PULSE STATE

Standard

Luca stava facendo finta di leggere, faceva finta perfino di stare seduto, lì,  al solito tavolino del solito bar a piazza Bellini, in quel pullulare di gente, profumi e caos che la vita gli faceva vedere ogni santo giorno, come quel pensatore di Rodin, schiacciato dai sensi di colpa. Una vocina costante gli sussurrava quanto quella volta avesse esagerato, quanto fosse andato oltre. Luca era un habitué del punto di non ritorno, gli piaceva invadere quella zona d’ombra e poi tornare indietro, provava una perversa beatitudine nello smantellare quelle colonne cui Sansone, con tutta la sua rabbia si era poggiato, sbagliava e faceva dietrofront, piangeva e si lavava il viso, peccava e veniva perdonato. In bagno quella mattina, guardandosi allo specchio, si era sputato in faccia dopo esservi deterso con quel sapone alla lavanda che Fiamma gli aveva regalato per il suo onomastico: Fiamma, il suo bruciore, la sua luce, i suoi capelli e la sua forza. Aveva esagerato stavolta, si dannava, ipnotizzato da quella tazzina di caffé sorseggiata a scatti.

Luca aveva un negozio di antiquariato, lì proprio in quella piazza, che quella mattina di dicembre gli parlava dei suoi sbagli a voce talmente alta da doversi  tappare le orecchie e canticchiare una sciocca melodia pur di non sentire. Luca ripensò a quando la vide per la prima volta a casa di sua sorella Silvia, avvolta in jeans strettissimi e camicetta bianca. Ripensò alla Fiamma che non aveva ancora acceso, illibata, bianca e evanescente.

Quella sera parlarono del mondo e di Lev Trockij, dei decumani e d’o pere e ‘o musso. Fiamma splendeva e bruciava, ma si muoveva ancora disconnessa, forse c’era un po’di vento.

Gli spilli dell’inverno trafiggevano Luca, che adesso divorava una graffa. I suoi occhi erano quelli di uno squalo, plumbei e acquosi. I suoi capelli erano spettinati e sporchi, le sue dita ripassavano le tempie vorticosamente. Fiamma era distesa a terra su quelle maioliche fauves e lepidottere, striata di sangue, umori e lacrime. Luca aprì la porta lasciandola riversa lì, assicurandosi che respirasse ancora e chiuse a doppia mandata. Doveva convincersi Luca, che non era stato lui, non poteva averla ridotta in quello stato, doveva lenire il suo male, doveva saziare il suo dolore, doveva sentirsi meglio. Quel colore vergine e immacolato ora riempiva la sua mente. La botta salì velocemente e lui adesso aveva mille propositi di cambiamento, le comprò la colazione, il cappuccino, aveva comprato un pacchetto di fiammiferi per riaccenderla, Fiamma, la sua donna, la sua vita, la sua ossessione.

 

L’indomani Luca l’aspettava all’uscita dell’Accademia. Lei scendeva le scale, sembrava stesse sfilando, nel suo abitino lilla e i capelli raccolti a chignon, tanto da conferirle quell’aspetto da Holly Hobbie dolce ed etereo. Luca era cotto a puntino. Ma faceva ancora il timido, le mani gli sudavano, il cuore pulsava, e non trovava le parole e non voleva sembrare stupido e non voleva essere disadattato, e allora recitava la parte del duro del Roadhouse.

-L’esame è andato male, volevo darti una buona notizia, ma dromos e tholos non mi hanno dato scampo

Luca aveva visto le amiche di Silvia, piccole e insignificanti, c’erano pur sempre un lustro e tre anni di differenza, ma quando stava con Fiamma, brillava d luce riflessa.

-Sai, il lavoro al negozio mi annienta, sono chiuso lì dentro tutto il giorno e alla fine mi rendo conto di parlare con quella statuetta di Gemito che mi scruta tutto il tempo

-Qualche volta potremmo chiacchierare insieme a lui se ti va?

Smpre meglio che restare intrappolata nella tomba di Atreo, pensò.

Ogni giorno Luca e Fiamma s’incontravano a piazza Bellini, tra quadretti di strada e chitarristi improvvisati, perdendosi in conversazioni impegnate e finto pop! Luca l’ascoltava quando ripeteva storia dell’arte e la ammirava quando ricopiava corpi nudi in pose plastiche, le sembrava che dipingesse le vergogne maschili a memoria, tanto che un pò di gelosia le si rigonfiava sotto il collo, ma si distraeva subito da quel frivolo pensiero quando i suoi occhi si poggiavano su quel neo posto tra l’incavo delle sue labbra.

Luca le fa un sorriso rilassante e pacifico, come se lei avesse trovato la giusta soluzione senza farlo sentire un coglione. Era uno dei motivi per i quali voleva trascorrere la maggior parte del suo tempo con lei. Fiamma gli donava, tutte le volte, un caldo tepore e Luca, più passavano i giorni e più non poteva farne a meno. Un caldo di Fiamma che lo avvolgeva e lo teneva protetto e si immaginava cullato dalle sue braccia e accarezzato dal suo seno. Seno che non aveva avuto il coraggio di sfiorare, pelle di cui evitava il profumo ambrato, cosce che avrebbe voluto mordere, ma non osava e tremava nella sua Fiamma, e bruciava alla sua vicinanza, fuoco sacro che lo chiamava nel baratro del desiderio e della passione, ogni giorno, ogni istante con la sua presenza. Fiamma brillante e purificatrice.

Luca la guardava, voleva toccarla, lei a volte gli sfiorava la mano. Una scarica elettrica si allargava a macchia d’olio su tutto il suo corpo, ebbe il coraggio le prese quella ciocca e gliela sistemò dietro l’orecchio, accarezzandola con piccoli cerchietti concentrici, lei capì il suo disagio, la sua timidezza. Gli si avvicinò e lo baciò in un bacio lungo, profondo, dove la lingua esplorava la sua bocca, il suo tremore e la sua anima.

Luca aveva un problema con le donne, questo era chiaro come il sole, era vissuto senza un padre e con una madre ossessionata dalla pulizia e dal peccato, fortuna che la sorella aveva mandato, con un fragoroso “vaffanculo”, quasi tutti salvandosi così giusto in tempo, ma Luca no, Luca aveva dovuto fare i conti con le sue paure irrazionali, e con gli acari che vedeva dappertutto senza bisogno del telescopio. Se ne stava tutto il giorno in negozio spolverando statue, bronzi, lucidando argenteria e passando aspirapolveri su tappeti damascati,  aggiustando gingilli e pettinando parrucche settecentesche.

Luca, chiuse gli occhi ascoltando solo la voce di Fiamma che gli sussurrava di rilassarsi.

Arrivarono al negozio, a via Costantinopoli, in quella strada brulicante di medioriente, bazar, incensi e percezioni visive. Luca aprì il portone, Fiamma fu invasa da un profumo di patchouli e sandalo. Luca la abbracciò da dietro, stringendola fortissimo, come fosse un essere fluttuante pronto a spiccare il volo, ma Fiamma ricambiò, girandosi e baciandolo e amandolo quella sera come non avesse mai fatto con nessun altro uomo. Luca tremava, la toccava come se fosse irreale. Fiamma con decisione gli prese la mano e la poggiò sul suo seno, scoprendolo dalla camicetta di organza bianca.

Mentre succhiava il suo seno, Fiamma gli baciava la nuca, era caldissimo, ansimava. Forse aveva intuito qualcosa, ma non disse nulla, e quel qualcosa le provocò un fremito, una sensazione irrefrenabile di prenderlo, leccarlo, gustarlo. Forse Luca era vergine, forse.

Luca mani, un fiore che stava per sbocciare con lei. Con cura lo spogliò, prima il maglione, poi i jeans, i boxer, giù senza fretta, con calma. Il suo sesso era di pietra, dritto si innalzava ai suoi occhi.

Per un tempo lunghissimo lo guardò soltanto senza toccare, sfiorandolo con le sue labbra, poi iniziò a toccarlo, delicatamente dal basso, leccando quelle protuberanze poste alla sua base, prendendole in bocca e succhiandole come il più gustoso dei gelati, prima una, poi l’altra, prima l’uno e poi l’altra ancora. Luca, tremava ancora ed emetteva gemiti di dolore e quasi paura. Poi Fiamma, con una leccata energica risalì di colpo e se lo introdusse in bocca, in gola, per iniziare quella danza con la lingua, le labbra, facendo rumore volutamente. Riprese fiato Fiamma,e un fiòtto caldo le bagnò il viso, sporcò i suoi seni.

Luca and in bagno, prese della carta igienica, la ripulì con cura, scoppiò in lacrime.

Fiamma, si asciugò, si rivestì frettolosamente e se ne andò, gli occhi pieni di lacrime, le prime per lui. Per strada quel sapore, salato e acido si mescolava al patchouli, si accovacciò improvvisamente e vomitò, un po’ di dolore.

 

E così ce ne stiamo soli,  io e te in questa auto, la cui puzza di plastica e arbre magic ci dà la nausea a urlarci contro e a dirci: “va bene”, “basta”, “lasciamo stare”. Le parole che non riusciamo a pronunciare sono chiuse in uno scrigno, giù, in fondo al nostro cuore; anzi sono lasciate lì in un sarcofago a imputridire, perché non si possono dire, perché non le vogliamo tirar fuori. Come in una delle migliori canzoni di Baglioni, dove lei va via e non dice nulla, dove il silenzio è più alto di mille voci messe insieme, dove lo sconforto asciuga le nostre lacrime, seccando il vitreo degli occhi e dove l’ira sale senza avere intenzione di calare. Perché? L’infelicità è una condizione insopportabile e insostenibile, ti logora ogni secondo di più e ti ritrovi a combattere contro i mulini a vento, cercando un gancio in quelle tele un appiglio o un approdo. Ci crogioliamo nel nostro malessere, fin quando non lo accettiamo, diventando i più grandi bugiardi di noi stessi. Perché? Dopotutto la vita è una sola, e quel tempo trascorso a litigare è solo lerciume dato in pasto al nostro invecchiare, che divora, divora insaziabile come in uno dei Goya di nicchia, dove Saturno divora i suoi figli. Concime per terreni già morti. Il tempo influenza l’amore e modifica  il sesso. Fiamma, stava per spegnersi definitivamente in quella macchina dal tanfo vanigliato che le dava il voltastomaco. Si sentiva vecchia e in ritardo su molti treni della sua vita, ma non rinunciava ad ardere e, nonostante il lento declino, riusciva sempre a ravvivarsi. Fiamma non poteva morire. Nomen Omen da rispettare e onorare sempre il suo. Epitaffio sacro e inviolabile. Luca con uno scarpello, ogni santo giorno lo vandalizzava e  lo umiliava. C’erano notti che trascorreva chiusa a riccio in un angolo, c’erano giornate dove facevano l’amore ininterrottamente, c’erano momenti in cui Fiamma non riusciva neanche a camminare dal dolore, lacerata, trafitta e umiliata al suo volere. Perché? Fiamma amava Luca di una passione e di un amore ingestibili.

Luca per via della “bianca” aveva attimi di esaltazione e precipitosi countdown nel baratro, a letto quando prendeva la “bianca” Luca era un treno, la portò ad avere quattro orgasmi consecutivi il giorno del suo compleanno, Luca era la sua “bianca” e sì sa le droghe fanno male, ma ti fanno vedere il paradiso. Luca diventava il suo carnefice, il suo angelo, colui che le dava piacere e dolore insieme. In quel albergo alle terme, fu dolcissimo. Carezze lente e pigre si adagiavano sui fianchi di Fiamma, dita desiderose di affondare nel suo ventre, Fiamma che vibrava ad ogni suo tocco e poi la lingua, lì, con la lingua Luca era il non plus ultra, la faceva venire sempre così, prima con la lingua, con le labbra, con i baci, con i denti affondati sofficemente nella sua fica gonfia e rosa, piena di voglia di lui, piena di amore per lui.

Era un periodo buono per Luca, ero felice, stava cambiando era più calmo, tranquillo in pace con se stesso. La madre lo tormentava di meno, al negozio avevo venduto un Giò Pomodoro ad un mercante francese e aveva appena acquistato una centrifuga. Luca era un bambino piccolo, sentiva sempre il bisogno di avere feedback positivi su tutto ciò che faceva, doveva essere continuamente incoraggiato, Fiamma era sempre lì a riscaldarlo, anche se faceva cilecca, non faceva niente, Fiamma accettava anche questo, accettava un amore che dava il top, quando era malsano e contaminato. Luca nel periodo “buono” viveva in una bolla, come se facesse il morto a galla in un mare d’olio, Fiamma l’orgogliosa, Fiamma l’ambiziosa, Fiamma la femminista, Fiamma la tosta colava a picco in questo acquitrino. Accettava in silenzio, per amore , per le sensazioni che le faceva provare, per gli orgasmi che nessun uomo gli aveva mai donato, per quegli occhi, Fiamma voleva donargli i suoi di occhi, voleva annientarsi in lui in un lento e inesorabile declino, ma quella giornata alle terme Fiamma scoprì due lineette su quel oggetto e di colpo il vento cambiò.

 

Mi piace arrivare alla conclusione, ai fatti, al clou del discorso, al nocciolo della questione; perché è vero, le parole fanno tanti giri, ma alla fine, bisogna sempre metterci un punto. Il pretesto? Uno di quei tanti labirinti mentali che iniziavo e non portavo mai a termine, quando nel silenzio totale della sera, mi metto davanti allo specchio e parlo da sola. Inizio con una serie di domande a raffica: che fine ha fatto il femminismo? Che fine hanno fatto quelle streghe che in tante erano tornate alla ribalta! Che fine hanno fatto quei cortei, quelle lotte, quei sabba? E il cameratismo tra donne, la complicità? Adesso io, Fiamma, vedevo solo donne che soccombevano ai loro uomini: nel fisico, nella psiche e nel sesso. Ha ancora senso parlare di emancipazione, indipendenza e femminismo?

O sono parole distratte che ci fanno sentire più cool davanti un Aperol Spritz? I rapporti di coppia sono migliorati o peggiorati? Perché stiamo soccombendo al sesso forte? Perché ogni giorno continuano a morire donne, vittime consenzienti, di un qualche meccanismo che piano piano le sta torchiando, schiacciandole. E Il sesso? Deve ritornare alla sua dimensione più pura e più genuina? O è solo lo specchietto delle allodole di relazioni tossiche. Basta con il sesso fatto a metà e non vissuto a 360°! Basta col compiacere gli uomini, perché siete terrorizzate dal rimanere sole. Basta con l’ipocrisia diffusa, con le apparenze, col mantenere gli equilibri, col fingere…e tutto per elemosinare un po’ di attenzione. Ah specchio. Specchio.

 

Lo specchio del bagno si appannò dell’aria calda e umida della doccia, e un pensiero desolante le invase il cervello: anche il sesso era diventato una moda, un trend, una tendenza, il contentino di una vita monotona e accidiosa. Tutto ciò era molto triste, quasi come la morte, ma senza una liberazione.

Protezione, sicurezza e bisogno di sentirsi desiderate chiedete questo? Allora? Se lo lascio che fine faccio? Chi mi mantiene? No, e i figli? Eccolo, il succo del racconto è proprio questo: il dare e il ricevere. Cerco di seguire il filo logico organizzato nell’intro: i soldi. Avete venduto l’anima al diavolo, avete perduto la capacità di rigenerarvi, di voltare pagina. Avete perduto quella indipendenza, prima di tutto da noi stesse. Ci sentiamo sole, sperdute, cerchiamo una bussola, un approdo, un giaciglio per la nostra fragilità. Io parlo di carattere, cazzo! Di carisma. Le donne devono riprendere in mano lo scettro, non nascondersi dietro…lo scettro! Perdonate il nonsense! Fiamma si rivolse alla piccola platea di intellettualoidi part-time, che vedeva riflessi nello specchio del bagno.

 

Cosa abbiamo venduto e cosa abbiamo acquistato? Statistiche, femminicidi, morte. Perché? Avere il dono della sintesi. Credo che l’amore, sia confuso con la possessione, con gli interessi, con i soldi, e ancora con gli interessi. Perché pensò che la parola femminicidi abbia una certa attinenza con la parola pesticidi? Forse siamo insetti? ?Ci hanno declassato a stato di larve? Bozzoli di farfalle mai nate? Quante parole a quello specchio appannato, quanti discorsi da oratrice ad un pubblico assente.

 

A Fiamma non le erano mai piaciuti gli uomini che si fermavano “alla prima”. Prima di mettersi in gioco, quelli che tornavano sui propri passi, quelli che non rischiavano le palle! Quelli che si fermavano alle apparenze, tanto per dire una frase fatta! A Fiamma le piaceva sempre dire, che se mai fosse stata un uomo, sarebbe stato tra i più romantici, gentili, oltre che amante formidabile e attento. Ma Fiamma ragionava così perché era una donna, e quindi non valevano queste congetture astruse. Per intenderci, Fiamma,  non andava alla ricerca del principe azzurro delle fiabe, ma voleva un uomo che non avesse paura a perdere la faccia, stop quindi con rapporti edipici e gare intellettuali del cavolo! Bisognava tirare le somme, fare due conti, stendere una linea insomma!

 

Vago per casa a piedi nudi, ho i capelli bagnati, Sexy Sadie alla radio e ancora Luca al telefono, ancora lui:  il suo fallimento di donna e di femmina.  Era stanca, stanca delle sue violenze, stanca dei suoi baci inesistenti, stanca, perché era una mendicante del suo cazzo in fin dei conti, stanca perché non sapeva dirgli di no, stanca perché con la coda tra le gambe ritornava sempre da lui, e lei lo perdonava sempre, come se l’universo maschile si esaurisse con lui, come se lei non avesse altra possibilità, altra via d’uscita.

