MELASSA

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Fiamma aveva la voce roca quella sera, la sua voce,  rotta dal pianto riecheggiava in quel grande salone tappezzato di quadri e paccottiglia art decò. Era inquieta Fiamma, con le mani non riusciva a stare ferma, mani nei capelli, mani sul suo viso rotondo e tempestato di lentiggini. Piangeva Fiamma, ma le lacrime non le uscivano, il dolore non le usciva e tutto questo era insopportabile, insostenibile.

Alla ventiquattresima telefonata a Piero, affondò sul divano, esausta, affranta, spossata.

“Perché non mi risponde? Perché ha staccato il telefono?”.

Va sotto casa sua ha deciso. Si infilò presto il cappotto in quella fredda giornata di marzo, raggiunse l’auto, guidò veloce, bussò al citofono come una forsennata, non era lei è la Mrs Hyde che la possedeva, Piero si precipitò per le scale, le urlò contro, le disse parole di ghiaccio, scese pure la fidanzata di Piero, una secca biondina con i denti storti…

“Sai cosa piace a questo pervertito?” Fiamma si alzò la gonna, si mise piegata sulle ginocchia…

“Ecco cosa gli piace”.

Piero la prese, la strattonò, le diede uno schiaffo; ora piange Fiamma, lacrime amare, lacrime di dolore, lacrime di disperazione. Entrò in macchina, chiuse forte la portiera, accelerò di colpo, scappò via veloce, per scomparire.

Perché le chiese di fare quella cosa? Perché le piacque così tanto? Si colpevolizzava, aveva esagerato, si era spinta oltre, oltre il muro, oltre il portone, oltre il dicibile. Si sentiva sporca. Avrebbe voluto prendere quella biondina secca e coi denti storti e vomitarle addosso tutto il marcio, tutto lo schifo, tutto ciò che quel porco che le aveva fatto. Non si sentiva una donnaccia, si sentiva come una donna maltrattata, usata, sporcata, e soprattutto era rimasta sola adesso, senza più il suo trastullo personale.

“Sappi che quando vengo, lo faccio nel culo, per me questo significa orgasmo!”.

Accettò, volle sottomettersi, assecondarlo senza chiedere spiegazioni, quasi elemosinando la sua voglia, la sua voglia di lei e del suo culo. Le scrisse una lettera, piena d’amore per lei , piena zeppa di normalità, quella normalità, che Fiamma sapeva benissimo essere fittizia. Menzogne. La verità, detta a lei stessa, a bassa voce, era che Piero era sessualmente deviato, sessualmente represso, sessualmente prigioniero. Prigioniero di un solo godimento, se solo Fiamma si azzardava a girarsi, a toccarsi, ad ansimare, a muoversi, il suo piacere si bloccava, diventava violento e inconsapevole delle sue azioni.

Piero cercava disperatamente “le grand O”, a volte lo trovava, a volte no, a volte stava lì per lì per afferrarlo ed altre volte gli sfuggiva. Piageva Piero, sempre, contro di lei , contro il suo seno, che addentava, quasi dandogli la colpa, la colpa delle sue frustrazioni. Con i suoi movimenti massaggiava  l’ interno di quella Fiamma, la luce di Fiamma gli faceva vedere solo le sue sue ombre, i suoi fantasmi. Fiamma gli avevo dato il mezzo per osservarli. La sua melassa la avvolgeva, una melassa che colava lentamente, e che la lasciava attaccata e incapace di ripulirsi.

“Piegati, dimmi cosa sei”.

In lacrime Fiamma, glielo urlava, e più urlava, e più lui godeva, si contorceva e veniva quasi subito. A volte rallentava quel momento, per lei stessa, per quella piccola fetta di femmina che ancora voleva essere, quella femmina che urlava il suo nome quando veniva, che urlava quell’orgasmo perverso e “rubato” con rimorso. Andava sempre lei a prenderselo. La prima volta che si baciarono, fu colta di sorpresa, si sentì invasa improvvisamente. Fiamma fu felice, felice perché le piaceva, felice perché così si sentiva appagata, felice perché così aveva la conferma che era bella. Quanto era stupida! Piero studiava per diventare infermiere, tutti trenta e lode, padre medico, madre insegnante, bilocale tutto per sé in centro. Un buon partito, un essere spregevole. Come aveva potuto Fiamma perdere la testa per uno così, per un deviato, un uomo che odiava le donne? Un uomo che quando godeva lo faceva solo in due modi. Sottomissione e potere, mortificazione ed esaltazione per lui, avvilimento e sensi di colpa per lei. Doveva vederla pisciare o doveva venirle nel culo. Eccoli i due modi, unici e soli di piacere per lui.

“Ti prenderai cura di me? Mi vuoi bene? Sono il tuo bambino?”.

Fiamma si chiedeva se mai ci fosse stato un nesso tra tutto ciò, un significato nascosto e rivelato solo a qualcuno, a qualche adepto della psiche di Piero. Fiamma, piangeva e non riusciva più a smettere, aveva una tossicità nel sangue talmente elevata, da infettarle la ragione, e imputridirle la mente. Come un corpo lasciato a macerare nell’acqua, dove il verde acido rispecchiava il suo declino di donna e di femmina. Donna e femmina riemerse e rigenerate grazie alle lacrime e all’accettazione di essere annegata in un acquitrino . Lacrime e acqua, umido e bagnato principi purificatori della sua espiazione.

viviennelanuit©
Francesca Woodman, I was inventing a language for people to see, 1981

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