UNO, DUE E TRE

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Fiamma gli scrisse una lettera perché non poteva inviargli messaggi, avrebbe potuto chiamarlo, certo, aveva molti minuti. Minuti che avrebbe speso con lui, virtualmente, fisicamente, totalmente, ma Fiamma aveva paura, aveva paura che la respingesse, tremava all’idea che non rispondesse, e comprendeva anche questo suo tenerla a distanza.
Fiamma gli scrisse, perché aveva tante lettere e parole. Lettere e parole che si inseguivano le une con le altre, ed erano tante, tutte che spingevano nella sua mente e che facevano a gara ad uscire, frasi confuse, frasi ammassate, che qui, in questo luogo franco, bianco e infinito, si legavano fino a rendersi comprensibili, prima a lei stessa e poi a lui. Ventiquattro ore, dove lui e Venezia le avevano preso il cuore, il suo cuore che era un organo di fuoco, che gli sussurrò qualcosa a bassa voce quasi bisbigliando.
La stazione era gremita di gente, gente anonima, gente comune che in un vortice di fretta e velocità la percorrevano tutta, in modo disconnesso e agitato. Fiamma era catturata dalla velocità, una sensazione coinvolgente, ancora di più , perché Fiamma sapeva che in quella stazione avrebbe incontrato lui. Il Conte. Il Conte era il vento ed era il sole, era il calore ed era il freddo. Il Conte era un suo amico, o qualcosa di più. Capire quel di più, era una cosa difficile! Ma Fiamma cercava di definirlo, affannosamente nella sua mente, in quel luogo febbrile, dove orari, arrivi e partenze si intrecciavano in un moto perpetuo.
Fiamma scrive adesso, in modo concitato e febbrile, come la gente di quella stazione. Scrive per immaginarlo. Scrive, tutto quello che si erano detti, che avevano fatto, che avevano sentito, che avevano respirato. Scrive, per far tacere il suo cuore, organo di fuoco, che è caldo e lo reclamava ad ogni suo battito. Scrive, per non dimenticarlo e per imprimerlo nella memoria. Il Conte e Venezia, Venezia e il Conte. Lo aspettava. Lo vide da lontano. Era troppo il desiderio di correre e di abbracciarlo, incontenibile la voglia di baciarlo. Ma aveva paura, Fiamma aveva paura a lasciarsi andare, aveva paura a volergli bene. Il Conte, aveva sempre ventiquattro anni, era ancora uno studente, aveva un rapporto edipico con la madre. Fiamma chi era? Una donna che ormai aveva perduto i suoi punti cardinali, una donna senza bussola.
Fiamma era attanagliata ad un uomo che forse non amava più, ma del quale non poteva fare a meno, era avvinghiata ai figli piccoli, troppo piccoli, che ogni santo giorno, in coro, le gridavano che stava sbagliando, che li trascurava, che doveva fare solo la mamma, solo la mamma. Questa donna non aveva le palle di mandare tutto all’aria, di fottersene della micidiale monotonia, e delle responsabilità. Forse non riusciva più ad accettare in silenzio i suoi tradimenti, la sua vita a sé, i suoi silenzi. La routine, crea uno strano meccanismo di dipendenza, Fiamma a volte ne aveva bisogno, ed altre volte poteva farne tranquillamente a meno, ed è quando vengono a mancare gli stessi gesti, le stesse movenze, le stesse giornate che arriva la parte più brutta, dove riconosci che hai fatto una cazzata, una cazzata, a mollare la tua vita standard! Ma questo Fiamma non l’avrebbe mai potuto sapere, se non dava al tutto, un margine di rischio. Il rischio è una parola, una condizione, è anche un sentimento, la stordisce, la attira come una calamita, riusciva ora, a sentire il battito che le si faceva sempre più accelerato quando lo nominava. Rischio. Fiamma, rischia.
Fiamma lo saluta con due timidi baci, conteneva la voglia matta che aveva di stringerlo a lei e di non lasciarlo andare più, perché sì, la vita è breve, e il tempo è poco e frana sotto i piedi da un momento all’altro. Lo baciò su un occhio, sentì la palpebra mobile e un’infinita dolcezza nell’animo.
Fiamma adesso, urlava di calore per lui.
Attraversarono la piazza, quella dei colombi, del leone e dei Dogi, di corsa, come due adolescenti, evitando di stare troppo attaccati. Volevano ritardare quel momento, volevano assaporarsi lentamente, gustarsi, accarezzarsi senza fretta. Respirando la loro pelle, insieme.