 ©viviennelanuit

Beach House, Silver Soul, Teen Dream, Sub Pop, Bella Union, 2010

SOLO UN PO’

Standard

C’è sempre una festa alla base di tutto. La perdita di orientamento quando si entra in un locale e guidi tu la fila avete presente? Quella sensazione di dirigersi verso un precipizio. Lo stordimento di quando si tenta di parlare all’orecchio di qualcuno quando la musica è “a palla” o quella di urlare da una montagna, senza che nessuno riesca mai a sentirti. Riconoscere i propri limiti e superarli, andare oltre i colori leciti, rischiare senza aver timore di rendersi ridicole. Frasi fatte, cose dette e mai attuate, sensazioni sospese, che ti lasciano l’amaro in bocca. Vietato lasciare l’amaro in bocca, soprattutto ad una donna! C’è sempre una festa alla base di tutto, l’energia che si sprigiona quando si è allegri, la convivialità, il cicchetto di troppo, il buon vinello, la musica e le risate dovute. Che fossero tutte strumentalizzazioni occulte? Fiamma farfugliava pensieri sconnessi in quel pub, davanti un piatto di salamini, e davanti ai suoi trent’anni e più.
Si chiedeva se fosse mai esistito, un fine ultimo nel sesso, così, come ad una festa. Dopotutto una festa è una cosa inutile pensava. Le vennero in mente, irrompendo quasi di forza, dei pomeriggi trascorsi a casa della sua amica Carola. Lì, tra quelle mura capitava sempre qualcosa di insolito, quando varcava la porta, si ritrovava catapultata in un torpore diffuso e ovattato, i maligni avrebbero bisbigliato da festa stupefacente, beh, nulla di più vero, sicuramente fluttuava in atmosfere quasi oniriche, come quando era preda di un Orfeo generoso che le faceva dono dei sogni più dolci e delle fantasie più audaci. Un bordello direste voi? Con toni meno grezzi, sì! Capitava di tutto, e sempre in occasione di qualche festa totalmente inutile e civettuola.
A diciassette anni hai un coraggio da leone, ma, piuttosto, sei come “Daniele nella fossa dei leoni” accerchiata, sorvegliata speciale dal non fare passi falsi, se poi avevi avuto la fortuna di sperimentare i primi ardori di trovarti nella condizione ideale di poter fare qualsiasi cosa, rispettando quella esaltante espressione che: “da giovani si è immortali” eri nel ventre della vacca! No, cazzo, non avevo paura di mettermi il collirio negli occhi, o di ingoiare una pillola, non avevo paura di bussare alla porta di qualcuno che temevo, i miei occhi erano spalancati, e la pillola la ingoiavo di colpo e sapevo cosa dire a quello che stava al di là della porta. L’amichetto di adesso, le chiese perché stesse ridendo, pizzicandole la mano, lei continuò a mangiare il suo piatto di salamini piccanti.
Le venne in mente, Fiamma, giovane donna, consapevole delle sue scelte, sicura di sé, dei propri gusti, dei propri piaceri, che non cercava conferme da nessun uomo, che si sentiva bella, femmina e provocante. Pericolosissima.
-Ci vediamo oggi pomeriggio alle tre, portate chimica giusto per far vedere
Le scrisse Carola con un secco sms. Valentina l’aspettava puntuale, era la sua migliore amica, aveva condiviso compiti, interrogazioni, lacrime, tutti i pomeriggi o quasi di quegli anni molli, lenti e infiniti. Aveva condiviso anche Luca con lei! Carola abitava alla fine di una strada di campagna, una strada costiera immersa nel verde di pini mediterranei, edere e ortensie, in una villa dal gusto decadente con un panorama mozzafiato. Fiamma si ricorda di come, a quel tempo, associasse strade e case ai romanzi che aveva letto, ebbene, casa di Carola aveva quel sapore tardo ottocentesco da Marchese di Roccaverdina. Una aura naturalistica alterata ad una vegetazione insana e pesticida, groviglio di peccaminosi incontri con fattori di basso rango e contadinelle disinibite e senza mutande!
-Ci vediamo un film?
Carola, adolescente disadattata e completamente outsider, era una ragazza fuori dagli schemi, fuori da qualsiasi convenzione o struttura. Per Fiamma era la follia fatta donna. Fiamma l’adorava, già a quella età aveva un carisma ed una sagacia degne di una over quaranta, ma soprattutto quello che le piaceva di lei era lo spiccato femminismo, l’appoggiare sempre la causa femminile, il non tradire mai lei o Valentina per beneficiarsi della compagnia di un uomo. Il film in questione era un film erotico di tale Aristide Massacesi. Carola lo aveva sgraffignato al fratello trentenne, (del quale Fiamma era segretamente innamorata, tanto per cambiare) lo videro in camera sua.
L’eccitazione era altissima, l’idea che di lì a poco sarebbe venuta sul suo letto le provocava un brivido. Fiamma ricorda ancora di quando, Manolo, si tuffò in piscina per recuperarle un anello cadutole sul fondo e di come estasiata lo guardasse con occhi da Lolita. Ah, se solo le avesse fatto un qualsiasi ed impercettibile, cenno di adesione, Fiamma gli avrebbe dato tutta se stessa all’istante! Ma purtroppo per lei, non accadde nulla! L’amaro in bocca, insieme all’asciutto bagnato della piscina!
Fiamma sul letto, Valentina su una sedia a dondolo e Carola a terra sul tappeto. Che amplessi favolosi quel pomeriggio di fine anno scolastico. Il film era ambientato in campagna, una scenografia che intrigava Fiamma, quel vedo non vedo, il coito penetrato scostando le mutandine, un fienile, l’essere presa con sorpresa, immagini visualizzate e subito tradotte in piacere. I loro pomeriggi qualche volta trascorrevano così, nessuno sapeva di quello che facevano, il mondo era chiuso fuori la porta, in quel giardino fatato di Carola, solo folletti ed innocui esserini fiabeschi!
– Stasera vengono anche Omar e Toni, faccio venire anche Luca?
– Carola sai come la penso, Luca è deleterio per il mio sistema nervoso
– Sì, come vuoi tu, ma non voglio che resti sola, ci mangiamo una pizza e poi già sai!
– Poi cosa mi resta Carola? Un pugno di mosche in mano!
– Prendila così, sicuramente, qualcosa di più ti resterà in mano! Ma non ho dubbi sulla tua perseveranza! E poi è lo stesso per me, cioè Toni, mi fa star bene, ma è un passatempo, un delizioso giochino, un sollazzo pomeridiano, un sex toy! E poi, si era detto fin dal principio: se si gode, niente rimorsi! Perché Luca ti fa godere e questo l’ho visto con i miei occhi, quindi zitta e non rompere.
Atmosfere bucoliche riecheggiavano sulla sua pelle, paesaggi silvani rinfrescavano il piacere che sentiva salire, echi D’Annunziani si facevano largo prepotentemente, trascinandola in quel trou di godimento, che le sue dita sollecitavano, sempre più velocemente. Indice e medio che si alternavano freneticamente, pollice e indice che le strizzavano i capezzoli, gambe tese, piedi ripiegati. Risoluzione.
– Andiamo a comprare il beveraggio
Carola si portò le dita alla bocca asciugandosele
-Tu farai una brutta fine, Carola, ogni giorno che passa ne sono sempre più convinta
-Come sei pessimista, qualsiasi fine farò voglio che mi accompagni tu, promettimelo
-Sì, ti accompagno io, adesso ricomponiamoci, che il supermercato chiude, sennò
Fiamma non aveva nessuna voglia di vedere Luca, ne tanto meno di spassarsela con lui. L’ultimo loro incontro risaliva a due settimane prima, era stato uno stronzo, come al solito, per intenderci, Luca la faceva godere, godere come nessun altro, e Fiamma era lucida nelle sue conclusioni verso di lui, ma se stasera da Carola avessero scopato, dopo sarebbe stata male per altre due settimane. Luca non era l’uomo per lei, però la prendeva in un modo, e il suo profumo addosso, Fiamma, non riusciva a lavarlo via.
– Non posso farlo, Luca non insistere
-Sai che mi fai morire quando hai…
-A me non va, mi fa male
-Ma se ti faccio urlare il triplo
-Ho bisogno di te, ho bisogno di sentire quel calore che è ancora più intenso, ho bisogno di averti in tutti i modi
Ebbene sì, anche in quel modo; stavano insieme anche quando c’era il divieto rosso!
Che cos’è un ossessione? L’ossessione è una cosa che Fiamma non augura a nessuno, neanche al più acerrimo dei nemici, ma non era la morte quella? La gola le si stringe, non riesce a respirare, ha un groppo che non si districa, non riesce a trovare pace, forse la morte sarebbe una liberazione, e Fiamma l’aveva provata in più di un occasione, l’ossessione, non la morte! Al sonno eterno aveva dato forfait a più di un appuntamento.
Fiamma riusciva a provare piacere solo con un uomo. Un uomo che non era il suo, che non frequentava mai, eccetto che per scopare, un uomo che la faceva raggiungere le estremità più impervie del piacere, un uomo che era anche la sua prigione e la sua condanna a morte. Fiamma era segregata in una Rocca di San Leo, ma a differenza del furbo Cagliostro era priva del potere dell’invisibilità e camminava in cerchio in quella stanza, sentiva il bisogno di toccarsi, ma voleva le sue dita, cercava disperatamente il suo umore, ma non lo trovava, e quel profumo, Roma Uomo. Un pomeriggio di rota altissima, fece il giro di tutte le profumerie, fin quando finalmente lo trovò, e come in crisi di astinenza, si chiuse a chiave nella sua stanzetta, scartò la confezione con cura, assicurandosi di non essere vista e, come il più prezioso degli elisir, se lo spruzzò addosso ed ebbe così, uno degli orgasmi più forti, senza aver bisogno di lui.-
– Dove sei?
-Sto ancora allo studio
-Io non ce la faccio, ho speso più di cinquanta euro solo per sentirti
-Stai ricominciando a dare i numeri?
-Luca io ti voglio troppo, non riesco ad acquietarmi, mi sono toccata tre volte e solo dopo che ho comprato il tuo profumo, perché mi lasci sola?
-Ma ti rendi conto che non possiamo passare tutto il giorno a scopare?
-Perché no?
-Perché, non reggo i tuoi ritmi
-Non depone a tuo favore questo, lo sai? E poi, dillo a quella secca biondina coi denti storti, che hai al tuo fianco, quanto ne hai abbastanza, sei volte di “abbastanza” mi hai dato l’altra sera
-Basta, devo andare
-Aspetta, scusami, scusa davvero, non volevo, sai che non sono gelosa, ma lei ti ha lì, tutto per sé ed io devo elemosinare e raccogliere le briciole
-Ma perché, perché voglio fare l’amore con te, ore, minuti e quarti d’ora? Perché mi concedo a te in modo pieno, appagante e totalizzante? Perché sono una femmina che vuole pulsare, mica come quella frigida che hai per fidanzata! Che rimane paralizzata a letto o aspetta che la tocchi, perché non ha ancora passato la fase dell’adolescenza?
-Sei tu l’adolescente, ti ricordo
-Sono colpevole, lo so, sono colpevole di vivere e di ribollire d’amore
Erano le undici passate, mi ero appisolata sul divano, la casa era deserta, i miei erano fuori e potevo fare quello che volevo, avevo bevuto un pochino e la stanzetta murata mi girava intorno, girava tutto, ma scattai subito dal divano e mi precipitai alla porta, era lui, era Luca. Presi le chiavi, tolsi le mandate, strattonai il chiavistello, Luca era lì, con un mazzo di orchidee in mano.
-Mi hai fatto avere un erezione, mentre stavo a telefono con te lo sai? Non devi parlare quando siamo lontani, non riesco a gestirlo, è così da quando ho attaccato, dalle quattro di oggi pomeriggio. Luca le afferrò la mano per farglielo sentire, ma Fiamma già stava su di lui e si inginocchiò al suo cospetto, quasi venerandolo, quasi ringraziandolo, per essere lì, soccorso in suo aiuto, a lenire il suo dolore. Luca stava ancora lì, tra le porte dell’ascensore, non gli aveva dato un minuto, gli abbassò i pantaloni, Luca si mantenne, le orchidee le caddero sul viso, quasi omaggiandola di tanto ardore, fin quando la sua bocca non lasciò nessuna traccia. Con cura, Fiamma gli sistemò i boxer, raccolse qualche orchidea da terra e se la fissò ai capelli.
Luca, prese la sua faccia, le strinse le guance.
-Hai il mio sapore in bocca, lo sai?
La prese in braccio, la portò in casa, chiuse la porta. Fiamma era in estasi, estasi perché era venuto a cercarla di nuovo, estasi, perché glielo aveva dato ancora una volta, estasi perché lui era il più potente degli oppiacei e non poteva farne a meno. Questo aveva raccontato a Carola, ecco perché, voleva restare da sola, senza di lui, in quella solitudine che a volte la faceva stare bene e altre volte la avvinghiava in una morsa stretta e la lasciava senza respiro. Fiamma si era interrogata più volte sul fine ultimo della loro relazione, e la parola magica era il sesso. Il sesso fatto a tutte le ore, in tutte le condizioni (mie per lo più), il sesso fatto come se non ci fosse un domani, come se l’Apocalisse venisse a trascinarli in un black hole infinito. Alla fine dei conti, Fiamma sapeva ben poco di lui, era più grande di lei, per fidanzata aveva una secca biondina coi denti storti, i genitori divorziati e forse gli piacevano anche gli uomini. Non conosceva altro, o meglio non voleva conoscere la sua quotidianità, la sua routine, non voleva che le raccontasse le sue paure, ansie e aspettative per il futuro ecc., voleva solo che la scopasse, come lui sapeva fare, in quel modo stop and go che rallentava il suo orgasmo, e che la obbligava a non controllarlo più. A Luca, avrebbe voluto dire tante cose, ma Fiamma aveva comunicato con lui, attraverso il suo corpo, e attraverso la sua carne, e attraverso quella elettricità che si innescava quando i loro corpi si sfioravano. Non potevano dirsi: per sempre, non potevano dirsi nulla, ma poteva dirgli che in un modo essenziale, reale, empirico, sul quel presente, su quell’oggi, su quegli anni, su quel tempo preciso e dettagliato l’ aveva amato, e adesso che non era più tra le sue braccia, sentiva la sua voce che le diceva di seguirlo al mare, e lei si perdeva in quella spuma chiara, bianca e densa.

viviennelanuit©

Mina, E poi, Frutta e Verdura, 1973.

