nessuno. Avevo le labbra screpolate dal freddo, i capelli sconvolti dal vento e il trucco inesistente, volevo il mio divano blu, il mio bagnoschiuma al sandalo e le mie erbe. Le mie insicurezze mi afferravano per le braccia e mi tiravano indietro, ma io caparbiamente le strattonavo e tiravo dritta, per quel vialone immenso del tramonto, veloce, fino alla metro. Da un po’ era ritornato l’esserino, aveva montato una tendina, con tanto di frigo e zanzariera, lo stronzetto. Adesso lo vedevo da lontano seduto su una sdraio a bere Coca Cola ghiacciata, sorridermi e dirmi: “toh, guarda chi si rivede, la troietta incartapecorita mollata ancora da Luca. Adesso sostava in pianta stabile nel mio orecchio destro. Io non gli davo corda.

Non vedevo l’ora di sentire il clak della serratura, e gettare tutte le cianfrusaglie accumulate della giornata sul mobile in tek dell’ingresso. E invece ti vedo, come un fantasma, un riflesso in uno specchio, una proiezione di me. Te ne stavi a sfoderare quel tuo cinico sorriso, con l’ennesima biondina slavata e insipida, nell’insopportabile baretto dell’happy hour. Una lama mi trafigge. Come un flashback rivedo la nostra storia e tu sei accanto a me, e mi tieni la mano, oppure io e te siamo affacciati ad un finestra qualsiasi e guardiamo il nostro appartamento da lontano, riconoscendoci nella nostra routine. Conoscevo quello sguardo da lupo e da leone, da iena e da gattone.

Lo conoscevo fin troppo bene; era il tuo periodo rosa, stavi cavalcando l’onda giusta, insieme a quel bianco immacolato, avevo visto il rosso e il nero, avevo visto caderci a gocce, come lacrime, le mie lacrime. Ti vedevo dietro il vetro, come una mendicante, appiccicata ad una vetrina ricolma di dolci. La vetrina è quella di una pasticceria parigina, e i dolcetti sono confezionati con merletti e nastrini di perline. Ricordai di quando tu, eri confezionato per me, ricordai di quando io ti scartavo, velocemente, altrimenti mi passava la voglia, quando il sabato mattina mi passavi a prendere e iniziavamo in macchina, per finire il lunedì mattina.

Cosa iniziavamo e cosa finivamo? Sembrava una cosa facile, sembrava facile avere dei figli. Li facevano tutti: due, tre, io non ci riuscivo, mi sembrava una cosa lontana, distante da me, un pensiero straniante. Come se se fossi condannata a trascorrere il miei giorni da spettatrice, e nel frattempo le attrici delle pubblicità prèmaman, mi avevano raggiunto con l’età. Ed io che mi sentivo ancora piccola, ancora giovane, c’è tempo, mi ripetevo come una litania. Nascondo la testa sotto la sabbia e nego l’evidenza.

Finalmente raggiungo il portone, metto la chiave nella serratura, il mio istinto di sopravvivenza mi imponeva di reagire, avevo di nuovo il controllo su me stessa, mi sentivo disinvolta, sicura, e avevo sbattuto dentro il cazzo di sgabuzzino tutti i problemi. Volevo divertirmi, darmi, avevo bisogno di una dose, della mia dose di Robi, adesso. Finalmente a casa, corro in bagno, accendo qualche candela, apro il rubinetto della vasca, mi spoglio velocemente, getto tutto all’aria, mi immergo nell’acqua calda, ripenso a quel mio modo di reagire con te, a quel mio modo di risponderti pilotando il discorso sul banale e sul sempliciotto, facendo l’ochetta a volte, e pregandoti di risolvere qualche problema al mio pc. Poi litigavamo, scomparivi per qualche settimana, ma tu sapevi che senza un uomo la sottoscritta non ci sapeva stare. Basta pensare, Fiamma! E allora prendo il telefono, cerco Robi sulla rubrica, lo chiamo devo sentire la sua voce, non riesco a stare ferma, stringo le gambe. Non risponde. Mi sono rilassata, l’accappatoio caldo prolunga la sensazione di calore, mi preparo una tisana, non so perché ricorra a questo modo di fare New Age, forse perché devo essere originale anche quando mi preparo la matricaria chamomilla.

Mi slegò il laccio dell’accappatoio, mi cinse a sé, facendomi sentire le sue unghie sui fianchi, unghie che muoveva à flor da pele, su e giù. Sapeva come fare, bastava così poco per farmi andare su di giri. Le sue mani pian piano si facevano spazio sul mio corpo, ancora umido, ancora caldo. Strofinai le mie labbra sul suo collo ruvido di barba, profumato di Roma, di uomo, di sesso. Aspiro, piccoli bacetti risalgono ora verso il retro dell’orecchio, gli piace, lo sento già duro, duro per me, duro grazie a me, e che spinge verso di me. Con le mani gli accarezzo la nuca, lo tiro indietro afferrando qualche capello tra le mie dita, voglio la sua bocca, lo bacio, avidamente, sempre, come se non ci fosse un domani, sempre, come se quello fosse l’ultimo bacio.

Non so, ma questi pensieri apocalittici mi fanno sentire più sicura e più ricettiva al piacere, predisposta a lasciarmi andare. Robi, è avvinghiato, ora mi prende i seni, io non riesco a non muovere il bacino, che vuole le sue mani, la sua lingua e il suo cazzo. Sento la sua bocca piena di loro, succhia il capezzolo sinistro, quello più sensibile, lui lo sa, e mi eccita questa conoscenza, mi fa eccitare più dell’atto in sé, Robi conosceva la mappa, e riusciva sempre a trovare la X. Ma se mai ci fosse stato qualche intoppo, l’avrei guidato io. Non so come, mi ritrovo a terra, a gambe aperte e i piedi poggiati ai lati della porta della cucina, Robi mi prende le braccia, me le mantiene lunghe sopra la mia testa e mi guarda negli occhi, l’accappatoio aperto, io completamente nuda, riprende a succhiare il seno, quello destro adesso, voglio fargli anche io qualcosa, ma non riesco a muovermi, non faccio altro che alzare la testa, elemosinando la sua bocca.

 viviennelanuit©

John Wesley Tears?1993 Acrylic in colors, on Aquarelle Arches paper 

ORDINARY LIFE

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Il vuoto. Su questo divano di stoffa comprato a buon mercato e senza pretese, sembra di stare in una bolla, ma senza la trasparenza acquosa, senza profumo, senza sapone. Il sapone serve per detergersi, il profumo ad invadere le narici di benessere, l’acqua a purificare e la trasparenza dà al tutto il sapore della lealtà. Proviamo a trasformare queste immagini: io sul divano senza un domani, come quando cammini con gli occhi chiusi e ti assale il vuoto che un buco nero possa aprirsi e risucchiarti. Magari! Implicherebbe un cambiamento, un risvolto dark alla tua esistenza, e ti sentiresti perfino più cool, e invece no, non c’è più legge sul fiume, it is all over now baby blue.

Possiamo solo imputridire su quel divano, che è metafora del tempo e dello spazio, che si muovono lenti e che ti avvolgono, fino a stringerti fatalmente. È così ingiusto morire, dal momento che siamo nati. Ma qui non si parla di morte. Voglio parlare dei corridoi, che sono lunghi ed illuminati ad intermittenza, voglio parlare di quella luce, che quando è accesa, è quella di un neon, voglio parlare del pane quotidiano, voglio parlare delle colpe e di Lindsay Kemp, dei rimorsi, delle cose non fatte, dei dispiaceri, della vita a due, dell’amore?

L’amore. Provo amore per tutti, tutti i giorni in una forma poliamorista, di tendenza, e  menzognera. Sempre tu divano, una certezza per lo meno, i tuoi cuscini mi tirano fuori da questi ghirigori, che per lo più sono sempre a spirale. Spirali, bambole, case e geometria piana. Scarabocchi che hanno disegnato la mia infanzia. Divano, tu sì che sei reale. A volte penso di come gli oggetti sopravvivano a noi esseri umani. E vado indietro con i pensieri, al tuo essere alcova, al tuo essere il primo approdo di piaceri solitari, di coppia. Il divano è un Must Have della collezione amplessi, meglio se diurni, inaspettati e furtivi, rende meglio l’idea, o meglio l’idea di lui a cui mi piace pensare.

– Tutto sto volo pindarico, per andare a parare al racconto di una scopata? Mi stai dicendo che Il black hole, le Cirque Nouveau, e la sindrome maniaco-depressiva? Tutto sto giro, per narrare di quanti orgasmi hai avuto su quel divano cheap, Fiamma? Fiamma aveva ancora a che fare con quel esserino fatato, che con una vocina stridula e fastidiosa di tanto in tanto, faceva capolino al suo orecchio sinistro e che a volte si spostava all’orecchio destro.