E adesso Fiamma si mette a scrivere. Dopo essere tornata è strana, sconvolta e stanca. Strana perché doveva ritornare per forza di cose alla sua vita normale, perché doveva mettersi in macchina come un automa, e fare da tassista ai figli. Invidiava la loro spensieratezza. Detestava il suo essersi immolata per loro e per il marito, la assalirono pensieri strani e malsani. Li ignorò e tiro dritta nel parcheggio della scuola, tra mamme disperate, vestite male e con troppo trucco messo su.
Sconvolta. Perché tutto ciò aveva il sapore di un grosso errore, e di una vita che non aveva scelto, che si era stata trasformata in una busta di plastica attaccata al viso. La perseguitavano frasi come: “la vita che avresti voluto avere”, “non bastava una vita” e “wish you were here”. Era dissociata. Quando trascorreva del tempo con lui, il cervello le si annebbiava e le parole erano messe alla rinfusa nella sua mente e si confondevano con tante persone, e tante voci che le urlano contro e che le mettevano paura.
Stanca, perché la loro storia le lasciava una scia di spossatezza mai provata prima. Contava le ore, quando ci sarebbe stato il prossimo treno, contava i minuti che poteva toccare con le dita, contava i secondi, passeggeri e ingannatori. Vedeva lui, davanti ai suoi occhi, e ripeteva a lei stessa che voleva più tempo, più ore, più minuti e più secondi.
Dopo tre giorni, si sentiva come se fosse tornata da un lungo viaggio, un viaggio di passione, di carne, di umori, di lussuria e di amore. Un profumo, il suo che, furtivamente, spruzzò su di un batuffolo d’ovatta, per annusarlo, quando lui non ci sarebbe stato. Un profumo che, aspirava intensamente per farselo arrivare ovunque, un profumo che dalle narici, andava al cuore e alle cosce. Acqua che bagna e profuma, nettare che alimenta il desiderio per lui. Desiderio intenso che non andava via, acqua sul suo corpo che non si asciugava, corpo bagnato di lui, linfa.
Come sempre lo aspettava al solito posto, in quella città sospesa ed eterea. Facevano i conoscenti, si salutavano timidamente, anelando il profondo attimo in cui si sarebbero avvinghiati e leccati. Che delizia ritardare quel momento, che estasi il suo pensiero! La casa del Conte aveva un sapore d’altri tempi, quella Aura di tradizione, di spazio sospeso e curatissimo. Un ultimo piano a Calle del Paradiso e scale settecentesche che la portavano proprio lì. Un lampadario di pendenti di cristallo all’ingresso che brillava; prismi riflettevano luce e gioia. Fiamma si sentiva vitrea, desiderava essere tirata a lucido, proprio come quei calici riposti con cura nelle vetrinette, anche lei si sentiva trasparente, proprio come quando da piccola, si illudeva che l’acqua potesse passare attraverso i bicchieri e attraverso il palmo della mano, e che per ore lasciava scorrere giù. Voleva essere riempita della sua acqua. Il marmo di quella casa, il lungo corridoio e i parati le suggerirono una casa dove il passato regnava sovrano e il futuro era tenuto a debita distanza, sapore di storie passate e non raccontate più.
– Sai che non ci credo che sei qui? Oggi stavo spaccando il telefono a terra quando in biblioteca ho letto che non venivi più
– E pensare che volevo portare lo scherzo ad oltranza? Poi mi sono fermata, sentivo che mugolavi per il dispiacere
-Voglio farti mugolare in un altro modo lo sai?
– Piano piano, Conte. Vietato correre!
Conte, come lo chiamavano gli amici. Conte aveva i connotati più da amore cortese, che da titolo ottocentesco. Il Conte, le diede la sua stanza e la fece dormire nel suo letto, le fece usare la sua salle de bain, il suo dentifricio, e tutto ciò era intimo e privato, barriere trasparenti ora, erano tra loro, barriere visibili che trapassavano consapevolmente, ripetutamente e volutamente. Tende, che tiravano su ad ogni passo in quella casa dal sapore vissuto e di storie passate e non raccontate più.
Portò Fiamma a visitare un quartiere fatato, dove fate ed esserini si alternavano su fregi e portoni e che sembravano invitarla ad entrare. Era un quartiere magico e il Conte le tenne la mano talmente forte quasi da non poterle permettere di liberarsi, quasi come se volesse costringerla a restare in quel mondo magico, da storia infinita, dove il nulla non esisteva e dove tutto era possibile.