CAMPEGGIO STORY

Standard
In estate si sa le cose vengono più facili e libere, al campeggio, poi, l’aria dei pini mediterranei, la brezza del mare, il suono delle cicale che creavano l’atmosfera, rendevano il sesso decisamente soddisfacente, le copulazioni erano facili e il tutto era gestito dalla bellezza esaltata dall’abbronzatura, dall’abbigliamento ridotto all’osso e da una dose di sicurezza maggiore rispetto all’inverno. Credo ci sia una connessione tra tintarella e fiducia in sé, o tanto meno tra indossare un bikini striminzito e un maglione a collo alto, ho sempre pensato che le nudità influiscano positivamente sull’ autostima delle persone, ecco perché, andavo in giro sempre mezza nuda, con indosso un paio di pantaloncini, rigorosamente senza mutande e un top bianco a uncinetto, rigorosamente senza reggiseno che mi lasciava scoperto l’ombelico e che si annodava dietro al collo, lo avevo realizzato durante il coprifuoco pomeridiano, mentre fantasticavo su quando qualcuno me lo avrebbe strappato dalla carne a morsi e magari coi denti, non so! In ogni modo, da più giorni, ero alla ricerca di una performance alla camporella, del resto, era proprio quel che mi ci voleva per farmi rilassare e scaricare lo stress, accumulato in un durissimo anno scolastico. Paolo, questo il suo nome, era un adolescente biondo e ben messo, frequentava il primo anno di ingegneria meccanica, era molto carino, anche se, per Fiamma il coup de foudre doveva ancora scoccare, come al solito! Perché Mr biondino, dodicesimo-posto-alla-Capri-Napoli, doveva avere qualcosa di mistico, da Guru, di Orientale per fargliela bagnare, come ad esempio: conoscere tutta la discografia dei Penguin Cafe Orchestra, vedere film di Kieślowski all’alba sorseggiando karkadè, ed essere candidato al premio di miglior leccatore dell’anno, lo ammetto era dura per qualsiasi cupido “navigato” scovarne uno così, ma forse, tutto sommato, quel premio era destinato a vincerlo! Girovagavo senza meta, sotto il solleone della controra, accarezzata dal calore che filtrava tra gli aghi di pino, se ripenso a quel profumo di resina, ai capelli bagnati e profumati di balsamo al cocco, al costume fradicio che irritava Miss Pat dopo il mare, mi viene un tuffo al cuore. Il campeggio. Che luogo magnifico! Calderone di amplessi in solitaria, di gruppo, di indianate sulla spiaggia e di barbecue. Tendo a sottolineare: di amplessi in solitaria. Il mio programma quotidiano, prevedeva una sveglia puntata sull’era Cenozoica, in genere non pranzavo, perché ero in modalità: da-grande-voglio-fare-la-top-model e preferivo andare all’edicola che aveva una selezione di libri niente male, perché mi trovavo nella fase dove la cultura rendeva liberi e che se eri a conoscenza di una quantità abnorme di informazioni, potevi sederti su di un trono, con tanto di pelliccia di ermellino e scettro tempestato di rubini, ridendo delle miserie del popolino e denigrando i mediocri: ero una stronza, in pratica! Adoravo quella piccola libreria, era nelle prossimità di uno stagno e mi sentivo tanto Novalis, se non fosse stato per quegli adorabili bambini che facevano a gara a chi avesse lo striscio di piscia più lungo: maledetti stronzetti! Ricordo, ancora, di quando mi adagiavo sulle sue rive per veder spuntare le rane, fin quando non rimasi traumatizzata dal vederne decapitare una, per mano di quei bimbetti malefici!
-Niente mare oggi?
Stavo facendo colazione fuori la veranda, sorseggiando del caffèlatte, intorpidita e sudatissima per via della tenda.
-Volevo darti questo dizionarietto di tedesco, l’ho trovato come inserto ad una rivista
Aprii gli occhi ed alzai lo sguardo, ma riuscii solo a sentire la mia puzza!
-Un dizionarietto di tedesco?
Dovevo subito farmi una doccia.
– Ti piace? So che questo anno studierai tedesco
Perché non mi accompagni sotto la doccia, biondino? Così, ti parlo direttamente in tedesco, fiammingo, swahili e buttiamo questo dizionarietto nel cesso. Pensai tra veglia e sonno.
Era chiarissima la sua attrazione per me, anche se venirsene con il vocabolario di tedesco aveva “asciugato” qualsiasi presupposto.
-Andiamo al mare?
– No, oggi no
– Perché?
– Non posso
– Fa troppo caldo?
– Lascia perdere! Ok?
Gli uomini sono solo degli outsider dell’universo femminile.
– Ho capito, allora ti faccio compagnia
Non lo volevo tra i piedi, mi piaceva starmene per conto mio, con i libri, con le rane, con le mie dita, senza preoccuparmi se fossi vestita bene o pettinata bene, però mi piaceva tenerlo lì, un po’ al guinzaglio e lui intelligentemente mi dava carta bianca, dopotutto ero una diciassettenne, e una differenza di cinque anni, doveva pur significare qualcosa. Fare una bella impressione aveva costituito, per Fiamma, sempre una grandissima fatica e siccome era sempre stata una vanitosa e un’ inguaribile egocentrica, i capelli fuori posto potevano rappresentare davvero una fonte di ansia in sua presenza; ergo voleva toglierselo di torno! Anche se stava al sesto giorno di ciclo, ed era quasi tutto finito.
– Paolo, senti io devo andare al supermercato, ci vediamo un altro giorno
– Un altro giorno, addirittura? Ti accompagno, non puoi scappare, è un campeggio ti ricordo, comunque, stasera ci vieni in discoteca?
– Sì, va bene a che ora?
– Per le 23, ma ti passo a prendere prima, ho capito ti lascio da sola tutto il giorno, ma al calare del sole sei mia!
– Come una fiaba
A Fiamma non piacevano né Fiabe, né principi, le piacevano solo le rane ripensandoci!
– Sì, e tu sei la mia principessa
– Aridaje con la storia della principessa! Pensò.
Fiamma non aveva ancora un corteggiatore, in quella estate del 1999, e un po’ le piaceva l’idea, per sconfiggere la noia, Paolo, in quel momento rappresentava il miglior antidoto sulla piazza, le era andata di lusso! Si era sempre chiesta se avesse mai perso la testa per qualcuno, se avesse mai provato l’ebbrezza della perdita di coscienza. Era sempre stata rigida su questo versante, non voleva soffrire, ma non voleva neanche rimanere asciutta, la cantilena degli uomini bastardi, non innamorati, e che usavano le donne solo per il sesso, l’aveva sempre fatta ridere. Fiamma rifletteva, pensava e pensava, che finora conosceva solo Mr O, raggiunto freneticamente, voracemente, di fretta tutto qui, le piaceva essere venerata come una Dea greca, cercata, desiderata, tutto qui, si invaghiva del più carino, ma sapeva di aver fatto solo il primo gradino della scala. Doveva approfondire.
Cosa c’era di tanto male e negativo nel sesso? Perché era sempre visto di malocchio, con sguardo arcigno e cupo, come se fosse stato da solo in un grande stanza circondato da tante facce disgustate che gli bisbigliavano contro crudeltà inaudite. Il sesso è un’arte e l’arte non è mai volgare, ogni volta, si svela il proprio corpo in un amplesso, ci si concede totalmente, si mette dedizione, cavolo! Non c’era sporcizia, se il tuo uomo è tra le tue gambe da mezz’ora, tu, non fargli mollare tutto, lasciati andare, anche se l’abbandono deve essere gestito da metodo e regole. Esiste il tuo abbandono, con il quale comunichi con il tuo uomo, è una questione di antenne, di onde, di connessioni, spiegagli come deve continuare, quale punto deve premere con la lingua, e se non ci riesci, cazzo toccati tu fino a venire! Ci vuole metodo e dedizione. Punto. Il sesso è orgasmo. Esiste l’eccitazione, quella deliziosa sensazione di formicolio al basso ventre, i baci, le palpatine al culo, ma soprattutto esiste Lui: the big O, e, a meno che non ci siano delle complicanze, beh, l’Eldorado è proprio quello. Il sesso per Fiamma è Amore, è Amore per il proprio corpo, è Amore verso il corpo al quale si sta donando. Amore, la più importante delle spezie da aggiungervi. Un Amore, però ancora proiettato su di sé, ancora concentrato su di sé, non ancora connesso completamente. Fiamma era in preda a voli pindarici e pensava: se vado a letto con lui, è perché sono bella, se voglio sentirmi bella devo andare a letto con lui , se non ho sentito nulla anche questa volta proverò con qualcun’altro, ma dopo mi sentirò ugualmente una merda. Quante donne pensavano questo, la stessa Fiamma rischiava la frustrazione a vita! Ma a diciassette anni aveva già le idee chiare, aveva una guida, la sua masturbazione, era stata la sua maestra, e forse qualche piccolo merito lo avevano avuto anche gli uomini straordinari (due!) con i quali era stata. Straordinari non perché avessero un pacco di tutto rispetto o robe così, ma perché si mettevano in discussione, sperimentavano, sapevano prenderla in quel senso lì. E se tocchi il cervello ad una donna, lei mette le mani dappertutto, si sa! Paolo passò in tenda verso le 23 puntualissimo (ti pareva!). Fiamma stava ritornando dai bagni in minigonna di jeans, magliettina nera super attillata e con una di quelle collane a laccio che lambivano il collo, capelli lunghi fino al sedere, profumati di balsamo al cocco. Ricorda di avere avuto un trucco leggero, ma le labbra erano delineate da una matita e da un rossetto Rouge Chanel, si sentiva perfetta, quella sera, si sentiva che poteva fare qualsiasi cosa, perché la sua sicurezza arrivava a 100 e più
-Vieni con le infradito?
Ma cavolo, sono così carina e tu sei capace di dirmi se sto uscendo con le infradito? Biondino, così mi fai cadere le braccia! Pensò storcendo la bocca in un sorrisino acido.
– Ti dispiace passarmi la crema che sta sul tavolo? E mi passi i sandali? Stanno in tenda, all’ingresso, nella cesta.
– Ecco mia padrona
– Hey, non sbuffare che non vengo in discoteca con te. Paolo scoppiò in una grossa risata, l’avevo messo in imbarazzo. La notte a volte abbaglia di una luce accecante, le sere dell’adolescenza poi sembrano interminabili, ci si aspetta sempre che capiti qualcosa all’improvviso, come un’epifania in mezzo la strada, una divinità che improvvisamente si materializza dinnanzi, la paura che quella sera magari sia l’ultima della tua vita, la paura di fare la scelta sbagliata, l’amore che non conosci, il sesso che non sai usare, l’eccitazione che non sai riconoscere e sfruttare per avere orgasmi da sogno, il desiderio di essere voluta, idolatrata e lambita e di essere cercata. Ma non per Fiamma. Fiamma era una ragazza forte, indipendente, soddisfatta di sé, e poco importava se gli altri recepivano questa cosa! Fiamma non brillava di luce riflessa, si alimentava da sola, emanava energia e calore, tutto per lei. E gli altri erano solo attratti, attratti da quel calore. Paolo era impaziente con quella espressione stampata sul viso del tipo: ti-ci-trascino-per-i-capelli-in-discoteca-se-non-ti.sbrighi.
Percorsero il lungo viale alberato, la notte umida gli bagnava la pelle, il profumo della resina così pungente, gli solleticava le narici, le tende abbassate, le luci soffuse delle roulotte, il mare, le cui onde che si protraevano nelle loro teste. Tutto ciò era semplicemente magico.
– Paolo mi fai male
Non riusciva a smettere di palparla, di toccarla, di pizzicarle i fianchi. Fiamma sapeva perfettamente come sarebbe andata a finire la serata e questo pensiero le lasciava un battito accelerato e una dolce umidità sulle mutandine. Era bello stare con le sue mani sui suoi fianchi, e camminare nella notte, al buio, e ad ogni passo compiuto illuminare un pochino la strada.
– Non posso resisterti
Paolo le stava dietro, le mordeva il collo, camminava su di lei, la spingeva, la annusava in modo animale. Una piccola insenatura li accolse, là, nella pineta.
-Appoggiati qui
– All’albero?
– Sì, qui
Improvvisamente si mise in ginocchio ai suoi piedi, le mani le sfioravano le gambe, ebbe un brivido, lui se ne accorse, le alzò velocemente la gonna, lo aiutò, si abbassò le mutandine gli portò la testa lì, tra le sue gambe, su quella rosa che sbocciava tra le sue labbra. Fiamma aveva le pupille dilatate, lo guardava esterrefatta, con occhi nuovi. Le sue mani erano sul suo sedere, la spingeva verso la sua bocca, sentiva la corteccia dell’albero graffiarle la schiena. Lo desiderava, lo voleva lì, sulla sua fica, voleva dirgli come leccarla, voleva dirgli come toccarla, ma era troppo irruente e non riusciva a guidarlo.
– Aspetta Paolo
– Come?
Si inumidì le dita di saliva, e le portò lì, impaziente, veloce.
-Medio e anulare, per favore.
Paolo in silenzio, obbedì.
– Che bello sentirti mentre ti bagni, mentre ti apri, mentre ti esploro
– Continua non ti fermare
Il suo bacino andava avanti, indietro, su e giù, aveva gli occhi chiusi, il cuore sembrava impazzito, doveva stringere le gambe, le irrigidì, per godere, si posizionò dritta, rigida, la sua lingua la cercava disperata, Fiamma voleva solo venire, indipendentemente da lui, da lei, dalla scena erotica a cui stava partecipando.
– Voglio leccare, voglio mangiare
– Stai zitto
Gli disse, mentre gli teneva i capelli
Fiamma non riusciva ad aprire gli occhi, la vista era annebbiata, le pulsazioni della sua fica continuavano facendo vibrare il suo corpo.
– Respira, piccolina
Fiamma gli sorrise di gratitudine, di estasi, di Amore? Paolo asciugò il suo piacere, le alzò le mutandine, le risistemò con cura la gonna,i capelli, col dito aggiustò le sbavature del rimmel. Ballarono tutta la notte, avvinghiati come non mai, non riuscivano a staccarsi, ad ogni tocco, Fiamma, aveva una scarica elettrica, una sensazione di calore continua. Provò a strusciarsi sul suo ginocchio mentre danzavano, Paolo la incitava, sapeva che la eccitava l’idea che li potessero vedere.
– Caipiroska a fragola?
Mentre beveva, Paolo la guardava estasiato e con occhi di fuoco.
– Sai cosa vorrei farti bere in questo momento?
La prese per mano e la portò via, via dal frastuono, via dalla musica, via dalla folla.
– Qui, ci sono i bagni
– Lo so
Le accarezzava i capelli, il viso, le labbra.
– Hai un viso dolcissimo, delle labbra morbidissime…
Fiamma gli sbottonò i jeans, non lo riconosceva, del resto, lui aveva fatto lo stesso a lei contro l’albero, e benché fosse molto meno romantico, decise di fargli il miglior sesso orale che (non) avesse mai fatto! Sistemati i jeans fino alle caviglie, risalì con le mani palpano gambe dal basso, i suoi peli le solleticavano i palmi, le sue gambe erano muscolose, tese, innervate di desiderio, arrivò ai boxer, bianchi, aderenti, il suo cazzo era già gonfio, pronto per lei, glielo tirò fuori, ma lo lasciò stare, per il momento, e fece attenzione a non toccarlo. Fiamma voleva concentrarsi su quello che c’era alla base. Si avvicinò, gli fece percepire il suo respiro e appoggiò lentamente le labbra, iniziò a baciarle, gli mostrò la lingua, gliela fece vedere di proposito.
– Guardami
E leccò, aspirò, baciò. Fiamma sentì la sua tensione, Paolo le radunò piano i capelli, dolcemente glielo mise in bocca, sentì il calore e lanciò un gemito.
Fiamma lo guardò di nascosto, aveva gli occhi chiusi, concentrato, rapito dal piacere, glielo prese in mano.
– Sto per venire, piccola mia, dove devo venire?
Fiamma andò più veloce, succhiò e andò su e giù con la mano, un improvviso getto di calore invase la sua bocca, e il suo viso. Paolo la fece rialzare velocemente e le leccò il viso, la baciò, assaggiò il suo sapore dalla sua bocca e mentre Fiamma ingoiava la tenne per le guance.

viviennelanuit©

Immagine: Maurizio Barraco, Omaggio a Jesse Franco, regista B movie.

Avete capito? At least?

Standard

Ci sono situazioni alle quali è difficile rinunciare, ci sono meccanismi che si azionano solo in un dato momento e in un preciso contesto, la molla che scatta, l’iniezione che si irrora nelle vene, la temperatura che sale, la frenesia che ti avvinghia e non ti lascia, la difficoltà a dire di no. Mi chiedo se si possa vivere il sesso liberamente, facilmente, senza giochi di sottomissione, prevaricazioni, compromessi economici, mi chiedo se la sua purezza possa essere autentica e restare immune dai risvolti sociali. In questo caso andrebbero a farsi benedire parole come matrimonio, proprietà, mutuo, fedeltà, focolare, nido, sacralità, decoro, perbenismo, contegno, normalità. Di sicuro ha preso una “brutta piega”, il sesso vissuto adesso è solo appannaggio di reietti e reiette che stanchi della loro daily routine, migrano verso altri lidi, tradendo una vita normale, liscia e modulata, con qualche scappatella qua e là. Tutto questo non è leale, l’amplesso invece è leale, il coito è leale, non le doppie vite, perché tanto random il desiderio verrà a bussare alla porta, perché tanto la noia accumulata reclamerà il conto, perché tanto la vita è lunga e fa tanti giri, e non si può star seduti nello stesso vagone. Fiamma aveva un disperato bisogno di giustificazione, di redenzione, di purificazione, e attingeva a tutto il suo bagaglio “freak”, perché così facendo era protetta da esempi di vita alternativa e anticonformista! Come quella volta che trascorse l’estate agli “Elfi di Gran Burrone”, per poi scappare a gambe levate quando si accorse che erano tutti radical chic miliardari, che volevano spillarle contributi di partecipazione a go go, e anche lì, attaccò la predica sulla mercificazione del beatnik e sull’aver venduto il culo al Dio denaro. Deliri. Da un lato ammetteva la sua vita sentimentale altalenante in nome della magia che provava copulando con i vari Yannick e co., dall’altro lato ammetteva i suoi sbagli e soprattutto vedeva zoomata la parola “solitudine” scritta a caratteri cubitali, che si avvicinava sempre più decisa in quel caleidoscopio in cui si era ficcata. Non poteva fare la prosopopea della vita hippie negli anni ’10, non funzionava più la vita nel bosco, il sesso tantrico, raccogliere i frutti della terra, la camporella tra le ortiche (aglia!) , Fiamma parlava di genuinità, spontaneità, libertà dell’orgasmo, e della sua risoluzione, non le andava a genio l’ipocrisia, l’incoerenza, e soprattutto il nascondersi dietro i paraventi, ma era consapevole che il tempo biologico stava per scadere: stopping fucking around!
-Hai trentadue anni, smettila di sparare cazzate tantrico-hippie-vegane-che nessuno-se-le-caga-più!
Quante persone di plastica vedo intorno a me, tante persone di plastica che si muovono come se cercassero qualcuno che le plasmi, dandogli forma, persone senza sale e senza vita, preoccupate che il loro deretano sia ben fotografato sui social, e molto attente a non perderlo, terrorizzate dalla “gogna” e incuranti della vita che gli frana sotto i piedi, persone che fingono, persone mascherate di qualcos’altro, persone tristi che non fanno l’amore da millenni, che sono morte da tempo immemore. Zombie. Quando rividi Luca, dopo il matrimonio in quel caffè letterario del centro, perché lui doveva sempre mantenere la pantomima dell’intellettuale del cazzo, e la salumeria de’ sora Gina, sotto casa mia, per dire, non gli andava bene, no, mi doveva far prendere la metro con la pioggia, il freddo e il vento, ecco, premesso ciò, mi sembrò invecchiato, quando ci sedemmo era giovane, poi attaccò a parlare e invecchiava, ed io mi sentivo come Indiana Jones che aveva scoperchiato l’Arca dell’Alleanza, la cui forza sprigionata ne accelerava l’invecchiamento! Da film dell’orrore insomma, mi chiedo se un uomo debba ridursi in quello stato. Era la vita che voleva? Conoscevo la moglie, critiche a parte, era una donna ordinaria, fissata con la famiglia, protettiva, gli auguri di buon onomastico, il cenone di Capodanno, la buona domenica, onora il padre e la madre, il pensierino ai colleghi dopo le vacanze, e le scopate senza orgasmo il sabato mattina. Perché sì, Luca era bravo, ma con una insicura e inibita, non aveva “presa”, diciamo che, doveva essere un po’ “guidato”, per giungere poi ad un dialogo all’unisono, ma con miss-donnina-anni-cinquanta era difficile! Almeno glielo succhiava bene, a detta di lui! Comunque sia avrebbe imparato e si sarebbe finalmente“sciolta”. Mi faceva pena Luca, tentavo in tutti i modi che sul mio volto non apparisse la scritta “compassione”, ma non per la famiglia, i figli, ecc. che sono nel bene e nel male lo spartito dell’esistenza umana, ma perché non era un uomo felice, per lo meno un 60% di felicità doveva apparire da qualche parte, e invece nulla.
-Tu hai avuto il pieno controllo di tutto Luca, te la sei voluta sposare perché sapevi che ti sarebbe stata fedele, perché sapevi che sarebbe stata una facile da gestire.
– Io volevo sposare te
-Perché? Se mi avessi sposato avresti fatto di me una donna onesta? Tu scomparivi settimane intere, fregandotene di me, questo significava avere una relazione onesta? Ma non fare il coglione!
-Non mi sono preso cura di te abbastanza, dovevo starti vicino, coccolarti, invece ti ho trascurato
– Tutto quello che ho fatto aveva una chiara risposta, Luca, ti ho tradito perché mi lasciavi da sola. E adesso cosa vorresti fare? Scoparmi part time quando la mogliettina devota è dalla mamma? Ma ti sembro il tipo?
-No, non lo sei? Volevo vederti, sei sempre più bella, sexy, mi mancava questo visino fiero, pulito, disinvolto e questo sorriso.
Mi accarezzò la guancia, pizzicandomi il mento, intravidi una lacrima scendere sul suo viso, feci finta di niente, ero di pietra, non riuscivo a provare emozioni, eppure volevo piangere, eppure volevo disperarmi, fare una tragedia, prenderlo a schiaffi, perché aveva scelto quella donnina insulsa e senza sale, proprio lui che era stato il mio faro, la mia luce. Quante frasi fatte! Non riesco a dirne altre, forse attirava retorica e frasi fatte, attirava ordinario e monotonia, gli stava bene la sciacquetta, era come lui!
Il sesso vissuto con Luca è stato una droga, sono arrivata a questa conclusione. La scarica che mi dava aveva un valore altissimo, mi mandava in alto, in estasi, in paradiso, e la risoluzione era ancora più benefica, e poi alla fine cosa mi restava? Che ne volevo ancora, non di più ma ancora, come una fiamma che non volevo si spegnesse mai, tutto qui. Accompagnai Luca a casa, salimmo quelle scale che per tante volte erano state complici dei nostri orgasmi, quando dovevamo farlo in silenzio, quando non avevamo un posticino, quando avevamo voglia e dovevamo per forza godere, godere a discapito di tutti, attraverso un bisogno urgente, i nostri corpi spogliavano i punti giusti, li fermavamo con delle puntine, bastava sfiorare quelle zone da stuzzicare per essere felici con il cosmo intero, conoscevamo a memoria quella mappa, era tutto veloce, una botta che saliva fino al cervello, forte e decisa. La dose quotidiana. Era tutto finito. Ma quelle scale, quell’androne del palazzo, la puzza di muffa, gli spiritelli che mi sorridevano da dietro le colonne facevano riaffiorare i ricordi. Riabbracciarsi dopo un periodo di astinenza era liberatorio. Non ci vedevamo da quasi una settimana, e per l’occasione avevo indossato una minigonna aderente, tronchetti, e una magliettina che mi lasciava scoperta una spalla, se avevo il reggiseno? Certo che no, cazzo avevo ventrité anni, non ne avevo bisogno! La mia terza coppa C stava su da sola! Salivo le scale del palazzo a tre gradini alla volta, stavo per slogarmi una caviglia, no, nel palazzo del seicento non c’era l’ascensore, e non si erano preoccupati nemmeno di montarla quegli spilorci impiegati della Banca d’Italia che ci vivevano, arrivai alla porta di casa sua bagnata fradicia, si catapultò direttamente fra le mie braccia, non sapeva da dove cominciare, ero quasi mezza nuda, mi prese in braccio, spero chiuse la porta, ci spogliammo ognuno per conto suo, lui fu tra le mie cosce quasi subito, non riuscivo a gestirlo, era impazzito, leccava, baciava, succhiava, con le labbra, il mento, il naso, la faccia immersa in quel lago, la mia mano era sulla sua testa, gli tirava dolcemente i capelli, lo guidava, gli suggeriva le giuste movenze, le mie cosce erano poggiate sulle sue spalle, le sue mani erano sotto il mio culo, ed io inarcavo la schiena per offrirgliela, donargliela, porgergliela bagnata, e bisognosa della sua lingua, si staccò mentre stavo per venire e con le gambe che ora circondavano la sua testa mi penetrò, afferrai il lenzuolo, la stoffa di qualcosa che stava sotto di me, la federa del divano, non lo so, ma mentre stava dentro di me sentii un calore invadermi fino alla fronte, sentii le contrazioni farsi largo prima lentamente e poi prepotentemente dentro di me, si bloccò ancora, glielo succhiai, in ginocchio, mi accarezzava la schiena, mi prese i capelli radunandoli a coda di cavallo, lo spinse in fondo alla gola, sapeva come fare, sapevo farglielo fare, continuavo a toccarmi il clitoride, i capezzoli, la fica che batteva, che dovevo raffreddare, salii a cavalcioni su di lui, il mio seno sinistro divorato dalle sue labbra, le spinte che coordinavo con le ginocchia, la mia saliva sul suo collo, i suoi occhi di fuoco mentre leccavano il mio seno, mi feci indietro poggiai il palmo delle mani sulle sue cosce, i miei capelli lunghi e neri al vento che lo solleticavano adesso era più nitido il piacere, adesso potevo anche morire e risorgere, e polverizzarmi, e rinascere dalle ceneri e volare via. Le pause avevano intensificato tutto, le soste avevano amplificato il mio orgasmo che adesso era indomabile, avevo paura quando era così, si tramutava in qualcosa di incontrollabile, feci in tempo a prendere il suo viso e a soffocare le mie urla nella sua bocca. Luca mi riportava alla vita con tanti baci sul viso, baci che percepivo come lenitivi, come un unguento messo dopo una battaglia, una battaglia di piacere e orgasmi, di rese e concessioni, di modulazioni di frequenza e ritmo.
Davvero non mi rendo conto della cecità di alcune persone, dell’indifferenza, della paura di esporsi, manifestare emozioni, confrontarsi, spingersi più al di là di quel buco del deretano di cui Madre Natura le ha fornite, era impossibile dimenticarlo, era insostenibile affrontare il tempo senza di lui, senza i nostri orgasmi, senza che i nostri corpi si unissero. Luca aveva fatto la scelta più prevedibile, se pensavo a loro due la sera, sotto lo stesso tetto, mi saliva un ansia insopportabile, il cuore mi batteva veloce, sudavo freddo e la gola mi si gonfiava fino a scoppiare, no, non riuscivo a vivere così, forse sono una Bukowski al femminile, che deve rintanarsi a casa sua, bere qualche bicchierino, fare sesso compulsivo con Yannick, Luca, Robi, fumare erba scalza sul patio della Tonnara, leggere Hemingway al calar del sole, beh, no Hemingway no, non sono tipa da descrizioni infinite alla Hemingway, mi piace andare al nocciolo subito, di fretta, senza aspettare. Con Luca era definitivamente finita, lo avevo lasciato, e questa volta per sempre, no, non ho voluto accettare le scopate clandestine, non ho voluto accettare i giorni feriali con me e i festivi con lei, sapevo che la biondina dai denti storti non ce l’avrebbe fatta senza di lui, mi sono fatta da parte, ho ceduto il posto, sono semplicemente sparita. Luca continuava a pregarmi di restare con lui, continuava a chiedermi se poteva telefonarmi, vedermi, anche senza scopare, mentre mi versava il tè, mi accarezzava il braccio, lo accarezzavo anch’io, come piaceva a lui, ma mi fermai di colpo, poggiai la tazza di tè bollente sul tavolo, mi alzai molto lentamente, rimisi le scarpe che mi ero tolta, presi la borsa, Luca continuava a parlare, ma io vedevo solo che muoveva le labbra, improvvisamente divenni sorda, rinnegai tutto quello che c’era stato, ero cresciuta, dovevo prendere una dannata posizione, dovevo decidere. Lo lasciai lì seduto, con le foglie di tè ancora da macerare, e con il peso degli anni, che come mattoncini si erano messi uno sopra l’altro sulle sue spalle, quelle spalle, alle quali più volte mi ero aggrappata.