Le mie ginocchia, sui tuoi cuscini, il ventre appoggiato al tuo schienale, Luca che con una mano mi apre le gambe, si mette sotto, mi lecca, mentre inarco la schiena. Sei tu a riempirmi, non lui, che non mi bacia mai sulla bocca, che bacia il mio culo e non le mie labbra. Quelle esposte al mondo. Sei tu il mio accompagnatore, che mi sussurri di concentrarmi e di godere. Tu, oggetto a buon mercato che mi sopravviverai. E tutto ciò è calmo e appagante.

Mille pensieri, parlo da sola, qualcosa mi distoglie, sono preoccupata, ma non voglio dare corda, non voglio assecondare o dare il permesso ai miei giri di invadermi, perché non ricordo bene cosa mi tormenti. Il panico, forse, il tempo che è passato molliccio su di te, il non rendersi conto che adesso i ventenni che guardavi come vecchi, ora, diciamo, sono tuoi coetanei, i colleghi che si accasano e fanno prole, che licenzi con: è ancora tutto così lontano. A me che ascolto ancora la musica con le cuffie, che canto a squarciagola. Domani staremo ancora insieme, io, te e i miei pensieri a specchio, perché l’estro non scatta a comando, e c’è ancora del tempo dopotutto, e tu mi sopravviverai. E si sa che alla fine del corridoio fumiamo sempre in due.

                                                             viviennelanuit©

Gaetano Previati, Fumatrici di oppio, acquerello su cartone, mm. 285×615, inv. 25937 Napoli, Museo- di San Martino

 

LA MACCHIA

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Nel sesso non esistono rapporti alla pari. Fiamma aveva un problema con i ragazzi belli, con gli uomini belli, con gli adoni, gli ammaliatori, con quelli che avevano un’aria attraente, gli avvenenti, i vetusti, i deliziosi, gli incantatori, i meravigliosi, quelli stupendi. Non conosceva spiegazione, ma riusciva a godere se lui non era bello, o meglio, se lui era collocato in quella zona franca della bellezza; in altri termini godeva, se lui non era niente di eccezionale! E lei, stava una spanna sopra di lui, maniaca del controllo del cazzo! Paolo era proprio così, un tipico uomo del mezzo, sfigato nella vita e nelle relazioni di coppia, era arrivato alla soglia dei trentanove anni vivendo da eterno quindicenne, frequentava lo stesso giro di amici, compresa la sottoscritta, da quando aveva dodici anni e si ciondolava tra Rolemaster, birrette ed heavy metal; vivendo la sua esistenza a partire dalle tre del pomeriggio e facendo bisbocce tutta la notte, anelando che tutta la settimana fosse un lungo interminabile week-end. Ecco, adesso posso respirare. Fiamma lo vedeva fragile, indifeso e timoroso di tutto, a cominciare dal confronto con gli altri, la ragione di tutto questo gli era oscura, anche se era facile ricollegarla al divorzio dei genitori e ad aver scopato tardi. Quanto a Fiamma, che dire, si era trasformata nella Wonder Woman dei poveri, nel Robin Hood in gonnella, rideva delle sue timidezze passate, si sentiva bella, intelligente, intrigante e sexy da morire: “na bomba!” Più avanzavano i suoi anni, più acquistava dei superpoteri contro ansie e paure. Fiamma si sentiva bene, e sentiva il bisogno di aiutarlo, di incoraggiarlo, di dirgli quale meraviglioso amante fosse stato con lei. Paolo era un friend with benefit di tutto rispetto, riusciva ad accenderla ogni qualvolta lei lo desiderasse senza troppe giustificazioni, o fronzoli, se a Fiamma capitava la giornata della solitudine, oppure gli ritornava il loop della vita di merda, lui c’era sempre! Le sue performance sessuali erano un piccante approdo per la fine delle sue solitudini. Fiamma ricordò la loro prima volta. Pomeriggio piovoso, noia infinita, autostima a meno uno e una versione di Tacito che gli salassava l’aorta, il calore della sua pelle, l’alito profumato di Mentos, i Blur di Country House alla radio.
– Hai voglia se facciamo qualcosa? Lo hai già fatto con qualcuno?
– Mi sono strusciata contro un peluche di Babbo Natale a casa dei nonni l’inverno scorso!
– Contro un peluche di Babbo Natale?
– Sì, con il getto della doccia, con le dita, e a cavalcioni sul bracciolo morbido del divano, e con il palmo della mano aperto massaggiando velocemente su e giù, mentre con l’altra mi tiro un capezzolo
– Ok, ti sei masturbata finora! Io intendevo dire con un uomo, lo hai mai fatto?
– Nella mia fantasia, aiutandomi con qualche filmatino
– Ti andrebbe di farlo?
– Solo se ti comporti come quel peluche di Babbo Natale
– Sì, signorina.
Paolo lo cacciò fuori dai jeans, Fiamma non aveva mai visto il sesso di un uomo (dal vivo) era scuro e la pelle sottilissima lasciava intravedere le vene, era orribile, si spaventò.
– Prendilo in mano e vai su e giù
Era durissimo, strano ma mentre lo osservava sentiva delle fitte piacevolissime
Fiamma capì subito come voleva essere toccato: la mano non doveva scoprire totalmente il glande, ma coprirlo e scoprirlo, lasciando il pollice, lì, un po’ in cima. Fiamma ebbe la sensazione di avere una memoria primordiale, era una cosa naturale, era la prima volta, eppure spontaneamente le veniva facile. Paolo la guardava con la bocca semiaperta e un’espressione oppiacea. Tutto questo durò una quindicina di minuti, finché Paolo si bloccò improvvisamente e dal suo cazzo, schizzò uno zampillo luminescente, che andò ad infrangersi sul suo torace scoperto e peloso.
– Sicura di non averlo fatto prima? E la trovata della saliva sulla mano come la sapevi?
– Porno! Le donne li guardano lo sai?
Fiamma lo adorava, dall’alto dei suoi diciotto anni, la faceva sentire libera, libera di parlare, libera di esprimere il suo impulso sessuale, che era fortissimo, libera di elencargli tutti i modi di autoerotismo che avesse sperimentato, senza essere derisa, senza essere presa alla leggera, senza giudizi.
Lui la ascoltava con rispetto e attenzione ecco perché il sesso con lui era stato amore a prima vista!
Lo eccitava la sua voglia di imparare. Fiamma voleva mettersi alla prova. Voleva rendersi conto fin dove poteva arrivare, sfidare a singolar tenzone ogni sua inibizione e tabù e fregarsene di quel motivetto che le canticchiava un esserino cattivello: “sei una troietta, sei una troietta…in effetti Fiamma sentiva le orecchie calde e le tempie che le battevano, qualche volta.
– Ora tocca a te
Paolo le si avvicinò lentamente, senza smettere di attorcigliare i suoi capezzoli sotto la maglietta, la guardava negli occhi, Fiamma non sapeva nulla sul fatto che la patata si bagnasse, sul formicolio al basso ventre, sulle contrazioni ripetute durante l’orgasmo, credeva fossero tutte cose naturali, non meccanismi e fasi precise del godimento! Prima di quel pomeriggio, Fiamma aveva provato solo orgasmi solitari, quale scaletta avrebbe dovuto adottare adesso? E l’immaginazione, come faceva? Cazzo doveva ricorrere all’immaginazione adesso, era impossibile per lei senza un porno! Quale schema doveva seguire, sedicianni e mezzo sono pochi per collegare amplesso da autoerotismo a orgasmo di coppia. Fiamma stai calma, respira, lasciati andare!
– Che stai dicendo, sssh non dire niente e lasciami fare
Fiamma sentiva la sua lingua invadergli prepotentemente la bocca, aveva già baciato qualcuno, ma per la prima volta, Fiamma sentì i denti e tutto ciò gli piaceva, gli piaceva il modo in cui li usava, mordicchiandole il labbro e il mento, ebbene si ebbe un sussulto mentre le mordeva il mento, nella mente di Fiamma prendeva forma un’immagine brutale e lussuriosa, la sua saliva calda sul suo collo era la melassa da mettere sulla preda, si sentiva realmente una pietanza che stava per essere divorata da un momento all’altro! Aveva una voglia matta di stringere le gambe e protrarre il bacino in avanti.
– Aspetta, stai buona
– Paolo ti desidero da morire
Con le dita le solleticava il pube incolto e non depilato sotto i jeans, Fiamma non riusciva a tenere ferme le gambe, con delicatezza le abbassò i pantaloni, rimase su solo con le mutande color verde acido e i calzini Reebook.
Senza facendole rendere conto la gira, la sua testa è più in basso del suo culo.
-Inarca leggermente la schiena
Fiamma sapeva come fare, lo avevo visto in un film porno dove lei veniva facendo fuoriuscire un liquido acquoso dalla cosina, sentiva le sue ginocchia instabili e pericolanti, non riusciva a tenersi era un misto di emozione, paura e lussuria, un mix che stava per farle scoppiare il cuore.
-Ti farà un po’ male, ma io sono qui e tu sei bellissima e non devi temere nulla ok?
Paolo con un movimento di bacino la lacerò.
E’ strano ma Fiamma non sentì nessun dolore, ma solo piacere. Si sentiva come una macchina lanciata a tutta velocità, che seguiva una precisa traiettoria. Lui era perfetto rallentava e accelerava, Fiamma ora era come se stesse da sola e si lasciava andare, mordeva la federa del letto e sbatteva la mano sul materasso. La prese per le cosce e le divaricò le gambe ancora di più, adesso il movimento era cambiato, le sue spinte partivano dal basso e salivano su
-Eccolo il tuo punto G! Ogni volta che tocco questa parte, la tua patata si avvolge ritmicamente al mio cazzo
Fiamma aveva una paura folle di venire, ma era troppo una sollecitazione continua e lei non ne potette più, il suo orgasmo lo spinse fuori, facendo fuoriuscire un’acqua iridescente che bagnò tutto il letto.
-Sei una meraviglia lo sai? E questa acqua era tutta per me.
La coperta era sporca di sangue e liquido trasparente. Fiamma scoppiò a piangere, lui la prese tra le braccia e la sistemò sulle sue ginocchia, le baciò la fronte e le disse che avrebbe ricordato quel pomeriggio per tutta la vita.