Fiamma voleva che la tenesse così, voleva la sua presenza, viva, accanto a lei, voleva che non la lasciasse più.
Cosa significa imprimere qualcuno nella memoria. Ricordarne il profumo forse? Le carezze? L’odore della pelle? Cosa vuol dire dimenticare qualcuno? Eliminarlo? Trasformarlo? Fiamma amava ancora il marito, perché faceva parte della sua vita, perché senza di lui non si sentiva completa, perché era difficile separarsi da qualcuno con il quale hai condiviso tutto. Fiamma questo lo sapeva bene. Perché Venezia allora? Perché il Conte? Fiamma era annoiata! Faceva le stesse cose tutti i santi giorni i compiti dei figli, la scuola, le camicie del marito; l’alienazione era la distruzione di tutto, e si sentiva come su di una barca alla deriva, dove prima o poi sapeva che le sarebbe venuta sete, e il mare era là, e Fiamma non poteva bere, perché altrimenti sarebbe diventata pazza, o almeno così le era parso di sentire in qualche vecchio film.
Ancora lui, in questa piazza grigia e umida, che le prende le guance e le dice che va tutto bene. Ancora lui, tra i piccioni messi all’ingrasso dai turisti, che le stringeva i fianchi e le diceva che era sua. Ancora lui, tra mille presentimenti, sensi di colpa e momenti off, che le diceva di voler fare subito l’amore, che le sussurrava all’orecchio con una voce roca e innaturale che gliela voleva leccare, fino a farla morire. Fiamma non poteva cedere anche questa volta, non poteva dargliela vinta!
-Conte, tu vuoi solo il mio corpo, mi escludi dal resto della tua vita, ed io, io non so fin dove posso reggere! Il fatto e che accetterei tutto ciò, anche in silenzio, pur di elemosinare un po’ del tuo cazzo
– Sei tu quella che mi esclude dalla sua vita, io non riesco a smettere di pensarti, di desiderarti tutti i giorni, sempre
-Sì, ma dopo? Alla Tonnara non puoi avvicinarti e sai che sono confinata lì per via dei miei figli, per colpa di mio marito e poi tua madre, ne vogliamo parlare? Non posso neanche telefonarti a casa che hai il terrore che possa sentirti
-Adesso siamo soli, a casa mia
Tra la folla di quella piazza sorniona le sbottonò il trench.
-Che bel vestitino corto
Si avvicinò ancora di più, sentii il suo alito caldo e profumato, la sua mano mi alzò la gonna.
-Ti avverto non porto le mutande
– Ma hai le autoreggenti, sento
Le sue dita, le sue dita ora erano dentro di me.
-Conte, il leone della piazza ci sta fissando arrabbiato, penso che a breve ci salterà addosso
Entrammo in un androne maestoso, vecchio, accogliente, sentimmo il rumore dell’acqua ovunque. Salimmo le scale, era difficile non toccarsi, io camminavo davanti.
-Hai il mio culo in faccia, ti rendi conto? La smetti di alzarmi il vestito?
-Fai poco la schizzinosa, a San Marco poco fa eri completamente bagnata! E le mie dita ti piacevano
Il Conte la fece poggiare sul portone di casa, un portone di legno nero. Le sbottonò di nuovo il trench, le prese i seni a piene mani, cominciò a succhiare i capezzoli, a bagnarli di saliva. Fiamma cercò la sua bocca, gli tirò i capelli per avvicinarlo alle labbra, si baciarono, e il loro bacio aveva un sapore di apocalisse, si baciarono come se dopo non avessero avuto altro tempo, si baciarono come se non avessero a disposizione un’altra volta, si baciarono per imprimersi in loro stessi. Il Conte le prese il viso, le strinse le labbra con le dita, con l’altra mano le tirò su il vestito, si inginocchiò, le aprì le gambe e così sull’uscio di casa, seminuda, iniziò a leccarla.
-Ti eri dimenticato che sapore avevo?
-Come potrei
Fiamma gli poggiò una gamba sulla spalla e la sua faccia ora, era immersa lì, si muoveva anche lei per cercare un ritmo, per sentirlo di più. Le mantenne il sedere, se la spingeva ancora di più sulle labbra, sentiva la lingua e le dita, insieme. I suoi capelli fra le sue dita.
– Che cos’hai in questa testa?
Gli chiese a bassa voce, con una voce che per il momento era fatta solo di eccitazione, una voce che non aveva ancora preso il binario del godimento.

viviennelanuit©

Foto: Alessandro Varini

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