©VivienneLaNuit

Frank Zappa and MOI, Go cry on somebody else’s shoulder, Freak Out, 1966, Verve Records.

Do you know what I mean?

Standard

Mentre ascoltavo Karma Police, mi è venuta un’idea per combattere la mia crisi. Cammino con uno specchio in mano, gli parlo, le parole sono rovesciate, e ti specchi anche tu e vedi quelle parole al contrario. Tu vedi. E poi siamo di nuovo punto e a capo. Una telefonata e la folla si disperde. La moltitudine ci difende dalle nostre solitudini. Ma tu parli? Folla nella mia mente, calca che spinge la mia schiena, ti parlo e tu rispondi per frasi fatte, ti confondo in quella folla, perdendoti.
Mi è giunta una voce. Sento la tua voce, ma non ti vedo. Una persona a me molto vicina mi ha chiesto di scrivere un racconto. Fin qui tutto bene, la persona in questione sa benissimo che scrivo zozzerie ai limiti tra le porcate più porche e l’esistenzialismo più spicciolo, e con molto garbo mi ha suggerito una sorta di plot per la mia prossima short story. Storiella, che avrà un punto di vista maschile, dato il sesso del richiedente. Ora, sapete benissimo come la pensa Fiamma sui punti di vista maschili e sull’allestimento di questi siparietti hard, e di queste fantasie in bilico tra l’ Animal House decennale e il Rocco a Praga che non muore mai, ma non voglio commentare, mi accingerò ad esaudire questo volere. Ma declino ogni responsabilità, sono soltanto una ghost writer adesso, per cui stop con scopate da sensi di colpa, stop con orgasmi e piagnistei, stop con malinconiche ambientazioni da paesaggi silvani.
Non ho la forza di cambiare il mondo, non me ne frega un cazzo del ministro del Teheran, delle statue coperte, fin quando andremo a fare la spesa al supermercato, aggiorneremo la tessera della palestra, e ci metteremo la cremina antirughe sul collo, non succederà un bel niente e la sera proprio non ho la forza di occuparmi di politica, perché c’hanno sfinito, resi esausti, con la settimana che pesa come un macigno, per raggranellare pochi spicci, che spenderemo in tasse e per qualche divertissement il sabato sera. L’hanno studiato a tavolino, come era la storia? “Il massone ruba il tuo tempo per non farti pensare!” Vorrei proporre dei vestitini colorati per coprire quelle nudità. Il velluto della macchina preme sulla mia faccia, fuori è buio con la nebbia e le foglie sul parabrezza.
Che cosa sono le fantasie? Che cosa sono le fantasie sessuali? Siamo davvero disposte a seguire i nostri sensi fino alla fine? Perché la fine sapete benissimo qual è. La fine è quel tremore, la fine è quel menefreghismo caparbio che ci fa guidare l’auto in tutti i modi verso il precipizio. La fine sono quei sospiri ansimanti che invadono il buio e la luce. La fine è anche prendere uno strofinaccio e fare le pulizie, ma è anche prendere la pece più nera e sporcare tutto. La fine è l’orgasmo ed io voglio arrivarci a tutti i costi. Con un po’ di egoismo, con il mio uomo che mi aiuta, con l’immaginazione, con i siparietti hard che la mia mente crea seguendo gli stimoli del momento, prendendo la scossa dell’attimo, la febbrile voglia di esplodere. Ogni volta uno striptease che serve al quadretto, un piccola routine indispensabile per te, ma anche per me, con i tuoi occhi che mi riscaldano la pelle, che sciolgono i ghiacciai e producono rugiada e umidità. Luca stava appoggiato alla testiera del letto, una sigaretta incollata alle labbra, mi tolsi le scarpe, i jeans, la maglietta. Rimasi solo con il reggiseno nero a balconcino, gli slip neri e le autoreggenti, sotto quella mise da liceale di quindici anni più grande, c’era una flame fatale, che si accendeva solo con te, e tu lo sapevi bene, mi assecondavi, facevi tutto quello che ti chiedevo, mi stesi, mi piace stare comoda, lo sai?

viviennelanuit©

Frank Zappa and TMOI, Freak Out! 1965, Verve Records/MGM Records.

angry day

Standard

Ci ritroviamo sempre allo stesso punto, non riesco a vedere la fine della galleria, è un ripiombarci continuo, è toccare l’idolo d’oro e tornare indietro, calpestare il prato in salita, pieno zeppo di fiorellini di campo ed essere inondati improvvisamente di acqua stagnante, senza poter avere la forza di rialzarsi, perché il fango ti tira giù, e la melma ti si avvinghia, senza poter urlare perché dalla tua bocca esce solo roba verdastra, e tu ti senti sporca e vuoi fare una doccia. Ci ritroviamo sempre allo stesso punto, senza aver mosso un passo, rigettati e respinti, il marciume ci dà una tregua di tanto in tanto, e siamo anche felici di crogiolarci su quell’oasi felice, ma la rabbia è lì, dietro l’angolo e sappiamo che ci farà visita prima o poi, ma l’incomprensione è lì, proprio dietro quella porta che teniamo serrata, e che evitiamo di guardare troppo, altrimenti si spalancherebbe in un batti baleno, cacciando fuori tutti i mostri e i fantasmi della nostra storia, come quell’ aggeggio acchiappafantasmi del miglior film di Reitman!
–Basta immagini nerd anni Ottanta, Fiamma! Stai parlando di cose serie, e non perdere il filo, concentrati!- La rabbia, potrebbe essere un buon pretesto? Dietro la scorza brillante della bellezza si cela tutta l’insicurezza della modernità, ed io mi sento così insicura a volte, che tento di aggrapparmi alla vita in tutti i sensi: graffiandola, afferrandola, sradicandola, pretendendola. Eccoci qui, il soffitto della mia stanza, la mia stanza troppo cresciuta per me, che mi dice di andar via, di scappare il più lontano possibile,
Ancora profumo di tonno e basilico, sabato ho fumato un pacchetto di sigarette, ho fumato troppo, ogni sigaretta accesa era un inganno al mio cervello, al quale ripetevo: -Fiamma non stai fumando, è solo l’ultima, poi domani ti bevi acqua e limone e ti depuri, adesso goditela, non pensarci-
Troppe volte, mi sono detta: “è l’ultima volta”, “non lo farò più”, i buoni propositi, le scelte giuste, il rigare dritto, l’espiazione, la disintossicazione dell’anima, la purificazione, l’ordine, la famiglia, la gente da tenere alla larga, gli equilibri funanboleschi, l’apparenza, il matrimonio, la vita strampalata, i viaggi in giro per il mondo, l’incompatibilità con l’ordinario, la consapevolezza che un bel giorno avrai la tua cucina e inizierai a cucinare tutti i giorni, già, a cucinare tutti i giorni!
Non vedevo Yannick da un paio di mesi, era sopravvissuto alla lontananza, sempre biondo, occhi azzurri, era giallo a dire il vero, ed io troppo nera, troppo terrona, vicino a lui mi vedevo come una provinciale che si metteva i vestiti buoni per la domenica, mi vedevo una bracciante che raccoglieva pomodori d’estate a 50 centesimi l’ora, che ne so, ma ci piacevamo, ed io gli corsi incontro, aprendo il cancelletto di fretta e furia, perché temevo che cambiasse idea e riprendesse la nave e mi lasciasse da sola, tanto riesaminerò tutto a settembre, adesso è estate e non ci voglio pensare. Non riconoscevo la Tonnara, non era più quella dell’anno passato, aveva assunto i connotati di una vecchia megera, che se ne stava rintanata in un angolo a cucire e a parlar male di me, cercavo di ignorarla, ma niente, me la ritrovavo in quel piccolo cubicolo che si era ritagliata, a farfugliare parole senza senso, una volta si punse con l’ago, e io quasi di scatto, come se stessi aspettando un suo cenno di esistenza, le porsi subito un fazzoletto, un fazzoletto bianco sul quale non vidi cadere neanche una goccia di sangue. Lasciai la cucina a Yannick, cucinava sempre lui quando veniva a trovarmi, come un rituale: apparecchiava, metteva l’acqua sul fuoco e mi versava un bicchiere di Passito, ed io me ne stavo seduta vicino la megera, fumando una sigaretta, e indirizzandole il fumo in faccia. Guardare gli uomini prima di “consumare” mi ha sempre eccitato, cerco di concentrarmi, scatto una fotografia, un percorso da seguire per arrivare al mio orgasmo.
-La vedo diversa la Tonnara, hai fatto dei lavori?-
-Anch’io la trovo diversa, l’estate ci mette tempo a carburare, ti aspetti sempre che prenda una piega immediata, e invece…-
-Ultimamente non ho molta voglia di scopare, lo sai?-
-Questo è grave, ho preso una nave, per copulare con te, che storia è questa?-
Yannick, sghignazzava a fior di pelle, mentre mi sbaciucchiava il collo.
-Adesso stai pensando alle tue situazioni sospese: Luca, Robi, il Panettiere, a proposito hai preso le focacce al tonno e pesto?-
-Te ne sei andato in Thailandia, Yannick, mi hai lasciato da sola-
-Che potevo fare? Tu vuoi il pacchetto completo:sesso sfrenato più volte al giorno, l’esclusiva sul gender, vita a due, figli, l’anellino… poi stavi con Robi, io c’ho provato spudoratamente, poi sono partito per altri lidi-
Risi, di una risata sconnessa e grassa, come se avessi bevuto un bicchiere d’acqua e l’avessi sputato di colpo.
-Yannick, ti ricordo che alla quarta volta in una giornata, mi pregasti di farti una bistecca al sangue! E comunque hai apprezzato questi lidi? Erano piacenti? Accoglienti? La prospettiva era profonda? Riuscivi a scorgerne il mare, da lontano?-
-Conosci il soggetto, ha solo un bel culo, ho dovuto integrare l’amplesso con scenari opzionali, mi si abbassava in itinere, Fiamma!
-Aglia! Non va bene!
-Capitolo chiuso, comunque, sono qui con te, adesso, perché sei sempre tu il mio approdo sicuro, la mia isola felice, la mia Venere mora di Botticelli, la sinuosa Fiamma che illumina la mia vita.
Yannick, affondò la testa tra le mie cosce, tirandomi per i fianchi e annusando i miei umori, mi alzai dalla sedia, la megera ci stava guardando e dovevo spegnere la sigaretta.
Start and rewind, senza passare per lo stop, di corsa, ecco la mia vita sentimentale, la mia irrequietezza, la mia febbrile pruriginosa voglia di sesso, il mio chiodo fisso, il primo pensiero della mattina, prima del caffè, della sigaretta, della pipì.
-Mi devo dare una calmata, ho pensato di farmi rinchiudere in una di quelle cliniche per un rehab, che ne dici? –
– Io ti lascio parlare, sfogati, ti faccio da psicologo, fa parte della nostra routine, è quasi pronta la pasta, andiamo a mangiare, dai.-
-Ci manca il sale-
-Cavolo!-
-Non sei italiano, è normale-
Ci stendemmo sulle sdraio fuori al patio, dormimmo per un tempo imprecisato, io mi risvegliai di soprassalto, feci un sogno pazzesco, ero circondata di topi, ratti grassi e feroci che volevano assalirmi, come l’orda pestifera di un pifferaio magico al contrario, – E basta coi pifferi, Fiamma!- In verità era la megera a guidarli contro di me, ed erano neri, e riuscivo a vederne i denti affilati. –Brutta stronza di una megera- le urlai, mentre correvo a gambe levate.
– Fiamma, tutto bene? Chi è la stronza megera?-
-Andiamo al mare va Yannick, ho bevuto troppo Passito-
La golden hour, l’ora d’oro del tramonto, della luce fantastica, Fiamma riusciva ad essere perfettamente in simbiosi con quella luce, perché era fatta della stessa sostanza del sole, del calore, del giallo dei capelli di Yannick, del tepore di Miss Pat.
Mi misi a tette di fuori, la spiaggia era deserta, l’acqua era calda, avevo le mutandine, facemmo una corsa senza mettere il costume, Yannick si fece largo fra quella tavola d’olio, sembrava un alligatore, una manta, un pesce che stava per agguantare la sua preda, mi venne da dietro, tirandomi i capelli.
-Oggi lo vuoi così, lo sento-
Sentivo il suo membro già pronto, lo toccavo, inarcai il culo, le mutandine ormai erano perdute per sempre nel mediterraneo, mi afferrò i fianchi, spinsi la testa contro la sua, lo sentivo tantissimo, con la mano mi stimolava il grilletto fatato, e con l’altra mi tirava un capezzolo.
Per le spinte, i miei piedi fecero un fosso nella sabbia, Yannick mi morse il collo, farneticava in un anglo-greco incomprensibile. Ammetto, fu difficile gestire quell’onda lunga post orgasmo, mi sentivo come se volessi uscire dal mio corpo, ma c’era una tenaglia che mi teneva giù, e quella tenaglia era robusta, forte, sicura, non mi avrebbe mollato facilmente, non credo.
Ci abbandonammo nudi sulla battigia, provati, ancora caldi, restammo in silenzio, mi trascinai ai pantaloncini per una sigaretta, -basta fumare, domani acqua e limone, domani dieta, domani niente sesso, purificazione, vita monastica-
-Fiamma, stop ok! I tuo pensieri fanno troppo rumore-
-Che dici, dopo passiamo dal panettiere? Prendiamo le focacce calde al pesto e tonno? Gnam!
Ecco! Mi scottai con l’accendino, come al solito.

©VivienneLaNuit

The Rolling Stones, Paint It Black, Aftermath, Decca 1966.

slow dance?