 

 © Vivienne La Nuit

Blur, Country House, The Great Escape, Food Records1996.

UNO, DUE E TRE

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Fiamma gli scrisse una lettera perché non poteva inviargli messaggi, avrebbe potuto chiamarlo, certo, aveva molti minuti. Minuti che avrebbe speso con lui, virtualmente, fisicamente, totalmente, ma Fiamma aveva paura, aveva paura che la respingesse, tremava all’idea che non rispondesse, e comprendeva anche questo suo tenerla a distanza.
Fiamma gli scrisse, perché aveva tante lettere e parole. Lettere e parole che si inseguivano le une con le altre, ed erano tante, tutte che spingevano nella sua mente e che facevano a gara ad uscire, frasi confuse, frasi ammassate, che qui, in questo luogo franco, bianco e infinito, si legavano fino a rendersi comprensibili, prima a lei stessa e poi a lui. Ventiquattro ore, dove lui e Venezia le avevano preso il cuore, il suo cuore che era un organo di fuoco, che gli sussurrò qualcosa a bassa voce quasi bisbigliando.
La stazione era gremita di gente, gente anonima, gente comune che in un vortice di fretta e velocità la percorrevano tutta, in modo disconnesso e agitato. Fiamma era catturata dalla velocità, una sensazione coinvolgente, ancora di più , perché Fiamma sapeva che in quella stazione avrebbe incontrato lui. Il Conte. Il Conte era il vento ed era il sole, era il calore ed era il freddo. Il Conte era un suo amico, o qualcosa di più. Capire quel di più, era una cosa difficile! Ma Fiamma cercava di definirlo, affannosamente nella sua mente, in quel luogo febbrile, dove orari, arrivi e partenze si intrecciavano in un moto perpetuo.
Fiamma scrive adesso, in modo concitato e febbrile, come la gente di quella stazione. Scrive per immaginarlo. Scrive, tutto quello che si erano detti, che avevano fatto, che avevano sentito, che avevano respirato. Scrive, per far tacere il suo cuore, organo di fuoco, che è caldo e lo reclamava ad ogni suo battito. Scrive, per non dimenticarlo e per imprimerlo nella memoria. Il Conte e Venezia, Venezia e il Conte. Lo aspettava. Lo vide da lontano. Era troppo il desiderio di correre e di abbracciarlo, incontenibile la voglia di baciarlo. Ma aveva paura, Fiamma aveva paura a lasciarsi andare, aveva paura a volergli bene. Il Conte, aveva sempre ventiquattro anni, era ancora uno studente, aveva un rapporto edipico con la madre. Fiamma chi era? Una donna che ormai aveva perduto i suoi punti cardinali, una donna senza bussola.
Fiamma era attanagliata ad un uomo che forse non amava più, ma del quale non poteva fare a meno, era avvinghiata ai figli piccoli, troppo piccoli, che ogni santo giorno, in coro, le gridavano che stava sbagliando, che li trascurava, che doveva fare solo la mamma, solo la mamma. Questa donna non aveva le palle di mandare tutto all’aria, di fottersene della micidiale monotonia, e delle responsabilità. Forse non riusciva più ad accettare in silenzio i suoi tradimenti, la sua vita a sé, i suoi silenzi. La routine, crea uno strano meccanismo di dipendenza, Fiamma a volte ne aveva bisogno, ed altre volte poteva farne tranquillamente a meno, ed è quando vengono a mancare gli stessi gesti, le stesse movenze, le stesse giornate che arriva la parte più brutta, dove riconosci che hai fatto una cazzata, una cazzata, a mollare la tua vita standard! Ma questo Fiamma non l’avrebbe mai potuto sapere, se non dava al tutto, un margine di rischio. Il rischio è una parola, una condizione, è anche un sentimento, la stordisce, la attira come una calamita, riusciva ora, a sentire il battito che le si faceva sempre più accelerato quando lo nominava. Rischio. Fiamma, rischia.
Fiamma lo saluta con due timidi baci, conteneva la voglia matta che aveva di stringerlo a lei e di non lasciarlo andare più, perché sì, la vita è breve, e il tempo è poco e frana sotto i piedi da un momento all’altro. Lo baciò su un occhio, sentì la palpebra mobile e un’infinita dolcezza nell’animo.
Fiamma adesso, urlava di calore per lui.
Attraversarono la piazza, quella dei colombi, del leone e dei Dogi, di corsa, come due adolescenti, evitando di stare troppo attaccati. Volevano ritardare quel momento, volevano assaporarsi lentamente, gustarsi, accarezzarsi senza fretta. Respirando la loro pelle, insieme.
E adesso Fiamma si mette a scrivere. Dopo essere tornata è strana, sconvolta e stanca. Strana perché doveva ritornare per forza di cose alla sua vita normale, perché doveva mettersi in macchina come un automa, e fare da tassista ai figli. Invidiava la loro spensieratezza. Detestava il suo essersi immolata per loro e per il marito, la assalirono pensieri strani e malsani. Li ignorò e tiro dritta nel parcheggio della scuola, tra mamme disperate, vestite male e con troppo trucco messo su.
Sconvolta. Perché tutto ciò aveva il sapore di un grosso errore, e di una vita che non aveva scelto, che si era stata trasformata in una busta di plastica attaccata al viso. La perseguitavano frasi come: “la vita che avresti voluto avere”, “non bastava una vita” e “wish you were here”. Era dissociata. Quando trascorreva del tempo con lui, il cervello le si annebbiava e le parole erano messe alla rinfusa nella sua mente e si confondevano con tante persone, e tante voci che le urlano contro e che le mettevano paura.
Stanca, perché la loro storia le lasciava una scia di spossatezza mai provata prima. Contava le ore, quando ci sarebbe stato il prossimo treno, contava i minuti che poteva toccare con le dita, contava i secondi, passeggeri e ingannatori. Vedeva lui, davanti ai suoi occhi, e ripeteva a lei stessa che voleva più tempo, più ore, più minuti e più secondi.
Dopo tre giorni, si sentiva come se fosse tornata da un lungo viaggio, un viaggio di passione, di carne, di umori, di lussuria e di amore. Un profumo, il suo che, furtivamente, spruzzò su di un batuffolo d’ovatta, per annusarlo, quando lui non ci sarebbe stato. Un profumo che, aspirava intensamente per farselo arrivare ovunque, un profumo che dalle narici, andava al cuore e alle cosce. Acqua che bagna e profuma, nettare che alimenta il desiderio per lui. Desiderio intenso che non andava via, acqua sul suo corpo che non si asciugava, corpo bagnato di lui, linfa.
Come sempre lo aspettava al solito posto, in quella città sospesa ed eterea. Facevano i conoscenti, si salutavano timidamente, anelando il profondo attimo in cui si sarebbero avvinghiati e leccati. Che delizia ritardare quel momento, che estasi il suo pensiero! La casa del Conte aveva un sapore d’altri tempi, quella Aura di tradizione, di spazio sospeso e curatissimo. Un ultimo piano a Calle del Paradiso e scale settecentesche che la portavano proprio lì. Un lampadario di pendenti di cristallo all’ingresso che brillava; prismi riflettevano luce e gioia. Fiamma si sentiva vitrea, desiderava essere tirata a lucido, proprio come quei calici riposti con cura nelle vetrinette, anche lei si sentiva trasparente, proprio come quando da piccola, si illudeva che l’acqua potesse passare attraverso i bicchieri e attraverso il palmo della mano, e che per ore lasciava scorrere giù. Voleva essere riempita della sua acqua. Il marmo di quella casa, il lungo corridoio e i parati le suggerirono una casa dove il passato regnava sovrano e il futuro era tenuto a debita distanza, sapore di storie passate e non raccontate più.
– Sai che non ci credo che sei qui? Oggi stavo spaccando il telefono a terra quando in biblioteca ho letto che non venivi più
– E pensare che volevo portare lo scherzo ad oltranza? Poi mi sono fermata, sentivo che mugolavi per il dispiacere
-Voglio farti mugolare in un altro modo lo sai?
– Piano piano, Conte. Vietato correre!
Conte, come lo chiamavano gli amici. Conte aveva i connotati più da amore cortese, che da titolo ottocentesco. Il Conte, le diede la sua stanza e la fece dormire nel suo letto, le fece usare la sua salle de bain, il suo dentifricio, e tutto ciò era intimo e privato, barriere trasparenti ora, erano tra loro, barriere visibili che trapassavano consapevolmente, ripetutamente e volutamente. Tende, che tiravano su ad ogni passo in quella casa dal sapore vissuto e di storie passate e non raccontate più.
Portò Fiamma a visitare un quartiere fatato, dove fate ed esserini si alternavano su fregi e portoni e che sembravano invitarla ad entrare. Era un quartiere magico e il Conte le tenne la mano talmente forte quasi da non poterle permettere di liberarsi, quasi come se volesse costringerla a restare in quel mondo magico, da storia infinita, dove il nulla non esisteva e dove tutto era possibile.
Fiamma voleva che la tenesse così, voleva la sua presenza, viva, accanto a lei, voleva che non la lasciasse più.
Cosa significa imprimere qualcuno nella memoria. Ricordarne il profumo forse? Le carezze? L’odore della pelle? Cosa vuol dire dimenticare qualcuno? Eliminarlo? Trasformarlo? Fiamma amava ancora il marito, perché faceva parte della sua vita, perché senza di lui non si sentiva completa, perché era difficile separarsi da qualcuno con il quale hai condiviso tutto. Fiamma questo lo sapeva bene. Perché Venezia allora? Perché il Conte? Fiamma era annoiata! Faceva le stesse cose tutti i santi giorni i compiti dei figli, la scuola, le camicie del marito; l’alienazione era la distruzione di tutto, e si sentiva come su di una barca alla deriva, dove prima o poi sapeva che le sarebbe venuta sete, e il mare era là, e Fiamma non poteva bere, perché altrimenti sarebbe diventata pazza, o almeno così le era parso di sentire in qualche vecchio film.
Ancora lui, in questa piazza grigia e umida, che le prende le guance e le dice che va tutto bene. Ancora lui, tra i piccioni messi all’ingrasso dai turisti, che le stringeva i fianchi e le diceva che era sua. Ancora lui, tra mille presentimenti, sensi di colpa e momenti off, che le diceva di voler fare subito l’amore, che le sussurrava all’orecchio con una voce roca e innaturale che gliela voleva leccare, fino a farla morire. Fiamma non poteva cedere anche questa volta, non poteva dargliela vinta!
-Conte, tu vuoi solo il mio corpo, mi escludi dal resto della tua vita, ed io, io non so fin dove posso reggere! Il fatto e che accetterei tutto ciò, anche in silenzio, pur di elemosinare un po’ del tuo cazzo
– Sei tu quella che mi esclude dalla sua vita, io non riesco a smettere di pensarti, di desiderarti tutti i giorni, sempre
-Sì, ma dopo? Alla Tonnara non puoi avvicinarti e sai che sono confinata lì per via dei miei figli, per colpa di mio marito e poi tua madre, ne vogliamo parlare? Non posso neanche telefonarti a casa che hai il terrore che possa sentirti
-Adesso siamo soli, a casa mia
Tra la folla di quella piazza sorniona le sbottonò il trench.
-Che bel vestitino corto
Si avvicinò ancora di più, sentii il suo alito caldo e profumato, la sua mano mi alzò la gonna.
-Ti avverto non porto le mutande
– Ma hai le autoreggenti, sento
Le sue dita, le sue dita ora erano dentro di me.
-Conte, il leone della piazza ci sta fissando arrabbiato, penso che a breve ci salterà addosso
Entrammo in un androne maestoso, vecchio, accogliente, sentimmo il rumore dell’acqua ovunque. Salimmo le scale, era difficile non toccarsi, io camminavo davanti.
-Hai il mio culo in faccia, ti rendi conto? La smetti di alzarmi il vestito?
-Fai poco la schizzinosa, a San Marco poco fa eri completamente bagnata! E le mie dita ti piacevano
Il Conte la fece poggiare sul portone di casa, un portone di legno nero. Le sbottonò di nuovo il trench, le prese i seni a piene mani, cominciò a succhiare i capezzoli, a bagnarli di saliva. Fiamma cercò la sua bocca, gli tirò i capelli per avvicinarlo alle labbra, si baciarono, e il loro bacio aveva un sapore di apocalisse, si baciarono come se dopo non avessero avuto altro tempo, si baciarono come se non avessero a disposizione un’altra volta, si baciarono per imprimersi in loro stessi. Il Conte le prese il viso, le strinse le labbra con le dita, con l’altra mano le tirò su il vestito, si inginocchiò, le aprì le gambe e così sull’uscio di casa, seminuda, iniziò a leccarla.
-Ti eri dimenticato che sapore avevo?
-Come potrei
Fiamma gli poggiò una gamba sulla spalla e la sua faccia ora, era immersa lì, si muoveva anche lei per cercare un ritmo, per sentirlo di più. Le mantenne il sedere, se la spingeva ancora di più sulle labbra, sentiva la lingua e le dita, insieme. I suoi capelli fra le sue dita.
– Che cos’hai in questa testa?
Gli chiese a bassa voce, con una voce che per il momento era fatta solo di eccitazione, una voce che non aveva ancora preso il binario del godimento.

