HO DETTO CHE STIAMO AFFONDANDO MA LUI RIDE E MI DICE CHE VA BENE I parte

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I profumi della cucina penetravano in quella casa fredda e deserta, i profumi si spargevano a macchia d’olio, come un secchio d’acqua rovesciato a terra o come un gas lacrimogeno. Mi mancava il sapore del pane caldo, della minestra coi ceci, del vino rosso sorseggiato insieme a te, mentre facevi finta di guardarmi, facevi finta di amarmi, facevi finta perfino di esserci, nella nostra casa a strapiombo sul mare. La nostra casa: è lei la nostra voyeur, è fatta di ciondoli, suppellettili, pentole, gingilli e libri, ha il parquet tirato a lucido, i tappeti con i pavoni e tante lampade colorate, i libri stanno pure nella “salle de bain”, sì, quella dove il cesso non ci sta! Perché io sono un po’ snob, e preferisco tradurre “cesso” alla francese, per darmi un tocco shabby-chic!

– Ma la smetti Fiamma , quanto sai essere ridicola a volte! –

La nostra casa ha tante mensole piene di storie, fotografie e libroni. Uno sulla Magnum, un altro sui Rolling Stones, la band di I can’t get no, satisfaction! Non il mensile di musica rock of course! La foto mia che cammino coi Naga Baba nudi, sta all’ingresso, incorniciata, quasi come un idolo, un feticcio, e poi quasi nascosto c’è l’oggetto del moto perpetuo! Perché il tempo scorre sempre e dobbiamo sempre tenerlo a mente! I profumi ora, rendevano la casa calda e accogliente, gli odori della “preparazione” e gli “umori” dell’attesa, aumentavano la temperatura, goccioline di sudore mi cadevano nella scollatura, e il vestitino era attaccato ai miei capezzoli già turgidi. Adesso è estate e cucino un ricco cous cous vegetale, mentre tagliuzzo, impasto e bevo vino, ti sento respirare, non dici nulla, perché in realtà tu non esisti qui con me, non ci sei. Mi avevi regalato un ciondolo con uno scarabeo azzurro, mi avevi detto che portava fortuna. Perché? Ne avevo bisogno? Forse sì, dopotutto lì, in quella Tonnara malefica avevo bisogno di una botta di culo! Adesso che non c’eri più.

In quel pomeriggio di pioggerella estiva, Fiamma avrebbe potuto scrivere tante cose. Avrebbe potuto scrivere di tutto, avrebbe parlato della Tonnara, di Luca, della sua lenta e molle vita, ma restò in silenzio a cucinare, restò in silenzio a pensare, non disse una parola. Fiamma voleva solo le sue mani, voleva solo il suo respiro su di lei, voleva solo sentire il suo battito aumentare, voleva solo lui, solo Luca.

Sapevo di voler ritornare alle origini, alla natura e a quell’erotismo bucolico che avevamo assaporato insieme, ma quando tornasti da Roma e mi prendesti sul prato del nostro giardino, era già tutto finito, io avevo ancora il grembiule della cucina e le pantofole, ma tu non resistevi, mi corresti incontro, mi stringesti le guance, avvicinandole per un bacio che non mi desti mai, mi mettesti una mano sulla fronte, con le dita che scivolarono subito sulla testa e tra i capelli, come una morsa, una tenaglia, un braccio meccanico che mi spinse giù, e che poi tirasti su, di fretta e furia, mi sentivo un burattino inerme, che elemosinava le movenze corrette, tu stavi su un altro pianeta, mi girasti quasi subito, mi adagiasti su quell’erba umida, ecco! Quel che restava di quella giornata “spesa” ad aspettarti alla finestra.

Voglio essere lucida, come lo specchio che ho di fronte, chiara come l’acqua che ti ho donato ogni volta, limpida come i pensieri del mattino, quando tu eri accanto a me. Ma non ci riesco, tu, adesso, sei solo frustrazione, assenza e solitudine. Scendo in paese a comprare delle focacce calde, lo sai, lo sai che il panettiere vuole portarmi a letto, ma te ne sei fregato, mi hai lasciato da sola, con il tuo profumo stampato sulla pelle, sola nel silenzio di quella casa e di quell’isola, governata dai tonni e dal pesto al basilico. Prendo la bicicletta, respiro il vento del mare, che tira dalla spiaggia della Bobba fino alle mie narici, è il tramonto. Mi sono detta che stiamo affondando, ma tu mi hai riso in faccia, mi sono detta che ci stiamo polverizzando, ma tu hai risposto dicendomi di quanto fossi teatrale, e che dovevo darci un taglio.

Mi sono appena fatta una doccia, sapevo di cipolla e curcuma e non volevo presentarmi a lui come una pietanza da cuocere o quasi! I miei shorts di jeans e la mia maglietta scollata volevano dirgli quanto fossi sexy, o per lo meno tentavano di comunicarglielo. Alla fine mi sentivo semplicemente sola e volevo un po’ di compagnia, poco importa se ai piedi avevo le Mephisto ed ero senza trucco, ma sotto sotto sapevo che non poteva resistermi, sapevo che avrebbe annusato i miei capelli lunghi fino al sedere, capelli neri, che avrei sciolto per lui, come in una danza rituale o come un siparietto improvvisato, sapevo che avrebbe gustato l’odore etereo dell’Eau de Rochas, sapevo che ci saremmo amati sul retro del negozio, mentre i clienti facevano la fila per taralli e panini caldi, sapevo che mi avresti chiesto di lui, del fatto che mi avesse lasciato da sola per l’ennesima volta, e che tu non lo avresti mai fatto, che mi avresti sposata con l’abito bianco, i confetti e le bomboniere, ma io adesso volevo solo che tu, panettiere isolano, facessi l’amore con me, perché mi conoscevi da quando avevo quindici anni, perché mi conoscevi nei miei periodi rosa e nei miei periodi neri, perché avevamo fatto il bagno a mezzanotte, perché mi avevi visto piangere e mi avevi abbracciata, perché da te volevo solo questo: protezione, amore, carezze, lingua, volevo solo che mi facessi venire velocemente, senza se e senza ma, senza un oggi e senza un domani, volevo venire respirando quell’aria famigliare, accogliente, volevo venire toccando i tuoi bicipiti caldi di forno e la tua pelle che profumava di farina doppio zero e lievito. Ti chiesi di venirmi dentro, perché ti eccitava quando te lo sussurravo all’orecchio, e sapevo che mi avresti sempre aspettata in quel retro bottega umido e rumoroso.

– Non ti sembra che sia un pensiero troppo audace forse? Frena Fiamma chi ti credi di essere, adesso riprendi la bici e vattene!

Era sera, lui le chiese di restare, ma lei preferì tornarsene alla Tonnara da sola, guardando solo la strada che era sempre davanti a lei, solo un po’ più buia.

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