Standard

Camminavo scalza per il corridoio lunghissimo, fuori c’erano il ponente, il libeccio e il maestrale che sembravano esortarmi a seguirli, mi incatenavano al pino di aleppo, mi torturavano con i loro sìbili e fischi, spessissimo, stavo al loro giógo, altre volte mi nascondevo in un mobiletto dell’ingresso affinché non mi trovassero. La casa era nuova: infissi in legno/alluminio, parquet, la poltrona Belém nell’angolo, che pareva infilzasse chiunque tentasse di sedersi! Per essere una casa al mare aveva un tocco da loft newyorkese, aveva un’aura da appartamento di città. Era sola, in mezzo alla natura con un voglia prorompente di affermare la sua presenza, il suo carattere. Tutt’intorno nella pineta, arbusti di ginepro fenicio, arruffati, sembravano gatti sornioni e pelosi, che svegliavo la mattina quando aprivo le finestre blu, loro mi guardavano pigri e indispettiti, ed io respiravo forte quell’aria balsamica e pungente di mediterraneo, piena d’acqua, acqua dappertutto, blu dappertutto: come il divano, come le persiane. L’avevo ristrutturata da poco, non la riconoscevo più, mi sembrava una nemica adesso, era come se, non riuscisse più a proteggermi dal mondo esterno, chiudevo le finestre, sbarravo le porte, accompagnavo le tende pesanti di chiffon, ma nulla, la Tonnara era diventata minacciosa, insopportabile, pettegola, aveva fatto un patto coi venti per seviziarmi, non potevo più fidarmi di lei, dei suoi anfratti, della sua cucina, della libreria, del lettone in ferro battuto, tutti gli oggetti erano contro di me, mi spiavano dall’occhiello della serratura, mi sentivo come un improbabile Alice trentenne, che cerca di fuggire da quel mondo di meraviglie assurde, come in una casa di bambole, dove tutti sono inermi e morti e tu traffichi con padelle e qualche mestolo, in una cucina, dove tu sola sai, non mangerà nessuno, ma dove tu prepari lo stesso e apparecchi la tavola: piatti, bicchieri, fazzoletti, posate, acqua, già l’acqua, aspetti quegli invitati che non si siederanno mai, e allora alzi quel cucchiaio e lo affondi in quella minestra. Dentro è inverno, ma fuori è estate, alcuni sconosciuti tentano di varcarne la soglia, io mi sento impaurita, timorosa e ansiosa, sono come Eva Braun segregata nella prigione di Moloch, sono come il Silvio Pellico dello Spielberg, come il Cagliostro della Rocca di San Leo. Ho bevuto troppo ieri sera, oggi doveva iniziare la dieta detox, da qui non se ne esce. No escape. Avevo i RATM sparati a mille, c’erano almeno 41 °, il sole batteva a picco proprio sul terrazzino del bagno, dalla vasca ne vedevo i raggi fieri, ostinati e affilati della tarda controra, prima che mi immergessi in quell’acqua fresca e profumata di sandalo e fiori di loto, mi sentivo come un pollo infilzato nello spiedo, tutto oleato, con tanto di rosmarino e paprika.
-Stasera cenetta dai freakettoni-
-Mi raccomando, comportati bene, fai la brava-
Esserino aveva alzato bandiera bianca, aveva deposto le armi, si era fatto vecchio, gliene avevo fatte passare tante, troppe, adesso era un vecchio saggio coi baffi bianchi, sembrava Gandalf, anche se per me era Smigol, pensavo sempre che avesse la febbre addosso, e che non si lavasse.
-Tesoro, ma ti sei fatta magrissima!-
-Troppo sesso Mrs Maude, troppo sesso!-
-Beata te, qua, da decenni sono montate le ragnatele, anche se qualche preda riesco ancora a catturarla.
Il patio era addobbato come un bordello di Osaka, tra pagode, fiumiciattoli Feng Shui e un gruppetto appartato che faceva Tai Chi.
-Fiamma, stai facendo la solita accozzaglia di pensieri, mi sa che Pindaro è incappato,di nuovo, in uno sciame di gabbiani!-
Il mio vestitino era perfettamente in tema con il mood della serata: rosso, con fiorellini giallini, forse gelsomini stilizzati o margheritine, era abbottonato fino al collo, a giro maniche, aderente quanto basta, lungo fin sopra le ginocchia e con uno spacco di lato, tacco alto e capelli a chignon, mi sentivo come l’origami di una Geisha, la bozza di un cartone anni Ottanta, la baldracca di Goldrake boh, e avevo messo su troppo rossetto rosso, lo specchio rifletteva l’immagine di una Fiamma rovesciata, che stava per bruciarsi i bei piedini.
-Ahia!-
-Cos’hai in mente, in quella tua testolina piena di radici malate e ortiche pizzicanti?-
Non avevo voglia di cenare dai vicini, volevo starmene sul divano di casa, con l’aria condizionata e le bacche di Goji, e invece mi toccava fare visita al vicinato.Gli architetti filo-harumaki-ramen avevano chiuso un importante progetto su Tokio: la costruzione di un grande albergo e avevano organizzato questa soirée nipponica con tutto il corredo, mi ero portata il panettiere con me, ero consapevole di tenerlo da un po’ sulle spine, era una bomba ad orologeria, poveraccio, se quella sera non mi fossi concessa, credo mi sarebbe saltato addosso nel bel mezzo della portata Maki! Ma potevo anche rischiare un fragoroso: fanculo Fiamma! Un Fanculo che chiaramente avrei scongiurato in tutti i modi!
Mi rendo conto di avere un problema con il suono della voce di alcune persone. Cerco di rimanere calma e indifferente, ma quando quella voce stridula si pianta nelle orecchie, è davvero difficile restare impassibili, prenderei un fucile a pompa e farei saltare il cervello di quella voce di turno: antipatica, acida, e che si comporta un po’come un martello pneumatico, che quando arriva ai miei timpani, batto la testa come se ne fossi mitragliata! Questa è una delle ragioni per cui al mattino voglio il silenzio e per cui se accendo la tv tolgo il volume, sì, ad alcune persone vorrei togliere la voce, come posso fare? Gli eviro le corde vocali e le vendo al mercato degli organi? Come si fa in questi casi? Mrs Maude aveva esattamente la tonalità giusta per farmi partire l’embolo. Decisi di appartarmi un po’ con il panettiere, lui sì che aveva una bella voce: calda,suadente, profonda, da maschio in calore, in calore di me.
Eravamo nella stanza rossa della Tonnara, quella col camino, quella col disegno dei pavoni, non ci credevi che stavi con me, continuavi a blaterare conversazioni ai limiti dell’assurdo su Herzog, Ellroy (Hey, mica male per uno che impasta dall’alba al tramonto, ma quanto sono stronza?!) e la Milano degli anni Cinquanta. Mi hai braccato, mi hai fatto una corte spietata, e alla fine ho ceduto, forse per noia, per il bisogno di sentirmi idolatrata, per ammazzare il tempo. Lo ammetto ho fatto l’ochetta, sapevi del mio finto atteggiamento frivolo, mi reggevi la parte, forse eri più furbo di me, ti avevo sottovalutato. Parli troppo veloce, vai troppo veloce, quante volte ti ho chiesto di andare piano, lentamente, senza fretta.
La voce in questione mi eccitava tremendamente, era la sua voce, la zona che reputavo più erogena, non il suo cazzo, la sua abilità “linguistica”, ma la sua voce.
Lo avevo rivisto a casa di Harold & Maude, o meglio decidemmo di incontrarci direttamente lì, da lontano non mi aveva fatto effetto, poi si avvicinò con qualcosa da bere e iniziò a proferire parola, mi bagnai all’istante, abbassai lo sguardo imbarazzata e feci un sospiro guardando quella notte stellata.
-Stasera evitiamo ok?-
-Non ti senti sola?-
-Panettiere, fai marcia indietro-
-Ok, fai il siparietto della sostenuta, vedi di chiuderlo subito, però-
-Certo che devo farlo, mi devo riscaldare?Panettiere!-
-Fammi vedere le dita-
Me le portai alla bocca, gli accarezzai la mano, forte, grande, e succhiai quelle dita avidamente, guardandolo, a lui non feci fare nulla, faceva parte del giochino, doveva stare immobile, dovevo stuzzicarlo, farlo impazzire e lui non doveva cedere. Non mi piace correre, mi piace andare piano, senza fretta, potrei rimanere in questo recinto di piacere per sempre, l’orgasmo ne è solo la risoluzione, e se pascoli bene in questo recinto, la risoluzione sarà una bomba, una scossa potentissima, roba da perderci i sensi. Il panettiere voleva sposarmi, voleva che lasciassi Luca, Robi, Yannick e che restassi con lui per il resto dei suoi giorni, mi sentivo confusa da tanta sicurezza, da tanta decisione, dopotutto mi piaceva crogiolarmi nelle questioni “sospese” e spilucchiare da queste solo il meglio, ma prima o poi sarei stata chiamata o a prendere una posizione (hey non ridete è per esprimere il concetto!) non risposi alle sue arringhe, come al solito preferii il silenzio, più comodo, meno compromettente.
-Ti prego panettiere, baciami soltanto, fai l’amore con me, senza pensare, senza parlare.
Mi girai verso la parete, mani sul muro, bacino inarcato, il panettiere stava per sbottonarsi, con uno sguardo ammonitore, gli chiedo di usare solo le dita, mi alza il vestito, mi abbassa le mutandine, inarco il bacino, inizia la danza, me la apre simulando il gesto delle forbici, apro le gambe ancora di più, perché le voglio sentire chiare dentro di me, non voglio un azione confusa, voglio un tocco deciso, lui mi prende anche davanti, premendo il bottoncino fatato, abbandono la testa all’indietro sulla sua spalla, mi prendo i seni, mi sento le ginocchia deboli, con le dita va più deciso, più lento, ma più profondo. Mi piace non amo la velocità, non è vero che bisogna andare veloci, cazzate, almeno non con me, perché devo sentire tutto, capire tutto, ogni centimetro di godimento devo decifrare, interpretare.
-Ah stai stringendo, vieni amore mio-
Adesso le sue dita sono ad uncino, mi prende per il collo, mentre sto per venire, dicendomi che sono meravigliosa. Cerco di ricompormi, mi accendo una sigaretta e mi affaccio alla finestra.
-Vuoi solo questo?
-Sì panettiere, scusa anche le donne si comportano da uomo di tanto in tanto.
-Io te lo faccio fare solo perché ti amo e ti rispetto
-Ti ringrazio per il rispetto
-Ma a volte Fiamma, ti prenderei e basta, e ti picchierei anche, perché mi fai incazzare da morire.
-Ci vediamo domani campione
Misi le chiavi nella serratura, e corsi a immergermi nel sandalo e nei fiori di loto, rimasi in acqua tutta la notte.

©VivienneLaNuit

The Housemartins, The Light is Always Green, The People Who Grinned Themselves to Death, Go! Discs 1987.

Più niente assomigliava a niente

Video

“Siamo adulti”, quanto volte ho sentito questa frase, come se l’essere adulti implicasse la salvezza dell’umanità, la giustificazione di adottare certi comportamenti, la convinzione di fare la scelta giusta e quell’insopportabile sensazione di “pararsi il culo”. “Siamo adulti”, quindi cerchiamo di non essere ridicoli, riusciamo a gestire relazioni di sesso senza caderci, non siamo più rock’n’roll, (semmai, lo siamo part time, con l’ansia del lunedì che ci alita sul collo), non diciamo parolacce, siamo standardizzati, non facciamo gli ingenui, moderiamo i toni, abbiamo un a plomb da dermatite atopica, e camminiamo su un pavimento pieno di uova, con qualcuno dietro che ci spinge avanti con un forchettone. Quando finisce la giovinezza e inizia l’età adulta? Perché, a volte, voglio fare ancora l’adolescente? Perché non riesco ancora a vedermi adulta, perché non riesco ad immaginarmi mamma e moglie? Perché?
La mostra era stato solo un pretesto, un sottile pretesto, una scusa, una piccola zona franca per salutarci, un modo per sussurrarci a bassa voce: siamo salvi! Siamo amici, è solo un pomeriggio con un amico.
–Dio, perché mi hai fatto vedere la luce? Non potevo vivere all’ombra dei miei orgasmi solitari? – Non potevo fare come quella mia amica che dopo l’amplesso si chiudeva nel cesso per sgrillettarsi totally alone? Secondo me, sono po’ troietta perché ho calpestato il terreno del paradiso e sono tornata indietro, perché ho visto Sodoma e Gomorra bruciare e voltandomi non mi sono polverizzata, perché ho aperto il vaso di Pandora senza esserne travolta, anzi, mi ci sono chiusa apposta in quel vaso maledetto, e anche a doppia mandata. In centro facevano 36°, o almeno così avevo letto sul display della farmacia, ero uscita di casa a volo, gonna di lino lunga verde militare, magliettina beige, bracciali tipo gipsy, capelli sciolti, sandali che esaltavano il pedicure appena fatto, pelle profumata di olio di Argan. – Fiamma, non sei l’unica fighetta in giro che vuole fare la minimal chic, quindi evita di descrivere come eri abbigliata, la rivoluzione adesso è essere normali senza dare nell’occhio, come quando una tavolata di venti persone si alza senza pagare e si disperde in gruppi di due senza dare nell’occhio, capito cosa intendo?-
–Sì, si chiama svignarsela e non pagare il conto!-
-Normalità, comportati come “se il fatto non fosse il tuo”, scattati una foto alle cascate del Niagara, o mentre stai precipitando, che ne so,  dal Monte Rosa, e pensa: ops, ma tu guarda che ci faccio qui? L’ovvietà che si fa tendenza, l’ordinario che diventa straordinario, calma e rilassata, non è figo mostrarsi in ansia e in balia delle emozioni, ricorda: “il fatto non il tuo.”-
-Esserino, ma che cazzo hai voluto dire? Ti sei fatto un cannone di due metri?-
-Sapevo che avresti indossato quei bracciali.
-Ti ricordi a Ponza? Al Frontone? Quando ero innamorata di te?
-Ed anche questa frase:”ti ricordi al Frontone?” Ma dai! Te lo volevi scopare, perché non ce la facevi più, perché stavi in crisi d’astinenza, non impacchettare tutto con nastrini, perline e gingilli!-
Camminavamo lungo i corridoi del museo in silenzio, scambiandoci qualche occhiatina di tanto in tanto, mettendo a fuoco qualche etichetta messa sotto un fumetto, così per ingannare noi stessi, per distrarci, da quel vortice di passione che di lì a poco ci avrebbe inondato, per illuderci che eravamo salvi, perché stavamo ad una mostra, vedevamo quadri, leggevamo, ci informavamo; date, tecniche utilizzate, non stavamo scopando come dannati in qualche angolino nascosto. Eravamo normali!
-Potevi scegliere un’altra mostra, però?
-Non ti piace Milo Manara?
-Il problema è che ce l’ho duro adesso, perché mi fai impazzire.
-Non sono io, è Miele a cosce aperte che ti fa impazzire
-Beh anche, allora, vi immagino tutte e due mentre state avvinghiate, sudate, e accaldate, meglio così?
Tutte le tavole dell’Uomo Invisibile mi sussurravano: -Tieni Fiamma, usa anche tu la pomata dell’invisibilità, così potrai scoparti Luca senza sentirti una pezza dopo. L’ombra del sesso cade su di noi come una sciagura, perché? Il sesso è il punto di partenza, è la ruota che traina il carrozzone, è quel microchip dal quale è nato il computer, cavolo! è quella sensazione di appagamento, che ne so, dopo che hai pulito da cima a fondo tutta la casa e sprofondi sul divano, soddisfatta, piena, e consapevole di dedicare del tempo a te stessa, di coccolarti. Il sesso, io lo vivo come una valvola di sfogo, senza contaminazioni sociali, del tipo troietta-mangiauomini-panterona-porcella, il sesso dovrebbe essere patrimonio dell’UNESCO, roccaforte delle frustrazioni, “gettoniera”delle giornate di merda, ma una gettoniera pulita, cristallina, non relegata a cose squallide, peccaminose, nascoste e infime. Mi viene voglia di proporre una petizione change.org, per epurarlo dal grigiume, ed elevarlo a pratica nobile e pura, mi piace l’dea di fare sesso come se non ci fosse un domani, come se l’oggi fosse soppiantato all’eterno, come se quell’attimo di trasporto, di formicolio, di adrenalina, di saliva che scende dalla bocca fosse in continuo rewind! In perpetuo rewind.
Luca faceva parte della mia vita, ne era entrato prepotentemente, a voce grossa, senza chiedere il permesso di stravolgermela, di attorcigliarmela, di incasinarmela. Ogni volta che lui mi cercava, io mi facevo sempre trovare, ero sempre lì, dietro l’uscio della porta di casa sua, sempre lì a rispondere a un suo messaggio, con il cuore che batteva fortissimo, perché mi aveva scritto.
Come la mettiamo con i sentimenti? Ma il sesso è sentimento, e condivisione mentale, è trasporto in movimento e parcheggio di macchine che stanno per scagliarsi a tutta velocità, è distruzione e rigenerazione. Sì lo so, quando “funziona” è la catarsi, e lì so’ cazzi, ma di quelli amari! Luca era un concentrato di ingredienti, era la formula perfetta di quello che volevo, di quello che cercavo. Senza se, senza ma, senza è giusto, senza sbagliato, senza sempre, ma solo oggi, perché ero sicura che quell’oggi con lui sarebbe stato comunque il mio sempre. Lui è stato in grado di cancellare tutte le mie insicurezze di ragazzina che si vedeva bruttina, invisibile, che si rintanava nell’Indie, perché odiava il resto del mondo; Fiamma vs il resto del mondo, Fiamma che sembrava una macchina a cui arrivava la benzina all’improvviso e aveva lo sprint, per poi perdere i giri….capite cosa intendo? Luca è stato l’uomo che mi ha “messo a punto!”
Quante volte mi sono seduta sul divano blu, guardando il telefono, facendo il pari e dispari se chiamarlo o meno, quante volte ho percorso il corridoio del dubbio e dell’indecisione se scopare o meno con lui. Sì, è stata la scelta giusta, e quei momenti di vita, di passione, di oblio, di catarsi, di passione, di sesso puro e semplice, io lì terrò sempre chiusi dentro di me, come in una scatola magica che andrò ad aprire nei momenti difficili, quando la nostalgia incombe, e all’orizzonte vedo solo un balcone dal quale voglio buttarmici, altro che Giulietta, voglio fare una fine, di gran lunga, più pulp di Giulietta!
-Grazie per gli auguri di compleanno-
Erano due mesi che non si faceva sentire, mi telefonò, ed io non risposi, lo vidi anche sotto casa mia, ed io feci il giro lungo per non beccarlo. Stavo cercando di disintossicarmi, ebbene sì, non avevamo più vent’anni, e la nostra relazione “solo sesso”, stava finendo per uccidermi, tanto non andavamo d’accordo, ci avevamo provato a stare insieme, ad avere una relazione normale, standard, mano nella mano, occhi a fiorellini, e baci perugina, ma entrambi eravamo consapevoli di non riuscire a portarla avanti, perché il sesso occupava tutto lo spazio, occupava tutto il tempo, tutta la normalità, e non collimava con la vita standard. Come quando bevi, e all’inizio senti quel calduccio correrti dietro la schiena, quel tepore che si fa gradualmente sempre più violento, fino a farti vomitare. La nostra relazione aveva tutti i contorni di una storia di droga, eravamo come due tossicodipendenti che toccavano il cielo con un dito, e che venivano scaraventati nella più fredda delle cantine, che si crogiolavano su un divano damascato, con una lunga pipetta d’oppio, e che si alimentavano di nuovi propositi, di “up” perpetui, e di “ fasi-rota”. Per poi ricominciare a loop, a refrain, a iosa, a cerchio e tutto daccapo.
Ricordo ancora quell’incontro, dopo appena una settimana “di rota”,e dopo un tripudio di messaggini roventi, di conversazioni piccanti e di orgasmi solitari. Casa sua, arrampicata a Materdei, mi sembrava ancora più grande, con quell’immensa scalinata seicentesca, tra archi e volte a botte. La bella’mbriana mi guardava compiaciuta da dietro una colonna, con i capelli biondi, lunghi e setosi, come la matrona di un bordello d’antan, come una fata incantata, quasi come se mi volesse dire: “sì turnata, t’aspettav”. Io con un espressione di rassegnazione e al contempo di impellente bisogno di soddisfazione, le rispondevo: “c’aggia fà!” Le mattonelle delle scale erano scomposte, ogni passo un rumore, ogni passo che facevo avevo la sensazione di cadere. L’appartamento era all’ultimo piano, la prima volta con lui non riuscì a varcarne la soglia, tale era il bisogno di amarci, di divorarci. Dovevamo andare al concerto dei Subsonica, avevamo fatto tardi, Luca aprì la porta, mi corse incontro, mi aprì le gambe con forza, mi fece poggiare un piede sulla ringhiera, che in quel punto era bassa, e solida, mi alzò la gonna, mi scostò le mutandine ricamate verde petrolio, che avevo messo su per il dopo concerto, (anzi, facciamo per la mattina dopo), alla sua prima leccata, ebbi un cedimento, cercavo di fermarlo, avevo paura ci vedessero, ma chi voleva che passasse in quel palazzo decaduto, pieno di pensionati delle poste e della Banca d’Italia.
-Siediti sulla mia faccia-
Diventai leggerissima per lui, mi prese per il sedere mentre leccava senza fermarsi, deciso e con veemenza come piace a me, stavo per irrigidirmi, puntando un piede a terra e l’altro sulla ringhiera.
Mi afferrai alla ringhiera, perché rischiavo di capitolare nella tromba delle scale, di colare a picco come il Titanic, di demolirmi come un grattacielo minato di bombe.
La mia mano afferrava i suoi capelli, l’altra l’avevo poggiata sulla mia bocca, volevo urlare, cazzo, volevo urlare, adesso mi muovevo da sola sulla sua lingua, sulle sue dita, con le mie unghie che affondavano nelle sue spalle, in quella impalcatura del piacere. Stavo per venire, solo con le dita, istintivamente mi stavo allontanando, lui mi prese per i fianchi e mi risistemò sulla bocca, sulle sue labbra, sui suoi denti, sulle sue dita. Stavo ancora tremando, l’elettricità correva ancora sull’epidermide, Luca mi baciò, che avevo ancora gli spasmi in corpo, mi si annebbia sempre la vista dopo l’orgasmo, perché? Per un paio di secondi vedo tutto offuscato. Gli sbottonai i jeans, avidamente, ma con una calma apparente, mi piaceva, lo volevo, volevo farlo venire più di ogni altra cosa al mondo, dell’universo, dell’intera galassia interstellare, ora era lui che si appoggiò alla ringhiera, che si manteneva a quell’àncora di piacere, a quella boa in mezzo all’oceano, la mia mano lo circondò, lo afferrò, cominciò a ruotare, andando su e giù, senza perdere di vista la sua espressione, era un po’ umido, avvicinai le labbra, cominciai a succhiare, eccitandomi ancora, bagnandomi ancora, lo chiusi, afferrando con una mano la ringhiera, nel modo più profondo che potevo senza fermarmi, con dolcezza, con calma, Luca iniziò a respirare profondamente, abbandonandosi a me, alla mia bocca, lo amavo, questo era amore, era passione, era ardore, era vita. Mi asciugò con un bacio lunghissimo.
Adesso in quel pomeriggio caldo, di sudore, di echi passati, di ricordi e di amplessi furtivi nell’androne del palazzo a Materdei, Fiamma vedeva Luca, ma non era più lui, era riflesso in uno specchio, l’immagine sinistra del ragazzo che era stato, la foto di quelle sensazioni, il sogno meraviglioso che al risveglio cerchi di ricomporre e che ti procura fastidio, perché non riesci a ricostruirlo, no, non era più lui, erano passati gli anni, e la carica si era esaurita, in mille e più scopate senza un domani, game over!
Lì, davanti quella pizza, ridemmo di noi e di quello che c’era stato, come due vecchi amici, come due conoscenti, come due persone, come due amanti, come un uomo e una donna che avevano condiviso l’amore allo stato puro, cristallino e immacolato.
-Sabato prossimo mi sposo-
Fiamma tagliò quella pizza margherita, come se non avesse sentito nulla, o come se avesse ingoiato d’improvviso una bolla d’aria.
-Chi è lei? –
– Sta vicino a me, mi sono affezionato, ormai ci sto dentro, che devo fare?-
-Che devi fare? Non hai mai fatto niente, continua a soccombere a tutto, continua a nascondere la testa sotto la sabbia, ingoia il rospo e tira avanti, sposati la tipina giusta, perché ti sta vicino e ti accudisce e chiudiamola qui, ok?-
-Com’è la pizza?-
-L’impasto lo sento gommoso, mi si sta bloccando tutto in gola-
-Bevi un po’-
-Io non la finisco qui, Fiamma-
Fiamma si alzò, e andò a pagare il conto con quel domani, che adesso le si era materializzato davanti, le tendeva la mano e l’aiutò ad aprire la macchina e ad ingranare la prima marcia, la prima di una lunga serie.