viviennelanuit©

Foto: Alessandro Varini

SESSANTA RINTOCCHI

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A Capodanno può accadere tutto o niente, cose vecchie e nuove che si intrecciano o scambiano, ore, quelle del 31, che mettono sempre un po’di malinconia, come Ferragosto e la Befana giornate di chiusura e di apertura, Fiamma non le aveva mai capite! Da quelle giornate non bisognava aspettarsi nulla di buono. Il cenone procedeva bene, c’era una bella tavola imbandita, i parenti bofonchiavano sulla crisi e i suoi disastri, e Fiamma non vedeva l’ora che scoccasse la mezzanotte per fuggire via. Il veglione era a casa di Francesca, una sua vecchia compagna di scuola, una ragazza fiera e bruttina, che nascondeva le sue “marachelle sessuali” con la solita e insopportabile velina del perbenismo! Roba da farci il callo a persone come lei! Roba da tenerle alla larga persone come lei! Dopo il ritualissimo e fastidiosissimo meno dieci, nove e otto, era già sotto la doccia, un bagnoschiuma con note di sandalo le scivolava sul corpo bagnato, i capelli erano di seta sotto il getto dell’acqua, e quella stessa acqua gocciolava dai suoi capezzoli turgidi e dai suoi seni morbidi, come rugiada di primo mattino da una grondaia. L’accappatoio caldo del termosifone la riscaldava e un bel tepore la avvolgeva tutta, prese una delle sue creme preferite, atmosfere esotiche stavano, ora, per spalmarsi sulla sua pelle.

Il telefono squillò di colpo. Era un messaggio.

-Ci vediamo all’ una e mezza in piazza della Repubblica, n°8 scala b, porta il rum.-

Il rum, già, dopo la sua ultima esperienza con lui, Fiamma aveva deciso di troncare di netto la loro relazione. L’estate scorsa l’aveva tradita con la pera, provocando il suo collasso etilico. Esperienza da non bissare quindi! Fiamma lavorava in un pub a quel tempo e aveva conosciuto Robi. Robi era un bassista, alto 1.83, fissato con il grunge e i Sonic Youth. Aveva ventisette anni, lei diciannove. Fiamma non ricordò di avergli parlato del veglione a casa di Frà, e pensò che quel trentuno dicembre, forse serbava qualcosa di bello e inaspettato, forse Fiamma poteva fidarsi di quella giornata!

Il buio della notte sembrava grigio, non nero, e le stelle rinnovavano quell’anno nuovo di una luce brillante, dove la luna piena, non interpretava il ruolo da protagonista per una volta! Pronta! Aveva deciso di essere spudorata quella sera, Louboutin, gonna a tubino, beh, forse aveva mangiato un po’ troppo! Il bustier di pizzo, non le andava proprio a pennello… ma sti cazzi! Si sciolse capelli, e si avvicinò allo specchio per mettersi il rossetto. Salutò tutti, e scese in garage a prendere l’auto, una vecchia Citroën del 1985, i nonni l’avevano data a lei, o meglio se l’erano scrollata di dosso, era un catorcio con quattro ruote! Ma era fedele e la portava dove voleva. Vestita in quel modo, certo, si  sarebbe vista in un’auto un tantino più lussuosa, ma il binomio donne e motori su di lei non funzionava! Avrebbe potuto guidare anche un calesse in quel momento e non se ne sarebbe accorta, del resto! All’ultimo semaforo, prima dello svincolo per la piazza Mr Louboutin si sfilò dal suo o piede, facendola accelerare di colpo, tamponando la macchina davanti. Fortuna che il ragazzo che scese era carino, e, Fiamma dovette confessare il suo peccato, gli diede il numero, altrimenti avrebbe passato un brutto capodanno, ma questa è un’altra storia! Fiamma arrivò “sanissima e quasi salva”, sotto il palazzo.

