ORDINARY LIFE

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Il vuoto. Su questo divano di stoffa comprato a buon mercato e senza pretese, sembra di stare in una bolla, ma senza la trasparenza acquosa, senza profumo, senza sapone. Il sapone serve per detergersi, il profumo ad invadere le narici di benessere, l’acqua a purificare e la trasparenza dà al tutto il sapore della lealtà. Proviamo a trasformare queste immagini: io sul divano senza un domani, come quando cammini con gli occhi chiusi e ti assale il vuoto che un buco nero possa aprirsi e risucchiarti. Magari! Implicherebbe un cambiamento, un risvolto dark alla tua esistenza, e ti sentiresti perfino più cool, e invece no, non c’è più legge sul fiume, it is all over now baby blue.

Possiamo solo imputridire su quel divano, che è metafora del tempo e dello spazio, che si muovono lenti e che ti avvolgono, fino a stringerti fatalmente. È così ingiusto morire, dal momento che siamo nati. Ma qui non si parla di morte. Voglio parlare dei corridoi, che sono lunghi ed illuminati ad intermittenza, voglio parlare di quella luce, che quando è accesa, è quella di un neon, voglio parlare del pane quotidiano, voglio parlare delle colpe e di Lindsay Kemp, dei rimorsi, delle cose non fatte, dei dispiaceri, della vita a due, dell’amore?

L’amore. Provo amore per tutti, tutti i giorni in una forma poliamorista, di tendenza, e  menzognera. Sempre tu divano, una certezza per lo meno, i tuoi cuscini mi tirano fuori da questi ghirigori, che per lo più sono sempre a spirale. Spirali, bambole, case e geometria piana. Scarabocchi che hanno disegnato la mia infanzia. Divano, tu sì che sei reale. A volte penso di come gli oggetti sopravvivano a noi esseri umani. E vado indietro con i pensieri, al tuo essere alcova, al tuo essere il primo approdo di piaceri solitari, di coppia. Il divano è un Must Have della collezione amplessi, meglio se diurni, inaspettati e furtivi, rende meglio l’idea, o meglio l’idea di lui a cui mi piace pensare.

– Tutto sto volo pindarico, per andare a parare al racconto di una scopata? Mi stai dicendo che Il black hole, le Cirque Nouveau, e la sindrome maniaco-depressiva? Tutto sto giro, per narrare di quanti orgasmi hai avuto su quel divano cheap, Fiamma? Fiamma aveva ancora a che fare con quel esserino fatato, che con una vocina stridula e fastidiosa di tanto in tanto, faceva capolino al suo orecchio sinistro e che a volte si spostava all’orecchio destro.

Le mie ginocchia, sui tuoi cuscini, il ventre appoggiato al tuo schienale, Luca che con una mano mi apre le gambe, si mette sotto, mi lecca, mentre inarco la schiena. Sei tu a riempirmi, non lui, che non mi bacia mai sulla bocca, che bacia il mio culo e non le mie labbra. Quelle esposte al mondo. Sei tu il mio accompagnatore, che mi sussurri di concentrarmi e di godere. Tu, oggetto a buon mercato che mi sopravviverai. E tutto ciò è calmo e appagante.

Mille pensieri, parlo da sola, qualcosa mi distoglie, sono preoccupata, ma non voglio dare corda, non voglio assecondare o dare il permesso ai miei giri di invadermi, perché non ricordo bene cosa mi tormenti. Il panico, forse, il tempo che è passato molliccio su di te, il non rendersi conto che adesso i ventenni che guardavi come vecchi, ora, diciamo, sono tuoi coetanei, i colleghi che si accasano e fanno prole, che licenzi con: è ancora tutto così lontano. A me che ascolto ancora la musica con le cuffie, che canto a squarciagola. Domani staremo ancora insieme, io, te e i miei pensieri a specchio, perché l’estro non scatta a comando, e c’è ancora del tempo dopotutto, e tu mi sopravviverai. E si sa che alla fine del corridoio fumiamo sempre in due.

                                                             viviennelanuit©

Gaetano Previati, Fumatrici di oppio, acquerello su cartone, mm. 285×615, inv. 25937 Napoli, Museo- di San Martino

 

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