Vivienne La Nuit ©

Les Amants Régulier, Philippe Garrell, Francia, 2005

La chanson des vieux amants, Jacques Brel

 

MIDNIGHT IN SAMOTHRAKI

Video

Noleggiammo un pulmino piccolo e partimmo. Luca passò puntuale sotto casa, scese e mi raggiunse al portone aiutandomi con lo zaino. Portai con me poche cose: qualche jeans, due magliettine, un paio di sandali con un tacco vertiginoso e due gonne, era chiaro che il “poche cose” fosse ironico, lo spazio se lo mangiava tutto il beauty case, tra creme solari, spazzole e asciugacapelli, e soprattutto l’intimo, come qualche completino sexy afferrato in fretta e furia, che mi ricordava che ero una donna! In quel pulmino non si respirava, faceva un caldo asfissiante. Vidi da lontano Robi, vestito come un samurai dello shogunato Kamakurai: capelli legati a chignon, sandali alla schiava, camicia lunga a scollo marocchino, con un numero imprecisabile di collanine di perline, aggrovigliate al collo.
– Ma tu guarda come si è conciato! –
– Per me è un dio greco! –
– Io fino a Samothraki non lo porto! Ti avverto! –
– Carina la minigonna! Ti si vede il culo lo sai? Nell’attesa di quello, afferro un po’di carne, però!-
Robi, mi salutò con il suo personalissimo “saperci fare marpione!”, agguantando in una morsa il mio interno coscia sinistro.
La nave sarebbe salpata alle venti da Brindisi, dovevamo farci un attimo mezza Italia, e stavamo già in ritardo mostruoso sulla tabella di marcia. Per forza! Dovevamo raccogliere in giro per Roma “a mo’ di sacchi di patate” tutti gli altri partecipanti al “voyage”, non come la sottoscritta, che con uno zaino di trenta chili, si era presa l’Inter City da Napoli! Ed era partita il giorno prima per casa di nonna! Carola, entrò borbottando e inveendo contro il caldo, cominciò a parlare di quel maledetto esame di filosofia teoretica, e non la smise almeno fino a Canosa, Valentina aveva le mestruazioni e doveva fermarsi ogni mezz’ora in autogrill, per fare scorta di caramelle alla menta e Gatorade, mentre Paolo, collassò sul sediolino reduce da una 72h di Rolemaster no stop! Io e Robi, avevamo la fase rosa, avevamo ripreso a frequentarci, lui era in modalità super-romanticone-che-vuole-scopare, mentre io ero nel periodo dolcezza-e-bisogno-di-stabilità-affettiva-cercasi! La destinazione era il festival Trance Music più importante d’Europa, ai piedi del Santuario dei grandi dèi di Samotracia, proprio sotto il monte Fengari. Io non ero-tanto-per-la-quale, e dal momento che non facevo parte delle schiera delle divinità Ctonie, non mi andava di ballare per 48h di fila, sicuramente avrei preferito una vacanza più tranquilla, magari alle terme, bevendo succhi di frutta! Avrei voluto svegliarmi all’alba in una stanza che seguiva i principi del Feng Shui, e non in una tenda a 40°, avrei voluto essere avvolta da accappatoi bianchi e profumati al sapone di Marsiglia, fare colazione con brioche alla marmellata di mirtilli, essere illuminata da candele alla vaniglia, e morire su di un lettino facendomi massaggiare con olio di mandorle.
L’idea di sballarmi non era nei miei piani, e neanche in quelli di Robi, ma Luca e Carola erano agguerritissimi! Come in un libro, di cui già sapevamo il finale, Paolo si sarebbe rinchiuso in un internet point a giocare a EveOnline, Valentina avrebbe copulato tutto il tempo con l’olandese conosciuto l’estate scorsa a Rotterdam, e i “due dello zoo di Berlino”, beh, sapevamo che “trance” gli si prospettasse, restavamo quindi, solo io e Robi, unici depositari di quell’agosto del 2000, e in effetti ci caricammo di responsabilità. Giungemmo al porto di Igoumenitsa, dopo una “traversata” di otto ore e mare forza 9, tra vomiti, rigurgiti di gyros, l’umidità a mille, cervicali e mal di testa, sacchi a pelo volati in mare e il miglior cunnilingus che Robi mi avesse mai fatto provare! Arrivammo ad Hellas, la bandiera greca ci accoglieva, mentre noi da lontano la salutammo con un delizioso Kataifi.
Voglio Parlare degli uomini timidi, delle loro pulsioni sessuali, della loro gestione, del loro modo di godere e delle loro inibizioni. Anche gli uomini diventano rossi in viso, anche loro hanno mille ansie e inibizioni, mezze parole e frasi a metà, “vorrei ma non posso”, anche loro ti sfiorano la mano per sbaglio, e ti parlano del tempo ballerino.
– Fiamma, che ansia! –
Quante volte me l’hanno detto! Non ho mai preteso che fosse il contrario, non ho mai cercato di nascondere la mia “voglia matta”, non mi sono mai mostrata inibita, seppur discretamente abbia cercato le tue dita, o la tua lingua, o il tuo cazzo. Non si tratta di fare la gatta morta, la santarellina, l’ochetta o la svampita, no! Diciamo che fiuto la situazione, studio l’atmosfera, i profumi, la tua espressione, il tuo grado di eccitazione, io non faccio nulla, sono solo sguardi, bocche, labbra, umori che si mescolano per l’amplesso. Niente prevaricazioni, solo amore.
Fiamma è irruente, di una irruenza maliziosa, dolce e sexy; è intelligente nel suo modo di approcciare, di carpire il momento, l’attimo giusto e i famosi “tempi dell’amore”. Robi era un ragazzo timido, me ne accorsi quando mi comprò il secondo kataifi sulla nave, e notai il suo imbarazzo, un disagio che trasmise anche a me, perché mi guardò tutto rosso, e io allora pensai subito a me stessa, e alla posa plastica che avevo assunto un secondo prima nella cabina degli outsider Carola e Luca, ( i nobili decaduti come loro, mica dormivano come profughi come noi! Eh!) seduta sul letto, a cosce aperte e con le gambe poggiate sulle sue spalle. Entrammo di nascosto, come due ladri, ladri di amore, senza parlare. Mi stesi sul letto minuscolo della cabina, spostai gli asciugamani freschi di bucato, quelle saponette piccoline che ti danno negli alberghi, restai senza fiato, mentre aveva i miei seni in bocca, mentre li leccava, mentre con il palmo della mano me li stuzzicava senza andarci troppo pesante.
– Perché mi stai fissando? –
– Perché mi eccita-
Mi prese allora i seni violentemente, cingendo il capezzolo con il pollice e il medio, guardandomi, senza mai smettere.
– Ho bisogno di te –
Non riuscivo a dire nulla, mi aiutò a spogliarmi, perché c’era troppo desiderio, avrei voluto rallentare quel momento all’infinito, eh già l’arte del rallentare, del raffreddare per poi ricominciare, l’arte di portarti sul precipizio e tirarti indietro, godere di quegli attimi eterni. A volte vorrei non venire per rimanere sempre in quell’Eden di piacere.
– Allora, avevo un buon sapore? –
Glielo chiesi di punto in bianco, mentre mangiavo il secondo baklava, e con il miele che mi colava sulla camicetta scomposta.
– Non posso fare a meno di quel sapore! –
Robi mostrava la sua timidezza solo quando non scopavamo, quando stavamo insieme ruggiva di passione, di ardore, ma quando non fornicavamo aveva questo aplomb da lord che mi dava sui nervi.
– Non riesco a dormire perché il mio letto è di fuoco –
– Ed io sarò la tua psyco killer, allora! –
Sbarcammo sani e appagati (almeno io), Robi si mise alla guida per Salonicco, dove ci aspettava Yannick.
– Tranquillo pubblico si era fatta anche l’anglo-greco, durante l’Erasmus a Basildon! –
– Sempre molto arguto e senza veli nelle tue conclusioni vero Esserino? Perché non ti suicidi gettandoti dal canale di Corinto, o da una Meteora? –
– Viene anche lui? E come farai con Robi? mi sa che glielo dovrai dire! –
Yannick era cambiato, era più cresciuto, maturo, aveva la barbetta lunga, i suoi occhi verdi erano sempre due piccoli fari luccicanti, il suo corpo era lo stesso di due anni fa, spalle larghe e muscolose, quello che bastava per far perdere la testa a Fiamma: spalle larghe, punto! Luca lo aveva invitato a trascorrere l’estate con noi, anche perché era greco e gli serviva un interprete per il festival.
– Ma che si era messo in testa? Di calarsi tutto l’Olimpo? –
Fiamma era perplessa, la vacanza stava prendendo una piega insolita e ambigua. Yannick abitava proprio nei pressi della grande Torre Bianca, e ci ospitò tutti, nel suo modestissimo attico da hippie de noantri! Non la smise di guardarmi per tutta la sera, lo vedevo da lontano seduto sulla poltrona, a cosce aperte bersi una birra e guardarmi, mi ricordo perfettamente a cosa fosse servita quella birra qualche anno prima, e lui stava esattamente su quella poltrona, ed io “concentrata” su di lui, ebbi bisogno di un sorso di birra gelata per l’occasione!
– Perché non ti sei fatta più sentire? –
– Sono tornata in Italia Yannick, come facevamo, lo sai che io da sola non ci so stare –
– Sì, lo so è il tuo “marchio di fabbrica”, “accendete Fiamma che al buio non ci sa stare!”–
– Perché non dormi con me stanotte? –
– Perché non sono sola –
– Non mi dire che ti stai scopando Robi? –
– Sì, ci sto scopando! –
Yannick non era timido, ma sfacciato, franco, fiero. Un tipico leone ascendente leone. Non dava se non riceveva, il rapporto con lui era del tipo dominatore-succube (in senso lato, ovviamente!) Io dovevo stare ferma, zitta, non potevo muovermi, una bambola gonfiabile, un trastullo e un giochino, geloso all’inverosimile non potevo mettermi una gonna, non potevo truccarmi, ci mancasse poco che mi facesse mettere il burka! Era un po’ pesante a dire il vero, ma l’idea di questa “possessione” seppur bonaria e gestibile mi eccitava, e lui recitava la parte. Io era la donnina di facili costumi, e lui il marito geloso (cornificato!).
– Chiudi gli occhi, e non aprirli fin quando non te lo dico io –
Era una sera fredda, la sciarpa mi avvolgeva tipo passamontagna, avevo un vestitino cortissimo sotto il parka e mi stavo congelando le gambe a Waterloo Road. Yannick mi fece entrare in una sorta di boudoir tappezzato di rosso, al centro dell’ingresso c’era un tavolino in stile Liberty, con dei pavoni stilizzati che lo sostenevano.
– Ancora pavoni, questo era un brutto segno! – pensai tra i denti.
– Hey, non mi avrai portato mica in un bordello? –
Era serissimo, non lo avevo mai visto così, in genere una risata se la faceva, anche se era un maniaco del controllo e voleva fare sempre il protagonista di ogni cosa, mi spiegò che era un club “particolare”, dove molte coppie andavano lì, per distrarsi e trascorrere una serata in piacevole compagnia. Una cosa normale, una semplice “divagazione su tema”. Si accedeva su invito, e la fauna che c’era lì, era tutt’altro che composta da casalinghe e casalinghi disperati! Erano tutti vestiti bene per cominciare, poi musica jazz di sottofondo, luci soffuse e alcol di calsse.
– Ho capito, stiamo sul set di Eyes Wide Shut! –
– Se fai ancora una battuta del genere ti accompagno a casa, non capisci che mi fai scendere tutto quando fai così? –
– Non credevo fossi così suscettibile alle mie battute! –
– Un’altra parola e ti riaccompagno! –
– Al limite me ne vado da sola! –
Ci dividemmo, ed io esplorai la Maison Rouge, non avevo la minima intenzione di farmi toccare da qualche sconosciuto, anche se l’idea mi riscaldava un pochino, ma non potevo, dopo Fiamma avrebbe davvero bruciato da qualche parte all’inferno, divorata come i figli di Cronos dai sensi di colpa. Uscii fuori la terrazza che dava su un giardinetto all’inglese, piccolo e curatissimo, sembrava un boschetto in miniatura. Mi stavo accendendo una sigaretta, non feci in tempo a prendere l’accendino che mi si piazzò davanti un uomo, credo sulla quarantina, non molto alto, vestito con una camicia bianca e un paio di jeans, mi resi conto di stare in quel luogo fisicamente, ma la mia mente era altrove, persa in un labirinto di rose appuntite, pensavo a tutti i film sul tema che avevo visto, e chiedevo a me stessa se non era il caso di prendere la borsetta e andare via a gambe levate!
– Sei nuova! Come mai alla Maison?-
– Sto con un mio amico, che non riesco a trovare, ma stavo per andar via. –
– Dicono tutti così! –
Con un sorrisino compiaciuto e ottimista per l’immediato futuro, diede un’occhiata al mio culo. Avevo “une petite robe noire”, aperta sulla schiena, con una collana di perline che scendeva fino alle natiche, scarpe alla schiava con supertacco, peccato che il parka rovinasse tutto, ma il signorino non aveva detto di portarmi alle “folli notti di Caligola!”, quindi non avevo “lucidato l’argenteria per bene!”
L’uomo misterioso mi offrì il suo accendino, avvicinandosi percepii il suo alito, che sapeva di menta fresca, aveva messo anche un dopobarba al sandalo! Aveva i capelli biondi, le lentiggini, e l’aria di un mezzadro del Kent!
– Sono mossa dalla curiosità, volevo bere e guardare una pecorina dal vivo, c’è qualcosa di sbagliato in questo? –
L’uomo scoppiò a ridere, io volevo solo che quello stronzo di Yannick mi riportasse a casa. Allungò una mano sui fianchi, ed io scivolai dalla parte opposta.
– Scusa mi aspettano –
Finalmente ritrovo Yannick, si stava abbottonando i pantaloni.
– Ti sei fatto fare un pompino? –
– Ma no che dici? E’ che non ti trovavo, ti ho cercata dappertutto –
– E hai pensato bene di farti fare spompinare da qualcuno!-
– Ma lo sai che io amo solo te, solo che tu non c’eri –
Fuori il balconcino pieno di anemoni e ciclamini, Fiamma ripensò a quella sera, e al fatto che non se la sentì di spingersi così oltre, così fuori dalle convenzioni, pensò che in fin dei conti era una ragazza ordinaria, che era timida, introversa e standardizzata, e che recitava la parte della tuttologa del cazzo! Pensò che era fragile, delicata e timorosa.
No, non volevo che Yannick trascorresse le vacanze con noi, a lui erano legato troppi ricordi negativi, con lui mi vedevo una donnina ordinaria, lui, non lo avevo in pugno, e non mi piaceva fare la seconda in panchina!

Yannick le cinse i fianchi e avvicinò le labbra al collo, se non fosse stato uno stronzo, quell’immagine di loro due, in rilievo, sullo sfondo dell’imponente Torre Bianca, poteva essere davvero la fotografia di un film in bianco e nero degli anni Quaranta. Un film dove Lauren Bacall abbracciava appassionatamente il suo Humphrey, vestita di un bellissimo abito lungo perlato che gli lasciava la schiena scoperta, con la sua immancabile sigaretta, serrata tra quelle superbe labbra rouge Chanel! Che gli sussurrava: – sono io che ti tengo in pugno, my dear! –

– Ma non ti manco neanche un pochino? –

Conosceva quella voce da brivido, conosceva le sue mani, che stavano facendosi largo sotto la minigonna, conosceva quel venir meno, quel “deporre le armi”, quella resa che il suo corpo dava, ogni volta che un uomo la toccava.

– Non farmi fare la troia, ti prego!-

– Voglio vedere la bandiera bianca, Fiamma! –

Fiamma si staccò di colpo, non voleva ricascarci, non voleva, punto. Yannick, si mise a braccia incrociate sul davanzale, si accese una sigaretta, imprecava in greco. Vedevo il suo cazzo duro dai pantaloncini da boxeur che si era messo, in quell’istante entrò Robi, era scalzo e in mutande, era tardi, mi chiese a che ora avessi intenzione di venire e letto.

– Non ti va, se vi raggiungo? –

– Sì, così ti becchi un pugno e perdi il tuo sorrisino da efebo! –

– Può capitare, non sarebbe la prima volta! A Basildon, non facevi così la puritana! Che ti è successo, eri una Fiamma viva, splendente, calda e accecante! –

Me ne andai a letto, bevendo il mio succo d’ananas. Mi sdraiai di fianco, Robi mi mise una mano sul culo e strinse, gli dissi di no, che avevo il ciclo, che non stavo bene. Non riuscivo a dormire, Carola e Luca scopavano come conigli, Paolo parlava in giapponese, con uno azzeccato di giochi on line, Yannick, era alla ricerca di un buco e lo trovò in Valentina. Neanche il tempo di rialzarmi dal letto, prendere Memorie di una Geisha, che già gli stava a toccare Miss Pat! Mentre sfogliavo le pagine, chiusi gli occhi, portai la testa all’indietro, respirai a fondo quell’aria salmastra, mi immaginavo seminuda a ballare sulla spiaggia di Stavros con Yannick che tentava di coprirmi con un accappatoio.

– Un altro fallimento, Fiamma, un’altra delusione, un altro uomo da tenere alla larga –

Io li ho amati tutti quegli uomini, tutti, nelle loro manie, nelle loro depressioni, nei loro complessi edipici, nelle loro costernazioni di fede, e nei loro amplessi liberatori. Li ho amati tutti nelle sere freddo d’inverno davanti al camino, quando mi vedevo brutta, quando ero giù di corda, quando mi dicevano che mi amavano, quando non riuscivo a stare da sola e mi bastava fare l’amore per ritornare come nuova, una Fiamma scintillante!