“Beh, che coincidenza, passavo di qui”.

Era Roberto, appoggiato in stile Fonzie happy days alla macchina.

-C’è una festa su un bateau a mare, ti va di venire?-
-Hey Roby, ma che ci fai qui, come mai non suoni?-
-Allora, andiamo?-
-Non posso, sto qui da Francesca, se vuoi puoi salire!-
-Ok-
-Ah scusa, sei molto carina-
-Tanto lo so che mi stai guardando il culo, cerca di essere solo meno esplicito, ma apprezzo il tuo seguire il copione dei complimenti, bravo! –
-Per lo meno non tocco nulla-

Da Franci c’era un mobile bar aperto che non finiva più, il solo intravedere il sig. Rum le provocò un conato. Non c’era mai stato nulla tra di loro, ma Fiamma percepiva una certa elettricità e quando una donna sente quell’adrenalina può fare qualsiasi cosa.

L’adrenalina, l’elettricità…il desiderio, tutti elementi che Fiamma conosceva bene. Aveva tante sensazioni racchiuse nel suo corpo, tante emozioni che il suo cervello provava, ma era come fossero imprigionate, il solo guardare Robi riusciva a fargliele “organizzare” in un energia ponderosa e vibrante. Fiamma temeva quel potere.

Entrarono in casa, luci soffuse, musica techno sparata a mille, qualche cannetta qua e là, gente conosciuta di vista e non, la ammicava con piccoli saluti. Robi si guardava intorno, lui era più grande e quell’orda di ragazzini lo facevano sorridere evidentemente, perché guardava Fiamma con aria compiaciuta e bonaria e lei tentava a tutti i costi di nascondere il fatto che avesse diciannove anni!

-A abbona, lo vuoi questo?-
Oh cazzo! Bisbigliò tra i denti. Era Luca, gli aveva fatto un pompino in terzo liceo, e non se l’era più scordato! Si stava avvicinando minaccioso e barcollante  con un bicchiere in mano.

-No grazie, ma come stai?-

-Tutto bene, sto a economia, ma non mi va di studiare-

-Io a Lettere, ah scusa, lui è Robi, un mio amico-
-Piacere Luca, mi raccomando fatti fare un bel lavoro di bocca, lo fa in modo superbo, però tu prima gliela devi leccare fino a farla venire altrimenti non te lo succhia-

Robi scoppiò a ridere, Luca era ubriaco fradicio e Fiamma poté solo urlargli un fragoroso: “vaffanculo”.

Ecco bene, brava bis, ora Robi penserà che sono una mignotta. Pensò sorridendogli in modo nervoso, con il cuore che pulsava a mille.

-Sei una donna bellissima Fiamma, voglio che tu pensi solo questo adesso, era solo un coglione ubriaco, lascialo perdere-

Fiamma aveva la sua vocina interiore che parlava con Robi: -Ma era vero, era tutto vero, e quella volta mi piacque da morire, perché lui questo non te l’ha detto ma la leccava alla perfezione-Avrebbe voluto dirgli questo, Fiamma, e invece faceva la parte della timorata di Dio, mostrando solo costernazione per ciò che aveva detto Luca. Parole che invece la presero dritte al basso ventre. Dopo questo inizio serata un pò, burrascoso. Robi la accompagnò in veranda, l’aria era fredda all’esterno, ma non si percepiva, erano al riparo e sembrava di stare in una grande serra. Robi mi mette una mano sul seno e mi guarda immediatamente negli occhi per vedere la mia reazione. Faccio una smorfia di disappunto.

-Scusami, non volevo e che stasera non voglio restare solo, senza una donna-
-Anche io, non voglio restare da sola, senza un uomo, e mi secca, mi secca d amorire, fare la parte di quella che sta sulle sue e che non ti desidera! Ma ho paura, ho paura, ho paura che mi giudichi, come una che la dà con facilità, non come una donna che ti desidera, perché sei bello e gentile!-

Roberto le baciò  i seni, con un andamento al contrario, risalendo da sotto, dedicandosi al sottoseno e andando per cerchi concentrici lasciando stare per ora il capezzolo. Fiamma sentì che era sempre più bagnata, gli porse adesso i capezzoli tra le labbra.

-Voglio la tua bocca!-

Robi si negò ancora, bloccandola nel suo movimento di bacino a gambe strette e dopo un pochino cedette infilando la mano sotto la gonna, dentro. Robi sentì la sua fica liscia morbida, la aprì piano. Fiamma era stordita da tanta veemenza, era come se la sua eccitazione corresse da sola, pulsava.

-Robi aspetta-

Fiamma si accorse di Luca nella penombra, proprio lì, sul ciglio della veranda, che stava per avvicinarsi.

La veranda, sembrava protendersi a strapiombo su una città invisibile, percepibile solo attraverso un miraggio, e l’aria pungente di freddo e Natale che si respirava da lassù ti apriva i polmoni. Sembrava una vecchia matrona che mostrava i suoi seni grandi, accoglienti, rassicuranti, e che con il suo fare materno cullava i suoi amanti. A quante cose assomigliava quella veranda! Fiamma si concedeva molto spesso questi pensieri assurdi e fu distratta solo dalla voce di Luca.

-Ti sto osservando da un pò, te ne stai avvinghiata a lui nel tuo abitino nero in bustier-

Luca aveva una voce diversa, non sembrava più ubriaco, passeggiava distrattamente lì, sul pavimento sospeso di quella veranda, Robi lo guardava sospettoso ma anche consapevole di ciò che stava per accadere. Gli si avvicinò da dietro, Fiamma sentiva il suo respiro sul collo.

-Ti va di fare una cosa a tre?-

Le chiese Robi leccandole i lobi dell’orecchio. Luca lo guardò compiaciuto e soddisfatto della domanda.

-Cavolo la delicatezza di un elefante! Potevi dirmelo in un modo più romantico? Dopotutto siamo qui per darci piacere a vicenda, ma forse a te piace nel modo sconcio eh? Devi entrare nel loop della mignotta altrimenti non ti si alza?-

Gli disse Fiamma infastidita.

Robi si mise improvvisamente in ginocchio, implorando il suo perdono per i suoi modi barbari. Luca guardava solo, non diceva nulla, non interveniva, la sua presenza si percepiva solo per via del fumo che usciva dalla bocca a causa del freddo. Effettivamente in quella veranda, Fiamma, provava un freddo-caldo, come quando faceva jogging in una giornata invernale e il suo viso le si faceva rosso, e toccandosi le guance però, le scopriva fredde e sudate. Fiamma sapeva, sapeva, sapeva tutto. Ma adesso non sapeva proprio un bel niente! Certo la cosa era proibita! La fatica, tutto al più, stava solo nel saperla “allacciare” al suo piacere, connetterla ai suoi sensi per raggiungere quello stato di plateau facilmente, consapevole che dopo sarebbe stata una passeggiata!

A questo pensiero, Fiamma si staccò di colpo dal suo corpo pronto, eccitato e desideroso, in silenzio prese la mano di Robi, mentre si rese conto, con la coda dell’occhio, che Luca stava spegnendo la sigaretta e in un silenzio da corteo funebre, con movimenti lentissimi li seguì. Dicono che in un ménage à trois perfetto non dovrebbe esserci gerarchia, certo chi vuole essere idolatrato e vezzeggiato è meglio che pratichi l’onanismo in solitaria, ma quando si fa del sesso a tre, esistono anche delle regole ben precise: è fondamentele essere dolci, rassicuranti e intelligenti!

Fiamma aveva i recettori del desiderio sballati, tutto era amplificato, una mano che magari avrebbe voluto esplorasse quel luogo, ora era lì, qualcosa che avrebbe voluto nella sua bocca ora stava lì e le dita, venti in totale ora erano tutte per lei. L’idea era rovente e le infiammava la pelle, la carne; gli occhi le bruciavano e le labbra erano attorcigliate in cerca di desiderio. La verità è che Robi le piaceva di più di Luca e ad ogni suo tocco sentiva una fremito, cercava il suo sguardo e la sua voce.

-Sei sicura? Te la senti? Non voglio costringerti? Questa è una cosa bella, è amore, è lussuria è vita prorompente, se lo facciamo non devi avere rimpianti, non devi sentirti una mignotta, sei una donna, che vuole essere amata, una femmina, che vuole pienezza, cerca di guardare sempre me, ok?-

Luca restò in silenzio. Fiamma ricordò di colpo, il primo giorno che lo vide a scuola: biondino, lentiggini, ascoltava i Megadeth con il walkman. Un giorno le disse che del mondo femminile, lui non voleva sapere nulla, che sì, gliela aveva leccata, adorata fino all’orgasmo, ma che dei suoi meccanismi non voleva conoscerne gli ingranaggi. Solo fellatio e cunnilingus, questi erano i loro incontri, amplessi orali, pulsazioni percepite sulle labbra, ma contrazioni che ,ahimé. lambivano il vuoto! Non le toccava mai i seni, non la baciava, gliela leccava soltanto, punto! Fiamma credeva, che quel modo di dare piacere fosse l’unico concessole, ma era destinata a sbagliarsi molto presto!

Casa di Franci era diventata una bisca clandestina da un lato, e un rave dall’altro, era talmente stordita da percepire solo bisbigli e non perché avesse bevuto, ma la situazione “particolare” la portava a calpestare il pavimento come fosse stato di gomma plastica. Ebbe ancora un flash della sua relazione con Luca. Si ricordò di quel ponte del venticinque aprile, Luca venne a prenderla col motorino, la meta era casa sua.

– Finalmente aveva deciso di fare l’amore con una donna! – Le sussurrò Esserino, mentre il vento le scivolava tra i capelli.

– Non sarà che mi reputa un maschiaccio, non sarà forse che mi reputa poco sexy o poco femminile? Ma chi se ne frega, le sensazioni che mi fa provare, le vibrazioni che mi induce, l’orgasmo che mi provoca, cancellano tutte queste insicurezze e poi la nostra è una relazione “tromba amica” quindi sono nella situazione ottimale per non avere complessi! – Capito Esserino-grillo-parlante-del-cavolo-che-mi-giudichi-sempre-come-una-troietta e che vivi in pianta stabile nel mio orecchio? Ma ancora pensieri e riflessioni tormentavano Fiamma.

Luca aveva la capacità di guardarla e farla bagnare all’istante, aveva la capacità di parlarle e provocarle sussulti allo stesso tempo, proprio lì, tra le cosce! Luca si avvicinò e la annusò, e la toccò, perché lui conosceva tutte le combinazioni, tutti i codici, tutte le chiavi d’ingresso.

Non sapeva praticamente nulla di lui, eccetto che l’anno che si incontrarono, lui era impegnato con la Maturità, che gli piaceva l’heavy metal, Gandhi e forse i ragazzi. Luca le diceva sempre che con lei si sentiva bene, libero, tranquillo, rilassato che sentiva come il bisogno di dirle tutto, qualsiasi cosa, ma come poteva Fiamma, sedicenne hippie, rockettara e confusa avere questi poteri su un uomo, a metà o quasi?

– Capacità di ascolto si chiama! –

– Grazie Esserino! –

Prima di fare l’amore quel pomeriggio le parlò del padre che tradiva sistematicamente la madre, le parlò degli psicofarmaci della madre, del menefreghismo del fratello e sul far finta di niente della famiglia, che continuava la vita come se nulla fosse, guardando i problemi da lontano dietro un vetro smerigliato, Luca riusciva anche ad intravederli dietro il vetro, ma loro pur accorgendosi di lui guardavano dall’altra parte. Pianse Luca, come un bambino, fu il primo uomo che Fiamma vide piangere in vita sua. Quel pomeriggio, lo tenne stretto al petto, lo cullò tra le sue braccia, come quella veranda-matrona che adesso a distanza di qualche anno li aveva fatti rincontrare. Forse gli disse che gli sarebbe stata sempre vicino e che non lo avrebbe mai lasciato…forse. Fiamma non riuscì  a venire quel pomeriggio, forse parlò troppo di lui, del suo mondo e dei suoi problemi.  Luca se ne accorse, e non le disse nulla. La riaccompagnò a casa e come al solito senza baciarla.

Il veglione continuava tra balli, alcol e fumo.

“Ehi, ma che brava… te li porti tutti e due?”
“Bel colpo vero? Due in una serata, adesso andiamo di là e scopiamo tutti e tre in camera dei tuoi?”.

Era davvero fradicia per comprendere quello che Fiamma le stesse dicendo e la lasciò con l’eco di una risata felliniana. Agghiacciante.

Ci sono donne che sanno accogliere il piacere ed altre che lo guardano, voyeur eterne di un desiderio represso e tumulato chissà dove. Quelle donne non potranno mai capire. Pena e tenerezza infondono in Fiamma donne di questo tipo. Prigioniere chissà di chi, forse del “Sig. Peccato” e del “Sig. Pregiudizio”, che le aveva rinchiuse nelle segrete di “Madame Morale”. “Beh mica male, come situazione! Pensò. Mentre la sorrideva e le diceva: stronza tra i denti!

La verità e che Fiamma li desiderava entrambi quella sera, sì, era più concentrata su Robi, ma se Luca rappresentava la miccia della sua eccitazione, Robi ne era il plateau, la discesa repentina e violenta verso il godimento, la liberazione estatica.

Fiamma sentiva tutti gli odori, tutti gli umori, la sua pelle era ricettiva come non mai. Robi le stava vicino, la guidava verso la stanza alla fine del corridoio, lei davanti, lui dietro. Con una mano, Fiamma lo cercava, era lusingata da tanta prontezza, Robi schiacciava piano la sua testa contro la sua. Luca ci seguiva, in silenzio, quasi strisciando, fumando ancora, con un modo di fare collaudato, sicuro, comprensivo di tutti i suoi meccanismi. Luca stava già scopando in realtà.

La stanza con i parati color malva e i fiori in rilievo ci invitavano ad entrare in quel giardino, del bene e del male, la cui vegetazione, per via di quello che stavamo per fare era purpurea e malata. Vecchio e nuovo, come quell’ odore che Fiamma trovava solo nelle case dei nonni, o nelle case delle vacanze, quando le finestre si riaprivano dopo un lungo inverno. Un inverno freddo freddo. Sul comò, tutti messi in fila, sostavano miniature di profumi delle griffe più prestigiose, bottigline, che qualche anno prima uscivano da inserto a riviste patinate. Le tende erano pesanti e doppie, Fiamma non poteva rendersi conto se dietro ci fosse stata una finestra o un balcone, un vaso con sopra dipinto un pavone la guardava sospettoso.

Robi, la fece poggiare sull’enorme comò che davanti aveva un grande specchio, il suo riflesso la faceva ancora di più eccitare ed era già bagnatissima. Bagnatissima per tutti e due, ma sapeva bene che il piacere andava rallentato, raffreddato e ritardato. Poggiò le mani al grande mobile in tek e aprì le gambe, allargandole più che poteva e ondeggiava i fianchi chiamando Robi e il suo sesso. Robi, la prese da dietro per il collo, le strizzò i seni, passò la lingua nel suo orecchio destro, Fiamma avvicinò le scapole e protese il culo verso di lui, in risposta ai brividi che le provocava. Luca, se ne stava immobile, illuminato solo dalla luce di una lampada Tiffany posta in un angolo. Mentre Robi, si faceva spazio tra i capelli e la sua schiena, Fiamma cercava quell’ altro sguardo, cercava di guardare Luca, che se ne stava lì, con la sua sigaretta, avvolto nel fumo e dai colori liberty che filtravano dall’ abat jour .

Fiamma vedeva Luca e il letto, grande, accogliente e in ferro battuto, si presentava altissimo ai suoi occhi, quasi doveva arrampicarsi sopra, ma se ne stava lì buono e paziente, fiducioso che prima o poi lo avremmo affondato. Robi la gira, la fa sedere, quindi, sul comò, si inginocchia a lei. Le morde la caviglia destra, risale lungo l’interno, ritorna giù e mordicchia l’altra caviglia, Luca è sempre lì, in silenzio.

“Guardala!”.Le disse Fiamma.

Robi, ora è tra le sue gambe, gliela guarda, gliela apre.
“E’ proprio quello che voleva che le facesse”.

Gliela apre bene, e Fiamma gliela offre, impaziente e inizia a irrigidire le gambe e a contrarre i glutei. Chiama la sua bocca e la sua lingua e le sue dita. Come se stesse facendo l’appello! Ma lui sta fermo, la fissa soltanto, la sua fica.

Nel frattempo Luca spegne la sigaretta, ha un espressione cerulea, come se si stesse camuffando nella vegetazione malata di quella stanza. Malata perché la cosa che stavamo facendo era proibita. Luca sembrava un fiore morente, stanco, bisognoso di acqua e di linfa. Prese il posto di Robi, si insinuò quasi violentemente, affondò le dita nelle cosce di Fiamma, le alzò le gambe e iniziò a leccare.