A Yannick piacevano anche gli uomini, non riuscivo ad accettarlo, avevo messo in conto il dovermi confrontare con il mondo femminile che se lo contendeva a suon di messaggini, telefonate e scopate che gli facevo credere essere clandestine, così lo stronzo si ricamava il quadretto hard da appendere, e gli veniva più duro! Lo avevo perdonato, ci eravamo perdonati, ma io ero troppo giovane, e confrontarmi, anche, con il mondo maschile era troppo, rischiavo di andare in tilt. La trasgressione, l’accettazione di certi Status Quo all’interno di una coppia sono difficili da gestire, si rischia il tracollo, la capitolazione. Ripetevo a me stessa di essere una stupida, di volere all’interno del mio mondo perfetto quel pizzico di sale che rendeva la vita meno noiosa, senza compromettermi. cazzo, con Yannick l’avevo vissuta sulla pellaccia la trasgressione, ma poi non mi andava a genio, ero insofferente, e lo vedevo come un deviato e un pervertito, che la sottoscritta chiamava nei periodi off!

Respirai a fondo, stendendo le gambe sulla sdraio, ascoltando l’eco del mare e seguendo il richiamo del sale. I ricordi era affacciati a quella Torre immacolata, mi chiamavano, urlavano il mio nome.

La pietà cosa può offrirti? Cosa può darti? Può renderti più ricca, più piena? Perché proviamo pietà?

Come nella sala d’attesa dal dentista. Quanto possono essere rivelatrici quelle ore. Fiamma stai ricominciando a farneticare? Mi guardavo assopita, e allo stesso tempo ben sveglia, un poster del Colosseo, Ora, il motivo sul perché negli studi medici ci fossero poster raffiguranti Capri, La Venere di Botticelli e la Laguna Veneta mi è sempre stato ignoto! E ripensai a quella frase, che lessi poco più che ventenne: Vos mea mentula deseruit, dolete, puellae, pedicat culum. Cunne superbe, vale. (Piangete ragazze, il mio cazzo vi ha abbandonato, ora incula culi. Fica superba, addio.)

No, non ho pietà per uno come te, che ha rubato il mio tempo, tempo che gli ho dedicato, tempo che pazientemente è stato scandito per te, in me, assecondando le tue inclinazioni, lasciandoti i tuoi spazi, anche se ti ho sempre visto, dietro le sbarre, come quella Pantera di Rilke, nera e riluttante ai soccorsi. Non ho più parole da versarti, ne sangue, solo veleno. Il trapano scolpiva i miei denti, e quel suono metallico e graffiante mi dava un nervoso, che avrei preso ben volentieri la cannula di quell’acquetta, per ficcargliela in gola, a quella specie di “apparato del Golgi” che mi teneva la bocca aperta! Che incubo del cavolo! I ricordi adesso stendevano i panni con le mollette da quella Torre Bianca.

Era il periodo in cui chiedevo la tesi all’università.

– Non puoi scegliere John Keats, è morto troppo giovane-

– Professore mi scusi, ma che sta dicendo? –

– Non puoi scegliere John Keats, è morto a venticinque anni, ventisei li avrebbe compiuti il trentuno ottobre del 1821, e lui è passato a miglior vita solo il 23 febbraio! –

Scesi le scale dell’ex convento seicentesco lentamente, erano di quelle scale lunghe, dove non potevi gestirne il ritmo, avete presente quando per scendere un gradino c’è bisogno di fare due passi? E tu ti scoordini? E rischi di inciampare e rotolarti? Però, cazzo, volevo correre su quelle scale, ma non potevo farlo, sennò rischiavo di cadere. Le scale della facoltà di Lettere erano così: ingestibili, rinchiuse nel tufo e nel granito, nel marmo e nei sampietrini. In qualche anfratto ci trovavi qualcuno a pomiciare, a fumare, a studiare. Quando mi addentravo in quei cunicoli il pomeriggio tardi, canticchiavo sempre The Rain Song, quel cortile era perfetto per Lady Goodiva, e per qualche bivacco di Hobbit!

Incontrai Yannick, camminava con Luca sottobraccio, e gli baciava l’orecchio.

– Ciao Fiamma, come stai? –

– La donna del mistero, scompari non ti fai più viva, e poi mi chiami per leccartela? Eh? Non si fa così! –

– Sei impegnato ad occupare la bocca con qualcos’altro, non voglio interferire, sai quanto sia discreta –

– Lo sappiamo, lo sappiamo – Mi canticchiarono in coro.

– Stasera ci sei? –

– Stasera ci sono-

Volevo stare con lui, sapevo che c’era anche Luca.

Per l’occasione misi una gonna cortissima, un po’aderente e con motivi tribali bianchi e neri, una maglietta larga che mi lasciava una spalla scoperta, scarpe basse, tipo espadrilles. Non misi il reggiseno, che tempi quando la mia terza coppa C stava su da sola! Capelli sciolti fino al sedere, lisci, una ciondolo con un gufetto e solo un po’ di rossetto. Yannick mi venne a prendere col motorino.

– Come faccio a salire! –

– Mi piace quando per strada ti vedono il culo! E io li ammicco!-

Fiamma ogni azione che hai compiuto, anche questa che stai accingendo a fare ha una spiegazione, che è chiara davanti a te, non è annebbiata e dettata dall’incoscienza, no, è diafana ai tuoi occhi, limpida al tatto, melodiosa nei tuoi timpani, ambrata alle tue narici e speziata sulla tua lingua. Stavo vaneggiando, sarà stato il cicchetto di rum e pera bevuto d’un colpo prima di uscire. Devo smetterla con l’alcol, cazzo! E poi, quello che mi dice che non posso fare la tesi su John Keats, perché è morto troppo presto, queste affermazioni minano le mie sicurezze e i miei punti fermi, e io ho un disperato bisogno di qualche paletto piantato a terra!

Yannick abitava in un palazzotto neoclassico, con tanto di timpani e frontoni e fregi mitologici. Era un po’ in rovina a dire il vero e non era tutto accessibile, non era neanche tanto grande, quanto basta per renderlo suggestivo e accogliente.

– Hai chiesto poi la tesi? –

-Lasciamo perdere! –

-Giornataccia as usual?-

Saluto Luca, stava sul divano guardando una puntata di South Park, una delle tante dove Kenny muore.

– Mi avvicino per salutarlo, mi fermo davanti a lui, si alza pigro per accarezzarmi affettuosamente il retro ginocchio.

– Sempre più carina! –

Prende il magic box dell’erba, mi siedo anche io, gli passo le cartine. Yannick stava chiudendo i gatti sennò scappavano. Faccio un tiro lungo, mi sale una botta nelle tempie, come se il mio cranio venisse inondato di acqua, di un’acqua calda. Mi stendo accompagnata dall’onda lunga, tra le braccia di Luca, sento il suo profumo, sempre il solito che è accentuato, amplificato, moltiplicato all’inverosimile, gli abbassai i jeans, quasi in automatico, era già duro.

– Stai buono, non gli do il permesso di entrare da nessuna parte! –

– Cominciai a toccarlo sopra i boxer, accarezzandolo, coccolandolo, guardandolo, ammirandolo.

-Sono lusingata! –

Lo sapevo che Yannick stava dietro la porta.

Lo presi in mano, mentre gli baciavo il collo, mentre lo annusavo, mentre strusciavo le guance sulla sua barba che cominciava a pizzicare, con un movimento lento, pigro, senza fretta. Gli facevo capire, con tutta me stessa, che mi piaceva, che volevo farlo venire, che volevo idolatrarlo, che volevo il suo piacere, che volevo il suo liquido iridescente. Mi piaceva da morire il rumore che faceva la mia mano mentre andava su e giù. La canna non mi faceva concentrare abbastanza, era una lotta impari contro l’estasi di quell’atto e di quel momento. Cercavo di trasmettergli con la mano tutte quelle sensazioni, come se la mano fosse stata un’antenna o un radar.

-Yannick ci sta spiando, sta guardando il tuo cazzo e si sta masturbando lo sai? –

-Quanto ti piace Yannick?

– Tantissimo! –

-Piace anche a me lo sai? –

Allungò una mano, per sentire quanto fossi bagnata, e se la portò alla bocca e al naso, per sentirmi, e per farmi sentire.

I miei capezzoli, in rilievo, dalla maglietta chiamavano la sua bocca, ero trasportata verso di lui, verso il suo godimento, le sue dita si insinuarono dentro di me, il pollice era fermo sul bottoncino magico, la mia mano scivolava su di lui. Ancora rumore e nessun dolore.

Il rumore dei miei bracciali, il rumore del suo cazzo, di quello di Yannick, i rumori della casa, del vento fuori, dei gatti che graffiavano la porta, il rumore delle voci soffocate, dello stantuffo azionato dalle dita e dall’ acqua dentro Miss Pat, del piacere rincorso, della concentrazione, dell’impegno.

Venimmo insieme, così era facile, non implicava tante cose, solo le nostre mani avevano “peccato”, così era tutto privo di responsabilità, perché Yannick aveva solo “guardato”, e noi eravamo salvi e puri e felici.

I panni erano asciutti, adesso, e qualcuno li aveva ritirati dallo stenditoio, e mi svegliai di colpo, tutta sudata, perché su quelle dannate scale dal ritmo ingestibile mi ero messa a correre, cercandomi da sola quell’accappatoio per buttarmi sotto la doccia. But hey where have you been?

Alessandropoli, la città dedicata ad Alessandro Magno, a metà strada tra l’Europa e l’Asia, vicino allo stretto dei Dardanelli, nel mezzo della Periegesi della Grecia e il Bignami della bancarella. Mi piace “fare l’uomo”, lo ammetto, mi piace prendere l’iniziativa, pilotare la serata, la mattinata, l’alba, il tramonto e il tardo pomeriggio verso il mio continente nero, farmi fare quello che voglio, e perché no, far perdere il Sig. Freud in quel continente nero!
Mi piace “fare l’uomo”, ammiccare ai bei ragazzi, dirgli: – ehi sculetta un po’, fammi divertire! – Anche se, gli faccio credere che a guidare sono sempre loro, gli faccio credere tante cose, sono anche in grado di farmi dire quello che voglio. In un nanosecondo sono capace di fargli lo screening della loro personalità, di disegnare la loro mappa astrale, se hanno o meno le costellazioni contro, se l’ascendente influisce sul loro orgasmo o se gli piace il curry, i raggi X della loro anima, la TAC del loro deretano, ok, no, quello no, dai! Non è presunzione, è entrare in contatto, stabilire energie, sintonizzarsi, diciamo che, con fare altezzoso e glaciale, becco sempre il giusto! E quanto mi secca avere sempre ragione! Come capita spesso di mandare a fanculo qualcuno a volte! C’est la vie! Mi piace fare anche la gattina bisognosa di coccole, la fredda calcolatrice, l’impavida avventuriera, la femme fatale e la bambina ingenua, la cagna fedele, l’intellettuale-so-tutto-io, la donna in carriera e la grunge girl. Qui posso rivelarlo, in questo luogo sospeso tra l’Eldorado e Waterloo! L’ iCloud della mia vita! Perché? C’è qualcosa di sbagliato?
Tranquilli non detronizzo nessuno, lo scettro c’è l’avete sempre Voi, e no, non è neanche la manfrina sulla dialettica dominatrice/slave, no quelle cose non le reggo. E’ una confessione, è una lotta continua tra le proprie sicurezze, fragilità, è un gioco per sdrammatizzare, una piacevolissima corrispondenza di amorosi sensi tra i vivi, su quello che vorrei ricevere da un uomo e su quello che vorrei dargli: sesso, amore, vita prorompente. Parlo così, perché mi sono scottata a volte, e il bruciore è insopportabile, i segni poi restano e le cicatrici non vanno più via, e bla bla bla, non faccio neanche una gerarchia, del tipo, se fai solo sesso vuol dire che non ami, o che se fai solo l’amore vuol dire che non fai sesso! Precisamente cosa significa? Sono scettica su quelli che affermano: – io scopo, faccio sesso, nessun coinvolgimento! Ma sono solo io la donna che, su questa faccia della terra, ci mette ogni centimetro quadrato di epidermide mentre scopa? Non sono mai riuscita a scindere le due cose, sesso-amore, ho amato tutti, sto premendo il bottoncino verde dell’iCloud, perché voglio che tutte queste parole si depositino lassù, in un luogo imprecisato, su un groviglio di fili elettrici o sulla cazzo di nuvoletta paffuta del cielo azzurro! Ho amato tutti, ho dedicato loro del tempo, li ho ascoltati, mi hanno ascoltata, se mi hanno messo a pecorina, non è perché volevo che mi scopassero nel modo rude e da porca, è perché così sento di più, è perché mi piace, se ho fatto un pompino e perché mi piaceva, è un dare e ricevere, quello sempre, ma è anche un piacere, far sentire le stesse tue sensazioni al tuo uomo, amarlo, accoglierlo, stringerlo forte e non lasciarlo più, ed io vengo così, se lui è sintonizzato su di me! NB: tutto questo, non si “ricava” certo da una “botta e via”, e da una “wham bam thank u mam”, sono venuta anche con una sveltina alla discoteca del campeggio a diciassette anni se per questo, ma ripeto non faccio testo. Li ho amati tutti.
Yannick aveva fatto impazzire Fiamma, aveva reso Fiamma sua schiava, lei tentava di liberarsi da quelle catene, ma niente, non ci riusciva. Quando entrava in quel vortice: o-il-cazzo-di-Yannick-o-la-morte, erano davvero cavoli amari, tutto iniziava con un prurito alle cosce, con una frenesia che lentamente saliva fino alle tempie, con l’inquietudine che la prendeva, con il Deficit Di Attenzione a mille, con la concentrazione sfalsata, la crisi d’identità, le parole a vanvera, e Miss Pat che nuotava in un mare di gioia, arrivò perfino a parlare greco, perché il suo telefono un giorno era irraggiungibile e dovette chiamare casa sua a Monastiraki e parlare con sua nonna che sputava e faceva i rutti! Ne valeva la pena, Fiamma avrebbe rifatto tutto. Esserino ne era convinto, e con un megafono sponsorizzava Fiamma a Yannick, gli urlava: -non lasciarla sola, stai vicino a lei, non fare lo stronzo con le altre, lei non può seguirti, non lo vuole, lei vuole una roba ordinaria, vuole che le apri lo sportello della macchina, che le porti i fiori, che cucini per lei, lei vuole essere solo tua!-
Al porto li aspettava la nave per Samothraki, Yannick era felice guardava Fiamma come per dire: stai ancora in tempo, unisciti a noi! E da lontano vedeva la sua mano sul culo di Vale. Robi aveva capito tutto, Fiamma non faceva neanche molta fatica a nasconderlo, ma Robi da uomo intelligente, o quasi, stava zitto e le assicurava la sua presenza, la sua dose di sicurezza, il suo cazzo (almeno per quella vacanza anno duemila!) e a lei andava bene così. Appena scesi dalla nave, si vedeva solo una montagna enorme, che si ergeva, tipo capezzolo appuntito dall’Egeo. La Grecia era in fissa con le tette, pensò Fiamma. Dall’Acropoli di  Atene, per esempio,  il quartiere del Licabetto, sembrava una enorme “boop” appuntita, ebbravi! Ecco spiegato perché c’erano i lupi anticamente lì! Affittarono una casetta nel bosco, con le finestre blu! (tanto pe’ cagnà!).
– Ma da quanto tempo è chiusa sta casa? Sa di fosso, di terreno, di erba bagnata! Voglio la Tonnaraaa!-
– Ti lamenti sempre, tu? Eh? In questo non sei cambiata-
-Yannick mi lamento, perché non mi dai più il tuo cazzo 24h, lo sai!-
Glielo disse all’orecchio con una voce roca e graffiante, dandogli una pacchetta su quel culo perfetto.
– Ma perché ci sono i mobili in vimini, mi ricorda casa dei nonni, ma cazzo, porta male il vimini!
Mi fa venire il prurito, sto tanfo di chiuso, che m’evoca scarafaggi e morte!-
Robi si diresse immediatamente in camera, appoggiò gli zaini sul letto, venne da me a passo spedito, mi prese in braccio, con una mano tra le cosce.
– E’ da Samothraki che ti voglio-
-Anche io ti volevo, ma poi ho visto Yannick, ma questo non ci toglie nulla, tranquillo!-
– Ma non puoi dirmelo così, sbattermelo, così, in faccia, c’è la più lungo di me? Mi è sceso tutto Fiamma-
-No, vabbè, non ci credo che l’hai detto! Ancora con le ansie, con le paure, ma dovrebbero averle le donne, lo sai? Le dovrei avere io, ecco perché: è colpa tua, del tuo fare da insicuro che le donne sono diventate delle troiette che la danno senza sentire nulla, è per colpa tua, per fare la carità al tuo cazzo che si sente escluso e solo, che sono diventate le “gettoniere dei tempi nostri”, così poi pensano, ah siamo salve me l’ha dato, gli piaccio, sono bella! Evviva! E intorno c’è il vuoto! C’è l’insetticida per le blatte!
E ti vengo vicino, e ti sussurro all’orecchio che ho una voglia matta, e non va bene, perché devo recitare la parte della remissiva-che-viene-sedotta, e faccio la parte della timorata-di-Dio, che così puoi portare sulla strada del peccato, e non va bene perché poi sto troppo immobile, e non ti do sfizio! E mi metto un completino sexy in pizzo nero (perché-si-sa-col-nero-non-si-sbaglia-mai-e-poi-voglio-dì-è-un-must-dell’erotismo-evergreen!) e non va bene! Perché poi non ti piace quando faccio la parte della puttanella, perché diventi geloso, ti ripiombano le insicurezze e fai i confronti con le misure falliche! Dei maschioni che mi sono fatta! Ma dico io, si può fare della sana copulazione tra persone adulte consenzienti?-
-Hai finito di dare sfogo alla tua parlantina? Di fare questi ghirigori che ti ascolti solo tu?-
-Hai ragione sono una stronza, solo che pensavo di ricostruire tutte le tue certezze e rifarti daccapo? Ed io ho un bisogno disperato di ascoltarmi! Di smontare le persone, e rimontarle come dico io, perché ho una paura folle di mostrarmi debole ed esposta.
-Andiamo al mare va! Ma già ti sei calata? Ti ha coinvolto Paolo, lo sapevo, sulla nave l’ho visto camminare sul ponte a parlare coreano!-
-Era giapponese, scusami non volevo-
– Ne riparliamo dopo cena-
-Non tenermi il broncio, faccio la brava, non mi lasciare da sola su questa isola deserta!- Fiamma gli faceva le fusa e il musetto triste, attorcigliando le labbra e chiudendo gli occhi.
-Hai visto ti ho fatto ridere!-
-Ti sei messa il costume, verde smeraldo? Quello per cui la tua terza coppa C, è diventata una quarta abbondante?-
-Sono le mie tette in questa fase del mese, scemo-
-Che bel periodo: “il periodo tette”, facciamo un quadro!-
Presi solo il pareo, mi è sempre stato un po’ antipatico il pareo, l’ho sempre trovato stupido, insulso, insignificante, detto inter nos!
Arrivati alla spiaggia decisi di fare la femmina. Ero già abbronzata e i miei capelli lunghi nascondevano il topless che volutamente portai, gli slip del costume erano invisibili, i laccetti scendevano si lato e mi facevano il solletico sui fianchi, scendemmo i gradini che ci aprirono le porte di una spiaggia deserta con una sabbia bianca tipo borotalco, na cartolina stile “wish you were here” insomma, il sole delle cinque batteva ancora, anche se si stava abbastanza freschi, avevo voglia di tuffarmi subito, come quando da piccola mi prendeva quel raptus di cercare il mare a tutti i costi, a discapito delle mamme che prendevano il sole, dei castelli che abbattevo, delle cicche di sigarette accese che beccavo sotto i piedi, e correndo come una forsennata (perché la sabbia scottava) mi lanciavo in acqua. No, stavolta non l’ho fatto, ho risparmiato a Robi, la visione di una otaria che si tuffava! Io invece uscì dall’acqua, come una Ursula Andress versione mora, una Bo Dereck dell’unico film andato in porto. Mi stesi a pancia sotto sull’asciugamano, Robi arrivò con un Mocaccino freddo, prese un cubetto di ghiaccio leccò via il sapore e me lo passò tra le scapole, nell’incavo della schiena, passando per i lombi, scostò il bikini, mi pizzicò il sedere, lo accarezzò, gli diede una pacchetta forte e ne addentò la carne.
-Ahi, però mi piace il rumore, fallo di nuovo!-
-Perché non mi ami?-
-Non è vero-
-Non vuoi avere una relazione con me, perché? Stiamo bene insieme, voglio essere il tuo compagno, non mi va di scopare solo, lo sai!
Yannick aveva destabilizzato tutto, quella vacanza, quell’isola, quell’equilibrio tra me e Robi, io non mi sentivo di dare risposte in quel momento, mi girai per zittirlo con un bacio, lungo appassionato, profondo, uno di quei baci dove sei alla ricerca di qualcosa, di qualcosa che ti apra, che ti illumini, un segno, un segnale, un simbolo.
Robi, mi toccava dappertutto, io lo toccavo dappertutto, sapeva di salsedine, di caffè, di sabbia bagnata, di tutto e niente. Io aprì le gambe subito, fui subito sopra di lui, senza togliere il pezzo di sotto del costume, senza spostare i capelli che coprivano i miei seni, succhiò i miei capezzoli con i capelli, inziò la danza, l’onda, il dondolìo, l’andamento in avanti, il risucchio e la discesa, e ancora l’andamento in avanti, il risucchio e la discesa, come quel mare che sentivo dietro la mia schiena, come il Meltemi che mi distraeva, come i miei pensieri confusi, mixati, assetati di ordine, un mare assetato di ordine, pensieri che cercavo di sgrovigliare lentamente in quell’amplesso marino, concentrati su Robi e sul migliore Yannick d’annata! Il sesso di quella giornata fu come un’onda mutilata, c’è ne tornammo a casa, e Robi mi cucinò il riso al curry.