Luca la conosceva bene, sapeva come fare era quasi automatico, meccanico. Mentre leccava, le mise un dito lì, nel “trou” innominabile e un altro nella sua fica. Fiamma lo avvertì in tutti e due modi, in un massaggio sincronizzato, sente il piacere che sale, deve irrigidire le gambe, i piedi. Robi la prese per il collo, si avventò a succhiarle i capezzoli, e con Luca che lecca e infila, Robi succhia. Fiamma urla in quel giardino notturno, del bene e del male. La sua voce fatta di gemiti irriconoscibili si perse in quel labirinto di passione, amore e circostanza, si perse in quel dedalo purpureo e indefinibile che è il sesso, il sesso fatto in quel modo, il sesso che esaurì di colpo la carica, quando esplose.

Il sesso che dopo il godimento Fiamma rinnegò e tenne lontano. Quel sesso a tratti sporco lo aveva consapevolmente accettato, come volutamente, si era chinata alle sue richieste, alle richieste dei suoi due amanti, consapevole di non essere stata giudicata, ma consapevole, invece, di giudicarsi. Due amanti straordinari che avevano saputo accenderla e farla sbocciare, in quella vegetazione malata.

Robi, lo tirò fuori, lo passò fra le sue cosce, lo inumidì, glielo passò intorno all’ano, un pochino premette senza forzare, poi scivolò sotto,e iniziò a penetrarla, lentamente, dicendole in continuazione, quasi come fosse una litania, quanto fosse bella, quanto fosse dolce, quanto fosse femmina.
Femmina nei suoi seni, femmina nella sua carne, femmina mentre il suo cazzo era accolto dentro di lei, femmina mentre le manteneva i seni, femmina la teneva contro di sé.

Tic tac e sessanta rintocchi e il tempo che scorreva lento, e Fiamma, su quel lettone anni cinquanta, che voleva non terminasse mai.Tic Tac.

Era seduta su Robi, accovacciata come per orinare, le mani afferravano le sue spalle possenti, il suo seno era umido della sua saliva, i capelli le cadevano sul viso, era Luca ora, che glieli scostava per vedere meglio mentre glielo succhiava. Robi le mordeva il collo, come in preda ad un raptus, la stacca da Luca prepotentemente, e le invade la bocca della sua lingua, lingua che adesso è nelle sue orecchie, mentre la sua bocca accoglie Luca, sempre più giù. Fiamma si stacca cambiano, ora il suo culo è di Luca. Luca la prese per i fianchi, era bagnatissima, basta poco per lubrificarlo, si sente spezzata in due, le gambe le tremano, il respiro le si fa affannoso. Fiamma cerca di concentrarsi verso il godimento.

“Stai bene piccola?”
Le chiese Robi, con gli occhi da lupo.

“Sì”
“Sei bellissima, lo sai?”

Robi glielo diceva in continuazione, quasi come una nenia, una dolce melodia che scorreva come il miele che colava sulle sue cosce. Cantilena palliativa ai suoi sensi di colpa.

“Piano Luca, per favore!”

Fiamma intravide allo specchio Luca stare dietro di lei, irriconoscibile, sudato, preso dal suo culo e dall’ardore, Robi di cui baciava e succhiava il membro, e fiamma che cercava di conciliare il colpi di Luca, e gli umori di Robi. Tre attori, tre ricercatori, tre che stavano per raggiungere il traguardo, ognuno con il suo metodo, con il suo personalissimo modo di tagliarlo.

“Toccami il seno Luca, ti prego, non riesco a venire se non me lo tocchi”. Fiamma lo supplicò in un’unica emissione di fiato.

Luca non si mosse, e subito Robi era sui suoi capezzoli. Fiamma chiese a Luca di fermarsi per un secondo e le adagiò il suo cazzo tra le natiche. E Luca ora era dietro e Robi era davanti a Fiamma. Una sensazione appagante, nuova, intensa, magica. Robi, si accorse della sua paura, del suo essersi “spinta oltre”, del fatto che Fiamma vedesse, ora, in quello specchio Sig. Giudizio additarla come una mignotta, del fatto che non si stesse concentrando sull’orgasmo, che si fosse irrigidita, che fosse pensierosa, catturata dalle ansie, dai sensi di colpa e dai dubbi. Fiamma era stata colta da un “blitz” del Sig. Giudizio!

“Ehi”
Robi, con tutta la dolcezza di questo mondo, le prese il viso tra le mani mentre era dentro di lei.
“E’solo amore, NOI, stiamo facendo l’amore e tu sei fantastica, hai capito?”

Luca, nel frattempo le baciava il collo, anche lui nella sua “freddezza” la tranquillizzava, e lei a poco a poco riprendeva la via del piacere. Il piacere, sì, rende egoisti, rende febbrili, impazienti. Perché? Perché annulla, perché moriamo e rinasciamo, perché lo inseguiamo in quei Campi Elisi perpetuamente beati. Siamo soli mentre veniamo, Fiamma vuole urlare, urlare i nomi di Robi e Luca, insieme, come insieme erano dentro di lei. Si aggrappò al collo di Robi, soffocando il suo grido di piacere e lussuria, di sesso e amore, di eccitazione e godimento puro, di perversione, di concupiscenza di tutto, di entrambi e del loro cazzo, avuto insieme.

Luca la lasciò baciandole lascivamente la schiena, si staccò quasi subito da lei  facendola sussultare. Stronzo! Il rumore del rubinetto le fece capire che era già in bagno. Robi stava ancora con Fiamma e la coccolava dandole tanti piccoli baci su tutto il viso, dicendole ancora: quanto fossi bella, speciale, dolce, meravigliosa.

Luca si accese una sigaretta: “Ti chiamo domani piccola” aprì la porta e andò via. Il frastuono entrò dal piano di sotto, il nuovo anno li chiamava. Fiamma e Robi abbracciati, sudati, imbarazzati, no, non erano innamorati, ma qualcosa di molto simile all’amore era successo quella notte, dalla quale Fiamma non si aspettava nulla di buono. Una dimostrazione di lei stessa, di donna, di amante. Quella notte aveva accolto dentro di lei due uomini, due piaceri, due sensazioni, una forte e prepotente, l’altra dolce e immensa. Una ambigua e devastata, l’altra consapevole e sicura. Ma no, non era amore. Era voglia di sperimentare e mettersi alla prova. Conoscenza carnale delle infinite strade al Grand O.

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Servimi, Elle Von Unwerth.

MELASSA

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Fiamma aveva la voce roca quella sera, la sua voce,  rotta dal pianto riecheggiava in quel grande salone tappezzato di quadri e paccottiglia art decò. Era inquieta Fiamma, con le mani non riusciva a stare ferma, mani nei capelli, mani sul suo viso rotondo e tempestato di lentiggini. Piangeva Fiamma, ma le lacrime non le uscivano, il dolore non le usciva e tutto questo era insopportabile, insostenibile.

Alla ventiquattresima telefonata a Piero, affondò sul divano, esausta, affranta, spossata.

“Perché non mi risponde? Perché ha staccato il telefono?”.

Va sotto casa sua ha deciso. Si infilò presto il cappotto in quella fredda giornata di marzo, raggiunse l’auto, guidò veloce, bussò al citofono come una forsennata, non era lei è la Mrs Hyde che la possedeva, Piero si precipitò per le scale, le urlò contro, le disse parole di ghiaccio, scese pure la fidanzata di Piero, una secca biondina con i denti storti…

“Sai cosa piace a questo pervertito?” Fiamma si alzò la gonna, si mise piegata sulle ginocchia…

“Ecco cosa gli piace”.

Piero la prese, la strattonò, le diede uno schiaffo; ora piange Fiamma, lacrime amare, lacrime di dolore, lacrime di disperazione. Entrò in macchina, chiuse forte la portiera, accelerò di colpo, scappò via veloce, per scomparire.

Perché le chiese di fare quella cosa? Perché le piacque così tanto? Si colpevolizzava, aveva esagerato, si era spinta oltre, oltre il muro, oltre il portone, oltre il dicibile. Si sentiva sporca. Avrebbe voluto prendere quella biondina secca e coi denti storti e vomitarle addosso tutto il marcio, tutto lo schifo, tutto ciò che quel porco che le aveva fatto. Non si sentiva una donnaccia, si sentiva come una donna maltrattata, usata, sporcata, e soprattutto era rimasta sola adesso, senza più il suo trastullo personale.

“Sappi che quando vengo, lo faccio nel culo, per me questo significa orgasmo!”.

Accettò, volle sottomettersi, assecondarlo senza chiedere spiegazioni, quasi elemosinando la sua voglia, la sua voglia di lei e del suo culo. Le scrisse una lettera, piena d’amore per lei , piena zeppa di normalità, quella normalità, che Fiamma sapeva benissimo essere fittizia. Menzogne. La verità, detta a lei stessa, a bassa voce, era che Piero era sessualmente deviato, sessualmente represso, sessualmente prigioniero. Prigioniero di un solo godimento, se solo Fiamma si azzardava a girarsi, a toccarsi, ad ansimare, a muoversi, il suo piacere si bloccava, diventava violento e inconsapevole delle sue azioni.