La sabbia assomigliava ad una poltiglia grigiastra e nera, meglio conosciuta col nome di “fango”, mescolata a vomito e non so a cos’altro! Intorno gli alberi sembravano gridare: andatevene! E riuscivo perfino a vederne i rami che spingevano quell’orda di zombie che si muoveva a scatti. La puzza di fumo si annidava in gola, la puzza di sudore ti circondava in una morsa talmente stretta che dovevi alzare il viso al cielo per respirare, o dovevi attendere mister meltemi che ti soffiava un pochino, dandoti così, un secondo di ossigeno, la puzza di alcol era stagnante e insistente, mi trovavo in una risacca! Mi trovavo in una fottuta bolgia dantesca, anzi mi trovavo nel nono cerchio dell’inferno ed ero prossima alla Natural Burella. Dal palco due deejay assomigliavano a Belzebù, divoravano quintali e quintali di ovatta! Avevo bevuto troppo, mi ero fatta otto rum e pera nell’arco di mezz’ora, e tutto questo, prima di uscire di casa! Perché avevo questa bizzarra abitudine? Retaggio, forse di quella volta che andai a fare l’esame di maturità con un bicchierozzo di Cointreau in corpo? Da allora non ne ho potuto più fare a meno, avevo bisogno di qualcosa di dolce che mi svegliasse un po’ (diciamo!) e dovevo scegliere tra il Cointreau e il Vov. Il Vov lo bevevo sempre a casa dei nonni davanti alla tv, una sera a nove anni riuscì addirittura a sedermi alle poltroncine di Tribuna Politica, e a parlare con Craxi e Occhetto, ma il non plus ultra era berlo davanti a Galaxy Express 999, quella sigla è stata la colonna sonora di tutta la mia infanzia, (non mi piaceva granché la storia, non si baciavano, non c’era una storia d’amore, nessun tipo di approccio e quindi era scartato a priori!) ma il Vov rendeva l’ascolto quasi mistico, il buio di quell’universo mi dava i brividi, avrei voluto salire sul quel treno a tutti i costi, mi sarei venduta tutte le case di Barbie, compresa quella di città con la Famiglia Cuore, segregata apposta per pagarmi il biglietto! Mi sentivo la casellante dello spazio, la Maetel mora, fatta di carne, ossa e sangue che salvava Tetsuro Hoshino, e che una volta giunti su Andromeda se lo sposava pure! Non ho mai perso l’abitudine di cambiare il finale alle storie, di modificarle a mio piacimento. Ecco, perché, il Vov era “funzionale”, mi rendeva creativa!

Adesso su quell’isola adibita a culti misterici e luogo di transumanza di “fattoni” di mezza Europa, ero cotta! Come da canovaccio, come da routine, come volevasi dimostrare. Mi sentivo immobilizzata dall’ovatta, mi rendo conto di dover spiegare il concetto di “ovatta”, ma ogni volta che mi sballavo, io pensavo all’ovatta, che usciva tipo blob dal sacchetto di plastica e aumentava, e aumentava fino a bloccarsi in gola, una scena splatter insomma, avevo la sensazione di essere bloccata dalla gommapiuma, immobilizzata dalla gelatina, come se il pallone di un enorme big babol mi fosse esploso in faccia impedendomi di respirare.

-Hey patata, sei croccante al punto giusto!-

Robi era piuttosto “lanciato!” Mi stampò un bacio sul collo, spostandomi i capelli e toccandomi il culo.

–Ti ricordo che gliela hai data in meno di 24h dal vostro arrivo a Samothraki, che pretendi? Il ragazzino si sente proiettato nello spazio! –

-Non voglio che mi tocchi! Con quelle manacce! –

-Ricorriamo anche alle frasi fatte: “le manacce!” E se arrivasse a casa, mentre tu stai scopando con Yannick, dirai: “o cielo mio marito!”-

-Esserino hai qualche problema con me? Il fatto che ti abbia concesso di essere la mia coscienza, e di averti dato una suite nel mio orecchio destro non ti giustifica dall’essere un grande rompiscatole! Vai un po’ a berti una birretta col grillo parlante! E vedete se riuscite a scoparvi la fata turchina! E non mi annoiare!-

Incredibile, il mio essere umorale e volubile, in Italia non vedevo l’ora di stare nuovamente con Robi, mi vedevo con lui nel fermo immagine di una lunga estate calda, in un amore rinnovato e dolce, e invece mi ritrovavo con uno sconosciuto che ballava come l’uomo di latta del Mago di Oz!

-Voglio tornare a casa!-

-Che hai detto?-

-Non mi sento bene, ho bisogno di tornare a casa!-

Robi mi teneva i polsi, cominciava a farmi male, prese un braccio, mi strattonò! Voleva portarmi in pista, tra i dannati -apri la bocca!- aveva una pasticca, non riuscivo a parlare, ancora quella sensazione di soffocamento, come se in gola mi avessero conficcato dell’ovatta. Improvvisamente Yannick sbucò dalla folla, prese Robi alla gola e gli diede uno spintone che lo fece rotolare tra quegli ammassi umani, io stavo zitta, non riuscivo a dire nulla, vedevo la scena come se avessero messo Pause al videoregistratore e il nastro andava a rallentatore, a scatti, tipo approdo dell’uomo sulla luna. Riuscì soltanto a dire –non farlo male- e crollai.

Mi svegliai la sera seguente, nella casetta azzurra, Valentina si era portata un turco, lo trovai in cucina che camminava solo con la maglietta. Non vedevo nulla, il pavimento era ancora un po’ instabile e avevo uno di quei qual di testa formidabili, da Oscar!

-Buongiorno!-

– Ti preparo la cena?-

– Ieri hai fatto la monella-

-Non parliamo ok?-

-Ti ho tenuto la fronte tutta la giornata-

Quando mi affligge qualcosa, cerco di non ricordare cosa mi torturi, quindi se non riaffiora alla memoria, quel problema per me non esiste, anche se resta la sensazione di chiodo piantato nel cranio! Quella sera avevo tipo una vite a doppia intelaiatura fissata con tanto di cacciavite, all’altezza precisa del terzo occhio, e in più dovevo sorbirmi Yannick, che stava in modalità salvatore-della-mia-vita-nonché-di-Miss-Pat-nonché-uomo-in-vena-di-pettegolezzi!

-Dov’è Robi?-

-In spiaggia, non è mai tornato, ho mandato Paolo per assicurarci che fosse ancora vivo, purtroppo lo era, è rimasto a dormire sotto il chiosco dei gelati, aveva le gambe al sole però, spero riporti un ustione di terzo grado! –

Nel frattempo, Robi varcò l’uscio di casa.

-Abbiamo un po’ di Aloe?-

-C’è l’ho io, non me la consumare tutta che è bio! Sta nel mobiletto in bagno.

Gli gridò Valentina dal giardino, mentre il turco le massaggiava i piedi.

SPRING ON A SOLITARY BEACH

Standard

Fino a quando non vedrò alcune cose, per me non esisteranno, punto. Quindi non vedrò i capelli bianchi e le rughe, non mi renderò conto di avere qualche kiletto in più, e non mi porrò il problema se è presto o tardi per avere figli o per sposarsi. A volte guidando per strada, alzo gli occhi e vedo tanti palazzi e penso a come abbiano fatto a costruirli, quale metodo abbiano seguito, come sia possibile che vi “abitino” tante “cose e oggetti pesanti” e che, per giunta poi, non cadino! Come sono state edificate le città? I ponti? Dicesi ragionamento ingegneristico, forse? Mi piace che sia opera di qualche astruso e difficilissimo meccanismo svelato solo ad una piccolissima fetta di umanità! Non invidio per nulla i custodi di quelle verità! Dovevo cucinarmi qualcosa, mentre il vento mi importunava alla finestra, il vento voleva a tutti i costi entrare e , nonostante ci fossero tanti spifferi alla Tonnara, lui, preferiva sempre entrare con la voce grossa e fare “l’uomo di casa!”
Ho pensato bene di farmi una caponatina e bermi un bicchierozzo di buonissimo San Giovese, mi sono seduta sulla sedia a dondolo del patio, Mrs Maude è sempre a spolverare i suoi gatti, mi fa cenno di raggiungerla, ma oggi voglio stare per conto mio, le alzo il piatto facendole capire che sto mangiando e le mimo il gesto della nanna per dirle che dopo pranzo riposerò un pochino.
All’ultima cenetta in piedi avevo scopato con un mio vecchio amico, e dopo mi sono sentita una pezza, alla porta della mia coscienza si erano accalcati tutti i sensi di colpa, e ho fatto una faticaccia a domarli per non farli entrare, li ho dispersi, infatti, con tantissimo gas lacrimogeno. Prendere sonno sul grande lettone in ferro battuto era il non plus ultra del total relax, tirai giù la zanzariera, dalla finestra si scorgeva il mare, e intorno non c’era nulla, dietro la Tonnara solo un boschetto, dove, in un sonno eterno, se ne stava il letto di un vecchio fiume, la Tonnara era l’ultima villa, di un vialetto alberato. L’aria balsamica dei Pini D’Aleppo mi svegliò di soprassalto, e mi venne in mente Luca, e strinsi le cosce, come quando ti picchiettano il ginocchio per vedere se i tuoi sensi funzionano bene. Luca aveva questo, e altri mille poteri su di me. Mi buttai sotto la doccia in pietra collocata dietro la casa , presi il bagnoschiuma al sandalo, il mio preferito, la doccia era all’aperto e dietro di me c’era solo il bosco che mi guardava, come se mi stesse spiando dal buco della serratura. Non ne potevo più di maschere all’argilla, pediluvi ed erba cipollina, lasciai i capelli umidi, misi le scarpe da ginnastica e andai a comprare un bel gelato panna e nocciola. Camminando per il centro storico passai alla boutique di Franco, aveva creato un nuovo disegno per le cavigliere e decisi di farmi un regalo, pagai un botto, ma se li meritava tutti quegli Euro! Franco aveva fatto pratica presso uno sconosciuto maestro orafo parigino, che divenne poi il suo amante, ogni volta mi raccontava la sua triste storia d’amore, e ogni volta lo ascoltavo con rispetto e qualche lacrimuccia.
– Stavi lavorando non volevo disturbarti, sono venuta a comprarmi la cena! –
– Aspetta, il tuo turno! –
Gli sorrido maliziosamente e con fare ansiogeno, stiamo posizionati di fronte, tu davanti a me, ed io seduta sulla panca di legno, ci guardiamo con occhiate schive, veloci e ladre, siamo ladri di sguardi, ci ispezioniamo, non riesco a trovare delle imperfezioni su quel viso. Hai gli occhi verdi, la bocca piccola e una cicatrice sul labbro sinistro, i capelli di un castano chiaro e una faccia da schiaffi, sembri uno che la sa lunga: sulla vita, sull’amore e sul sesso. Non mi lascio abbindolare, ti osservo in silenzio. Inutile che mi ammicchi, e mi guardi dietro il bancone, perché tanto me ne accorgo, vedo il tuo riflesso dal vetro che mi scruta, di nascosto. Accavallo le gambe, mi scosto i capelli di lato, sai cosa ti dico: non ho più paura, non ho più paura di restare da sola, non temo più la solitudine e l’isolamento, riesco a gestire tutte le mie emozioni, non faccio più la pazza e non do i numeri, riesco concretamente a fare qualcosa di buono per la mia vita, non mi do più in pasto all’ira, non sono più vittima del “Gaslighting”, riesco a gestire tutte le situazioni con freddezza e piglio deciso, senza sofferenza, panico e crisi. Te la faccio intendere tutta la mia sicurezza. Mentre sei indaffarato tra il forno e il bancone, accavallo le gambe, sono inquieta e voglio la tua attenzione, scosto ancora i capelli di lato, che adesso sono indomabili, mi sistemo sulla scomodissima panca, portando le tette in avanti, ho una maglietta bianca, ma è trasparente e si vede il mio reggiseno a balconcino nero, col seno che fuoriesce, come piace a te. Mi reputo una bellezza che acquista punti quando è sicura e sfacciata, quando fa capire ad un uomo che vuole fare l’amore, che lo desidera, che non ha timore a chiedere, a osare, ma sono anche consapevole di inviarti segnali discreti e percepibili solo a te. Con semplicità e discrezione ti dico che ti voglio, attraverso un linguaggio del corpo, dei segni e dei profumi.
– Prego –
– Due focacce al pesto e basilico, grazie –
– La seconda è per me? Mi aspetti, che chiudo e faccio una doccia? –
– Ti aspetto a casa –
– Ti conosco, va a finire che mi lasci fuori la porta! –
– Stasera ti aspetto fuori il vialetto, per come sto…! –
Preparo un cenetta frugale, fatta di verdurine e insalata, e focacce. Il vino non manca mai, scorre lento nelle nostre vene ed ha un effetto sedante così efficace, sono molto rilassata con lui, forse perché non lo amo, forse perché lo reputo brutto, o per lo meno non bello, perché sì, alla fine, lo reputo “inferiore” e così riesco a gestirlo e ad essere una “panterona”, però poi deve esserci il romanticismo, il rispetto delle regole del corteggiamento, il rispetto delle pause, la delicatezza dei movimenti, che diventano decisi, forti e veloci quando sono io a chiederli. Sono esigente lo so, sul dare e ricevere piacere sono categorica, il sesso è orgasmo, è inclinazione al proprio carattere, è assecondare i propri desideri. Non mi piace quando il sesso è pantomima, è finzione, è atmosfera senza risoluzione. NO. Agli uomini piace ricorrere a quadretti hard per far alzare la mazza! Anche alle donne, per carità, ma diciamo pure che per noi, non è il caso di “appenderli” quei quadretti!
– Fa la cosa giusta Fiamma! –
Sembra dirmi Esserino/ Spike Lee. Non riesco più a distinguere la realtà dall’immaginazione e addirittura dagli incubi! Devi operare delle scelte, non hai più ventanni, le scelte devono essere “cool”, “azzeccate”, imperativamente “efficaci” e stimolanti, altrimenti si rischia la gogna pubblica, e, cosa peggiore di tutte, c’è il rischio di esporsi e di sembrare ridicola.
– Esporsi…già! Abbiamo tutta l’umanità che fa le stesse cose, con gli stessi intenti: sopraffare, arrivare primi, essere i migliori.
No, non voglio “attaccare la mina”, come direbbe un mio “amichetto” romano sulla decadenza dell’umanità, e sulla fenomenologia del “farsi le scarpe!, e non credo neppure di essere una santa, la verità è che mi piace vivere e amare e venire.
– Ho bisogno di te, lo sai? Ho bisogno di questa bocca, di questa lingua, di queste labbra, di questi denti –
Sono sopra di te vestita, bollente, con la pelle che brucia per via del sole del primo mattino, mi tolgo il reggiseno, la maglietta bianca “da muratore” evidenzia i miei capezzoli turgidi che subito mordi, insieme alla stoffa. Mi alzo in piedi, mi voglio spogliare davanti a te, mi tolgo gli shorts, la maglietta e le mutande, sono nuda, coperta solo dai capelli neri e dalla mia abbronzatura. Ti guardo e mi bagno, ti inginocchi e te la faccio annusare, riesci solo a darle una piccola leccata, perché ti scosti subito e ti spogli anche tu, ti aiuto sei nudo coperto solo dal tatuaggio e da quelle mani che io vedo ancora che impastano farina e acqua.
– Le tua labbra sono così rosse e questo neo di lato ne vogliamo parlare? E questi occhi neri allungati all’inverosimile, e questo culo, e la tua pelle esotica, aromatica, piccante, piena di sapore e di amore e di tepore, voglio succhiare i tuoi seni, sprofondarti tra le cosce, perdermi in te amandoti, sempre… –
Salgo sopra di te, te lo prendo in mano e lo infilo, vedo l’espressione di profonda distensione sul tuo viso scendo piano, ti riprendi improvvisamente, mi afferri il sedere, mi dici che questi siamo noi due, abbracciati, avvolti, fusi insieme, come due liquidi, un solo elisir. Le spinte le decidi tu, io ti assecondo, anche se il tuo profumo e il tuo viso mi fanno venire quasi subito, e respiro lentamente adesso per beneficiare dell’ onda lunga dell’orgasmo, e ricomincio a respirare perché avevo trattenuto il fiato, e riapro gli occhi che si erano chiusi un secondo dai tuoi. Mi tiri i capelli per stamparmi un bacio, mi dici che sono meravigliosa quando vengo, e mi fai sempre la solita domanda, banale e da canovaccio:
– Hai pensato un pochino a me? –
Come al solito non ti rispondo, ti blocchi, mi dici che vorresti prendermi a schiaffi, che non potrò continuare a comportarmi così a oltranza, che prima o poi dovrò fissare le tende, mettere i paletti e issare le vele.
– Dio mio che ansia! Ricordati che devi morire! Ma chi sei Savonarola?
Ti rollo una sigaretta, ti senti meglio, mi odi un po’ meno, ti faccio venire con la mano, velocemente, ti chiedo di venirmi sul seno e tu non ce la fai più, urli il mio nome sporcando solo te stesso.

Vivienne la Nuit ©