Piero cercava disperatamente “le grand O”, a volte lo trovava, a volte no, a volte stava lì per lì per afferrarlo ed altre volte gli sfuggiva. Piageva Piero, sempre, contro di lei , contro il suo seno, che addentava, quasi dandogli la colpa, la colpa delle sue frustrazioni. Con i suoi movimenti massaggiava  l’ interno di quella Fiamma, la luce di Fiamma gli faceva vedere solo le sue sue ombre, i suoi fantasmi. Fiamma gli avevo dato il mezzo per osservarli. La sua melassa la avvolgeva, una melassa che colava lentamente, e che la lasciava attaccata e incapace di ripulirsi.

“Piegati, dimmi cosa sei”.

In lacrime Fiamma, glielo urlava, e più urlava, e più lui godeva, si contorceva e veniva quasi subito. A volte rallentava quel momento, per lei stessa, per quella piccola fetta di femmina che ancora voleva essere, quella femmina che urlava il suo nome quando veniva, che urlava quell’orgasmo perverso e “rubato” con rimorso. Andava sempre lei a prenderselo. La prima volta che si baciarono, fu colta di sorpresa, si sentì invasa improvvisamente. Fiamma fu felice, felice perché le piaceva, felice perché così si sentiva appagata, felice perché così aveva la conferma che era bella. Quanto era stupida! Piero studiava per diventare infermiere, tutti trenta e lode, padre medico, madre insegnante, bilocale tutto per sé in centro. Un buon partito, un essere spregevole. Come aveva potuto Fiamma perdere la testa per uno così, per un deviato, un uomo che odiava le donne? Un uomo che quando godeva lo faceva solo in due modi. Sottomissione e potere, mortificazione ed esaltazione per lui, avvilimento e sensi di colpa per lei. Doveva vederla pisciare o doveva venirle nel culo. Eccoli i due modi, unici e soli di piacere per lui.

“Ti prenderai cura di me? Mi vuoi bene? Sono il tuo bambino?”.

Fiamma si chiedeva se mai ci fosse stato un nesso tra tutto ciò, un significato nascosto e rivelato solo a qualcuno, a qualche adepto della psiche di Piero. Fiamma, piangeva e non riusciva più a smettere, aveva una tossicità nel sangue talmente elevata, da infettarle la ragione, e imputridirle la mente. Come un corpo lasciato a macerare nell’acqua, dove il verde acido rispecchiava il suo declino di donna e di femmina. Donna e femmina riemerse e rigenerate grazie alle lacrime e all’accettazione di essere annegata in un acquitrino . Lacrime e acqua, umido e bagnato principi purificatori della sua espiazione.

viviennelanuit©
Francesca Woodman, I was inventing a language for people to see, 1981

I COLLANT SULLA CARNE

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Vi siete mai trovate nella condizione di dover combattere contro voi stesse? Cercando di contrastare impulsi irrefrenabili, respingendo il desiderio e soffocandolo in nome di chissà quale principio generatore?

Come quel quadro di San Giorgio, ammirato un pomeriggio primaverile con Carola, alla Galleria d’ Arte. San Giorgio, che con il suo forchettone infilzava il drago; ma il sesso personificava il drago oppure il martire turco? Con quale oggetto, identità, paura e convenzione doveva combattere affinché venisse accettato? Fiamma guardava e pensava: esisteva una copulazione sacra ed una profana? Amplessi giusti o sbagliati? Era ovvio che si stesse trattando la materia in un ambiente, “safe, sane and consensual”, eppure eccolo lì: “Il Pregiudizio”, che se ne stava dietro l’angolo di piazza Morale, con una lunga vestaglia grigia che additava Fiamma e Carola e le guardava bisbigliando all’orecchio di Miss Coscienza: “Anvedi le troiette!”.

Il sesso quindi era Giano Bifronte? O monotemetico e monocolore? Che differenza passava tra il porno e l’erotismo? Cosa significava che se vedevi un cazzo era porno e se vedevi la patata bagnata attraverso le mutandine, magari,  bianche o ricamate era erotico? Era tutto giocato allora sul vedere e l’intravedere, sull’immaginario e sul realistico, sul delicato e sul brutale? Ma una donna come voleva essere? Pornografica o erotica? Piccante o porca? Quale linea di demarcazione passava da orgasmo del tipo “porcellina a pecorina” a climax da storia d’amore avviata e collaudata? E soprattutto tutte le donne conoscevano queste dinamiche così complicate?

Perché l’orgasmo era frutto dell’immaginazione o della realtà? Chiaro, non era sempre uguale, non era sempre intenso, non era sempre appagante, a volte giocava brutti scherzi, a volte, Fiamma stava lì per lì per esplodere e contorcersi, che le bastava una lieve oscillazione che, “pouf” svaniva nel nulla, lasciandole la sensazione di averla solo sfiorata.

Una donna come vuole godere? Pensava. Ci andrebbe mai in un club privè? Farebbe mai un threesome? Praticherebbe il Candaulismo? Si darebbe a pratiche 24h? Il sesso era un po’ come maneggiare un’ arma bisognava essere consapevoli di usarla fino in fondo, non ci entri in un club privè solo perché “sei curiosa” o solo “per vedere”. Ci entri perché! Punto.

Con Luca era così, una relazione sul filo del rasoio. Fiamma non credeva di aver mai incontrato un uomo così fragile e sicuro di sé, e allo stesso tempo, depravato e ambiguo, ma dopotutto le faceva trascorrere qualche ora d’aria divertente e senza complicazioni. Fiamma aveva bisogno in fondo, in fondo di uomini così. Era bello Luca, ubbidiente, dolce e con quell’ effetto sorpresa che ogni sera la stupiva, tanto da farle dimenticare perfino il suo nome, una discesa in caduta libera nell’oblio di loro stessi.

Entrambi impegnati e standardizzati, individui ordinari e annoiati, ma dopotutto cosa c’era di male a ritrovarsi seppur per un paio d’ore in quel fantastico Yin; è chiedere forse troppo dalla vita? Luca, seppur nel più perverso dei modi rispondeva alle sue “esigenze”. Trentacinquenne, alto, muscoloso, spalle larghe, uno sguardo sempre timoroso, quando parlava a volte non lo capiva, le bisbigliava sempre paroline senza senso a bassa voce, le sue mani, sempre sudaticce, sembravano quelle di un adolescente alle prime armi. Ma gli occhi verdi, i capelli scuri e quell’aria triste, avevano aperto una breccia nel cuore, anzi nel corpo di Fiamma.

-Mi piace annusare gambaletti velati color carne

Le rivelò al primo appuntamento.
-Ma li devi tenere ai piedi per qualche giorno, l’odore forte mi fa impazzire.

Fiamma non mostrò la minima reticenza, (e quando mai!) e voleva capire quel modo buffo di godere. Fece cadere la sua scarpa volutamente sotto il tavolo della vineria e gli mostrò di proposito le sue calze trasparenti di un beige iridato, dalle quali si intravedevano le unghie laccate di rosso, improvvisamente la sua voce si fece rauca.

-Rimettiti le scarpe
-Ubbidisco

La sua voce, diversa da quella del similsedicenne che le si era materializzato davanti a quella vineria del centro, adesso era sicura e le dava precisi ordini.

-Usciamo, muoviti

Fortuna che la vineria era superaffollata, e nessuno fece caso quel sabato sera d’aprile a quella porta serrata dietro la quale mugolavano loro due.

Le sfilò i jeans, rimanendo così solo con i gambaletti, si abbassò le prese voracemente una caviglia e le diede un morso, Fiamma lo respinse col piede.

-Prendilo in bocca, eccolo, succhialo e lui indifeso che elemosinava la sua comprensione e il suo alluce, con la mano entrò dal basso, delle sue mutandine nere, anche elle velate e costosissime, e iniziò a girare vorticosamente il pollice sul suo clitoride, e con due dita esplorava il suo piacere, Fiamma era bagnata e Luca in ginocchio continuava la suzione del suo alluce, Fiamma non riusciva a vedersi, si sentiva strana, ma cavolo. Doveva concentrarsi sulle sue dita.

Quella scena aveva qualcosa di plastico e coinvolgente come il quadro di San Giorgio, pensò Fiamma, distratta tra la concentrazione per arrivare all’orgasmo e l’eco del: sei una troietta, che le pareva di sentire nel suo orecchio! Ma Fiamma era in estasi. Le sue dita la accarezzavano costantemente e quel movimento man mano sempre più deciso, la portò sul quel binario tanto cercato. Il binario del piacere: finalmente! Doveva toccarla un altro pochino ed era fatta. Luca si staccò per un secondo dal piede e attaccò la sua bocca a quelle labbra. Fiamma si coprì gli occhi, e gettò  la testa all’indietro, gemendo il suo nome che divenne lunghissimo, mentre del liquido iridescente cadeva sul suo piedino.

 viviennelanuit©

 

Yoshifumi Hayashi par Mathieu Grenouilleau, Endorphine.